Abbiamo bisogno di una discussione fondativa. Perchè scavare a fondo è più difficile di fare un comunicato stampa o di pronunciare parole roboanti da un palco in piazza. Perchè è ora di interrogarci in maniera seria e compiuta sulla natura di Sel e la sua funzione in Italia e nel mezzogiorno. Le amministrative ci consegnano una forza che al nord risale la china, si innerva positivamente nei flussi di cambiamento delle grandi metropoli, condiziona e ricostruisce coalizioni e governi.
Le primarie si affermano come lo strumento per definire il perimetro di un altro centrosinistra in molti capoluoghi e prevalgono sull’idea di una coalizione imperniata sul centro ed il terzo polo. Prevale dunque l’ipotesi di una alleanza che non sceglie lo scivolamento moderato a tutti i costi e che fa della partecipazione una scelta irreversibile sul terreno degli uomini come dei contenuti.
Le amministrative chiudono definitivamente una fase che vede il Pd concentrato nella affannosa rincorsa di Casini e legittimano Sel come un alleato indispensabile e talvolta egemone sul piano politico, prima ancora che elettorale. Questa considerazione fa il paio con il progressivo declino della Lega e del Pdl come alleanza di governo capace di interpretare i bisogni di un paese che cambia.
Il fallimento della prova di governo conta, ma c’è qualcosa di più profondo e netto: va esaurendosi il ciclo conservatore in Italia, che non riesce più a governare la parabola discendente di un paese invecchiato, non autosufficiente dal punto di vista energetico, con un apparato produttivo povero e tutt’altro che competitivo.
La ricetta dei conservatori ha fallito perchè aveva puntato tutto sullo smantellamento dello stato sociale e sulla frattura radicale del paese. La locomotiva del nord corre, il sud seguirà: questo il leit motiv che abbiamo ascoltato per anni. Non ha funzionato ed i conservatori hanno cominciato ad arretrare anche nel settentrione, stretti tra la crisi economica ed un leghismo che si è fatto sistema di potere ed ha scambiato il buon governo con l’esaltazione delle piccole patrie.
Pisapia si afferma perchè porta un punto di vista aperto, europeo, cosmopolita ad una Milano che ha perso peso politico ed economico, perchè delinea una capitale del nord solidale e a misura d’uomo, che investe sui giovani cervelli e non lascia terreno alla rendita fondiaria, che considera l’Expo come un’occasione di sviluppo e non come l’ennesima grande abbuffata.
La nuova fase di modernizzazione del Nord viene delineata – alla fine di un trentennio segnato dall’ininfluenza – proprio dalla sinistra e non sul terreno squisitamente neoliberista. Questo è un fatto nuovo, rivoluzionario: portiamo il mondo nella parte del paese più avanzata dal punto di vista economico ed allo stesso tempo maggiormente attraversata da pulsioni xenofobe. Mica poco.
Il centrosinistra riprende fiato, dunque. E le conseguenze sul governo Berlusconi possono essere molteplici. Intanto, si riapre una partita, e la riapre un centrosinistra non camuffato e non subalterno che può oggi rimettere in campo l’alternativa e demolire gli ultimi capisaldi degli anni della paura, dell’egoismo sociale, della rivoluzione passiva delle classi dirigenti del paese.
E Napoli? Ed il Mezzogiorno? Il voto ci consegna un dato, su cui va aperta una riflessione senza sconti. Il Pd non riesce ad essere più il perno dell’alternativa. Appare troppo legato alle vecchie consorterie di potere e talvolta si muove più come l’ultimo partito della Prima Repubblica, anziché, come sembrava nella fase ascendente di Veltroni, come il primo della Terza.
Abbiamo pagato un prezzo alto a Napoli, innanzitutto sul terreno del governo dei processi amministrativi. Fermi sulle gambe, incapaci di reagire alla retorica del decadimento, inadeguati ad aprire una sfida sul futuro industriale e produttivo della città. Abbiamo immaginato di assecondare la città, dando per scontato che fosse immutabile nella sua natura profondamente sanfedista – e, quindi, reazionaria – limitandoci, in quel quadro, ad interpretare un ruolo puramente correttivo. Ed abbiamo fallito.
Nel frattempo il vivere urbano si degradava sempre di più, il blocco dei trasferimenti limitava ulteriormente la capacità redistributiva di un governo cittadino attraversato da mille emergenze, declinava, infine, la potenza di un messaggio progressivo e partecipativo segnando un solco incolmabile tra il palazzo e la vita quotidiana.
