Ripartire da Napoli

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Abbiamo bisogno di una discussione fondativa. Perchè scavare a fondo è più difficile di fare un comunicato stampa o di pronunciare parole roboanti da un palco in piazza. Perchè è ora di interrogarci in maniera seria e compiuta sulla natura di Sel e la sua funzione in Italia e nel mezzogiorno. Le amministrative ci consegnano una forza che al nord risale la china, si innerva positivamente nei flussi di cambiamento delle grandi metropoli, condiziona e ricostruisce coalizioni e governi.

Le primarie si affermano come lo strumento per definire il perimetro di un altro centrosinistra in molti capoluoghi e prevalgono sull’idea di una coalizione imperniata sul centro ed il terzo polo. Prevale dunque l’ipotesi di una alleanza che non sceglie lo scivolamento moderato a tutti i costi e che fa della partecipazione una scelta irreversibile sul terreno degli uomini come dei contenuti.

Le amministrative chiudono definitivamente una fase che vede il Pd concentrato nella affannosa rincorsa di Casini e legittimano Sel come un alleato indispensabile e talvolta egemone sul piano politico, prima ancora che elettorale. Questa considerazione fa il paio con il progressivo declino della Lega e del Pdl come alleanza di governo capace di interpretare i bisogni di un paese che cambia.

Il fallimento della prova di governo conta, ma c’è qualcosa di più profondo e netto: va esaurendosi il ciclo conservatore in Italia, che non riesce più a governare la parabola discendente di un paese invecchiato, non autosufficiente dal punto di vista energetico, con un apparato produttivo povero e tutt’altro che competitivo.

La ricetta dei conservatori ha fallito perchè aveva puntato tutto sullo smantellamento dello stato sociale e sulla frattura radicale del paese. La locomotiva del nord corre, il sud seguirà: questo il leit motiv che abbiamo ascoltato per anni. Non ha funzionato ed i conservatori hanno cominciato ad arretrare anche nel settentrione, stretti tra la crisi economica ed un leghismo che si è fatto sistema di potere ed ha scambiato il buon governo con l’esaltazione delle piccole patrie.

Pisapia si afferma perchè porta un punto di vista aperto, europeo, cosmopolita ad una Milano che ha perso peso politico ed economico, perchè delinea una capitale del nord solidale e a misura d’uomo, che investe sui giovani cervelli e non lascia terreno alla rendita fondiaria, che considera l’Expo come un’occasione di sviluppo e non come l’ennesima grande abbuffata.

La nuova fase di modernizzazione del Nord viene delineata – alla fine di un trentennio segnato dall’ininfluenza – proprio dalla sinistra e non sul terreno squisitamente neoliberista. Questo è un fatto nuovo, rivoluzionario: portiamo il mondo nella parte del paese più avanzata dal punto di vista economico ed allo stesso tempo maggiormente attraversata da pulsioni xenofobe. Mica poco.

Il centrosinistra riprende fiato, dunque. E le conseguenze sul governo Berlusconi possono essere molteplici. Intanto, si riapre una partita, e la riapre un centrosinistra non camuffato e non subalterno che può oggi rimettere in campo l’alternativa e demolire gli ultimi capisaldi degli anni della paura, dell’egoismo sociale, della rivoluzione passiva delle classi dirigenti del paese.

E Napoli? Ed il Mezzogiorno? Il voto ci consegna un dato, su cui va aperta una riflessione senza sconti. Il Pd non riesce ad essere più il perno dell’alternativa. Appare troppo legato alle vecchie consorterie di potere e talvolta si muove più come l’ultimo partito della Prima Repubblica, anziché, come sembrava nella fase ascendente di Veltroni, come il primo della Terza.

Abbiamo pagato un prezzo alto a Napoli, innanzitutto sul terreno del governo dei processi amministrativi. Fermi sulle gambe, incapaci di reagire alla retorica del decadimento, inadeguati ad aprire una sfida sul futuro industriale e produttivo della città. Abbiamo immaginato di assecondare la città, dando per scontato che fosse immutabile nella sua natura profondamente sanfedista – e, quindi, reazionaria – limitandoci, in quel quadro, ad interpretare un ruolo puramente correttivo. Ed abbiamo fallito.

Nel frattempo il vivere urbano si degradava sempre di più, il blocco dei trasferimenti limitava ulteriormente la capacità redistributiva di un governo cittadino attraversato da mille emergenze, declinava, infine, la potenza di un messaggio progressivo e partecipativo segnando un solco incolmabile tra il palazzo e la vita quotidiana.

