Scuola e Costituzione: un binomio inscindibile.

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La scuola italiana, di ogni ordine e grado è la fucina per la formazione dei cittadini del domani.
E’ indubbio che attualmente versa in gravi condizioni, a causa degli attacchi condotti verso tutta la pubblica amministrazione e la scuola in particolare.

Le funzioni della scuola sono riscontrabili essenzialmente in:
• la formazione della persona e del cittadino;
• la trasmissione  delle conoscenze storiche che hanno caratterizzato la formazione dello stato in cui viviamo;
• l’accrescimento delle conoscenze culturali e tecniche, in modo che gli alunni possano inserirsi agevolmente nella società, una volta divenuti adulti;
• l’incentivazione delle capacità di partecipazione civica ai meccanismi democratici, in modo che a tutti possa essere data la possibilità di partecipazione alla vita dello stato.

C’è stato un gran dibattito nell’ultimo ventennio su quali dovessero essere le conoscenze che la scuola deve trasmettere. Alcuni tentativi maldestri di modifica dei programmi sono stati portati avanti in quelle regioni ove le formazioni politiche a grande espressione localistica sono diffuse. Altri tentativi hanno cercato di mettere in discussione la storia tout court, in modo da avallare le tesi della propria parte politica.
Non è un argomento di poco conto. Se la stessa storia di un popolo viene messa in contraddizione dalle parti politiche contrenti, non è la conoscenza degli stessi scolari che viene ad essere messa in discussione, ma la stessa essenza e cultura del popolo che in quello stato vive.

Le conoscenze culturali e tecniche sono attualmente fondate su programmi poco rivisitati ed ancora fondati su quanto si conosceva in passato. Affermare che la scuola non riesce a rispecchiare la società ed i suoi bisogni è diventato così lapalissiano che nessuno ne dubita.
Lo scollamento è intervenuto con la continua riduzione dei fondi, che non ha permesso alla scuola di utilizzare appieno le tecnologie, ormai ampiamente diffuse nella società, e costringendola a vivere in uno status di separazione da una società che a grandi passi si evolve e progredisce.
Lo stesso obiettivo di inserimento degli studenti nella società in modo produttivo una volta diventati adulti, è diventato irrealizzabile in quanto non è più riscontrabile quella funzione di “ponte” per le ragioni espresse sopra.

La libertà dell’insegnamento (art 33 della Costituzione) oltre ad affermare la libertà della scienza e dell’arte e la libertà del loro insegnamento (cosa messa pesantemente in discussione dalle ingerenze dello Stato del Vaticano), al comma 3, prevede anche che si possono istituire scuole gestite da enti privati. Ma la stessa Costituzione stabilisce che queste possano istituirsi senza oneri per lo stato. E’ indubbio che il finanziamento da parte dello stato di tali scuole sottolinea un riconoscimento statale della funzione che esse svolgono che però non può essere condivisibile. Se infatti è lo stato che deve “programmare” la formazione dei propri cittadini futuri, non può darsi che siano altri a costruire percorsi educativi particolari, spesso distaccati dalla società generale, ma solo espressione di interessi economici ed ideologici di parte. Questo è un grave rischio per la stessa democrazia e per lo stesso Stato in quanto se si porta tale opportunità alle estreme conseguenze, non è impensabile che tale possibilità sottenda il rischio che chiunque possa costruire percorsi formativi, causando una parcellizzazione conflittuale dei saperi, della condivisione dei valori e delle stesse conoscenze.

La possibilità di partecipazione civica ai meccanismi democratici della società, importante funzione della scuola statale, è messa in discussione dall’affievolimento dei decreti delegati che permisero, già dal ’74, la possibilità di sperimentazione della partecipazione. Oggi, gli istituti previsti dai decreti delegati sono impastati nei gangli di una burocrazia che, giorno dopo giorno, si intrica sempre più, svuotando di significato tutto lo spirito per il quale erano nati. Si permette agli studenti, sempre più spesso, di utilizzare le ore delle assemblee per fare altro, i consigli dei docenti sono, il più delle volte, relegati a mero atto formale di rispetto ossessivo delle procedure, i consigli di istituto, in cui vi sono rappresentati tutti gli attori interessati (genitori, insegnanti, capi di istituto, lavoratori della scuola) non hanno una reale autonomia decisionale, ma servono esclusivamente da supporto alle scelte dei Dirigenti Scolastici.

