Repubblica del Sol: il giorno dopo

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E’ difficile sottovalutare l’importanza del voto amministrativo di domenica scorsa in Spagna. Il partito di Zapatero, come abbiamo scritto qui, ha vissuto una débâcle paragonabile a quella della socialdemocrazia tedesca alle politiche di due anni fa (una sintesi qui) quando vide ridurre di un terzo i propri consensi. Nel caso spagnolo, oltre all’arretramento in termini di voti, va rilevata la perdita di potere territoriale: la città più grande ad essere amministrata dal PSOE sarà, con tutta probabilità, Vigo, in Galizia: un comune di 300mila abitanti. Governare costa caro, in tempi di crisi. Non c’è dubbio. Ma proprio il confronto con la vicenda tedesca consente di coltivare qualche speranza. La SPD non tardò a fare autocritica, invertire rotta e riprendersi (lo raccontammo qui): vedremo se e in che misura i socialisti spagnoli faranno tesoro della sconfitta.

Potenzialmente, non tutto è perduto. Le elezioni politiche saranno (a meno di sorprese) tra un anno, durante il quale il partito della rosa nel pugno ha la possibilità di prendere sul serio il messaggio fondamentale che viene dal movimento della Puerta del Sol: fare fronte agli evidenti sintomi di crisi della democrazia. Un primo, significativo passo sarebbe mettere in agenda una riforma della legge elettorale, che renda maggiormente rappresentativo il parlamento spagnolo, anche attraverso l’inserimento delle preferenze al posto delle liste bloccate. Difficile, se non impossibile, portarla a compimento in questa legislatura, priva di una maggioranza che abbia interesse a farlo: ma un segnale può essere dato, inserendola, ad esempio, nel programma elettorale. Lo stesso vale per una legge costituzionale che introduca la possibilità di svolgere referendum abrogativi, come nel nostro paese: attualmente, è prevista la possibilità di tenere esclusivamente referendum consultivi, per decisione delle Camere e del Governo (art.92 della Costituzione). Ancora più importante delle innovazioni ora menzionate, tuttavia, sarebbe aggredire la questione democratica fondamentale. Al di là del miglioramento dei meccanismi di formazione delle decisioni all’interno del paese, infatti, non si può eludere la domanda: che fare di fronte alla perdita di sovranità verso l’esterno, a vantaggio dei poteri economici e delle tecnocrazie internazionali?

La risposta alla crisi del debito (ma cominciata come crisi finanziaria) lo ha messo in evidenza in maniera inequivocabile, tanto in Spagna come in Portogallo o in Grecia: i paesi “deboli” devono obbedire a dettami di organismi privi di legittimazione democratica, come la Banca Centrale Europea o il Fondo Monetario Internazionale. Dieci anni dopo il movimento anti-G8 di Genova, siamo di fronte allo stesso problema, salvo che, stavolta, non riguarda lontani paesi africani, ma l’Europa meridionale (o, in generale, periferica). Gli indignados lo hanno perfettamente capito, come noi lo capimmo dieci anni fa. Non è mai troppo tardi perché possano intenderlo anche le ottuse èlite socialdemocratiche, che devono assolutamente cogliere la posta in gioco: la rabbia che si prova a sentirsi “strumenti nelle mani dei banchieri”, infatti, può sempre canalizzarsi verso direzioni molto pericolose, anti-europee e neo-nazionaliste, come dimostrano i populismi di destra (o “né di destra né di sinistra”) di altre latitudini. E come si può cogliere talvolta, mescolandosi fra l’eterogenea moltitudine della Puerta del Sol, anche in alcune confuse parole d’ordine o in singolari punti di vista degli indignati spagnoli.