La rivoluzione dell’ordinario – qualcosa che noi abbiamo sempre considerato troppo poco per la missione storica della sinistra – non è stata neanche iniziata, lasciando al caso e alla sciatteria intere aree periferiche della metropoli, condannate all’inquinamento, al traffico, alla sporcizia e all’abusivismo.

Insomma, siamo apparsi come una setta di resistenti, che si limitavano a tenere in caldo il ricordo di un 93 che era scomparso troppo presto e non vedevano che la spinta riformatrice era esaurita da tempo, senza che venisse sostituita da alcunchè di concreto e visibile. Tangentopoli, l’elezione diretta, i nuovi sindaci: abbiamo scelto la strada di un riformismo istituzionale che ha retto fino a quando personalità forti erano riconosciute ed in sella, ma, alla prova dei fatti, non si è dimostrato capace di frenare il processo di impoverimento secco che le popolazioni meridionali hanno subito.

D’altra parte, non può mai prendere piede un’autentica riforma della politica al netto della società e dell’economia. Perchè a questo si è limitata la sinistra in questo paese: provare ad impedire che la soglia di diseguaglianza non diventasse intollerabile ai più, cercando di evitare che politiche salariali non espansive erodessero ulteriormente le riserve familiari e cercando allo stesso tempo di mantenere il paese entro i binari di un patto di stabilità che imponeva una riduzione drastica del debito pubblico e l’apertura di programmi di privatizzazione che sono sempre più apparsi propositi di dismissione di interi assetti strategici.

In buona sostanza, abbiamo agito come dei pompieri, mentre attorno scoppiava l’incendio. L’incendio dei rifiuti, l’incendio della sanità che scoppiava nel debito e nelle inefficienze, l’incendio di migliaia di giovani braccia e cervelli che abbandonavano il sud di questo paese e spezzavano inevitabilmente il ciclo del ricambio biologico nell’agricoltura, nell’artigianato, nelle professioni.

Nel frattempo, perdevamo Provincia e Regione, senza aprire una discussione sui motivi, dividendoci in maniera talvolta abbastanza semplicistica tra continuisti ed innovatori. Discussione che non siamo mai riusciti a concludere, troppo occupati ad elaborare il lutto di una lunga serie di stop and go del nostro progetto collettivo.

Ed invece il tema del mezzogiorno e del governo delle città era e rimane un pezzo della nostra identità: non c’è sinistra credibile se non ha un punto di vista autonomo su Napoli e sulla vasta area che la circonda. Se non si interroga sul sistema di alleanze sociali e politiche che definisce, sulla vocazione produttiva di un’agglomerato di tre milioni e mezzo di abitanti e sulle forme attraverso cui viene costruito il consenso in queste aree e come esso determina nuovi equilibri e nuovi poteri.

Forse chiediamo troppo ad una piccola forza, tuttavia è il compito che ci assegna la tribolata storia di questo paese in questo preciso momento. Il valore dell’unità delle forze democratiche e progressiste, che abbiamo sempre rivendicato e che è stato il motivo principale della scelta che abbiamo operato nei mesi scorsi, prima con le primarie poi con la candidatura di Mario Morcone, non è apparso sufficiente per segnare una ripartenza.

Non sempre la linearità delle scelte paga ed il terremoto che è accaduto con la prevalenza al primo turno di De Magistris, che noi sosteniamo con forza e convinzione nel ballottaggio, non lo abbiamo visto. L’avevamo avvertito come possibile, ma non considerato nella sua entità reale, convinti che alla fine il peso dei partiti avrebbe spianato la strada ad un centrosinistra più classico.

Non è andata così e non è un fatto di poco conto, perchè per molto tempo cambierà la natura dei rapporti nella coalizione ed il segno dei processi politici nel mezzogiorno: riapre la stagione di sindaci molto visibili e popolari e riduce inevitabilmente lo spazio di iniziativa dei partiti.

Eppure, può affermarsi ed estendersi una nuova sinistra politica nel mezzogiorno se non torna il tema di soggetti collettivi in grado di ricostruire un tessuto connettivo attraverso la mediazione necessaria tra bisogni ed interesse generale, lo sguardo lungo che va oltre il contingente elettorale, la capacità di radicamento sociale prima ancora che territoriale? Oppure dobbiamo inseguire la tentazione dell’affidamento alla scorciatoia individualistica, alla delega in bianco, alla collezione dei santini elettorali con facce sgranate e con simboli sempre più sbiaditi?

