Sel o non Sel. E’ questo il problema?

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Ci sono delle frasi, delle espressioni, delle citazioni a cui la Sinistra si affeziona e che – a furia di ripeterle – a volte perdono di significato o meglio il mantra propagandistico fa acquisire il postulato sollevando tutte e tutti dallo sforzo della riflessione reale.

“Bisogna combattere non Berlusconi, ma il berlusconismo” è una di queste espressioni abusate. Qualsiasi militante di Sel, o simpatizzante della sinistra diffusa, inserendo questa frase in un ragionamento può stare certo del consenso. Per carità, nulla di male: è una verità e il suo utilizzo rientra nella comunicazione politica. Tuttavia c’è chi questa considerazione l’ha voluta complicare aggiungendo che il berlusconismo non albeggia solo negli “altri” o in un concetto di società informe, c’è chi – con coraggio e acume politico – ha lanciato un allarme: “il berlusconismo ha invaso anche il centrosinistra”.

Quando Nichi Vendola esprime questo concetto scatta l’applauso. Anche al Tilt Camp è accaduto. Un applauso pieno, sentito, quasi liberatorio. La sensazione che ho quando ascolto quell’applauso è che, ancora una volta, si stia parlando degli “altri” , del Pd (o meglio ancora della classe dirigente del Pd) e mai di “noi”, mai di Sel. Come se noi fossimo immuni da tutto questo, come se noi in questi anni avessimo vissuto da un’altra parte, come se l’aver aderito a un progetto che condanna quell’ideologia ci mettesse automaticamente al riparo. E invece i partiti non sono comunità astratte, sono fatti di uomini e donne che vivono e hanno vissuto questo tempo. Perciò, se davvero crediamo alla pervasività del fenomeno del berlusconismo e vogliamo ragionare nell’ottica del cambiamento e della trasformazione sociale, dobbiamo partire sul serio da noi.

Tilt Camp ha cercato di decostruire questo tabù. E lo ha fatto dichiarando innanzitutto i passaggi di difficoltà che ha vissuto, e vive, questa generazione nel privato (?) e nel pubblico. Di fronte a un malessere esistenziale e di rappresentanza – dovuti a una vita precaria e instabile e a una politica istituzionale sorda e poco trasparente – le reazioni possono essere molteplici. Nel privato una ricerca estenuante di stabilità nelle relazioni affettive e il desiderio smodato (indotto?) di genitorialità. Nel pubblico sfiducia, allontanamento, rigetto. Oppure ancora l’esatto contrario, nel privato un’eterna giovinezza e mancanza di domanda per il futuro, nel pubblico l’adesione e l’investimento a una forma della politica capace di porsi in maniera alternativa a tutto questo.

Non mi vergogno ad ammettere di avere attraversate tutte queste fasi e di caderci, e ricaderci, in continuazione. Il punto però adesso non sono io come individuo singolo, siamo “noi”. Non il noi fatto solo dei singoli che si mettono insieme, ma il noi che si costituisce intorno all’idea di cambiamento, di “ricostruzione”, di pratica degli obiettivi, come ci siamo detti a Roseto degli Abruzzi,.

E le quattro giornate di Tilt Camp li hanno tirati fuori questi obiettivi comuni: reddito di cittadinanza, salvaguardia e investimento dei e sui beni comuni, sessualità come spazio pubblico, costruzione di un immaginario antimafia, comunicazione libera e gratuita, il diritto a “restare” e tanto altro. Su tutto questo incombe un problema vecchio, stantio, frutto del Novecento, risultato della storia di chi ci ha preceduti e di chi ha cercato di disfarsene, di chi lo ha ereditato e ripudiato e di chi lo ha aggiornato con gli elementi nuovi del berlusconismo. La forma, l’identità, l’egemonia, il nascondimento, riaprono ancora una volta un dibattito superato nei fatti. Perché fare Tilt e non la giovanile di Sel? Perché non direttamente Sel? E, di contro, “Tilt va bene solo se non è dichiaratamente Sel”. O dentro o fuori, aut aut. Basta prendersi in giro! Ma sbaglio o lo slogan di Tilt Camp era: “Conquistiamoci un altro giro”?