Ma gli anticorpi che proteggano da degenerazioni, sino ad ora, ci sono e hanno retto. Le persone che da giorni stanno trasformando il centro di Madrid, da mattina a sera, in una colorata e vivacissima agorà in cui si discute di economia e sanità, di educazione ed ecologia, sono una risorsa formidabile per rivitalizzare la politica del paese iberico e, forse, dell’intera Europa. Divisi tra utopisti e pragmatici, tra novizi e militanti esperti, tutti condividono l’idea che una democrazia senza partecipazione è una democrazia incompiuta. Qualcuno rifiuta i partiti e lamenta l’esistenza di una “partitocrazia”, ma i più vogliono essere ascoltati da partiti finalmente capaci di aprirsi e rinnovarsi. C’è più Hans Kelsen che Beppe Grillo, alla Puerta del Sol. Ho incontrato elettori del PSOE che si lamentavano di una “svolta a destra” compiuta senza che nessuno potesse esprimersi al riguardo. Ed elettori di Izquierda Unida consapevoli del fatto che lo scontento fra gli elettori di sinistra può essere trasformato in mobilitazione.  Ho visto e, soprattutto, sentito poca “antipolitica” e, invece, molta domanda di “buona politica”. Perché così va interpretata, a mio giudizio, la richiesta di avere dirigenti preparati e onesti formulata da Melissa, una biologa ventottenne con laurea e master, attualmente impiegata in un call-center. O la denuncia di Lara, disegnatrice grafica di 27 anni, che lamenta l’assenza di politiche a sostegno dei giovani che vogliano lavorare in proprio e sta meditando di andarsene in Francia. O la rabbia di Pablo, dottorando in fisica, per l’assenza di veri centri d’eccellenza nella ricerca scientifica. E le testimonianze potrebbero continuare a lungo.

L’assemblea generale ha deciso, domenica, indipendentemente dal risultato elettorale, di continuare con la acampada sino almeno al prossimo sabato. L’obiettivo è quello di dare forma ad un movimento durevole e con rivendicazioni chiare. Ieri si percepiva un po’ di stanchezza, così come si notavano i primi segni di sfilacciamento. Ma la determinazione è ancora palpabile. Ovviamente, come ogni movimento, scemerà. Ma in Spagna nulla sarà più come prima: non si può sottovalutare, infatti, la portata simbolica della consapevole “violazione” della consegna del silenzio pre-elettorale, trasformato in autentico momento di riflessione collettiva sulle “promesse non mantenute” della democrazia. La passione civile liberatasi dal 15 maggio in avanti non si spegnerà facilmente e, crediamo, saprà tenere testa alle provocazioni della destra politica e mediatica, unite nel coro che i militanti del PP in festa scandivano domenica notte: “esto es democracia, no la de Sol”. Le sinistre spagnole, ed europee in generale, torneranno a vincere e ad avere un ruolo “storico” quando la gioventù formata, che popola la Puerta del Sol, potrà tornare a distinguere fra gli uni e gli altri, fra destra e sinistra. La scelta da fare non può continuare ad essere solo fra chi disprezza per volontà e chi ignora per inettitudine: un tertium dev’essere dato.

Jacopo Rosatelli, da Madrid

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Carla Cirillo 1 giugno 2011 - 19:33

Sono d’accordo in linea di massima con Alfonso Gianni, ma in Germania le cose stanno andando diversamente per la presenza dei Verdi. E’ l’ecologia, a mio parere, la risposta alla attuale crisi economica. In Spagna mi sembra che il partito socialista sia molto lontano dall’aver compreso il senso della crisi economica attuale.

Angelo 30 maggio 2011 - 00:01

La bellezza del movimento spagnolo è stata a mio avviso la richiesta della tassa progressiva per i ricchi. “Lavorare tutti, lavorare meno” è certo un altro punto forte, ma come sempre si considera la politica come un principio che da lavoro!!
Bisogna superare il lavoro, nelle sue condizione alienate e schiavistiche, no richiedere altro lavoro uguale a quello di prima. Finché si sta ad elemosinare un altro misreabile posto al politico di turno, di destra o di sinistra…
Questa crisi è l’occasione per premere affinché vengamo modificati alcuni “parametri” finora intoccabili all’interno della socialdemocrazia e delle democrazie in generale: Primo: che i ricchi si paghino questa crisi di tasca loro, visto che ne sono la causa. Secondo: che si attui un’atentica democeazia del lavoro cioè fine dei privilegi e che tutti contribuiscano alla ricchezza comune.

Spartaco Innocenzi 26 maggio 2011 - 13:14

Sarò brutale,ma per quanto mi riguarda,illavoro,giustizia sociale,ambiente sono le priorità della Sinistra:il resto sono optional.

