La XVI legislatura è morta questa estate. In ogni caso, ci sia o meno una ricomposizione tra Fini e Berlusconi, il disegno politico della Pdl non esiste più. Si esaurisce il totem della semplificazione bipartitica della politica italiana e con esso finisce in soffitta anche la creazione di un blocco conservatore unico in questo paese.Come negli Usa il fronte della destra si divide tra radicali e moderati, con la differenza che il Tea party è nato in Italia venti anni prima che oltreoceano ed ha avuto il tempo di produrre un terremoto in termini di rappresentanza elettorale come di penetrazione culturale. Lo scontro a destra, a Roma come a Washington, si manifesta nuovamente dietro le insegne di una questione fiscale irrisolta, così come tale è da 150 anni a questa parte il solco che divide l’Italia tra un nord produttivo ed un sud che scivola sempre di più nella povertà e nell’abbandono.
Dunque, ci troviamo di fronte ad una prova grandissima: finita l’epopea di questo centrodestra che aveva sfondato nel 2008, che avversario politico ci troveremo davanti di qui a quando ci sarà la precipitazione elettorale? Non sottovalutiamo l’ulteriore evoluzione che può avere il berlusconismo in questo frangente: può incattivire ulteriormente il clima politico e stravolgere definitivamente il quadro istituzionale in senso plebiscitario.
La tentazione delle ultime settimane appare questa, cominciata con quel vero e proprio manifesto costitutivo di un nuovo partito plebiscitario di massa che è stata la cacciata dei finiani ed esauritasi con l’agitazione, a mò di manganello, della carta delle elezioni anticipate. Dobbiamo capire dunque quale avversario abbiamo davanti prima di iniziare ad abbozzare una proposta realmente alternativa.
Sino ad oggi il maggiore punto di distanza, quello vero, tra noi ed i democratici è stato proprio questo. Abbiamo avuto, ed in buona parte abbiamo ancora, un giudizio estremamente divergente sulla natura della destra italiana, sulla possibilità di intavolare un qualsiasi dialogo, sull’impossibilità di costruire insieme anche semplicemente un quadro di regole condivise. Dopo le elezioni politiche l’ipotesi di una legislatura costituente interessava Veltroni quanto Berlusconi che cinguettavano uno accanto all’altro come strateghi di un nuovo compromesso storico. Non ha impiegato molto il cavaliere a gettare via la maschera ed a riprendersi pienamente il ruolo di caimano, di distruttore del buonsenso repubblicano, di sovvertitore scientifico della Costituzione.
La prima domanda, dunque, da porre con franchezza a Bersani è questa: siamo d’accordo che di fronte abbiamo una vera e propria emergenza democratica a cui dobbiamo rispondere con determinazione e con spirito unitario? Se è così, e a me sembra che per la prima volta il segretario democratico, cominci a non avere peli sulla lingua e a declinare un giudizio netto ed inequivocabile sul governo e sul suo cotè ideologico, occorre andare a vedere fino in fondo le carte che intende giocare il PD. Nuovo Ulivo ed Alleanza per la democrazia: una proposta a doppia velocità, che segnala tuttavia, per la prima volta, l’inizio di un percorso per l’alternativa autentico, seppur viziato dai soliti politologismi un po’ triti e ritriti dei due cerchi o della disputa sul sistema elettorale.
Partiamo dal nuovo ulivo: è una proposta, non un sonnifero come fa intendere Renzi. Si può liquidare come una minestra riscaldata l’unica formula che fece vincere il centrosinistra per ben due volte contro Berlusconi? Sarebbe un atto di arroganza intellettuale vero e proprio. E come facciamo a non vedere che in maniera esplicita il Pd abbandona la vocazione maggioritaria e capisce che ha bisogno di tutta la pluralità che a sinistra esiste, financo delle culture e dei progetti politici che erano stati dichiarati morti e sepolti? Con il nuovo ulivo, non voglio apparire enfatico o provocatorio, viene seppellito definitivamente il pd veltroniano e viene archiviata forse la stessa idea di fondo che aveva contribuito a costruire il soggetto politico neoriformista.
