Mentre gli “ indignados “ continuano ad occupare le piazze di Spagna, le urne delle elezioni amministrative iberiche sanciscono la sconfitta di Zapatero e la vittoria della destra del Partito Popolare. La sconfitta socialista è dolorosa. Avviene con una partecipazione al voto che sale di quasi tre punti percentuali ed è tale da consegnare all’attuale opposizione 11 regioni su 13 con la perdita, storica, di Barcellona e Siviglia. Il Psoe lascia sul campo circa due milioni di voti e scende al 27% ( aveva il 36,3 ) superato dal Partito Popolare ( che aveva il 36 ) di circa 10 punti. Sconfitte storiche sono quelle di Barcellona (dove primo partito sono gli autonomisti) e di Siviglia, mentre a Madrid è una conferma per il PP. Buono il risultato di IU, sinistra unita, la forza che lega i comunisti ad altre formazioni, con il 6,31, che però non cambia lo scenario. Uno scenario che era previsto e che ora si proietta sul prossimo voto politico che non dovrebbe più vedere, per sua scelta, Zapatero candidato.
Le cause che facevano pensare a questo esito sono in fondo le stesse che stanno portando alle mobilitazioni degli indignati. La situazione sociale spagnola si è fatta dura, soprattutto per i giovani stretti tra disoccupazione e precarietà. La stessa economia vive grandi difficoltà e se Zapatero ricorda di non aver dovuto, a differenza di altri, ricorrere al salvataggio europeo, in realtà sono venuti al pettine molti nodi della pur straordinaria modernizzazione guidata dai socialisti.
Una “ crescita “ in cui le componenti legate all’edilizia e alla finanza sono state molto, troppo, forti. E la creazione di occupazione è stata affidata a forme di flessibilizzazione contrattuale assai spinte che invece di rispondere alle esigenze hanno creato il disagio che esplode nelle piazze. Per giunta anche se non si è ricorsi all’aiuto di Bruxelles gran parte della manovra di aggiustamento economico di questo anno è stata fatta secondo il copione che la cosiddetta Task Force europea ha predisposto e che ha “ suggerito “ a tutti gli Stati membri. E dunque tagli, in particolare al lavoro pubblico e alla spesa sociale.
Il che è costato al governo socialista anche uno sciopero generale unitario che non si vedeva da tempo. La portata del fenomeno Zapatero e del “ socialismo mediterraneo “ è tale che non la si può certo liquidare con la disamina di un voto amministrativo. E bisogna ricordare che ci saranno poi le politiche. La dimensione della trasformazione sociale operata nella cultura e nelle forme di vita degli Spagnoli è assai grande ed entra nella storia del Paese. Ma la questione economia pesa grandemente.
In realtà pesa su tutti i Governi europei, come conferma il voto di Brema, un’ulteriore consultazione in un Land tedesco. Interessante anche perché per la prima volta il voto era esteso ai giovani sedicenni. Qui è la Merkel ad uscire strapazzata, scendendo al 21% circa con una perdita intorno ai 5 punti. Che si accompagna alla fuoriuscita dal Parlamento regionale dei suoi alleati nazionali liberali che si fermano sotto al 3%, dal 6 che avevano. La Spd, che qui governa da 60 anni, sale al 38%, dal 36,7, a conferma di una sconfitta anche nazionale della Merkel.
Nuovo exploit dei Grunen che diventano il secondo partito col 23%, dal 16,5. Il risultato della Linke, intorno al 6% , anche se con un calo sulle precedenti regionali, ribadisce il loro essere ormai entrati nella politica dell’ “ Ovest “. Ormai la serie di voti che danno per morta la maggioranza della CDU si è fatta lunga. Come lunga è la serie delle buone prestazioni dei Verdi, innanzitutto e più di tutti, ma anche della Spd e della Linke. Dunque in Germania si comincia a palesare una possibile alternativa a cui sarà bene guardare con attenzione.
Ma non basta neanche guardare. E’ necessario cominciare a costruire riflessioni comuni delle sinistre, degli ecologisti e delle forze alternative alle destre, che si pongano il tema dell’Europa. Credo che nessuno possa negare che il peso della crisi europea sui vari governi è determinante. E che le misure e gli indirizzi presi rischiano di creare grandissime contraddizioni. A tutti, anche a quella Germania che pure le ha fortemente dettate e che pure ha guadagnato nella crisi una ripresa di circa 5 punti di PIL. Ma se l’ “ Europa tedesca “ non salva neanche il governo tedesco, occorrerà che una possibile alternativa anche in quel Paese si interroghi se non sia necessario ragionare anche di una svolta per l’Europa.
Contrastando così anche tutti i neonazionalismi antieuropeisti in cui si stanno riciclando molte destre continentali, dalla Finlandia all’Austria. La Germania ha un peso tale da poter, almeno in parte, decidere sul proprio modello di sviluppo e incidere anche su un possibile cambio europeo. La vicenda dell’uscita dal nucleare e del lancio dell’economia verde è un esempio assai grande. Io penso però che sarebbe bene legare la qualità dello sviluppo alla questione sociale, dal lavoro al welfare.
Per questo mi augurerei che le tre forze alternative tedesche, Spd, Grunen e Linke, trovino la via del confronto e dell’unità. Ma quello che penso per la Germania, penso per l’Europa. Ripensare le scelte europee è prioritario per tutte le forze progressiste. Anche in Francia si può pensare ormai ad un declino di Sarkozy, e, perché no, in Italia forse il berlusconismo è al tramonto. Appunto, l’Italia. Il rapporto con l’Europa del nostro Paese si è fatto confuso per le ambiguità e le contraddizioni delle destre. Ma le sinistre non possono dire di avere una propria idea.
Eppure l’esperienza dei governi Prodi ebbe, nel bene ma anche nel male, al centro l’Europa. Ora basta applaudire alla nomina possibile di Draghi a governatore della Bce? E la politica della Bce è tale da rappresentare una soluzione o, almeno in parte, è una parte del problema? Il voto della Spagna sta lì a ricordarci di quanto si dovrebbe cambiare. Più Europa, una Europa democratica che punti sul proprio modello sociale e non sul suo smantellamento. Cominciamo a parlarne adesso, in Italia ed in Europa, per prendere le cose in tempo.
Roberto Musacchio
SEL,se vuole costruire il cantiere dell’alternativa deve comincia re a radicarsi nei territori ma a tempo stesso ha l’obbligo di costruire un serio rapporto con le sinistre europee.è il mezzo più grande che ha,come percorso dall’alto.Una sinistra è di governo ed è tale quando riesce ad alimentare un forte dialogo e a percorrere una strada forse più grande di quella che vede e che vada aldilà del suo sentiero.