Un numero chiuso per la dignità dei detenuti

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La drammaticità della situazione è stata espressa in maniera inequivocabile dal Presidente Napolitano in apertura del Convegno promosso dai radicali alla fine di luglio: quella della condizioni delle nostre carceri, «che definire sovraffollate è quasi un eufemismo», è «una questione di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile»; «una realtà che ci umilia in Europa», «non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita», frutto di «oscillanti e incerte scelte politiche e legislative … tra tendenziale, in principio, depenalizzazione e “depenitenziarizzazione”, e ciclica ripenalizzazione».

Nello stesso giorno, in una intervista al Corriere della sera, il neo-Ministro della giustizia Francesco Nitto Palma, dimentica il “piano (di costruzione di nuove) carceri” del suo predecessore e annuncia che darà «priorità al problema del sovraffollamento attraverso un programma di depenalizzazione dei reati minori», perché «l’ inefficienza dell’ elefantiaca macchina della giustizia dipende dall’ eccessiva criminalizzazione …. E questo ha un riflesso drammatico sulla condizione di vita nelle carceri».

Depenalizzazione e decarcerizzazione, dunque. Nella successione degli interventi durante il Convegno radicale non si apprezzavano dissensi. Ma allora perché quelle scelte “oscillanti e incerte”? Perché la “ciclica ripenalizzazione”? Forse sarebbe bastato aspettare una settimana, e ascoltare le dichiarazioni di voto dei leghisti sul “processo lungo”: tutti a discutere dei processi di Berlusconi, mentre gli imprenditori politici della paura sbandieravano qualche altra norma di segno opposto agli orientamenti emersi nel convegno radicale. Indisturbato, il populismo penale continua a mietere le sue vittime.

Altrove, in Germania e negli Usa per esempio, le politiche d’incarcerazione di massa stanno trovando un limite nelle giurisprudenze costituzionali. Potrebbe essere così anche in Italia, se – come ha fatto recentemente il magistrato di sorveglianza di Lecce, riconoscendo il diritto al risarcimento di un detenuto costretto in condizioni degradanti – si prendessero sul serio le leggi e la Costituzione e se non si ritenessero i detenuti “non persone”, soggette – come un secolo fa – alla “supremazia speciale” dello Stato nei loro confronti.

Se così fosse, del resto, tutto sarebbe più facile. Se è vero che quasi la metà dei 67000 detenuti sono in attesa di giudizio e, secondo una corale opinione, la carcerazione preventiva va ricondotta a livelli europei (e cioè ridotta della metà); se è vero che la gran parte dei detenuti è in circuiti di media o minima sicurezza; se è vero che più del 60% dei detenuti condannati sconta pene inferiori a tre anni, e dunque sarebbe ammissibile alle alternative alla detenzione; se tutto ciò è vero, chi lo ha detto che uno Stato sull’orlo del default deve spendere centinaia di milioni di euro (661 già stanziati; ma almeno il triplo necessari) per avere 70000 posti detentivi? Perché non ammettere che l’attuale capienza è più che sufficiente per coloro che meritano di stare in carcere?

E allora, se si vuole dare un seguito alle parole del Presidente della Repubblica, non resta che tracciare una riga: i 45mila posti-letto regolamentari nelle carceri italiane sono il giusto per noi; gli altri fuori, in attesa di giudizio in libertà o ai domiciliari, in esecuzione di pene alternative al carcere. Basta prendere sul serio il principio più volte ribadito dalla Corte costituzionale secondo cui i detenuti restano titolari di tutti i diritti fondamentali non necessariamente compressi dalla privazione della libertà e stabilire che oltre la capienza regolamentare in carcere non si entra, in attesa dal proprio turno.

Stefano Anastasia

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Maurizio 22 settembre 2011 - 11:58

Depenalizzare alcuni reati non credo sia la soluzione. Più che altro credo che si possa proporre una pena alternativa al carcere, attraverso lavori socialmente utili (pulizia e decoro delle città, personale di servizio in musei e biblioteche, ecc). Oltre a questo, accelerare i processi, dato che una buona parte dei detenuti sono in custodia cautelare, quindi in attesa di giudizio, il che rende la situazione anche costituzionalmente insopportabile, tenendo in carcere persone che, fino a prova contraria, sono o potrebbero essere innocenti. Ultima cosa: sfruttare al meglio le prigioni di stato, ce ne sono alcune semivuote per mancanza di personale e altre sovraffollate.

Marcello Pesarini 21 settembre 2011 - 18:42

D’accordo con Stefano. Oltre alla necessità di costruire un fronte ampio di operatori volontari, persone di legge, operatori carcerari che stanno soffrendo coi detenuti le pene dell’isolamento e dell’inutilità della pena, è necessario che la sinistra costruisca una influenza del pensiero a favore della depenalizzazione di molti reati (liberticidi e di classe) e della costruzione di pene alternative. Questa tendenza di pensiero, che sta prendendo campo anche in Italia, è basata sull’inutilità della pena indiscriminata, e sulla sua costosità. Cominciare a riflettere ed a produrre documenti, come abbiamo fatto nel consiglio regionale delle Marche col contributo di SEL e di Antigone è un primo passo. Tornare nelle istituzioni anche a livello nazionale sarà il secondo. Fare leva sul malumore popolare da sinistra e non con la politica della paura sarà il terzo e più difficile.
Marcello Pesarini SELForum Diritti Ancona

Reggiano Scalzo 21 settembre 2011 - 16:58

Basterebbe togliere la Bossi-Fini e porre fine allo scempio di detenuti per immigrazione clandestina. E poi, senza esagerare con le depenalizzazioni- in Italia manca una cultura dello Stato di diritto-usare le misure alternative alla detenzione che nel Nord Europa funzionano molto bene e costituiscono un ottimo deterrente. Meglio questo che l’amnistia di massa che non sarebbe capita, avrebbe effetti momentanei sulle carceri e non duraturi ma deleteri sull’immagine del futuro governo PD-SEL-IDV. Il crac del governo Prodi del 2006 iniziò da qui. La destra trovò autetiche autostrade per le sue demagogiche strumentalizzazioni. Stiamo attenti..

Angelo Marotta 21 settembre 2011 - 09:01

Stato sociale e condizione carceraria, su ciò, innanzitutto, si misura il livello di civiltà di un Paese democratico. Allo stato dei fatti, quello dell’Italia è molto basso. Non posso che essere d’accordo con Stefano.
Che diventi un punto cardine del programma di SEL e del Centrosinistra: le alleanze si costruiscono soprattutto su questi temi.

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