Non sarà il big bang che avevamo giustamente evocato, perché il PD come forma organizzata resiste ancora, ma è indubbiamente un’ammissione di non autosufficienza. A noi, a Sinistra Ecologia Libertà, interessa riempire di contenuti il Nuovo Ulivo, preservando la nostra autonomia politica e provando a farlo crescere e radicare nel paese? Credo di sì ed il nostro congresso dovrà inevitabilmente pronunciarsi su questo terreno nuovo: una grande soggettività di sinistra in grado di condizionare e spostare in senso partecipativo e sociale il Nuovo Ulivo.
Infine sull’Alleanza per la Democrazia: non dobbiamo mettere il carro davanti ai buoi e non dobbiamo immaginarci nel ruolo di corteggiatori assidui ed un po’ petulanti di Fini e Casini. Sarebbe un esercizio penoso ed un po’ ridicolo, che lasciamo volentieri agli sherpa democratici. Una alleanza per la democrazia si può fare anche stando in coalizioni diverse, se la cosa più impellente è il ripristino della repubblica parlamentare. Non vedere che nel blocco conservatore sono venute meno le ragioni dello stare insieme sarebbe davvero un errore imperdonabile.
Noi dobbiamo agire perché quel solco si allarghi, perché anche là dentro si inseriscano veri elementi di cambiamento senza perpetrare faide di potere. La contraddizione tra Fini e Berlusconi, l’autonomizzazione di Casini dalla destra politica, la sfiducia crescente di pezzi importanti del mondo dell’impresa, della finanza e persino della chiesa cattolica nei confronti dell’attuale governo non possono lasciarci indifferenti. Non sono semplicemente partite che si giocano nel loro campo né possiamo trattarle alla stregua di oscillazioni metereologiche.
Sono battiti d’ala che inevitabilmente determinano tempeste anche in mezzo al nostro schieramento: dobbiamo stare attenti a non guardare questo aspetto. Un eventuale terzo polo potrebbe anche sfarinare il nostro schieramento se quest’ultimo non è perfettamente coerente e capace di tirare fuori dal cilindro un progetto di società. E potrebbe resuscitare anche dentro il Pd quell’attitudine al moderatismo mai del tutto abbandonata e quella inclinazione alla neutralità sociale che ha contraddistinto la tendenza principale della sua dirigenza, in primis l’esclusione totale di qualsiasi riferimento al conflitto ed all’autonomia del mondo del lavoro.
E’ evidente che la battaglia delle idee sarà quanto mai necessaria in questo frangente: dovremo far pesare tutta la nostra capacità di innovazione per imporre alcuni temi che rischiano di scomparire: altrimenti il riformismo istituzionale che appassiona il PD rischierà di sovrapporsi e di schiacciare le vere riforme in senso redistributivo che dovremo promuovere. Apriamo subito una discussione con la coalizione: il tema non è chi ha il pallino, ma chi riesce a dettare l’agenda. Chiedendo le primarie siamo riusciti a farle diventare indispensabili e da lì difficilmente si potrà tornare più indietro. Oggi però dobbiamo decidere se è dentro il Nuovo Ulivo e nel campo della Alleanza per la Democrazia che vogliamo giocare fino in fondo la nostra partita. Io credo di sì. A noi tocca ricostruire la sinistra, non fare le mosche cocchiere.
Arturo Scotto
Ci sono cose che condivido ma anche cose che mi lasciano perplessa nell’articolo di Scotto. Sono convinta che ci troviamo di fronte ad una vera e propria emergenza democratica, prodotta dal lungo dominio di una destra eversiva. La fase attuale, tuttavia, presenta delle novità: innanzitutto, a mio giudizio, lo spostarsi dei “poteri forti” che sono ben attenti a non pagare prezzi di reale cambiamento sul piano sociale ed economico mentre cercano una soluzione postberlusconiana, una specie di berlusconismo senza Berlusconi, diventato troppo ingombrante e imbarazzante anche per loro. Ma a noi interessa sconfiggere il berlusconismo, non solo Berlusconi.Deve poter nascere un’altra Italia, che potenzialmente già c’è, e si manifesta a sprazzi per lo più fuori dei partiti, nella società. Non mi pare che l’A. metta questa cosa in giusto rilievo, anzi si limita ad un accenno ai “poteri forti” in cui esprime un giudizio mi pare positivo, parlando di “battiti d’ala”, mentre si tratta della solita ferrea volontà di tali poteri di decidere le sorti del “popolo sovrano” spogliandolo di ogni “sovranità”. I fenomeni politici che sono derivati da queste “oscillazioni” sono poi quelli che l’articolista pone in grande rilievo: in primo luogo la rottura dell’unità a destra, che manifesta l’esaurirsi del totem della semplificazione bipartica, direi anche dell’illusione bipolare, dato che in effetti si sta strutturando un terzo polo, per cui mai come ora il dominio berlusconiano ha rivelato crepe e incrinature, che lasciano sperare in una vera e propria debacle. Tanto più che l’alleato che gli resta accanto è palesemente affetto da tendenze bulimiche, evidenti nella stessa urgenza intimidatoria con cui propone e cerca di imporre elezioni anticipate. In conseguenza alla rottura dell’unità a destra c’è stata, ecco l’altra novità, la bifronte e anfibia proposta di Bersani: quella di un’Alleanza per la Democrazia che dovrebbe abbracciare tutti i soggetti che si impegnano a contrastare Mr B e a ripristinare la repubblica parlamentare e quella del Nuovo Ulivo. All’A. sembrano convincenti e da accettare entrambi i percorsi indicati da Bersani. A me no. O meglio: l’Alleanza per la Democrazia mi sta bene, a patto che si realizzi a cose fatte, dopo l’ormai imminente battaglia elettorale, se ce ne saranno i numeri nel nuovo parlamento. La proposta del Nuovo Ulivo secondo l’A. esplicita l’esaurirsi di un altro totem, quello della presunta autosufficienza del PD. Tale proposta non può non implicare, infatti, l’ammissione di non autosufficienza da parte del PD e, secondo l’A., il riconoscimento del “bisogno di tutta la pluralità che a sinistra esiste”. Di qui la posizione dell’A. che vuole SEL nel Nuovo Ulivo con il ruolo di chi esprime “una grande soggettività di sinistra in grado di condizionare e spostare in senso partecipativo e sociale il Nuovo Ulivo”. Già sarebbe gran cosa, ma io penso che l’impresa sia più impegnativa e l’obbiettivo più alto: si tratta di costruire un soggetto politico che assuma responsabilità di governo per realizzare un’uscita organica, cauta ma netta, dal liberismo. Che altro vuol dire centralità del lavoro, ambientalismo, diritti di libertà? Ma per un’operazione di tale portata bisogna trovare le strade, i percorsi giusti che diano accesso al cuore del PD, alla sua base, all’area dei simpatizzanti ecc. al popolo che si vorrà riconoscere a sinistra. Occorrono tribune da cui parlare, piazze mediatiche e reali in cui incontrare il “popolo largo”. Vendola ha individuato con nettezza una strada: quella delle primarie. Ora io non sono convinta che la proposta di Bersani implichi e sottintenda un riconoscimento di valore della/e sinistra/e…temo sia prevalentemente il frutto di un mero calcolo, basato su sondaggi e previsioni di esiti elettorali, specie in caso di elezioni ravvicinate. Solo dall’agenda capiremo le reali intenzioni del PD: se in agenda ci sarà, quanto prima e con chiarezza, un tavolo che raccolga i responsabili dei partiti del costituendo cosiddetto Nuovo Ulivo (ma non voglio fare questioni nominalistiche)per decidere la data delle primarie proposte da Vendola, se in agenda ci saranno tali primarie di coalizione, il Nuovo Ulivo può nascere e diventare una cosa seria. Altrimenti penso che sia grosso modo una sortita per sparigliare a sinistra, che quell’aggettivo “Nuovo” non significhi assolutamente nulla, sia il solito bluff, e che in effetti ci si prepari una riedizione di qualcosa di “vecchio”: un partito più grosso che tenta di fagocitare quelli meno consistenti, senza la prospettiva di misurarsi con la necessità del cambiamento. Del proprio cambiamento. Penso che abbia ragione Vendola quando afferma che le primarie sono l’unico metodo possibile per costruirla, la coalizione. Attorno al suo popolo. Vengono prima. E non dopo come vorrebbe Bersani. Attualmente, non solo per restituire ai cittadini la preferenza scippata dal Porcellum di Calderoli, ma per restituire loro una cosa addirittura più importante, che è stata scippata un po’ da Tutti i partiti, e cioè “la politica”. In questo senso le primarie sono, possono essere, il principio democratico rigeneratore della politica contro il cinismo delle oligarchie. C’è in giro un enorme volontà di cambiamento. Non dobbiamo permettere che si ripieghi su se stesso e sia soffocato dai soggetti stessi da cui ci si attende il cambiamento.