Sembra così difficile credere al fatto che la regia di questo passaggio storico la facciamo noi? Abbiamo introiettato così tanto il germe della diffidenza reciproca da non riuscire a crederci. “Dov’è la fregatura? Non può funzionare così?”. Bisogna fissare, dichiarare, imbrigliare, disconoscere un percorso per renderlo “reale”. La realtà per fortuna invece è questa: alcune persone che fanno parte di un partito politico in questi anni hanno incrociato altre storie o, in alcune fasi, le hanno persino vissute attivamente. Hanno intrecciato i loro bisogni e hanno imparato cose che, nello spazio chiuso del loro fare politica, non avevano mai compreso fino in fondo. Non disconoscono lo strumento che hanno scelto, ma nutrono profondo rispetto per chi ne utilizza un altro che ha la stessa finalità: costruire la Sinistra in Italia. E non solo, riconoscono i guasti, i limiti e le insufficienze di tutti questi luoghi e, per questa ragione, si pongono il problema di come riformarli per renderli incisivi, funzionali al miglioramento delle nostre condizioni di vita. Tilt non è un partito, ma non è neanche il movimento dei movimenti. Alla battuta di Zoro (“siamo al campeggio dei giovani di Sel ma non si può dire”) rido amaro. E non perché sono stata “beccata in fragrante”, piuttosto perché riconosco nelle sue parole un sillogismo vecchio, fallimentare, iniquo. Lo stesso sillogismo che per anni ci ha portato ad essere “più realisti del re”. Lo stesso schema per cui alla domanda “Bersani o Vendola?”, la risposta non è sulla politica, ma sull’opportunità di vincere, sul maledetto voto utile, quello che per anni ci ha condannati a una vita schifosa. Lo stesso schema per il quale “voto Bersani perché è impossibile che in Italia possa vincere uno come Vendola”. Ma come? Non dicevano così anche per la Puglia, per Milano, per Napoli, per Cagliari, per il referendum? E dicevano così anche per Sel, quando tutti gli analisti ci spiegavano che non c’era spazio per un altro partito di sinistra. Che eravamo morti e che, se avessimo voluto continuare a fare politica dentro un partito, saremmo dovuti entrare nel Pd o in Italia dei valori. Alcuni di noi non ci hanno creduto, altri lo hanno portato avanti al punto tale che oggi questo partito viene messo al centro della nostra discussione. Io ho partecipato alla fondazione di Sel, sono una dirigente di questo partito. Ma mentre riaprivo questa partita ne ho giocate pure delle altre: l’ho fatto con daSud, con Action, con Rigas e mi sono sentita molto vicina alle Fabbriche di Nichi. Questi mondi da soli non sono autosufficienti come non lo è Sel: insieme possono colmare i vuoti l’uno della’altra e possono avere la capacità di riformarsi. Tilt può agire come strumento esterno e interno al cambiamento. Esterno sulla pratica degli obiettivi, interno rivoluzionando la forma della politica. Può essere strumento che agisce nella società, può essere elemento di pressione per la politica istituzionale e può anche determinare la nuova classe dirigente di questo Paese. E anche di questo non bisogna avere paura, non bisogna vergognarsi. Basta con questa idea, maturata grazie all’antipolitica di sinistra, che tutto ciò che è basso è puro e quello che sta in alto è sporco. Che se arrivi ad avere una postazione di potere sei, o diventerai, come tutti gli altri e quindi meglio lasciare tutto in mano a loro. In politica, nella mia esperienza, ho conosciuto l’arrivismo e la violenza, ma ho conosciuto anche la consapevolezza e la generosità.