La supplenza dei soggetti collettivi l’abbiamo già vissuta con Bassolino – che non è riuscito a sconfiggere il ritorno di vecchie logiche e di vecchi corporativismi – tant’è che oggi non abbiamo più lenti di interpretazione adeguate. Abbiamo smesso di studiare il mondo del lavoro e non abbiamo compreso che la spoliticizzazione delle fabbriche e dei luoghi di produzione era un dato talmente acquisito che anche la mediazione sindacale non bastava più. Era in atto, invece, un’esplosione che non chiedeva più rappresentanza politica.

Dove vanno a finire quelle energie? A chi chiedono voce e dove pensano di poter contare? Si riallacciano con vecchi e nuovi sistemi clientelari, riesumando il vecchio vizio trasformistico del mezzogiorno – pdl o pd, uguali sono – oppure sfociano nella dimensione corporativa e particolaristica, invocando forche e ritorsioni? Dobbiamo combattere a mani nude per evitare le due derive. E per farlo siamo pochi, ancora troppo piccoli ed esili. O alziamo lo sguardo oltre il nostro naso e ci reimmergiamo nella realtà, sapendo guardare senza pregiudizi anche le cose che non ci piacciono, oppure soccombiamo.

Perchè la politica professionale si è trasformata progressivamente in un privilegio insopportabile, dove le caste non sono solo distanti dal popolo, ma le sono fondamentalmente estranee. A Napoli questo siamo apparsi, questo è sembrato ed in larga parte è stato il centrosinistra.

Per questo abbiamo perso e quello che viene dopo rappresenta una vera e propria incognita. Tuttavia, i risultati ci consegnano pur timidamente in tutta la regione un no secco al berlusconismo e non consentono il pieno dispiegarsi della destra come appariva naturale appena qualche mese fa.

E se a Napoli vince De Magistris viene interrotta la filiera istituzionale progettata da Nicola Cosentino, aprendo uno sconquasso nella destra campana e rimettendone in discussione persino la leadership. La nostra analisi partirà inevitabilmente da questi dati ed alché il partito dovrà sapersi tuffare nella nuova fase. Per questo parlo di un discorso fondativo.

Definire davvero e per i prossimi anni una nuova stagione di autonomia della sinistra campana, in grado di aggredire con più lucidità e agilità i passaggi politici che si aprono.

Arturo Scotto

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Carla Cirillo 26 maggio 2011 - 19:13

Quello che afferma Arturo Scotto non mi convince fino in fondo. Non credo che il problema sia essere una grande forza o una piccola forza. Se guardo a quello che è capace di fare, per esempio, una associazione come Greenpeace in tutto il mondo, mi chiedo come ha fatto la sinistra in Italia con il tipo di organizzazione che aveva il PCI sul territorio a ridursi a casta privilegiata. Può darsi che alcune delle cose affermate da Scotto siano vere. Ma qualcuno deve pur avuto la responsabilità di averle fatte arrivare a quel punto, senza avere il coraggio di dire pane al pane e vino al vino, e qui mi riferisco alla questione dei rifiuti, che è il nocciolo di tutto il resto. Non basta più dividersi tra coloro che rigettano in toto la gestione Bassolino e chi dice che non è tutto da buttare a mare. Inutile cercare di eludere la verità dei fatti: chi ha tratto un vantaggio da una simile gestione dei rifiuti? Se non si risponde a questa domanda, se l’amministrazione di comuni provincie e regioni piccole o grandi non si basa sulla tutela degli interessi dei cittadini, allora su che cosa si basa? Senza ristabilire la retta via, che è quella di essere al servizio della cittadinanza, non si va da nessuna parte. Il resto sono solo chiacchiere, che lasciano il tempo che trovano. I cittadini, quando si agisce nel loro interesse, sanno riconoscerlo, perchè lo possono riscontrare nella quotidianeità. Prima di ripartire da tutto il resto, incominciamo con una soluzione corretta e condivisa dei rifiuti. All’interno di Sel abbiamo persone come Fulvia Bandoli e Valerio Calzolaio che si occupano da anni di ambiente e di ecologia. Sono convinta che sarebbero disponibili a girare anche al Sud, se gli venisse chiesto. Una volta tanto al Sud cominciamo con le professionalità giuste, invece di girare intorno ai problemi senza essere capaci di risolverli. Cominciamo con giovani bioarchitetti e bioingegneri a recuperare le periferie napoletane dove ci sarebbe tanto da salvare e ristrutturare. Cominciamo con amministrazioni di sinistra che, una volta per tutte, smettano anche loro di rincorrere gli oneri di urbanizzazione per fare soldi. Eccetera, eccetera, eccetera…

Marco 25 maggio 2011 - 10:19

E’ un po’ complicato adesso aprire la stagione dell’autonomia dopo che SEL si è autoaffondata insieme al Pd per mancanza appunto di autonomia da questo.

