Un Sacco(ni) pieno di… mercato

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“Ma si può davvero pensare che Cisl, Uil, Ugl e Fismic abbiano fatto un accordo svendendo i diritti dei lavoratori?” si domanda con vezzo retorico il Ministro Sacconi nell’intervista di ieri a Repubblica. Non si tratta di porsi quesiti escatologici, ma di leggere almeno le 36 pagine, al netto degli allegati, che costituiscono l’accordo di Mirafiori. Ci si potrebbe accorgere che violazioni dei diritti fondamentali e storici dei lavoratori e dei principi costituzionali sono lì contenuti in abbondanza.

Che altro si può dire, infatti, della creazione di una newco all’unico scopo di fare piazza pulita degli accordi pregressi e di uscire dalla stessa Confidustria? Oppure della nuova metrica del lavoro, il cosiddetto sistema Ergo-Uas, in base al quale il presunto miglioramento dell’ergonomia delle prestazioni lavorative dovrebbe garantirne la minore faticosità e quindi la riduzione del tempo necessario per ogni singola operazione? O, tanto per limitarci a qualche esempio, del sistema di sanzioni e penalizzazioni che servono a militarizzare l’accordo, fino a prevedere la licenziabilità del dipendente in caso di sciopero considerato lesivo dei diritti e dei poteri dell’Azienda? Eppure quella parte della Costituzione italiana che sancisce il diritto di sciopero quale diritto individuale seppure a indirizzo collettivo, tale quindi da essere indisponibile persino per il sindacato, non è stata ancora modificata.

La risposta alla domanda retorica del ministro non può che essere affermativa. Al massimo si può concedere ai firmatari l’attenuante, – non certo l’assoluzione -, dell’essere stati posti sotto ricatto, quello del ritiro degli investimenti. Ricatto rilanciato in grande da Marchionne in vista del referendum, cosa che ne mina alle fondamenta ogni legittimità. Il che dimostra che quando non se ne respinge uno ci si condanna a subirne di sempre peggiori. Alla Fiom si chiede di accettare in ogni caso l’esito del referendum, ma Marchionne in caso insuccesso ci fa già sapere che per Mirafiori sarebbe finita. Non male come rispetto delle regole. La decisione spetta a chi fa sindacato, ma certamente la pretesa che la Fiom si risolva alla firma tecnica appare alquanto singolare.

Le firme sui contratti sono in un certo senso come i governi: di tecnici non ne ho visto nemmeno uno. Quelli presentati come tali si sono rivelati politicamente ben più influenti di tutti gli altri, come fu per il governo Ciampi o il governo Dini negli anni novanta. Neppure la firma di Bruno Trentin all’accordo del 31 luglio del 1992, che seppellì definitivamente la scala mobile, fu tecnica, vista la drammaticità delle motivazioni. Tanto è vero che egli si dimise provocando almeno un corposo dibattito nell’organizzazione. Del resto, come ci ricordano all’ unisono Cofferati e Cremaschi, sono le stesse delibere statutarie della Cgil che vietano di firmare accordi lesivi dei diritti dei lavoratori, pensionati e disoccupati (non solo quindi gli iscritti al sindacato). Ma ciò che più stupisce sono le risposte che Sacconi fornisce sul progetto Fabbrica Italia. Sarebbe un work in progress, ovvero qualcosa di impalpabile esposto agli umori dell’andamento di mercato. Eppure il Piano su cui poggia l’accordo prevede già di concentrare la produzione su automobili e Suv di classe superiore, più della metà dei quali verrà venduta in America.

La Fiat diventa quindi un’articolazione della Chrysler. Il crollo delle vendite sui mercati europei e italiani sembra non toccarla, tanto la Borsa risponde benino. Il mercato in realtà è un mantra ideologico che soffoca diritti dei lavoratori, autonomia del sindacato e capacità progettuali dell’impresa. L’errore di fondo di questo accordo, su cui i suoi difensori non dicono una parola, sta nella totale assenza di coraggio e di innovazione nelle scelte produttive necessarie per affrontare il grande tema della mobilità di persone e cose in un mondo nel quale la maggioranza dell’umanità vive ormai nei perimetri urbani, dove non vanno ignorati vincoli sociali, logistici e ambientali.

Alfonso Gianni

Pubblicato da Il Riformista

Ci sono 3 commenti per questo post
Davide 5 gennaio 2011 - 18:42
Davide 5 gennaio 2011 - 13:18

Alla globalizzazione dei mercati non è corrisposta una seria globalizzazione dei governi. Di questo passo, in un Paese trasversalmente attraversato dalla mafiosa cultura del malaffare, non c’è via di scampo per nessuno, per i giovani in modo particolare. Ma loro hanno cominciato a prenderne coscienza, se è vero che le loro manifestazioni di dissenso non sono casuali e, soprattutto, non sono strumentalmente pilotate dai soliti burattinai.

Rocco 5 gennaio 2011 - 13:15

Senza nessuna offesa per i Commercialisti che non fanno gli amministratori delegati, ma quando una fabbrica finisce in mano ad una figura del genere – Marchionne – la fine è vicina e inevitabile. Negli ultimi due anni quando le vendite in Europa calavano mediamente del 15-20%, la Fiat scendeva del doppio e a volte anche del triplo. Se le auto Fiat non si vendono, sicuramente non è colpa dei contratti e soprattutto non è colpa degli operai. Siamo di fronte ad una sorta di accanimento terapeutico (i.e. mezzo secolo aiuti statali sotto varie forme, non ultimo il nuovo contratto), nei confronti di un’azienda che forse doveva chiudere più di trent’anni fa. Se così fosse stato gli attuali operai e i loro figli forse oggi avrebbero un presente ed futuro migliori. Chissà!

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