La rivoluzione dell’ordinario – qualcosa che noi abbiamo sempre considerato troppo poco per la missione storica della sinistra – non è stata neanche iniziata, lasciando al caso e alla sciatteria intere aree periferiche della metropoli, condannate all’inquinamento, al traffico, alla sporcizia e all’abusivismo.
Insomma, siamo apparsi come una setta di resistenti, che si limitavano a tenere in caldo il ricordo di un 93 che era scomparso troppo presto e non vedevano che la spinta riformatrice era esaurita da tempo, senza che venisse sostituita da alcunchè di concreto e visibile. Tangentopoli, l’elezione diretta, i nuovi sindaci: abbiamo scelto la strada di un riformismo istituzionale che ha retto fino a quando personalità forti erano riconosciute ed in sella, ma, alla prova dei fatti, non si è dimostrato capace di frenare il processo di impoverimento secco che le popolazioni meridionali hanno subito.
D’altra parte, non può mai prendere piede un’autentica riforma della politica al netto della società e dell’economia. Perchè a questo si è limitata la sinistra in questo paese: provare ad impedire che la soglia di diseguaglianza non diventasse intollerabile ai più, cercando di evitare che politiche salariali non espansive erodessero ulteriormente le riserve familiari e cercando allo stesso tempo di mantenere il paese entro i binari di un patto di stabilità che imponeva una riduzione drastica del debito pubblico e l’apertura di programmi di privatizzazione che sono sempre più apparsi propositi di dismissione di interi assetti strategici.
In buona sostanza, abbiamo agito come dei pompieri, mentre attorno scoppiava l’incendio. L’incendio dei rifiuti, l’incendio della sanità che scoppiava nel debito e nelle inefficienze, l’incendio di migliaia di giovani braccia e cervelli che abbandonavano il sud di questo paese e spezzavano inevitabilmente il ciclo del ricambio biologico nell’agricoltura, nell’artigianato, nelle professioni.
Nel frattempo, perdevamo Provincia e Regione, senza aprire una discussione sui motivi, dividendoci in maniera talvolta abbastanza semplicistica tra continuisti ed innovatori. Discussione che non siamo mai riusciti a concludere, troppo occupati ad elaborare il lutto di una lunga serie di stop and go del nostro progetto collettivo.
Ed invece il tema del mezzogiorno e del governo delle città era e rimane un pezzo della nostra identità: non c’è sinistra credibile se non ha un punto di vista autonomo su Napoli e sulla vasta area che la circonda. Se non si interroga sul sistema di alleanze sociali e politiche che definisce, sulla vocazione produttiva di un’agglomerato di tre milioni e mezzo di abitanti e sulle forme attraverso cui viene costruito il consenso in queste aree e come esso determina nuovi equilibri e nuovi poteri.
Forse chiediamo troppo ad una piccola forza, tuttavia è il compito che ci assegna la tribolata storia di questo paese in questo preciso momento. Il valore dell’unità delle forze democratiche e progressiste, che abbiamo sempre rivendicato e che è stato il motivo principale della scelta che abbiamo operato nei mesi scorsi, prima con le primarie poi con la candidatura di Mario Morcone, non è apparso sufficiente per segnare una ripartenza.
Non sempre la linearità delle scelte paga ed il terremoto che è accaduto con la prevalenza al primo turno di De Magistris, che noi sosteniamo con forza e convinzione nel ballottaggio, non lo abbiamo visto. L’avevamo avvertito come possibile, ma non considerato nella sua entità reale, convinti che alla fine il peso dei partiti avrebbe spianato la strada ad un centrosinistra più classico.
Non è andata così e non è un fatto di poco conto, perchè per molto tempo cambierà la natura dei rapporti nella coalizione ed il segno dei processi politici nel mezzogiorno: riapre la stagione di sindaci molto visibili e popolari e riduce inevitabilmente lo spazio di iniziativa dei partiti.
Eppure, può affermarsi ed estendersi una nuova sinistra politica nel mezzogiorno se non torna il tema di soggetti collettivi in grado di ricostruire un tessuto connettivo attraverso la mediazione necessaria tra bisogni ed interesse generale, lo sguardo lungo che va oltre il contingente elettorale, la capacità di radicamento sociale prima ancora che territoriale? Oppure dobbiamo inseguire la tentazione dell’affidamento alla scorciatoia individualistica, alla delega in bianco, alla collezione dei santini elettorali con facce sgranate e con simboli sempre più sbiaditi?