Gina 25 maggio 2011 - 02:47

meglio tardi che mai

Filippo Boatti 24 maggio 2011 - 23:24

Peraltro trovo del tutto fisiologico che la spinta di SEL nel sud si sia un po’ appannata e che la palla sia passata al nord. Non ho dubbi che poi il sud tornerà a dare segnali di rinnovamento. Insomma mi convincono poco le discussioni concitate e il cercare il colpevole, va bene riflettere per correggere gli errori e innovare.

Filippo Boatti 24 maggio 2011 - 23:20

Perfettamente d’accordo con Alfonso Gianni. Bene per l’apertura di una riflessione, andate avanti. Anche se personalmente sono poco convinto che De Magistris sia la soluzione, c’è bisogno di una cultura autonoma di SEL come nuova sinistra riformatrice, quella che mette in campo Pisapia, naturalmente alleata con le forze del centrosinistra. Positivo comunque che De Magistris abbia smesso di fare il bullo e abbia ricomposto il centrosinistra verso il secondo turno.

Francesco Lombardi 24 maggio 2011 - 22:56

Purtroppo lo sbaglio commesso da Sel nell’appoggiare il moderato Morcone, rappresentante della continuità suicida di una disastrosa politica del PD sul territorio campano e napoletano,con amministrazioni piene di ombre e di distanza dalle reali esigenze della popolazione;tale sbaglio di Sel a Napoli è stato subito evidente per la clamorosa affermazione di De Magistris e la caduta libera del PD. Facilmente Sel era politicamente convinta che il non appoggio all’uomo del Pd si sarebbe rivelata una scelta minoritaria e quindi perdente.Considerando le ovvie differenze,però, una scelta politica con motivazioni simili è stata compiuta da Sel anche a Torino accettando passivamente il programma liberista di Fassino con le sue imposizioni/esclusioni a sinistra, ma nel caso di Torino la netta vittoria del candidato del PD (più che scontata),ha nascosto la estrema debolezza politica di Sel in tale scelta di sudditanza . Al contrario, sia a Milano che a Cagliari Sel ha saputo compiere con coraggio scelte politiche vincenti nel proporre candidati di rottura rispetto ai vuoti e sterili programmi del PD. Morale della favola: Sel sia a Torino che a Napoli ha finito per mostrare una certa ambiguità e una certa incoerenza rispetto al suo programma e ai suoi obiettivi,e per tale ragione Sel ha finito anche per deludere non pochi suoi potenziali elettori e non solo a Napoli ove ciò è stato più che evidente. Io sono iscritto a Sel e abito a Roma, ma se fossi stato di Napoli avrei votato sicuramente per De Magistris e a Torino non avrei dato sicuramente il voto a Fassino.

Gennaro 24 maggio 2011 - 18:19

RIPARTIRE DA NAPOLI SI’ MA DAGLI ERRORI COMMESSI NELLA SCELTA DI
COALIZIONE ED ANCHE DA ERRORI PRECEDENTI. DI SEL OCCORREVA ED OCCORRE DISCUTERE ANZI RIDISCUTERE. NON SEMPRE LO ABBIAMO FATTO IN CAMPANIA. RIAPRIAMO LA PARTITA GUARDANDO BENE DENTRO DI NOI ED OLTRE DI NOI.

