Un nuovo sviluppo, una nuova politica, saranno mai possibili?

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Ciò che colpisce delle società occidentali, ormai indissolubilmente legate a schemi di sviluppo obsoleti, è la mancanza pressocchè totale di idee su un modello alternativo di sviluppo che si associ alla giustizia sociale. Per una reale giustizia sociale è necessario programmare uno sviluppo alternativo a quello dominante, in quanto le risorse del nostro Pianeta, a cui si è fatto e si fa ricorso in modo indiscriminato, sono in via di esaurimento.

Ormai tutti dovrebbero capire che i principi e le filosofie economiche che hanno determinato e favorito la “Rivoluzione industriale” dell’era moderna sono superati e prive di senso. Infatti, tutte le teorie economiche legate al capitalismo, visto nella sua forma classica, e il suo opposto, il marxismo, hanno come fondamento lo sfruttamento illimitato delle risorse per una crescita infinita. Ma tutti hanno fatto un grave errore: le risorse del Pianeta non sono illimitate!

Ora la soluzione fondamentale del problema, che è quello della salvezza del mondo, è quella di determinare una nuova filosofia economica che favorisca una “nuova rivoluzione industriale”, che si sviluppi grazie alle fonti alternative di energia, che dovrebbe, quindi, tenere conto di ciò che sarà il mondo nell’anno 2050, quando ormai le risorse del Pianeta saranno quasi definitivamente esaurite. E non nascondiamoci, cinicamente, dietro la squallida frase: “tanto io nel 2050 non ci sarò più!”. Gli economisti moderni, non proponendo alternative a questo modello di sviluppo, non pensano allo “tsunami” economico che lentamente ma inesorabilmente sconvolgerà la vita degli abitanti del Pianeta nonché il Pianeta medesimo. Gli unici, purtroppo inascoltati, che denunciano la catastrofe ambientale provocata dall’economia globalizzata sono gli scienziati.

La soluzione non la si trova nel limitare lo sfruttamento delle risorse, ma è di sistema. Infatti, anche se tutti i paesi del mondo diventassero improvvisamente virtuosi la deriva verso l’inquinamento globale non verrebbe arrestata, perché il modello di sviluppo economico che caratterizza ormai l’economia globale è fondata sullo sfruttamento illimitato delle risorse. Nessuno, in quest’era moderna, pensa né si avventura a teorizzare e quindi a ipotizzare un modello alternativo di sviluppo, che è lungo e faticoso da realizzare, perché, motivo prevalente, non porterebbe consensi immediati! L’idea di sviluppo con la quale siamo cresciuti è talmente radicata che l’essere umano opera e produce col solo fine di incrementare i propri strumenti per continuare a produrre, secondo lui, all’infinito, costi quel che costi! Dunque, per avere in futuro un mondo più giusto è necessario trovare una soluzione che sia globale.

Siamo in piena recessione e abbiamo avuto modo di verificare che le varie soluzioni fin’ora adottate dai vari governi non hanno portato ad alcuna soluzione. È da ritenere, allora, che sarebbe opportuno sviluppare una nuova teoria fondata sulla consapevolezza che viviamo in un Pianeta a risorse limitate e che ciò che viviamo oggi non è altro che un piccolo anticipo di ciò che accadrà quando le risorse saranno esaurite.

Cosa accadrà quando l’acqua scarseggerà? Coloro che non potranno permettersela periranno e la popolazione mondiale si ridurrà fino a quando non ci sarà acqua a sufficienza per i sopravvissuti. È questa l’APOCALISSE che ci aspetta se non provvediamo ad un cambio di rotta a 360 gradi. È necessario trovare una nuova teoria che ci emancipi dall’attuale ciclo ricchezza/povertà che ci imprigiona. Una teoria che permetta uno sviluppo equo, equilibrato e sostenibile e che permetta, una volta per tutte, di eliminare le terribili conseguenze di uno sfruttamento irrazionale che distrugge più ricchezza di quanta ne produca. Solo in questo modo ci avvieremo verso un mondo in cui la giustizia sociale diventi un valore riconosciuto e reale. Inoltre, favorendo lo sviluppo delle energie alternative non solo si creeranno milioni di nuovi posti di lavoro ma si produrrà energia che permetterà la ripresa economica, fornendo energia pulita alle nostre imprese, che si libereranno dalla dipendenza del petrolio e del distruttivo nucleare.

Questo per me significa impadronirsi del futuro. Avere ben chiaro quali sono i problemi del lavoro oggi, combattere per la difesa dei diritti dei lavoratori e delle categorie più deboli e proporre e fare approvare un modello alternativo di sviluppo che potrà essere un punto di riferimento anche per gli altri paesi.

Elio Lauria

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Paola 21 gennaio 2010 - 11:16

