Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, emerge come nuovo leader della sinistra italiana e possibile candidato contro Silvio Berlusconi.Come se non bastasse la crisi economica, l’Italia vive un grave momento di turbolenza politica. Il presidente della camera, Gianfranco Fini, cofondatore insieme a Berlusconi del Popolo della Libertà, partito al governo, è stato espulso dal partito per la propria resistenza alla presentazione di progetti anticostituzionali e antidemocratici. Nella votazione più recente alla Camera, il Governo ha avuto la meglio con una votazione inferiore alla maggioranza assoluta, in virtù di circa 80 astenuti. Avrebbe perso se parte delle astensioni fossero stati voti a sfavore. Ed è quello che potrà accadere a breve termine, quando Berlusconi tornerà alla carica con alcuni dei progetti combattuti da Fini.
La prospettiva per il momento è incerta, si parla di elezioni anticipate e anche della formazione di un governo tecnico. In caso di elezioni, il candidato inevitabile della destra continua ad essere Berlusconi, oggi supportato dalla Lega Nord della quale, in qualche modo, è ostaggio.
Al centro sembra sia in cantiere una nuova unione, alla quale si unirebbero Fini e i 34 finiani che avevano accompagnato il leader. E la sinistra? A parte figure legate ad un passato di sconfitte davanti a Berlusconi, entra in scena un nuovo personaggio, Nichi Vendola, recentemente rieletto alla presidenza della Puglia, la più ricca del Sud della penisola, dopo aver vinto le primarie contro i pezzi grossi candidati del PD, maggior partito dell’opposizione.
Nato a Bari 52 anni fa, battezzato Nicola, laureato in lettere e filosofia, comunista e cattolico, figlio di un comunista cattolico, iscritto al PCI fin da giovane, alla dissoluzione del partito uno dei fondatori di Rifondazione Comunista, e anche fondatore dell’Arcigay italiana. Omosessuale dichiarato, “pezzo del mio scisma delle due chiese, quella comunista e quella cattolica”, come è solito dire. Nel 2009 è uscito da Rifondazione e attualmente è leader di Sinistra Ecologia e Libertà. Buon oratore, coraggioso, carismatico, viene indicato come il futuro della sinistra italiana.
CartaCapital: Lei viaggia molto sin dai tempi dell’università. Secondo lei come viene considerata oggi l’Italia nel mondo?
Nichi Vendola: Credo che, in questo momento, il mondo consideri l’Italia un paese marginale e consideri il protagonismo del nostro primo ministro, Silvio Berlusconi, come un fenomeno di costume più che politico. Esiste una diffusa ironia globale in relazione a quello che noi chiamiamo berlusconismo.
CC: Può spiegare cosa è il berlusconismo?
NV: Si tratta di un fenomeno che trae origine da due fattori, il populismo e il neoliberismo. E’ stata e continua ad essere l’espressione di un fondamentalismo mercantilista che ha saputo capitalizzare la crisi della politica, dei partiti e che, in circa 15 anni, ha trasformato l’Italia in un paese molto meno equilibrato e, dal punto di vista civile, molto più isterico.
CC: Quali sono le conseguenze del berlusconismo?
NV: Oggi l’Italia ha una classe dirigente che esprime intolleranza relativamente al costituzionalismo democratico, che sopporta male l’equilibrio di pesi e contrappesi, indispensabile per una moderna architettura democratica, che spara contro l’autonomia dei poteri giudiziario e legislativo, e del potere dell’informazione. È una situazione abbastanza grave perché Berlusconi è allo stesso tempo l’uomo più ricco del paese, proprietario della maggior parte delle imprese e delle emittenti private, ed è il controllore di tutte le emittenti pubbliche. È una anomalia che macchia l’immagine di un paese maturo e di grande tradizione democratica come l’Italia.
CC: Il controllo dei media rende la situazione inimmaginabile per qualunque democrazia. Basterebbe pensare a ciò che sta accadendo con Fini, fino a ieri alleato di Berlusconi e cofondatore del PDL, il partito maggioritario, e oggi in disgrazia solamente perché è contrario ad alcune leggi che favorirebbero la criminalità organizzata.
NV: Contro Fini abbiamo assistito più di una volta ad un’offensiva politica realizzata con l’uso dell’omicidio morale e dei servizi segreti e anche di strumenti di repressione. Una lotta politica sollevata con estrema violenza verbale, con il ritorno in scena di potenze notoriamente criminali, come quelle di Cosa Nostra e della Camorra, e come quelli della Massoneria deviata, che condizionano direttamente la vita politica nazionale. Tutto questo costituisce per l’Italia una ferita incalcolabile.
