Torino: Fiat e primarie per rompere la separatezza della politica

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Nell’immaginario collettivo, Torino spesso sembrerebbe ancora essere quella città grigia, la “one company town”, una cosa sola con le sorti della Fiat, la città dei “bogia nen”, delle persone che non si muovono, troppo prudenti, votate al vittimismo che piange l’incapacità di fare tesoro e mantenere le proprie iniziative, spesso all’avanguardia, a partire dall’essere stata città capitale d’Italia.

Uno sguardo a quello che sta capitando in queste settimane a Torino dovrebbe allontanare questa immagine, almeno di una città “statica”: con la questione Fiat si intreccia il nodo delle primarie del centrosinistra, che vede nel Partito Democratico un altissimo livello di conflittualità e la discesa in campo di tanti candidati, pronti a sfidare Piero Fassino.

Con le Olimpiadi è stato coniato il claim “Torino non sta mai ferma” / “Torino always on the move”. In questi anni, infatti, la città ha cambiato pelle, tanto che si è classificata al secondo posto, dopo Roma, come destinazione preferita dagli Italiani per le vacanze di fine anno.

Dovrebbe perciò essere definitivamente archiviato il Pelu, Premio Europeo per il Lugubre Urbano, che qualche anno fa, Fruttero e Lucentini volevano affibbiarle d’ufficio, come ricorda Alberto Statera sul Venerdì di Repubblica. Ma i dati economici sono tutt’altro che rassicuranti: qui c’è una delle più alte percentuali di pignoramenti della casa a seguito dell’impossibilità di pagare le rate del mutuo.

E il miliardo di euro promesso da Sergio Marchionne come investimento per Mirafiori vale quanto la cassa integrazione ha sottratto alle buste paga piemontesi nel 2010.

Dovremmo inoltre aggiornare ciò che ripetiamo per evidenziare come la disuguaglianza sia ormai oltre il rispetto della decenza: Massimo Mucchetti sul Corriere della sera di domenica 9 gennaio si spingeva oltre al rapporto che vede Marchionne guadagnare 450 volte circa un suo operaio. Opzioni e titoli porterebbero i suoi compensi a 38 milioni l’anno, vale a dire 1037 volte il suo dipendente medio.

Ben posta dunque la domanda di Nichi: “Marchionne e’ disponibile a distribuire stock option fra gli operai di Pomigliano e Mirafiori?”

Il quesito non è solo una provocazione. Il rapporto Censis 2010 ci dice che siamo il Paese dove è più bassa la percentuale di imprese che adottano modelli di partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda (lo fa solo il 3% contro una media europea del 14%).

La drammaticità del momento ha indotto finalmente la politica ad iniziare ad occuparsene, provando ad andare al di là di quella che Stefano Fassina ha descritto come la divisione tra “resistenza ideologica e rassegnazione pragmatica”.

Il governo non ha una politica industriale, ma anche la sinistra sconta ritardi nell’elaborazione di un progetto alternativo. E’ però fondamentale in questo momento che i lavoratori chiamati ad esprimersi sul referendum non si sentano soli, o peggio vedano la politica locale torinese accapigliarsi su nomi per le primarie, lontani o che impartiscono lezioni su cosa farebbero al loro posto.

Le primarie debbono servire a rompere la separatezza della politica, non a sancirla.

Nessuno può in questo momento sapere quale sarà l’esito del referendum fra i lavoratori, su quali percentuali si attesteranno i sì e i no.

Dobbiamo avere rispetto, ascoltare, e far sì che il progetto alternativo della sinistra metta al primo posto della propria agenda il lavoro, i suoi diritti non negoziabili, insieme alla conversione ecologica del sistema industriale come suggerisce Guido Viale.

Il tema della mobilità sostenibile è già stato più volte affrontato nella nostra città, e può essere una delle priorità programmatiche da porre nel dibattito delle primarie, in rapporto al ruolo che gli enti locali possono esercitare, insieme alla tenuta della filiera metalmeccanica, che anche sul fronte sindacale potrebbe rendere più efficace la battaglia della Fiom.

Il confronto tematico sul futuro della città risulta dunque cruciale in un periodo in cui Fiat gioca un ruolo, non più determinante in modo quasi univoco, ma sempre centrale.

A Torino dunque, al di là delle scelte nominalistiche, che non dobbiamo sottovalutare, con le primarie si potrebbe effettivamente fornire un prezioso contributo al progetto alternativo di una sinistra, che sul lavoro ritiene di poter esprimere una modernità che non è quella di Sergio Marchionne.

Monica Cerutti

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Ugo Francesco Calvo 11 gennaio 2011 - 22:21

Condivido l’articolo e per questo auspico un governo della città che vada oltre il buon governo e che proponga un modello di comunità che risponda alle esigenze che derivano dalla globalizzazione dei processi economici e sociali ma che mantenga i diritti dell’individuo come centrali, nella fabbrica e nel territorio. Per questo io auspico una discontinuità con la politica di Chiamparino, al che non intendo che non possa essere un anmministratore che si è dimostrato capace come tale ma che sappia proporre un’idea nuova della città perché è possibile .

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