Peppe Giudice 26 maggio 2011 - 12:07

il socialismo europeo (o una parte importante di esso) è stato travolto dal meccanismo indotto dal capitalismo gòobalizzato e finanziarizzato che aveva fra i suoi obbiettivi proprio quello di far saltare le conquiste storiche della socialdemocrazia. La quale è stata storicamente quella che, sia pur parzialmente, ha realizzato il progetto emancipatorio el socialismo. Altre esperienze sono finite molto male (con buona pace di qualcuno). E’ solo ritrovando la anima originaria del socialismo democratico che la sinistra avrà senso

Giorgio Ravenna 25 maggio 2011 - 19:37

Io credo che il Socialismo europeo, per quello che è stato negli ultimi vent’anni, sia parte del problema e non un esito a cui puntare. La crisi è figlia anche della pochezza politica dell’Europa, della sua impostazione tecnocratica e liberista. I socialisti in Europa hanno accompagnato e sdoganato questo processo. La Sinistra o è capace di sconfiggere precarietà, paura, diritti e redistribuzione della ricchezza investendo sull’ambientalismo come tutela del territorio e unica via di sviluppo, oppure è destinata a fallire. Non si tratta semplicemente di percentuali, alchimie o alleanze. Il punto è essere reale forza di trasformazione rispondendo ad un’esigenza diffusa, capace di dare speranza futuro e prospettiva a chi ora non c’è là. Il resto è secondario, se il Socialismo europeo è qualcuso di diverso rispetto agli ultimi vent’anni bene, altrimenti non può essere il fine.

Peppe Giudice 25 maggio 2011 - 19:19

da socialista iscritto a SeL avevo sempre giuducato eccessivo l’entusiasmo della sinistra italiana verso Zapatero. Ora il Psoe è un partito dalla grande storia e dal forte radixcamento, ma una politica socialista (come è stato rilevato) non può certo limitarsi ai diritti civili ed anche al riemergere di un anticlericalismo astorico e massonico. Il limite di Zapatero (un compagno socialista spagnolo di Valladolid – della sinistra socialista – mi spiegò l’anno prima della vittoria socialista che Zapatero era comunque un socialista di destra molto più vicino a Blair che ai socialisti francesi)è stato quello di aver accettato il modello economico fondato sulla bolla specultaiva immobiliare e l’indebitamento privato. Anche se comunque ha agito per cercare di stabilizzare i contratti di lavoro, senza mettere in discussione tale modello, con l’arrivo della crisi (che ha penalizato di più proprio i paesi che hanno seguito tale logica: Irlandam Gran Bretagna) tutto è precipitato e a mancanza di un punto di vista alternativo ha impedito a Zapatero di opposrsi alle condizioni capestro della BCE e della Merkel. In Germania succede l’opposto. Lì la SPD dopo la sconfitta del 2009 ha mutato profondamente impostazione (soprattutto nei confronti della II fase del governo Schroeder – che ha realizzato la sciagurata agenda 2010). Ed oggi insieme al Psf ed al Labour di Milliband si tenta un ritorno a politiche più concretamente scialdemocartiche. E questi sono i tre partiti socialisti più importanti d’Europa. C’è da sottolineare che nelle elezioni regionali fin qui svolte (Renania-Westfalia – 25% della pop tedesca; REnania Palatinato; Amburgo; Brema la SPD recupero mediamente il 5-6% rispetto alle disastrose politiche del 2009).

Matteo Salvetti 25 maggio 2011 - 18:05

caro Jacopo, hai risposto via blog agli interrogativi che avevo sul movimento degli “Indignados”. Che dire: la priorità al momento è quella di conquistare Milano per poi discutere nuovamente di una ricomposizione della sinistra nell’ambito del socialismo europeo, come suggerito ultimamente da Bertinotti. La sfida vera, in questo momento, è impedire il disfacimento dell’Unione europea (un vero dramma che ci riporterebbe a condizioni favorevoli a conflitti etnici- nazionali in tutta Europa) e contrastare l’avanzata dell’estrema destra (Jobbik rimette in discussione i confini dell’Ungheria, giusto per fare un esempio, raccoglie più del 10% dei voti ed ha realizzato una sorta di esercito paramilitare nazionalista, impossibile da accettare in uno stato facente parte dell’UE). Anche in Italia, mi pare di cogliere un grande e prematuro entusiasmo circa la fine del berlusconismo e – soprattutto – del leghismo. Credo invece che al di là del contenitore “partito” le idee razziste, xenofobe e nazionaliste siano largamente diffuse e pronte ad essere coinvogliate verso un nuovo soggetto politico di destra. Bisogna quindi assolutamente rivedere l’assetto della sinistra italiana. Non accontentarci del 7% ma porre fine all’esperimento PD per dare vita – finalmente – ad un partito socialista nuovo anche per personalità e davvero “giovane”. In SEL, almeno a livello di vertici, manca il rinnovamento. E il disagio dei giovani lo intercetta il qualunquismo di Grillo. Anche questo va contrastato.