CC: Con il berlusconismo oggi in Italia nessuno fa carriera senza correre il rischio di essere ricattato. Lei concorda con questa considerazione che ho sentito fare molte volte negli Stati Uniti da italo-americani molto influenti?
NV: Andrebbe aldilà di questo. L’Italia di oggi somiglia molto all’Italia del Medioevo, un paese non-paese nel quale dominano i signori locali, le satrapie, piccoli clan. Dietro la corruzione dei politici esiste una complessa rete di potere di dimensione tipicamente locale. Mentre la Lega Nord canta l’inno antipatriottico della Padania nelle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, cerca di legittimare le piccole patrie, alcune di queste in mano a clan paracriminali.
CC: Tuttavia, il 15 agosto il Ministro degli interni Maroni e quello della giustizia Alfano, hanno sostenuto che nessuno ha fatto tanto quanto Berlusconi nel combattere la criminalità organizzata… Per Mario Landolfi, del PDL, solo Mussolini è stato meglio del sultano nel combattere la Mafia…
NV: Non è il Governo che emette mandati d’arresto, questa è la grande beffa di quei venditori di tappeti quali sono i ministri Maroni e Alfano. I giudici e i procuratori che portano avanti la lotta contro i clan e boss mafiosi in generale sono offesi e calunniati quotidianamente da Berlusconi. La cattura di un fuorilegge è frutto di grande lavoro, a volte di decine di anni. Credo che un governo serio dovrebbe chiedersi perché, dopo tanti arresti, resta inalterato il potere economico delle mafie, il suo dominio su interi territori nazionali e la capacità di tornare protagonista della globalizzazione. Si può immaginare che nella mafia esista un principio, simile a quello dell’economia di mercato: le carceri possono rappresentare solo una specie di turnover e le figure coinvolte con la criminalità organizzata continuano a rimanere al potere. Per esempio, il Ministro Maroni dovrebbe dirci perché non ha espulso il suo collega di governo Cosentino, quando qualche procuratore aveva sollecitato la sua detenzione per associazione con la camorra.
CC: C’è chi sostiene che lei potrà essere il primo Premier dell’era post-berlusconiana. Che ne pensa?
NV: Il problema è che io sono molto distante dalla politica intesa come quella di palazzo.
CC: Perché?
NV: Per il momento, perché per due volte ho dovuto dirottare il centro-sinistra nelle primarie per potere sconfiggere il centro destra nelle elezioni di una regione-laboratorio come la Puglia. Se ho vinto è perché la mia vita, la mia lingua, la mia storia, sono espressioni di una dimensione nuova, diversa della politica.
CC: Chi è Nichi Vendola?
NV: Sono quello che ha viaggiato in giro per il mondo, che si è addentrato in zone di guerra e guerriglia, che ha raccontato i dolori del mondo, sono quello che si è battuto nel corso della vita per i diritti di ciascun essere umano, sono quello che governa una grande regione, la Puglia, riuscendo in tre anni a farla ritornare la più importante del mondo per le energie rinnovabili, sono quello che apre un avvenire di lotta alla privatizzazione dell’acqua, avendo a disposizione il maggiore acquedotto d’Europa, sono quello che dichiara guerra agli sfruttatori di immigrati. Infine, non sono un cacciatore di farfalle, non canto alla luna, tento di restare coerente con ciò che dico e faccio. Vivo la politica come il pensiero di una società più civile. Io sono uno che quando vince non dimentica i perdenti.
CC: L’ex neofascista granata, dissidente berlusconiano, insieme a Fini, ha affermato che appoggerebbe un governo capeggiato da lei.
NV: In Italia Granata esprime un nuovo genere di destra, liberaldemocratica, in stile europeo, gaullista, che è la miglior destra possibile. Sono scettico per quanto riguarda le alleanze paradossali. Ho stima di Granata, ma questo è un altro discorso. Credo che il fenomeno politico culturale di Futuro e Libertà, l’alleanza politica che Fini vuole fondare, sia un fenomeno in grado di contribuire perché si giunga ad un nuovo centro. Vedremo. Destra e sinistra a volte in Italia sembrano categorie equivalenti.
CC: Lei è di sinistra. Che significa oggi essere di sinistra in Italia?