Certo ci vogliono dei sani anticorpi, ma allora invitiamoci all’esercizio di individuarne sempre di nuovi tramite le esperienze sul campo che facciamo, senza rifiutare la responsabilità del nostro agire politico. In questi anni la mia dannazione – ma anche la mia salvezza – è stato il luogo da cui provengo. Ogni volta che torno in Calabria ricordo bene a me stessa perché ho iniziato a fare politica. Forse con questo spirito è possibile buttarsi alle spalle certi schemi inutili, le umane invidie e il berlusconismo di sinistra. Ora tocca a noi!

Celeste Costantino

Ci sono 15 commenti per questo post
Anna Maria Di Miscio 25 settembre 2011 - 17:59

bravissima Celeste, leggo solo ora hai fatto centro

Daniele Ravasi 14 settembre 2011 - 15:03

2 parole sul dibattito giovanile-non giovanile. Io sono contrario a una giovanile di SEL,da un lato perchè il nostro,come già detto,non è un partito nel senso classico del termine bensì un percorso aperto che rifondi la sinistra italiana, e tutto ciò è possibile solo dotandoci di una struttura differente,più aperta verso l’esterno. Dall’altro perchè,avendo diversi amici fra i giovani democratici della mia città ho potuto vedere che le giovanili sono strutture predisposte per evitare che i giovani portino in qualsiasi modo contributi nel partito impegnandoli in continue guerre intestine,e facendoli invecchiare,un po come si fa col vino,per adeguarli alla mentalità dei più adulti.
Al tempo stesso sento la necessità di una rete dei più giovani fra gli iscritti al nostro partito. Punto uno perchè rende molto più facile coinvolgere i più giovani interessati alla nostra avventura. Punto secondo perchè non si può mettere dei “novellini” come il sottoscritto (mi sono iscritto nel 2009,a 15 anni) a lavorare in una struttura dove ci sono persone con decenni di militanza ale spalle.è necessario un “luogo” dove possiamo imparare cosa vuol dire stare in un partito

Stefano Dall'agata 14 settembre 2011 - 11:23

È ora di fare la struttura giovanile di SEL, ad evitare che siano i Coordinamenti di SEL a cooptare i rappresentanti dei giovani.

Giuseppe D. 13 settembre 2011 - 18:45

Credo che la questione giovanile, come sempre, sia la cartina di tornasole più stringente per affrontare una più generale e complessa questione identitaria.
Cosa è SEL? “Sinistra Ecologia Libertà” sono espressioni che rischiano di trasformarsi in meri contenitori del sempre presente e pressante nuovismo antipolitico se non si declinano in modo rigoroso, se non si riconnettono con la storia “viva” della sinistra italiana, se non si posizionano all’interno della dimensione europea della sinistra. La narrazione immaginifica di un leader può essere la spinta propulsiva iniziale di un processo composito di forze, gruppi, movimenti politici;rischia di trasformarsi nel proprio contrario se non si lega a doppio filo con percorsi identità forti.Ciò è tanto più vero a sinistra. Non vorrei che dopo tutto questo “tambureggiamento”fatto di bella politica, di comizi d’amore, di nuovo e vecchio, la montagna poi partorisse il topolino: una versione aggiornata del veltronismo, un PD un po’ più di sinistra.
Quando da varie parti si solleva la questione della collocazione europea di SEL è anche questo che si vorrebbe evitare. E per chi ha in mente una Sinistra del lavoro, con una solida cultura di governo, con una composizione di massa,che renda inscindibile il nesso modernissimo tra questione ambientale e questione sociale lo sbocco naturale sembra uno: ancorare SEL al nuovo ciclo del Socialismo europeo.