Merkuzio 24 maggio 2011 - 14:38

@Luca: Se leggo quanto scrivi cioé questo: “evidentemente chi voleva appoggiare de magistris sperava nel referendum tra gli iscritti per ribaltare questa situazione negli organismi, visti anche i tentennamenti di roma.”
Poi: “e ancora: tutta sel è davvero autonoma dal pd, o ce ne è una parte, quella che ha deciso il referendum, che lo è un po’ meno?” Ora, due sono le cose: o il referendum è stato convocato per far passare l’alleanza con De Magistris che era in minoranza in tutti gli organismi, quindi chi ha voluto il referendum è quella parte autonoma dal Pd. O se il referendum è stato voluto dalla parte meno autonoma del Pd, allora o sono degli autolesionisti oppure sapevano di poterlo vincere in ogni caso. Probabilmente è stato accettato come soluzione salomonica da entrambe le parti per : 1) per non fare una battaglia per de magistris negli organismi senza i numeri e quindi logorarsi ed essere costretti presto( diciamo dopo il voto una volta che morcone fosse andato al ballottaggio) a dimettersi 2)da parte dei sostenitori di Morcone perché consapevoli del tesseramento gonfiato e della disponibilità di truppe cammellate, il che è effettivamente successo. Ergo probabilmente ha ragine tommaso, si devono dimettere tutti: segretario, segreteria e direttivo. Ma il problema mi pare più ampio e probabilemente riguarda tutto il gruppo dirigente come l’articolo qui sopra dimostra. Per chi non l’avesse capito l’autore diffida fortemente di De Magistris e rimpiange che l’alleanza con il Pd non abbia dato i frutti sperati.

Alfonso Gianni 24 maggio 2011 - 14:38

Pisapia a Milano non rappresenta la modernizzazione (concetto che applicherei piuttosto ai maquillages che la destra fa dell’attuale società) ma una forte innovazione che sa anche recuperare il meglio della tradizione socialista del governo della città in tempi passati. la sua caratteristica non è la radicalità, ma l’inclusività, cioè la capacità di sapere parlare a una porzione molto ampia della società, compresa quella borghesia produttiva che sotto Belrlusconi mordeva il freno e che a Milano non era mai sparita. Inoltre è stato decisivo il suo legame con la “cittadinanza attiva” ossia con quegli 81 comitati che sono sorti nei quartieri milanesi, a politici ma non antipolitici. Poi ci sono state le primarie – ma da sole non avrebbero fatto il miracolo – che il Pd ha rispettato correttamente, traendone esso stesso vantaggio in termini di voti. A Napoli le cose sono andate diversamente. Non mi pare che Beppe De Cristofaro debba essere l’unico ad assumersene la responsabilità. Comunque in questo modo ha aperto una discussione che è di interesse nazionale e gli va dato atto. L’importante non è evitare gli errori, perchè questo non è sempre possibile, ma imparare dagli errori commessi. Almeno così non sono inutili.

Sitio Mundo Tommaso Cenvinzo Napoli 24 maggio 2011 - 14:08

concordo con Luca, la mia schematizzazione parte dal suo ragionamento.

Luca 24 maggio 2011 - 13:54

caro tommaso, la realtà e un po’ diversa dalle tue schematizzazioni..
il referendum tra gli iscritti si è fatto (e qualcuno se lo è inventato) perchè la linea di sostenere de magistris era in minoranza in segreteria, nel direttivo e in assemblea.. evidentemente chi voleva appoggiare de magistris sperava nel referendum tra gli iscritti per ribaltare questa situazione negli organismi, visti anche i tentennamenti di roma..
bisognerebbe chiedersi: come mai il segretario provinciale era in minoranza in questi organismi?
e ancora: tutta sel è davvero autonoma dal pd, o ce ne è una parte, quella che ha deciso il referendum, che lo è un po’ meno?

Vincenzo Esposito 24 maggio 2011 - 13:27

L’errore politico vero non è stato quello di scegliere un giusto profilo riformista, scegliendo Morcone, invece della demagogia populista di LDM. L’errore vero è stato quello di essere i più fedeli servitori della peggiore giunta che Napoli ricordi da Lauro. SEL ha pagato la subalternità culturale ed ideologica al “partito unico della spesa pubblica” confondendo perfino la necessaria divisione tra autonomia della dirigenza politica e ingrasso nei CdA. L’errore è stato promuovere un gruppo dirigente “buono per tutte le stagioni” con Bassolino, dopo Bassolino, etc. L’errore vero è stato quello di “rappresentarsi” come una burocrazia pubblica autoreferenziale.
Dopo che LDM avrà fatto il lavoro sporco (resettare la sinistra) bisognerà ripartire. Possiamo chiudere con la sommatoria del vecchio e ripartire per ricostruire una forza laica, socialista e libertaria? Per me si può