La supplenza dei soggetti collettivi l’abbiamo già vissuta con Bassolino – che non è riuscito a sconfiggere il ritorno di vecchie logiche e di vecchi corporativismi – tant’è che oggi non abbiamo più lenti di interpretazione adeguate. Abbiamo smesso di studiare il mondo del lavoro e non abbiamo compreso che la spoliticizzazione delle fabbriche e dei luoghi di produzione era un dato talmente acquisito che anche la mediazione sindacale non bastava più. Era in atto, invece, un’esplosione che non chiedeva più rappresentanza politica.
Dove vanno a finire quelle energie? A chi chiedono voce e dove pensano di poter contare? Si riallacciano con vecchi e nuovi sistemi clientelari, riesumando il vecchio vizio trasformistico del mezzogiorno – pdl o pd, uguali sono – oppure sfociano nella dimensione corporativa e particolaristica, invocando forche e ritorsioni? Dobbiamo combattere a mani nude per evitare le due derive. E per farlo siamo pochi, ancora troppo piccoli ed esili. O alziamo lo sguardo oltre il nostro naso e ci reimmergiamo nella realtà, sapendo guardare senza pregiudizi anche le cose che non ci piacciono, oppure soccombiamo.
Perchè la politica professionale si è trasformata progressivamente in un privilegio insopportabile, dove le caste non sono solo distanti dal popolo, ma le sono fondamentalmente estranee. A Napoli questo siamo apparsi, questo è sembrato ed in larga parte è stato il centrosinistra.
Per questo abbiamo perso e quello che viene dopo rappresenta una vera e propria incognita. Tuttavia, i risultati ci consegnano pur timidamente in tutta la regione un no secco al berlusconismo e non consentono il pieno dispiegarsi della destra come appariva naturale appena qualche mese fa.
E se a Napoli vince De Magistris viene interrotta la filiera istituzionale progettata da Nicola Cosentino, aprendo uno sconquasso nella destra campana e rimettendone in discussione persino la leadership. La nostra analisi partirà inevitabilmente da questi dati ed alché il partito dovrà sapersi tuffare nella nuova fase. Per questo parlo di un discorso fondativo.
Definire davvero e per i prossimi anni una nuova stagione di autonomia della sinistra campana, in grado di aggredire con più lucidità e agilità i passaggi politici che si aprono.
Arturo Scotto
Quello che afferma Arturo Scotto non mi convince fino in fondo. Non credo che il problema sia essere una grande forza o una piccola forza. Se guardo a quello che è capace di fare, per esempio, una associazione come Greenpeace in tutto il mondo, mi chiedo come ha fatto la sinistra in Italia con il tipo di organizzazione che aveva il PCI sul territorio a ridursi a casta privilegiata. Può darsi che alcune delle cose affermate da Scotto siano vere. Ma qualcuno deve pur avuto la responsabilità di averle fatte arrivare a quel punto, senza avere il coraggio di dire pane al pane e vino al vino, e qui mi riferisco alla questione dei rifiuti, che è il nocciolo di tutto il resto. Non basta più dividersi tra coloro che rigettano in toto la gestione Bassolino e chi dice che non è tutto da buttare a mare. Inutile cercare di eludere la verità dei fatti: chi ha tratto un vantaggio da una simile gestione dei rifiuti? Se non si risponde a questa domanda, se l’amministrazione di comuni provincie e regioni piccole o grandi non si basa sulla tutela degli interessi dei cittadini, allora su che cosa si basa? Senza ristabilire la retta via, che è quella di essere al servizio della cittadinanza, non si va da nessuna parte. Il resto sono solo chiacchiere, che lasciano il tempo che trovano. I cittadini, quando si agisce nel loro interesse, sanno riconoscerlo, perchè lo possono riscontrare nella quotidianeità. Prima di ripartire da tutto il resto, incominciamo con una soluzione corretta e condivisa dei rifiuti. All’interno di Sel abbiamo persone come Fulvia Bandoli e Valerio Calzolaio che si occupano da anni di ambiente e di ecologia. Sono convinta che sarebbero disponibili a girare anche al Sud, se gli venisse chiesto. Una volta tanto al Sud cominciamo con le professionalità giuste, invece di girare intorno ai problemi senza essere capaci di risolverli. Cominciamo con giovani bioarchitetti e bioingegneri a recuperare le periferie napoletane dove ci sarebbe tanto da salvare e ristrutturare. Cominciamo con amministrazioni di sinistra che, una volta per tutte, smettano anche loro di rincorrere gli oneri di urbanizzazione per fare soldi. Eccetera, eccetera, eccetera…