Nadia 13 settembre 2011 - 18:31

condivido quello che dice Pino, sono sicura che molti non sanno di essere stati contaminati dal virus “berlusconismo” e quando ci sono persone che vedono in Sel un bisogno di ascesa e di esibizione significa che il virus è attivo ( io non sono giovane e posso dirlo: un virsus che colpisce di più gli attempati)

Barbara Croce 13 settembre 2011 - 16:06

Che il berlusconismo sia trasversale non è un’opinione ma un dato di fatto, che attecchisca maggiormente la classe dirigente, anche questa è una triste realtà, perché non potrebbe essere altrimenti, te lo immagini la donna operaia che si mette a fare la “Berlusconi”, la prenderebbero per matta, invece, una donna dirigente di partito, avrebbe solo l’“accusa” di berlusconismo!
Che cosa manca a SEL l’alternativa innovatrice, fare un partito e rimarcare gli stessi stereotipi del PCI, o di Rifondazione, o dei Verdi, o del PSI, vuol dire cambiare semplicemente il nome! Se guardi bene i dirigenti, anche se provenienti da partiti diversi, sono sempre gli stessi. Per esempio, da che sono iscritta a SEL, sono stata chiamata due volte, la prima per dare il mio nome a una sezione per raggiungere il quorum, la seconda per i turni in cucina! Nulla in contrario, è una vita ormai, che pulisco i tavoli delle feste dei partiti di sinistra, però chi ha l’onore di sedere ai tavoli dei dibattiti, sono sempre le stesse cariatidi, scusate non voglio con questo termine offendere nessuno, però vorrei vedere a quei tavoli donne e uomini comuni, che lavorano, che perdono il lavoro, che cercano lavoro, che vanno al supermercato a fare la spesa, che portano i loro figli a scuola, che discutono con il vicino di politica, che si confidano con l’amica o con l’amico dei problemi del vivere quotidiano! E poi non neghiamolo, anche a SEL, così come è stato nei partiti in precedenza, c’è il “gioco” della poltrona e così anche il più ingenuo si disinnamorerebbe!
Scusate se ho scritto tutto al maschile, ma ho poco tempo!
Cordialmente!

Angelo 13 settembre 2011 - 15:05

Giusto, dobbiamo avere il coraggio di chiamarci con il nostro nome e di usarlo anche per le nostre iniziative. Può essere difficile, nel momento in cui Vendola, e parte degli altri dirigenti, insistono sul fatto che SEL è solo una fase, “una partita e non un partito”, la base per creare un nuovo grande partito di sinistra. Questi sono obiettivi di là da venire che, se davvero si realizzeranno, sarà solo dopo le prossime elezioni, e dopo molti altri eventi che oggi sono difficili anche solo da immaginare. Nel frattempo, non possiamo certo aspettare gli eventi, ma dobbiamo darci da fare noi. E per farlo ci vuole un partito strutturato, e strutturato in maniera tale da essere sia aperto ai movimenti dal basso, sia in grado di raggiungere le posizioni di potere in alto.
Questo sembra ovvio, ma nemmeno tanto se anche su proposte base, come ad esempio le primarie per scegliere i candidati a consigli e parlamenti, ci sono personalità importanti del partito, tipo Fratoianni, che si oppongono. Ma è proprio su queste differenze che bisogna puntare per far sì che SEL diventi un partito vero, fatto di persone e di idee, e non solo un movimento al servizio di un leader.

Luca 13 settembre 2011 - 14:50

L’essere porosi verso l’esterno e il compartecipare alla creazione di alternative insieme a tutto il mondo associativo è sicuramente importantissimo.

Sta di fatto che io, 25enne, sento davvero la mancanza di una struttura per i giovani di SEL che sia più leggera, più attiva e di facile coinvolgimento. Certo, ogni realtà si sta adattando pian piano (a Milano abbiamo AlterEgo) con ragazzi militanti che si radunano spontaneamente e creano gruppi e associazioni.
Non credo però che sia una via e ritengo che la creazione di un “Sel giovani” o qualunque altro nome si voglia dare, risulti una priorità per colmare un gigantesco vuoto.

