Parlare di forma partito, di organizzazione e strutturazione di una comunità politica, può sembrare, capisco, cosa poco accattivante per i miei coetanei ventenni; un tema da Giovanni Sartori o Ilvo Diamanti. Credo però che dovremmo fare lo sforzo di riflettere che forse, il nodo da sciogliere: per la conquista di spazi, per l’affermazione della buona politica, per segnare una discontinuità e lasciarci alle spalle i partiti che ci circondano, sia proprio questo: la forma di partito. Che organizzazione, che regole, che pratiche devono ispirare la vita del nostro partito?
Sono iscritto a “Sinistra ecologia libertà” da poco più di un anno. Mi sono avvicinato, a quello che non era ancora un partito, conoscendo i compagni del quartiere in cui vivo, Vitinia, XII municipio di Roma. Mi sono iscritto a Sel non conoscendo le realtà che andavano a comporre questo soggetto politico, che mi appariva alternativo e positivo: Diverso. Un partito, guardando all’allora panorama della sinistra, necessario. Un partito che oggi si sta battendo per colmare un vuoto politico lasciato a sinistra da soggetti smarriti in se stessi, smarriti nel passato, smarriti nell’antipolitica.
Un progetto che si è legato in particolar modo alla capacità di Nichi Vendola di tracciare la prospettiva di un’alternativa, di trasmettere emozioni e di rilanciare alla Sinistra i capi saldi della sua storia. Per parlare di forma partito, per capire su quale organizzazione e pratiche intrapartitiche la buona politica deve poggiare, credo si debba partire dal dirimere il rapporto tra l’attuale ricerca di una risposta e il rifarsi a forme partitiche del passato. Guardare agli storici partiti di massa è importante, per guardare alle esperienze passate e per cercare la loro evoluzione nel futuro. Non soffermarsi però forzatamente, su pregi da riproporre e difetti da scartare, credo sia altrettanto importante.
Questo semplicemente perché la forma, l’organizzazione, di un partito è strettamente legata al contesto sociale in cui questo nasce e cresce. Tantoché, nel contesto del primo ‘900 i partiti politici non potevano che essere partiti di notabili (oligarchici) mentre i successivi partiti, nell’evoluzione della società con la rivendicazione della partecipazione da parte delle masse popolari, non potevano che essere partiti di massa. Interrogarsi sulla forma partito presuppone quindi una interpretazione della società in cui deve operare.
Dagli anni ’90 il contesto sociale si è andato complicando, l’attuale società globalizzata ed informatizzata è pienamente sviluppo ed esaltazione della società di massa. In questo contesto di amplificazione delle interconnessioni sociali attraverso i new-media e la rete, contestualmente all’indebolirsi di riferimenti ideologico/culturali, la crisi dei partiti politici si è fatta ancora più forte. Quali risposte organizzative hanno dato i partiti a queste trasformazioni? La ricetta sostanzialmente è stata la seguente:
- destrutturazione dell’organizzazione;
- progressiva disgiunzione dei tre anelli che tradizionalmente compongono una comunità partitica: iscritti sul territorio, i dirigenti del partito, eletti nelle istituzioni;
- alleggerimento dei contenuti ideali e spasmodica pratica della contingenza;
- fuga nella ricerca di leadership forti e carismatiche.
Personalmente queste trasformazioni e semplificazioni delle realtà partitiche, a fronte di un complesso e ingarbugliato quadro sociale, cominciano a sembrarmi in contraddizione. Mi chiedo quindi se non sia il caso di porre in discussione e ripensare il modello partitico che si è soliti definire “leggero”?
Mi piacerebbe che Sel rappresenti una discontinuità all’interno del panorama partitico italiano. Un novità, un soggetto con un modello organizzativo e di vita intrapartitica peculiare e democratico. Un “partito nuovo” che nella positività della sua battaglia politica, non vada a collocarsi con il tempo nel calderone dei partiti di plastica, dei partiti elettorali, patronali, mediali, personali degli ultimi 20 anni, riproducendone aspetti negativi da cui non necessariamente siamo immuni a priori.
Così, come spunti per un produttivo, forte e acceso dibattito sul tema scrivo di seguito alcune riflessioni ed idee su “La Sinistra ecologia libertà che vorrei”. Penso ad un partito che sia una struttura moderna, che faccia ricorso a tutte le tecnologie ma che mantenga e accresca i rapporti umani diretti.
