Un altro Sud per un’Italia migliore

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La anticipazioni del rapporto SVIMEZ 2011 sull’economia del Mezzogiorno ci consegnano la descrizione di una realtà inquietante e ricca di problemi serissimi che pervado la società del Meridione d’Italia. La crisi economica e la grave recessione mondiale del biennio 2008-2009 hanno investito in modo uguale Nord e Sud d’Italia, ma la fuoriuscita da esse è del tutto impari, in quanto riguarda prevalentemente l’area settentrionale, mentre nel mezzogiorno persistono e si aggravano tutte le difficoltà della crisi. Si legge nel rapporto: “Invece che rimanerne isolato, Il Mezzogiorno ha dunque subito più del Centro-Nord le conseguenze della crisi: una caduta maggiore del prodotto, una riduzione ancor più pesante dell’occupazione”, a testimonianza del fatto che in questi anni, precisamente dal 2008 al 2010, il Governo Berlusconi non ha avuto nessuna politica economica che potesse interessare il Sud, anzi tutti gli sforzi sono stati rivolti verso la ripresa dell’economia del Nord. Ciò rende ancor più evidente come la Lega Nord sia forza egemone, sia sul piano culturale che su quello delle scelte economiche, di questo governo. Così, la modesta ripresa avvenuta nel 2010 accresce ancora di più il divario tra Nord e Sud.

Andando, però, più a fondo nei primi dati pubblicati, l’elemento di maggior interesse che balza agli occhi è come la crisi produttiva sia divenuta, nel Mezzogiorno, anche crisi sociale. Il rapporto SVIMEZ è chiarissimo su questo punto: tra il 2008 e il 2010 la perdita di posti di lavoro è del 4,3%, contro l’1,5% del Centro-Nord, ciò significa che, nonostante nel Meridione ci sia il 30% degli occupati italiani, il 60% però dei posti di lavoro persi in questi anni, paradossalmente, si concentra proprio in questa zona del Paese, dove, inoltre, la disoccupazione, nel 2010, si attesta al 13,4% a fronte del 6,4% del Centro-Nord. Anche qui un chiaro segno di come il Sud Italia sia stato abbandonato a  se stesso, e a poco serviranno i fondi CIPE sboccati in questa ultima settimana.

Tuttavia, questi sarebbero solo dei freddi dati, allarmanti sì, ma i soliti dati di un solito rapporto SVIMEZ  di fine anno, se non fosse per quelli che vengono forniti sulla condizione giovanile: un quadro fosco e depressivo descrive la condizione (non) lavorativa delle giovani e dei giovani meridionali tra i 15 e i 34 anni., persi tra la disoccupazione e il requisito di “NEET” (Not in Education, Employment or Training, ovvero giovani che non studiano, non lavorano e non si perfezionano).

Il tasso di occupazione nel 2010 è del 31,7% (per le donne arriva appena al 23,3%, il che significa che a Sud lavora una donna su quattro e che le donne sono di nuovo relegate al ruolo ri-produttivo) a fronte del 56,5% per le aree del Nord, con una differenza di 25 punti percentuale. Inoltre la condizione di NEET riguarda un quarto dei diplomati e il 30% dei laureati. Scrive la SVIMEZ:” Ecco perché, dal punto di vista dell’occupazione, ben oltre la dinamica congiunturale, possiamo confermare che la questione generazionale italiana diventa emergenza e allarme sociale nel Mezzogiorno”. E ancora:” I giovani hanno pagato particolarmente caro la crisi. I dati dimostrano come nell’ultimo biennio si siano chiuse le porte di accesso al mercato del lavoro per le nuove generazioni

Dati e considerazioni da far tremare le vene ai polsi. Nel meridione d’Italia due generazioni sono letteralmente sprecate, abbandonate al loro destino, relegate in un angolo, senza la possibilità di poter esprimere la propria creatività a le proprie potenzialità. Per la prima volta nelle storia (e questo è un dato molto importante per il Sud, dove l’istruzione ha da sempre avuto il carattere di ascensore sociale, di miglioramento delle proprie condizioni di vita e, in determinate realtà, di contrasto alle mafie) il conseguimento di titoli di studio, in modo particolare della laurea, non è più garanzia di mobilità sociale, anzi, paradossalmente, proprio il tempo dedicato allo studio diventa tempo sottratto alla possibilità di trovare un lavoro in età adolescenziale, quindi diventa tempo sprecato.

L’investimento di energie, risorse ed intelligenza nello studio non è ripagato e, di conseguenza, emergono due tendenze, da un lato una riduzione delle iscrizioni all’Università, e, dall’altro, il cosiddetto “brain waste”, ovvero “spreco dei cervelli”: giovani laureate e laureati che ormai un lavoro non lo cercano nemmeno più. Paradossalmente, la parte più avanzata, cioè quella che ha accumulato maggiori strumenti di conoscenza, e più piena di risorse, cioè quella più giovane, della popolazione meridionale è relegata nell’inattività, schiacciata da un sistema chiuso, senza prospettive di futuro e con come uniche risorse economiche i soldi che vengono dal nucleo familiare. In più oggi è venuta meno la prospettiva di migrazione verso aree del Paese più sviluppate, che è stata per decenni la “valvola di sfogo” per intere generazioni iper scolarizzate. Una condizione di vita non più accettabile!