Sorge spontanea una domanda: come mai gli attori interessati, gli insegnanti, i lavoratori della scuola, non colgono tali difficoltà e non ne chiedono un intervento che modifichi radicalmente lo status quo? Quale è lo stato di soddisfazione dei “formatori” per il loro lavoro svolto? Si sentono tali lavoratori pienamente utili alla società (come avveniva fino a trenta anni fa), oppure sentono la difficoltà del rapporto con le esigenze della società? E se lo sentono (cosa indubbia, vista la fine che fanno gli studenti una volta finito il corso di studio), perché non richiedono a gran voce un intervento in tal senso?

La realtà è che gli stessi “formatori” sono ormai messi in condizione di impotenza tanto che non possono agire per contribuire a modificare le cose.

Un laureato, con in più altri due anni di formazione all’insegnamento, che al momento dell’ingresso nella scuola prende uno stipendio di soli 1300 euro circa, che diventano massimo 1600 euro dopo trenta anni di servizio, fatica ad amministrare le sue esigenze familiari. Non può dedicarsi all’aggiornamento, non può essere propositivo, è spesso costretto al doppio lavoro per mantenersi, non ha accesso all’uso delle nuove tecnologie, resta relegato ai margini della società, in uno stato di quasi sopravvivenza. Figurarsi se può incentivare e farsi promotore di innovazioni. Non è azzardato affermare che il ruolo degli insegnanti e dei lavoratori della scuola è stato a mano a mano svuotato del suo valore sociale e relegato, nell’immaginario generale, da una propaganda becera, in una condizione di quasi marginalità ed inutilità. Ci sono, è vero, molti insegnanti che sono modelli di impegno e dedizione, ma lo stato non può affidare un compito così importante alla iniziativa ed alla buona volontà dei singoli. Deve creare le condizioni perché tutti possano svolgerlo al meglio possibile.

Il ruolo degli insegnanti era un ruolo di gran rispetto fino a venti o trenta anni fa nella società. Il mio maestro di scuola elementare era una persona socialmente rispettata e con il suo stipendio riusciva a mantenere una famiglia composta da una moglie casalinga e tre figlie che riuscirono a frequentare l’università, ed a laurearsi a spese del padre.
Oggi sfido qualunque insegnante a fare altrettanto.
L’insegnante è l’esecutore materiale dei programmi ministeriali e l’attuatore di fatto delle politiche e della legislazione dello stato in tema di istruzione. Non è azzardato considerarlo il rappresentante dello stato al cospetto dei cittadini in formazione.
Come lo stato tratta questi lavoratori? Li mette in condizione di assolvere nel migliore dei modi alla loro funzione?
È indubbio che per come conosciamo la scuola oggi lo stato non riesce a creare le migliori condizioni perché questo avvenga.
Come possono gli alunni identificarsi e sviluppare un senso di rispetto verso tali lavoratori, se in definitiva questi sono percepiti dagli stessi come dei perdenti, degli emarginati? Come possono svilupparsi i processi di identificazione, strada maestra sia per l’acquisizione delle conoscenze, sia per il rispetto del vivere civile?