“Decrescita” e’ una parola orribile e un flop totale dal punto di vista della comunicazione: trasmette l’idea di dover sacrificare, tagliare, limitarsi… tutte idee che respingono. Personalmente, trovo molto piu’ indicata la “sobrieta’” di Alex Langer.
C’e’ un altro punto assolutamente vitale che credo sia pure stato, da sempre, una pietra al collo per la sinistra: proprio l’idea che una visione del mondo (= della societa’ umana) basata sulla solidarieta’, il collettivismo etc. significhi miseria e grigiore. Gli insuccessi economici di tanti sistemi (pseudo) socialisti hanno contribuito ad alimentare la propaganda dell’altra parte in questo senso.
E’ fondamentale reintrodurre un concetto nella nostra visione: la ricerca della felicita’ (si’, sta pure nella costituzione americana, ed e’ bene che ci stia, ovviamente con alcuni caveat).
Se continuiamo ad essere una “sinistra musona”, che da un’idea di grigio, di chieder sacrifici, in odor di luddismo, per capirci, siamo finiti. Prima di cominciare.
Il discorso secondo me va impostato in modo diverso.
Si tratta di ragionare su quali cose davvero ci servono nella vita e quali non ci servono.
E’ un dato di fatto che da almeno trent’anni c’e’ stata un’impennata di una societa’ dei consumi fine a se stessa. Ovvero, ad un certo punto e’ emersa l’idea di CREARE bisogni che in realta’ non esistono. Sembrava una genialata… alla fine fine, e’ la radice del concetto moderno di pubblicita’ (ribattezzato “marketing”). Mi par di ricordare che un geniale testo su “Come far mangiare le prugne” stava in un mio libro di scuola, alle medie o al liceo (e io sono del ’64).
Una volta la pubblicita’ era solo far sapere che avevi un certo prodotto e servizio da vendere. Oggi, appunto, fa molto di piu’: crea, appunto, un bisogno inesistente in modo da aprire lo spazio per prodotti e servizi che magari in realta’ non servono.
Alla gente devi porre il problema di cosa PERDE, nella realta’, per correr dietro a cose che non servono.
Se parli solo di decrescita, vedi sopra, crei l’impressione di chieder semplicemente dei sacrifici.
Io non percepisco affatto l’idea di una vita diversa come un sacrificio, anzi. La desidero come una liberazione.
Perche’ questo modello di societa’ mi priva di tutta una serie di cose delle quali, invece, ho davvero bisogno.
Soprattutto di tempo. Tempo umano, tempo di qualita’, tempo di relazioni umane e sociali.
Oggi da oltreoceano ci arrivano dati interessanti sulle conseguenze di questi trent’anni e passa di bisogni fittizi inventati e conculcati: ho letto diversi articoli (alcuni contententi risultati di solide ricerche sociologiche durate decenni) su come i cittadini USA in realta’ siano abbastanza infelici, ovvero, su come cio’ che fa la felicita’ sia la quantita’ non di oggetti posseduti ma di relazioni umane e sociali.
La nostra “rivoluzione” non si puo’ fare senza questa consapevolezza. E’ la chiave di volta di tutto.
Il tipo di societa’ che io sogno (e penso di non essere la sola ;-) ) e’ una societa’ FELICE proprio per esser costruita su principi “di sinistra”: una societa’ vista come comunita’, non come giungla nella quale individui isolati lottano gli uni contro gli altri per sopraffarsi ed avere “successo”.
Il discorso sulla felicita’ dobbiamo assolutamente farlo, secondo me, perche’ i tempi sono maturi.
La maggior parte delle persone questi desideri li ha dentro, anche sa magari non ne’ e’ ancora consapevole o non sa come arrivarci.
Banalizzato molto, l’illusione di “felicita’ da possesso” che tiene in piedi il sistema produttivo cosi’ com’e’ oggi, e’ un’illusione e basta. Come esseri umani in realta’ abbiamo bisogno d’altro. Abbiamo innato il bisogno di sentirci connessi, agli altri esseri umani ed al pianeta in cui viviamo (da qui quella sensibilita’ ai temi dell’ambiente che emerge sempre piu’ a livello di massa).
Su questo dobbiamo lavorare, ed elaborare le nostre concrete proposte su cosa e come cambiare nel modo di organizzare la societa’.

Cesiano Del Maso 18 gennaio 2010 - 07:42

Concordo con quanto dici, specialmente quando fai riferimento alle finite risorse del pianeta, le quali rappresentano la variabile indipendente del nostro ragionamento. Questa variabile indipendente non è chiara agli economisti di destra e di sinistra i quali continuano a parlare di sviluppo. Ultimamente, per non vergognarsi troppo, addolciscono il termine aggiungendo un più decente “sostenibile”, “equilibrato”, ecc. In realtà, a mio avviso, si tratta di non sensi, di affermazioni fuorvianti, di contraddizioni in termini. Come se volendo offendere con dignità dicessi “bravo cretino”. In realtà le economie capitalistiche o collettivistiche si sono sviluppate oltre il limite della sopportabilità del pianeta e immaginare i loro modelli economici per le società povere significa decretare il collasso definitivo dell’astronave Terra. Personalmente credo che SEL dovrebbe cominciare a chiamare le cose con il loro nome, dicendo che il nostro modello di società prevede una decrescita cioè una diminuzione della nostra impronta sul pianeta (Serge Latouche). Passare quindi da logiche quantitative (crescita) a logiche qualitative (acrescita o decrescita). Per cui migliorare l’efficienza energetica di un edificio con cappotti termici e vetri basso-emissivi non rientra nella categoria dello sviluppo ma in quella della decrescita. L’uso del termine non è indifferente al fine di far comprendere il nostro punto di vista alternativo che passa attraverso la rivoluzione individuale degli stili di vita. Piccoli passi che trasformano l’esistente rendendolo inutile e superato. In questo, credo, stia la particolarità della nostra rivoluzione culturale.
Cesiano Del Maso
SEL Montepulciano.

Onofrio Petillo 17 gennaio 2010 - 23:24

Penso che questa base di discussione,che qualcuno definisce”nuovo ambientalismo”proprio perchè sistemico, dovrebbe essere studiato,approfondito come avvenne col marxismo.La gravità della condizione umana è tale che non possiamo nonipotizzare nuovi paradigmi interpretativi e di trasformazione.In questa materia la letteratura è ricca:da Carla Ravaiolo a Latouche,Pallante.Bisognerebbe solo smetterla coi vecchi schemi e tentare.

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