Luca Gariboldi

Pino 13 settembre 2011 - 14:41

oltre al berlusconisco, che aleggia in alcuni di SEL, dobbiamo anche dire che in alcuni dirigenti vi è la convizione, , che per fare politica bisogna ricoprire dei ruoli istituzionali o di partito….convinzione,maturata in anni di militanza nei partiti di provenienza…..perchè bisogna trattare, contrattare , barattare con i poteri ….questa è la cosa peggiore che si stà verificando, in quanto si prevaricano e si tradiscono, le aspettative , i sogni , i desideri di moltissimi compagni/e, perdendo di vista il progetto complessivo di strasformazione sociale.

Eric 13 settembre 2011 - 14:00

Finalmente! Grande Celeste…

Carlo55 13 settembre 2011 - 13:06

…anche il mantra del cosidetto ricambio generazionale rischia di essere una formula vuota:non c’è dubbio che l’epoca del Berlusconismo, e qui bisognerebbe capire anche che cosa intendiamo,abbia coinvolto le diverse generazioni che sono cresciute durante questi anni,e che differiscono sicuramente per moda, usi e costumi di comportamento nonchè icone di riferimento che hanno segnato il divenire e la crescita delle nuove generazioni da quelle precedenti anche a Sinistra, per fare un esempio ..la mia .Lo sento e lo vivo, io cinquantenne, quando più che sovente mi soffermo e osservo,anche con malcelata dose di invidia, della bellezza e della muscolosa presenza dei giovani nei momenti di aggregazione e di impegno politico e più in generale nel tempo libero durante serate nei circoli Arci, serate musicali,durante le vacanze ecc.ecc., ma che rivelano assieme ad una ingenuità adolescenziale purtroppo lungamente prolungata oltre,uno stile di vita, diciamolo, che non differisce dai giovani in generale.Provocatoriamente, faccio un esempio: e vero o non è vero che, pur per condizioni indotte oggi anche l’estetica a Sinistra non rinuncia alla dose di edonismo che dagli anni ottanta in poi hanno caratterizzato le mode del vestire, del consumare e del rapportarsi nei rapporti interpersonali e che hanno avuto tutte queste cose una sorta di fine particolare teso alla realizzazioni di se e non oltre la cerchia delle proprie amicizie e conoscenze veicolate da affetti e sentimenti comuni difficilmente scambati con …ALTRI e DIVERSI da SE? Allora, per chiudere questo ulteriore confuso mio scritto,diciamo che anche a Sinistra è passato un modello di vita basata più sul concetto dell’individialismo in ogni campo, che non una ricerca in controtendenza e contrasto per costruire altri modelli di comportamenti in chiave condivisa collettivamente.
Io che sono della passata generazione degli anni settanta, ingenuamente e sbagliando, insisto e non rimpiango quegli anni,sia pure con i limiti che hanno avuto su molte tematiche relative ai rapporti interpesonali,e della ricerca di SE,ma che hanno segnata esperienze per molti, illuminanti, e che hanno avuto almeno il segno dell’alternativa.

Alberto Ferrari 13 settembre 2011 - 12:21

Caro Celeste , tu scrivi “Perché fare Tilt e non la giovanile di Sel? “. Perché SEL non è un partito nel senso attuale ( e vecchio) della forma partito. SEL è una carovana, è un percorso politico-culturale e dell’anima alla ricerca di una nuova narrazione della sinistra ( mi viene a mente il Pasolini degli scritti corsari). Perchè da oltre un ventennio questa narrazione si è persa e non si capisce più perché ciò sia avvenuto. Perché il fare politica sia ad un certo punto coinciso con il “fare amministrazione” e non con il “fare cittadini degni di essere tali di fronte non solo ai loro padri, ma anche, o forse soprattutto, ai loro figli.”. La politica è l’agire sociale delle persone. E’ un tutt’uno con le persone e non è da esse separabile. Ma questo agire è stato scippato a tutti dall’idea del solo individuo che conta. Ricordate la famosa frase della Thatcher: conosco gli individui non la società. Quella parte … quella parte di sociale (inteso come socialità), che ci è stata scippata in questi anni. Ecco questo è parte del nuovo percorso di SEL. Ecco perché ha oggi poco senso tirare fuori la giovanile di SEL e sentiamo di più il bisogno di misurarci invece con questo smarrimento culturale, sociale e politico nel quale ci troviamo immersi e dal quale sentiamo oggi il bisogno di cominciare ad uscire. Non un partito giovanile dunque, ma un movimento, un vasto sentimento giovanile per uscire, insieme, verso una società migliore per la quale vale la pena di tornare ad immergervisi.