Altro grave dilemma è stata tutta la discussione sul diritto allo studio. Spesso si è confuso il diritto allo studio con la necessità della promozione e della riuscita scolastica.
Se da un lato è giusto che gli alunni in condizioni di bisogno abbiano le stesse possibilità di accesso allo studio, così come garantito dalla Costituzione, non altrettanto condivisibile è la tesi che tutti debbano potersi diplomare o laureare al di là dei propri meriti, confondendo questo principio con la possibilità che tutti possano poi inserirsi nella società con pari possibilità.
La scuola deve proporre modelli meritocratici che giustamente mettano in risalto le capacità dei singoli individui, ma allo stesso tempo indirizzi tutti verso il giusto utilizzo delle proprie capacità.
La società non può permettersi, oggi, di poggiarsi su individui con scarse capacità, ma deve promuovere la formazione e la specializzazione avanzata a chi dimostra di avere capacità.

Serve quindi un impegno profondo dello stato nel finanziare chi merita e metterlo in condizione di poter rendersi utile alla società. Gli attuali presalari (non so se si chiamano ancora così) o le attuali borse di studio sono irrisorie (negli anni ’60 con una borsa di studio si poteva comprare un’utilitaria) e non permettono agli studenti bisognosi di poter proseguire gli studi che, in questi casi, dovrebbero essere a totale carico dello stato. Attualmente, invece, la scuola è piena di figli di chi ha la possibilità di permetterselo, e molti cervelli che potrebbero fare la differenza restano fuori dai percorsi formativi. Molti altri, invece, proseguono gli studi anche senza averne la capacità, ma affidandosi esclusivamente alle risorse economiche e “politiche” della propia famiglia di origine.

In sostanza serve un ripensamento generale dell’attuale sistema scolastico, ma le direttive principali che si possono individuare sono riassumibili in questo modo:

• I programmi scolastici siano realmente condivisi secondo le reali esigenze della società, sia in termini culturali, sia in termini di conoscenze tecnico-scientifiche.
• Siano previsti percorsi di formazione civica con l’allargamento delle possibilità di partecipazione democratica che a distanza di più di trenta anni, andrebbero profondamente rivisti, alla luce delle attuali esigenze e delle attuali evoluzioni dei meccanismi democratici. In sostanza si dia reale potere a studenti, famiglie, insegnanti, lavoratori della scuola di decidere le politiche di gestione della scuola.
• Si modifichi l’inquadramento occupazionale degli insegnanti. Si richiedano le 36 ore settimanali di impegno (suddivise in 18 ore di insegnamento e in 18 ore per programmazioni, verifiche, collegi ed altro), così come avviene per tutti gli altri lavoratori della pubblica amministrazione, ma in cambio si dia dignità al loro salario, raddoppiandolo per le posizioni di partenza e costruendo percorsi di avanzamento, mutuandoli dai modelli introdotti in sanità (customer care, aggiornamenti, specializzazioni, professionalizzazioni).
• Si realizzi un reale collegamento fra scuola e mondo produttivo e sociale (sanità, servizi, …ecc,), prevedendo la possibilità di ingresso nelle realtà scolastiche delle stesse realtà produttive, in modo da offrire la possibilità di promozione delle esigenze formative. Tale ingresso potrebbe essere realizzato con l’offrire al mondo produttivo e sociale alcune ore di insegnamento da attuarsi con tecnici designati da tali realtà, con costi a carico dello stato. I discenti potrebbero frequentarli a seconda degli interessi e delle motivazioni.
• Si istituiscano fondi di sostegno per gli alunni bisognosi e meritevoli.
• Si assuma a carico dello stato la spesa per la frequenza della scuola dell’obbligo.
• Si investa in tecnologie che mettano la scuola al passo con i tempi (informatica, laboratori, attrezzature…..).
• Si istituisca la possibilità di un progetto simile all’Erasmus anche per gli studenti liceali.
• Si lasci agli enti privati la possibilità di istituire scuole, ma lo stato eviti, finanziandole, di dargli riconoscimento giuridico statale.
• Si richieda alla scuola proposte di innovazione per la stessa società.

In definitiva, l’attuazione attenta e completa dell’art 33, 34, 35, 36 e 46 della Costituzione sembra essere la soluzione migliore per la risoluzione dei mali che affliggono la scuola italiana. Tali articoli, è utile ricordarlo recitano:

Art. 33
L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

art 34
La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Art 35
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.