A ciò va aggiunto il dato del lavoro nero, che, in quanto tale, non può essere rilevato con esattezza, ma che è fattore costitutivo della condizione lavorativa delle giovani e dei giovani del Sud. Infatti, se da un lato si parla di “inattività”, dall’altro si dovrebbe tenere conto di quanto lavoro sommerso e sottopagato esiste nel Meridione e di quante ragazze e ragazzi lavorano in queste condizioni. Purtroppo un rapporto ufficiale,  com’è quello SVIMEZ, non riesce a raccogliere questi dati perché certifica solamente quelli ufficiali, eppure vi è un “mondo di lavoro” dove si lavora tanto e si guadagna poco, senza nessun diritto e nessuna tutela previdenziale, basti guardare ai lavori stagionali oppure a quelli del settore del commercio. A volte si lavora più di 12 ore al giorno per 30 euro, e, ovviamente, il titolo di studio non conta!

Le giovani e i giovani meridionali hanno pagato e stanno pagando più di tutti la crisi economica di questi anni. Le prospettive per il futuro non sono certo rosee, soprattutto e si pensa al cosiddetto “pareggio di bilancio” e al federalismo fiscale, che insieme delineano un quadro redistributivo particolarmente sfavorevole per il Meridione. Ecco perché il Sud non ha bisogno di opere faraoniche, tipo il ponte sullo stretto di Messina, ne tantomeno di una nuova fantasmagorica politica di industrializzazione, con i soliti incentivi e la solita fiscalità di vantaggio per le industrie. Il Sud ha bisogno di politiche del lavoro serie che valorizzino le risorse ambientali, i beni culturali, i prodotti tipici. Ma soprattutto c’è bisogno di una seria proposta di reddito di cittadinanza, che sottragga i giovani e le giovani al lavoro nero e, a volta, al reclutamento da parte delle organizzazioni criminali. Se non è possibile avere una buona occupazione, almeno dateci un reddito buono!

Abbiamo gridato in questi anni che la crisi non l’avremmo pagata noi, e invece pesa tutte sulle spalle dei giovani e delle giovani del Sud.

Abbiamo detto a chiare lettere che il nostro tempo è adesso, mentre al contrario siamo relegati in un tempo da “gioco dell’oca”, dove si torna sempre alla casella iniziale e il tempo è un lungo fermo-immagine.

Infine, a dieci anni da Genova, siamo stati protagonist* dello slogan “Voi la crisi, noi la speranza”, ma la speranza ora non basta più.

È tempo ora di metterci al lavoro, di mettere in campo idee nuove di eguaglianza e giustizia sociale, per avere un’esistenza degna, per poter realizzare i nostri sogni, i nostri desideri, i nostri affetti. Non c’è un’Italia migliore senza un altro Sud.

Mariella Palmieri

Ci sono 2 commenti per questo post
Sergio Calef 8 agosto 2011 - 17:31

Condivido pienamente quanto scritto da Mariella Palmieri che non solo coincide completamente in termini di numeri e percentuali ma ciò che è più importante in termini di considerazioni politiche e di prospettive;certamente non ci può essere una Italia Migliore senza una rivitalizzazione del Nostro Meridione.Nessuna Opera Faraonica,costosa ed inutile come pure Cattedrali nel Deserto ed Infrastrutture che arricchiscono solo pochi ed i soliti potranno costituire delle risposte.
Quanto all’osservazione di Edoardotrotta vorrei richiamare la sua attenzione sul fatto che non esiste una Sinistra Moderata ed una Sinistra Radicale ma solo una SINISTRA.Lasci fare queste distinzioni a giornalisti del tipo di quelli che scrivono su giornali come il Corriere della Sera che strumentalmente usano questa distinzione per propri fini non sempre limpidi.La Sinistra è una sola,alternativa alla Destra ed al Centro Democristiano,ed è quella dalla parte di chi è sempre tartassato,oggetto dei sacrifici richiesti,non dispone di beni al sole e non siede in posti di potere.Quella che viene chiamata Sinistra Moderata non ha niente di Sinistra e ne usurpa il nome.

Edoardotrotta 8 agosto 2011 - 14:17

La RIVOLTA contro il RAZZISMO nei quartieri di Londra è un timido esempio di quello che potrebbe accadere se SINISTRA moderata e SINISTRA RADICALE non trovano accordi per GOVERNARE.
Già oggi in ITALIA, i “SECONDINI” spesso stanno peggio dei RECLUSI.
Fasce GIOVANILI mostrano la loro intolleranza verso le “divise” anche contro VIGILI urbani. I GIOVANI spesso non capiscono piu’ il SENSO delle “loro regole”.
Il contratto SOCIALE non esiste più in favore di REGOLE fatte apposta per IMPOVERIRE Giovani, ceti medi e ceti poveri. NON resta “loro” che un’arma:trasformare le “FORZE dell’Ordine” in “BRAVI” di Manzoniana memoria.
Questo peggiora notevolmente anche le LORO CONDIZIONI DI LAVORO.
Io penso che “mantenere la vivibilità” di una città sia importante ma essenziale sia anche una Politica del Dialogo pena l’IMBARBARIMENTO dei nostri rapporti.

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