Immagino un partito che affianchi alla indispensabile rilevanza del leader una altrettanto indispensabile strutturazione territoriale ed interna; un soggetto che accompagni la rete telematica con la rete territoriale, perché, le competizioni elettorali non si vincono (pur se fondamentali) solo sui media, ma anche nel territorio.
E credo, che Nichi Vendola, al teatro “Tendastrisce”, nell’ultima parte del suo discorso, parlando del rapporto tra leader, partito ed idee, come patrimonio collettivo abbia chiamato Sel a compiere un salto di qualità, sia nella sua organizzazione che azione politica.
Mi aspetto un partito che usi largamente la comunicazione politica o il c.d. marketing politico, con uno stile leggero ed innovativo, efficace nel contesto della società mass-mediatica. Ma che veicoli proposte elaborate in organismi collegiali, maturare all’interno di processi decisionali democratici, inclusivi, certi, trasparenti e veri (cioè in cui si può incidere realmente nella decisione).
Un partito che possa conoscere pluralità interna senza che ciò vada a discapito né di una linea chiara verso l’elettorato, né dell’azione e dell’organizzazione del partito.
Sogno un partito che veda la propria classe dirigente selezionata dai soggetti che lo compongono, attraverso modalità tendenzialmente dirette, che stimolino la partecipazione. Immune da ipotesi di nomine calate dall’alto, non credo però che debbano avere ugualmente luogo all’interno di un partito che voglia distinguersi “giochi cartacei” o in altri termini votazioni formali, “scelte non scelta”. Inoltre, si dovrebbe riconoscere la necessità di promuovere la formazione della propria classe dirigente anche attraverso la differenziazione della partecipazione dei propri iscritti ad organi direttivi, prevedendo ragionate forme d’incompatibilità tra le cariche di partito e tra cariche di partito e cariche istituzionali.
Penso alle primarie, “strumento per riconnettere un popolo alla politica”, ma anche alla necessità dell’elaborazione di un progetto di riforma di più ampio respiro sul tema elettorale, interconnesso con le scelte organizzative di un partito.
Vorrei un partito che promuova la pubblicazione online e il diritto d’accesso non solo di tutti gli atti costitutivi dello stesso e dei documenti politici, ma che permetta anche, nel rispetto della privacy e dietro rilascio del consenso, l’accesso ad archivi e/o data base per dare la possibilità agli iscritti di comunicare e contattarsi fra loro, facendo cosi comunità. Questo, sebbene possa apparire non importante, credo invece sia una vera e propria misura di democratizzazione della vita interna di un partito.
Un partito che vuole essere diverso (ma forse per noi questo è il punto che tra tutti, vale più per il futuro che nell’immediato) deve avere il coraggio di promuove la ridistribuzione delle risorse economiche, derivanti da iscrizioni, rimborsi ed altro in favore delle sezioni territoriali, dei gruppi di genere, dei gruppi generazionali, dei gruppi tematici (Forum e Dipartimenti).
E magari fare questo, secondo forme di bilancio partecipato, in modo da coinvolgere gli iscritti nell’impiego da parte del partito delle proprie risorse per la conduzione dell’attività politica. Questo, perché bisogna sempre ricordare che la democrazia ha anche un profilo sostanziale.
Per concludere: le proposte e le idee possono essere tante, se ne possono trovare di migliori. Tuttavia serve aprire il dibattito. E forse dovremmo trovare la forza di tenerlo aperto proprio noi giovani, forza propulsiva del rinnovamento, per gettarci dentro tutte le nostre idee, aspettative e prospettive.
Un partito migliore, per un’Italia migliore. Possiamo esserlo! Sta solo a noi (attivarci per) diventarlo appieno!
Alessio Stazi
Sono felice che un ventenne apra questo confronto, che veda anche “forza” nelle esperienze fin qui compiute e senta il bisogno di un’analisi serena e severa della realtà in cui operiamo. Penso sia un dibattito importante, decisivo per la realizzazione degli obiettivi che ci siamo dati con il congresso di Firenze. Condivido, in particolare l’approccio laico, scevro da condizionamenti di militanze ed esperienze passate. Io, che ho molti anni di militanza ,sento la necessità che si guardi con serenità e passione al futuro forti, ognuno e tutti, delle nostre storie, ma spogli di identità e pratiche assolutamente inadeguate, spesso sconfitte o perdenti nelle realtà sociali che ci circondano.