Art 36
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Art 46
Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Una scuola che funzioni bene, è l’unica condizione che la stessa SOCIETÀ e lo stesso STATO funzionino altrettanto bene.

Mario Liso

Ci sono 3 commenti per questo post
Carlo F. 15 luglio 2010 - 12:39

Ogni ordine e grado ha le sue responsabilità, e credo anche ogni famiglia, non serve lo scaricabarili, serve una struttura organica di raccordo dei cicli scolastici e di valutazione.
Adesso che anche nelle scuole medie ed elementari sono stati adottati nuovi sistemi di valutazione, simili a quelli delle scuole superiori, si boccia anche di più..anche con due materie e fioccano ricorsi da genitori che cadono dalle nuvole. Ma il problema è raggiungere dei veri obiettivi formativi, non sedersi in cattedra e pretendere che gli studenti si adattino a chi vi si tricera dietro.
Bisogna ottenere un metodo e direi anche programmi più adatti agli standard europei e mondialie e alla specifica realtà che si incontra sul campo, e direi anche insegnanti più motivati..
La valutazione dell’impegno di un docente risalta di fronte a tutti, in base al suo semplice lavoro, che non può che essere documentato..per leggerla a volte non è necessario un preside, basta anche un bambino..

Enrico Matacena 15 luglio 2010 - 12:24

Sulla seleziuone mericrotatica e non di classe: sono parole sante. Io che insegno in un istituto professiojnale , vedo ogni giorno i miei allievi che dalal scuola media furono non bocciati, ma promossi connla raccomandazione di non andare ad un liceo . Gravissime sono le colpe sia della scuola media che ed elementare che spesso lascia lacune enormi nella preparazione dei ragazzi, non li boccia, così nessuno si lamenta , ma li indirizza su una strada marginale . qualaa dei sempre più dequalificatio istituti professionali . Un problema difficile è la valutazione degli insegnanti: ce ne sono di ottimi e di pessimi , e non è giusto che vengano pagati uguale. Ma chi li valuta? I presidi sono spesso dei burocrati e degli opportunisti . E poi un sistema di valutazione dall’ alto rischia di accentuare l’ asservimento al potere.

Carlo F. 15 luglio 2010 - 11:49

Di fatto le ore di insegnamento aggiunte a quelle delle riunoni pomeridiane, nel computo complessivo, superano già, specialmente per chi ha molte classi, il numero di 36 ore settimanali.
Ma non hanno ricaduta effettiva nel lavoro didattico. Le ore aggiuntive alle 18 di cattedra non vanno dedicate a “funzioni strumentali”, a progetti, spesso preconfezionati e gonfiati o a incarichi burocratici, ma al recupero e al potenziamento dei singoli studenti. A un lavoro individuale più mirato, impossibile durante una lezione frontale, da svolgersi con un alunno o con piccoli gruppi.
E poi, le ore complessive annuali non sono affatto inferiori, in Italia, a quelle degli altri paesi europei, solo gli stipendi medi sono nettamente inferiori e anche la stabilità del lavoro.
Il mondo della scuola è quello in cui in Italia vi è più precariato. Un precario non è un lavoratore “usa e getta” come è stato considerato attalmente da questo governo, ma un professionista che si aspetta giustmente, con i suoi titoli, di avere una stabilizzazione del suo lavoro.
I governi di centrosinistra sono atrettanto responsabili di politiche sciagurate che hanno dato troppi soldi alle scuole private e li hanno sottratti a quelle pubbliche, con tagli e riforme rovinose.
Persino il “caudillo” Chavez è riuscito di recente a fare i meglio per la scuola e la formazione nel suo paese, rispetto ai ministri di centrodestra e centrosinistra italiani
Dopo Berlusconi non ci aspettiamo uno come lui, tanto per smentire Bersani, ma finalmente uno che ci capisca qualcosa di scuola, non un “barone” e nemmeno una “suffragetta”..

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