Cf 13 settembre 2011 - 11:58

C’è in questa riflessione di Celesto Costantino, molto su cui fermarsi a pensare, molti temi rispetto ai quali interrogarci senza cedere alla facile tentazione di eluderli.
C’è in questa riflessione insito il richiamo all’obbligo etico-morale per ciascuno di noi – a partire dalla Dirigenza di SEL – a farlo (a riflettere sui temi posti). Come c’è l’obbligo categorico di trarre le conseguenze della riflessione che siamo chiamati a compiere. A partire dal comune denominatore che lega tutti i temi toccati – e sentiti sulla sua pelle – da Celeste: il tempo. Lo dico io per primo, poco più che quarantenne, così da evitare fraintendimenti o ipocrisie. Il nostro tempo (politico) è passato ed è ora di cedere l’onere (e l’onore) alla generazione di Tilt. Possiamo ancora – e dobbiamo farlo – dare molto, sostenere, insegnare, contribuire, ma non più dirigere. Non possiamo più farlo perchè non abbiamo (e non avremo più) gli strumenti culturali per farlo, perchè i cambiamenti intervenuti, il radicale modificarsi del contesto è qualcosa che abbiamo vissuto solo come spettatori interessanto prima e soprattutto chi ci ha anagraficamente seguito. Per quanto ci sfroziamo, per quanta buona volontà ci possiamo mettere non siamo noi ad essere in sintonia con il futuro, oramai troppo intimamente legati al presente per immaginare un domani diverso. Leggo tanti appassionati interventi su questo sito da parte di dirigenti storici della sinistra, di chi ha avuto importanti responsabilità nel partito o nelle istituzioni, pieni sicuramente di buone intenzioni ma nessuno, proprio nessuno, all’altezza della complessità del presente, nessuno capace di misurarsi con le contraddizioni odierne e – conseguentemente – capace di aprire un varco verso il futuro. In sintonia sicuramente con le aspirazioni ma completamente fuori sincrono con le forme ed i mezzi con sui si possono conseguire, perchè troppo permeati da ieri per guardare senza pre-giudizi all’oggi. Eppure più che sulle spalle di Celeste e di chi cammina al suo fianco è più di noi (di voi, dato che io ho già scelto da qualche anno di lasciare ad altri lo “spazio” della politica) che ricade la responsabilità di dare alla sinistra un futuro. E farlo passa necessariamente attraverso un generale e complessivo ricambio generazionale. Un inversione dei ruoli senza eccezioni se non estremamente puntuali o temporeggiamenti. Tutto il resto è solo sfondo e non scena.

Emilio Sacchi 13 settembre 2011 - 11:41

Non capisco il senso di questo articolo. Mi sembra eccessivamente autocelebratorio, di appelli come “ora tocca a noi” ne ho contati a centinaia tra le organizzazioni o movimenti, o associazioni giovanili che guardano a sinistra, ma fin’ora nessuna è stata in grado di dare un bel calcio sul didietro agli ultra 50enni che fanno il bello e cattivo tempo nel nostro paese. Certo come scrive anche Celeste, Tilt è uno strumento non la soluzione. Ma Tilt fino ad ora è stato un campeggio, un bel campeggio pieno di qualificati e qualificanti momenti di discussione e confronto, di tutto il resto parliamone quando Tilt sarà stato in grado davvero di aggregare e costruire percorsi reali di conflitto. Altrimenti rimane tutta fuffa, anche questa discussione.

Sitio Mundo Tommaso Cenvinzo 13 settembre 2011 - 11:03

un articolo coraggioso e ne condivido le idee…. è scritto in modo confuso

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