Giovanna 25 maggio 2011 - 17:16

cOME SEMPRE DEL RESTO LE INTERPRETAZIONI DI ALFONSO GIANNI SONO PREZIOSE,PERCIò MI AUGURO CHE ANCHE SEL NE TENGA CONTO E APRA CON PAZIENZA E DETERMINAZIONE CON I GIOVANI GRILLININI E DEL PD,PUR CONVENENDO CHE IN QUESTO MOMENTO DOBBIAMO STARE PARTICOLARMENTE UNITI AL FINE DI COMPIERE IL PRIMO PASSO DI MANDARE A CASA QUESTO GOVERNO E CONTEMPORANEAMENTE METTERE A FUOCO I PUNTI FONDAMENTALI PER OPERARE NELL’EMMEDIATO FUTURO DEI CAMBIAMENTI CHE STRAVOLGANO DALLA RADICE LE INGIUSTIZIE E LE SPEREQUAZIONI ECONOMICHE E SOCIALI CHE TRAVOLGONO I NOSTRI GIOVANI E LE FAMIGLIE, NON SOLO PROGRAMMI ELETTORALI MA LEGGI CIOE’ PROPOSTE DI LEGGI.>VECCHI E NUOVI COMPAGNI PREPARAti non ci mancano LA BASE DI S E L VUOLE COSE CHIARE E BEN FATTE.

Antonio 25 maggio 2011 - 17:04

Il PSOE si è concentrato esclusivamente sui diritti civili ma la sua politica economica di socialista aveva ben poco. Era facile prevedere questa disfatta. Ciò che è accaduto in Spagna serva di lezione al centro-sinistra e alla sinistra italiana. Se non si attua un inversione di tendenza e se una volta al potere non si pratica una politica di sinistra anche in ambito economico, questa sarà la conclusione.

Alfonso Gianni 25 maggio 2011 - 15:09

Per quello che capisco il nocciolo della questione in Spagna in questo momento non è tanto la democrazia quanto la risposta da dare alla crisi economica. Per dirla sbrigativamente Zapatero ha distribuito molte rose ma troppo poco pane. In fondo questa era la ricetta politica cui lui si è ispirato: “il socialismo dei cittadini”, secondo quanto ha scritto il suo prinicplae consigliere e ispiratore, Philippe Pettit (di cui Feltrinelli ha pubblicato gli scritti fondamentali). Questo è bastato a suscitare entusiasmo e a vincere due elezioni, ma non poteva reggere sotto il peso della crisi economica e la sottrazione di sovranità operata dalla Banca centrale europea e dalla Commissione europea. Inoltre i socialisti spagnoli hanno creduto che una ripresa economica potesse avvenire essenzialmente rilanciando l’edilizia. Ma il mattone come crea apparenti miracoli costruisce solide tragedie, oltre a essere una fonte inesauribile di lavoro precario e dequalificato. Questo però non significa che la sinistra arretra in tutta Europa. In Germania avviene il contrario ed è lì che si deciude il cuore delle politiche economiche europee

Giorgio Ravenna 25 maggio 2011 - 14:15

L’analisi è assolutamente corretta, il punto è proprio che questi movimenti ci mettono di fronte alle nostre responsabilità e ai nostri compiti. La sfida non è solo battere Berlusconi ( e non è poco), ma è rispondere all’esigenza di trasformare l’Italia e L’Europa salvandole dal fallimento del neoliberismo. Ovvio detta così è al massimo uno slogan…Però il nocciolo si riduce a questo

Nino 25 maggio 2011 - 11:57

quello che è successo in spagna, crollo del psoe,si ripeterà in italia dopo che il centrosinistra avrà vinto le elezioni politiche e continuato la politica di tremonti, voluta dalla comunità europea e dal fondo monetario internazionale.
L’unico modo, per non essere travolti insieme al partido democratico nella prossima debacle, è fare una alleanza di sinistra e di opposizione.
Ma sel da un lato e la fed dall’altro sembrano disposte soltanto a serguire le sirene del pd, che, come quelle di ulisse, porteranno le barche del centrosinistra verso il prossimo naufragio.

Marco P. 25 maggio 2011 - 10:18

Questo articolo mi e’ piaciuto molto, puo’ essere un buon punto di partenza per una discussione nella sinistra, nei soggetti sociali che solitamente sono interlocutori della sinistra politica, nei soggetti che sono particolarmente colpiti dalla crisi economica,i giovani soprattutto e i lavoratori intellettuali precari (sia dipendenti sia professionisti a inizio carriera).

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