Il peggiore stereotipo che si possa costruire intorno alle donne è quello che le rappresenta come opacamente intrappolate nelle vicissitudini del tempo: distratte, perse o incantate, senza capacità di discernimento né di giudizio né di parola pubblica né di azione politica. Poi, se il tempo è quello che è stato fino a ieri, il tempo dei festini di Arcore, dei giri di scambio tra sesso e potere, dei nudi o quasi di belle ragazze intorno al corpo osceno del sovrano, così truccato che solo una pin up saprebbe o una dark queen oserebbe, allora il mondo delle donne, per essere salvato, deve articolarsi in due mondi, campi opposti della politica: da una parte quelle prese da incantesimo dietro al sogno berlusconiano, dall’altra quelle mosse da indignazione per il medesimo vomitevole sogno. Un altro stereotipo, più o meno.
Ma tutto, per fortuna, è sempre più complicato, contraddittorio e incongruo come l’esistenza di ognuna e la vicenda sociale di tutte potrebbero agevolmente dimostrare. Le donne, più o meno tutte le donne, imparano sin da subito a convivere o a scontrarsi con i modelli che vengono loro affibbiati, con gli stereotipi che tornano, con la volgarità, la violenza, l’invasiva banalità del potere. Ma modelli e figurine non cancellano la realtà, le sue intricate dissonanze e i continui scarti rispetto al mainstream dominante. C’è una libertà delle donne che, a dispetto della banalizzazione della messa in scena mediatica, consente loro di continuare a pensare il mondo e ad agire nel mondo. A modo loro. La presenza delle donne nel mondo del lavoro, della cultura, delle istituzioni – presenza al di sotto di come dovrebbe ma indiscutibile – si rafforza mentre si approfondisce la crisi delle strutture di potere che consacravano la centralità del ruolo maschile in famiglia e la centralità del maschile nella sessualità.
E in tutti i movimenti che hanno attraversato strade e piazze nell’epoca berlusconiana, per le più diverse ragioni, le donne c’erano. Certo l’impudenza e la sfacciataggine con cui i mezzi di comunicazione e la politica negli ultimi anni hanno avuto la capacità di mettere in scena in continuazione tutti i peggiori luoghi comuni sulle donne e le peggiori rappresentazioni del loro corpo – e queste cose insieme innalzandole a sistema – hanno senza alcun dubbio alimentato un moto elettrico d’insofferenza, un astio femminile senza precedenti, che ha messo in rete i sentimenti, trovando l’occasione di esprimersi nell’appuntamento di popolo – popolo di donne con uomini al seguito – il 13 febbraio. Perché è innegabile che le vicende sessuali del Presidente del Consiglio abbiano alimentato e focalizzato i fenomeni di insofferenza, la voglia di parola e di auto rappresentazione femminile.
La politica da tante parti, femminili e maschili, ha fatto leva su questo tipo di indignazione, stimolando e favorendo l’accelerazione di un processo che covava da tempo e dove confluivano le più diverse ragioni di indignazione, rabbia, voglia di mondo di tante donne diverse. Di tutte le età. E giovani e ragazze, come il 13 febbraio ha messo in evidenza. Tanti percorsi dove, in questi anni, le donne sono state presenti, interessate, all’erta. E’ da questo caleidoscopio di partecipazione femminile alle tante battaglie sotterranee contro Berlusconi che si è ingrossato un sentimento delle cose, un combinato disposto di tanti input, che si è condensato in quella straordinaria giornata. Un fiume in piena. Vite a perdere e disagio della vita. È sterminato il terreno del disagio ed è anche da là che ha preso linfa la soggettività di tante donne.
Chi potrebbe negare che le donne in Italia in ambito lavorativo non riescano a raggiungere ruoli apicali o che esista la difficoltà di essere madri e lavoratrici o, ancora, che ci sia la necessità di una legge sulle dimissioni in bianco che la maggioranza, appena eletta, ha scippato? Non si può, con tutta evidenza. Eppure oggi ci sono donne – la maggior parte – che un lavoro non ce l’hanno neppure, se ce l’hanno è precario e la legge sulle dimissioni in bianco, quando si riuscirà a farla votare di nuovo in Parlamento, probabilmente non la utilizzeranno mai. Se parlando di lavoro, e soprattutto di lavoro e dell’Italia che vogliamo, non si mette al centro la precarietà contrattuale ed esistenziale delle giovani donne (e, perché no, dei giovani uomini) si procede come se esistesse soltanto il passato, mettendo alla porta un’intera generazione che di quel passato non è riuscita ad acchiappare proprio nulla. Non è proprio una grande politica, una politica di questo genere, soprattutto se politica di donne, che dovrebbero invece sapere, come sanno le donne, quanto costi in termini di cura e attenzione tutto ciò che rende possibile il futuro. A cominciare dai giovani.
L’indignazione è un sentimento nobile, dovremmo avere sempre la capacità di indignarci davanti a un’ingiustizia, di non abituarci mai alla falsa rappresentazione della realtà. Ma l’indignazione si nutre sempre di tante cose ed è un bene che sia così, altrimenti si riduce a lagna moralistica. E la conquista di questa consapevolezza il più delle volte non si presenta in maniera così immediata e lineare. Ha bisogno di lucidità, di profondità, ha bisogno dell’ascolto non solo della propria storia, ma anche di quello che apparentemente sembra più lontano da noi. A volte l’indignazione, se non si mettono a confronto punti di osservazione diversi e differenti sensibilità, rischia di assumere forme ultimative, di diventare talmente ossessiva da trasformarsi esattamente in quel modello di pensiero che l’aveva generata.
E allora porre dei dubbi, confrontarsi con chi non la pensa esattamente come “noi”, essere trasversali non solo dal punto di vista partitico ma politico, di genere e di generazioni può essere la chiave per non disperdere la straordinaria energia che si è dipanata il 13 febbraio. È faticoso certo, è senz’altro più complicato rispetto a ritrovarsi tutte accomunate dall’indignazione, ma può significare per tutte noi la possibilità di un pensiero lungo e della costruzione di un movimento reale che non si esaurisca il giorno dopo l’evento o, al massimo, all’indomani delle elezioni.
Celeste Costantino
Elettra Deiana
Maria Pia Pizzolante
p.s. e di cui nessuno ha la pazienza di leggere i pipponi moralistici