NV: Per la sinistra vincere deve essere semplicemente un verbo che può essere tradotto in un sentimento popolare, vincere come un sentimento che cambia la vita. È come quando in Brasile la vittoria della sinistra significa cominciare una lotta alla miseria e all’analfabetismo. In tutta l’America Latina la sinistra negli ultimi 10 anni ha iniziato questa lotta, la lotta alla disuguaglianza, per i diritti sociali, mentre la sinistra europea osserva con un’aria di sufficienza. Allo stesso tempo, nell’Europa di oggi, ci sono 80 milioni di poveri, 20 milioni dei quali sono bambini. La politica di sinistra deve rivolgere l’attenzione a questi problemi.
CC: Qual è la sua situazione in prospettiva di future elezioni?
NV: Ritengo interessante il successo che ho avuto nel cuore del Veneto della Lega, in un confronto con il governatore Zaia. Sono stato lì per esporre le mie idee e dire agli imprenditori: “siete in difficoltà perché avete raccontato una bugia, vale a dire, che era possibile condurre una competizione internazionale massacrando i lavoratori, diminuendo il costo del lavoro. Al contrario, per me questo è fatto con processi di innovazione, creando un sistema, una rete, non avendo paura delle realtà emergenti. La competizione in se stessa è una parola distruttiva”. Dicendo questo e dicendo che i ricchi dovrebbero pagare le tasse, ho ricevuto applausi, io terrone nel cuore del nord leghista. Io rappresento il contrario della sindrome di Zelig.
CC: Di che si tratta?
NV: La sinistra si esprime con un linguaggio da cardinale quando parla con il Vaticano, e in forma di datore di lavoro se parla con la confederazione delle industrie. Vuole essere uguale ai suoi interlocutori. Al contrario deve difendere le proprie ragioni, salvaguardare il bene delle persone.
CC: Qual è il programma che lei propone per l’Italia del futuro?
NV: La mia è una sinistra che non coltiva malinconia, è una sinistra curiosa, che tenta di capire i linguaggi dei giovani, che non cerca i migliori ma tutti, che non si forma per missioni venute dall’alto, ma si costituisce con il dibattito dal basso, che non riesce a stare inquadrata in partiti di sinistra, ma si incontra nelle scuole, nelle chiese, nelle difficoltà, nella vita reale delle persone. La mia è una sinistra più ricca di domande che di risposte sul futuro, sul vivere insieme, una sinistra popolare, plurale, dei diritti umani. Quella che ha la capacità di ascoltare un mondo nuovo. In America Latina, Turchia e India si riesce a percepire il profumo di nuove idee. L’Europa è un continente nel quale regna la morte e per riportarlo in vita abbiamo bisogno di una grande e nuova sinistra.
CC: Intanto l’unico che ha sconfitto Berlusconi fino ad ora è stato Prodi, un centrista.
NV: Provo grande affetto per Prodi. Temo che in politica non abbia più la possibilità di dare replica del passato, ma le direttive del prodismo, anche con tutti gli errori commessi, ha portato ad una politica con grandi potenzialità di espansione. Se Berlusconi è stato il responsabile della narcotizzazione televisiva, per la mancanza di responsabilità di massa, l’inversione del sistema che ha creato deve partire da un nuovo grande protagonismo democratico. Sono morto stanco delle diatribe simbolico-ideologiche all’interno della sinistra: non c’è più tempo né spazio. Non lotto per una sinistra minoritaria, lotto per vincere. Non c’è bisogno di aver paura della nostra gente, dunque. È con la nostra gente che vinceremo, insieme, con loro e grazie a loro.
CC: Qual è la sua relazione col Brasile?
NV: Sono stato due volte in brasile. La prima in vacanza a Rio, per il primo dell’anno, a San Paolo e a Florianopolis. Un’altra volta ho partecipato al forum sociale di Porto Alegre. Per me il Brasile rappresenta una parte della mia anima. Quelli della mia generazione hanno appreso a far politica da bambini, tenendo davanti il mappamondo. E un posto speciale era l’America Latina. Fin da bambino sapevo tutto sull’America Latina. Naturalmente la vittoria di Lula, le battaglie dei seringueiros, quelle del MST, le straordinarie lotte di questi luoghi del cuore del Brasile hanno costituito una parte fondamentale del mio immaginario. È una delle mie patrie. Se la sinistra non apprenderà ad avere una molteplicità di patrie, è finita. Vorrei per questo chiudere con le parole di Rocco Scotellaro, un antico poeta del sud: io sono un filo d’erba, un filo d’erba che trema, e la mia patria è dove il filo di erba trema.
Da Carta Capital del 2 settembre 2010
Traduzione di Paola Russo
una nuova sinistra, un nuovo modo di comunicare, un nuovo leader e tanti vecchi principi e valori