Sitio Mundo Tommaso Cenvinzo Napoli 24 maggio 2011 - 13:09

Trovo molto interessante l’analisi fatta da Arturo, che vale la pena ricordare, è il Coordinatore regionale di SEL Campania e che quindi bene fa a dare degli spunti di attenta riflessione.
Telegraficamente dico:
1) NO ad una discussione fondativa,ci impegnerebbe troppo e ci lacererebbe ulteriormente, il Partito nasce meno di un anno fa, basta solo allineare i principi fondativi e statutari con il Partito territoriale (non è stato fatto!)
2) SI ad una sana competizione con il PD, quando c’è da rompere si rompe e quando c’è da cucire si cuce (così si cresce!)
3) FORSE dimentichiamo che a Napoli il candidato Morcone è stato scelto attraverso un referendum degli iscritti, allora bisogna avere il coraggio di dire che l’Assemblea, il Direttivo, la Segreteria ed il Segretario (Federazione di Napoli)non sono stati capaci di dare una linea politica al Partito e per non assumersi responsabilità hanno scelto di non scegliere. Non basta fare autocritica ed ammettere di avere sbagliato, perchè non si tratta di una scelta non azzeccata ma si tratta di incapacità dirigenziale.

con affetto Tommaso

Gianni Melilla 24 maggio 2011 - 12:59

Purtroppo quando si naviga in mare aperto errori vanno messi nel conto. Quello fatto a Napoli è un errore grave che colpisce il profilo politico nazionale di SEL tanto più in un contesto di grande affermazione del centrosinistra e di SEL soprattutto nel centro nord. Dopo il disastro delle primarie con il suicidio del PD, dovevamo cogliere la novità politica di un centrosinistra che non doveva fare più perno sul PD. Era necessaria una discontinuità forte nelle politiche e nelle persone.De Magistris ha avuto la forza di rappresentarla. Speriamo di vincere nonostante tutto

Principe 24 maggio 2011 - 11:33

.. per ripartire da Napoli, bisogna innanzitutto ridurre il peso di chi ha portato SEL ha commettere questo INCREDIBILE errore! Le scelte politiche non possono diventare orfane appena si dimostrano sbagliate!
Adesso, massimo impegno per il ballottaggio!
Dopo, oltre alle lettere, interveniamo con le armi della politica per fare in modo che SEL sia anche a Napoli ciò che è in tutto il resto d’Italia: il punto di riferimento per l’alternativa!

Senatore 24 maggio 2011 - 10:39

Ripartire dal mezzogiorno,di cui Napoli è un pezzo,grande ma sempre un pezzo.
Nonostante i tantissimi iscritti Sel nelle regioni venute su con il bassolinismo e il loierismo mostra arretramenti spaventosi,lo dimostrano i dati elettorali dei tanti piccoli comuni chiamati al voto,in Campania e Calabria.
Sono per un drastico cambio di guardia,diverse generazioni e senza farne questioni anagrafiche, devono essere chiamate e coinvolte nella direzione e costruzione del progetto.Così come gli elettori di Napoli si sono sentiti umiliati da quel centrosinistra di cui anche noi abbiamo fatto parte,così anche i tanti militanti di Sel si sentono umiliati da chi li rappresenta.Bisogna farlo ora,e avere il coraggio di farlo.

Dario Accurso Liotta 24 maggio 2011 - 10:06

Bravo arturo.
Il tuo articolo mi ha convinto. Adesso pancia sotto fino a domenica poi apriamo una fase “fondativa” di questa nostra “piccola grande forza”.

Vorrei fare una osservazione:

in diversi comuni del nord, Milano in testa ma in misura diversa Varese, gallarate, caronno, in modo ancora diverso Bologna e la stessa Torino, SEL è stata determinante per orientare il centro sinistra tutto, al di là della differenza dei risultati elettorali.
E’ stata determinante per rimettere in “circuito” le forze migliori, sociali e intelletuali che fanno riferimento al PD.

Dove questa operazione è avvenuta con più lucidità il centro sinistra è avanzato… Dove abbiamo seguito il PD in una routine “d’opposizione” siamo rimasti al palo.

Intorno alla capacità di essere unitari, propositivi ma anche innovativi nei confronti proprio del PD si gioca la nostra capacità d’azione.

Questo partito, nato “moderato” non “riformista”, ha all’m interno più anime che si “bloccano” vicendevolmente, la soluzione di questo nodo segnerà pesantemente il futuro del centro sinistra, sta a noi essere protagonisti nello scioglierlo proporre soluzioni più avanzate.

Non credo sarà facile ma non vedo altre strade… Se non eccessivamente autoreferenziali.
Ciao

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