Un secolo di borghesia italiana che non è mai diventata classe dirigente

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Cento anni non sono pochi, specie di questi tempi quando la mortalità delle organizzazioni e persino delle istituzioni è piuttosto alta. Tanti ne vanta la Confindustria che nacque il 5 maggio del 1910 in quel di Torino. Ebbe come primo Presidente un francese di Arles, ma torinese di adozione e per vocazione imprenditoriale, Luigi Bonnefon. Il primo Direttore generale fu invece Gino Olivetti, omonimo, ma non parente, di Camillo e Adriano, padre e figlio, ben più famosi e importanti per la storia dell’Italia e della sua industria. La Confindustria mosse i suoi primi passi quando una stagione molto lunga e molto prosperosa del capitalismo mondiale stava ormai volgendo al termine.

Sono infatti gli ultimi anni della prima grande globalizzazione che, iniziata nel 1870, si concluderà appunto con la prima guerra mondiale e la rivoluzione bolscevica. I due grandi avvenimenti ruppero l’unicità del mercato capitalistico mondiale che aveva assunto quelle dimensioni grazie alla formidabile spinta che la borghesia aveva saputo imprimergli, come avevano lucidamente previsto Marx ed Engels nel loro celebre e quasi agiografico passo del Manifesto del Partito Comunista del 1848.

Poi inizierà una fase di deglobalizzazione, caratterizzata da una caduta degli scambi e dei commerci internazionali, segnata dalla grande crisi e dalla susseguente depressione degli anni trenta che sfocerà nel nuovo immane massacro della seconda guerra mondiale. Tempi duri, quindi, per un’organizzazione neonata, per di più subito alle prese con il biennio rosso dell’occupazione delle fabbriche e immediatamente dopo con il fascismo. Con quest’ultimo la Confindustria si trovò facilmente a proprio agio. Il fragile capitalismo italiano potè irrobustirsi all’ombra di uno stato forte, cosa che del resto era già avvenuta con il governo liberale di Giovanni Giolitti, pronto a sostenere l’industria italiana con massicci interventi diretti nell’economia e a cercare di ampliare i confini di un mercato angusto.

Il suo conclamato liberismo, anche quando in tempi assai più recenti ha potuto fregiarsi della particella neo, è stato più ideologico che pragmatico, un ossimoro: un liberismo assistito. Fin dal suo sorgere, Confindustria non è mai stata un’organizzazione di “capitani coraggiosi”, piuttosto di ammiragli attempati e riveriti, pronti ad abbandonare la nave ben prima che affondasse e a questo scopo dotati di zattere ben attrezzate, che tutto sommato hanno saputo garantire la sopravvivenza al sistema senza letali scossoni.

Certamente scorrendo l’album di famiglia di Confindustria troviamo le figure più rappresentative del capitalismo italiano, a partire dai Pirelli e dagli Agnelli, e non sarebbe potuto essere diverso. Eppure, proprio inseguendo le singole storie di quelle imprese e parallelamente della Organizzazione che le confederava, si ha come l’impressione di uno iato, come se seguissero percorsi paralleli a diversa velocità che solo in poche occasioni si sono veramente incontrati e riconosciuti. In sostanza sono le grandi famiglie degli industriali italiani che hanno fatto la storia economico-produttiva del nostro paese, con tutti i loro limiti, più che la Confindustria. Una figura come quella di Adriano Olivetti è rimasta del tutto estranea alla grande Organizzazione padronale. “Un re in esilio, sembrava” così lo descriveva in modo geniale Natalia Ginsburg nel suo Lessico famigliare, ma per Vittorio Valletta, il combattivo presidente della Fiat, l’elettronica di Ivrea altro non era che “un neo da estirpare”, mentre Enrico Cuccia puntava tutto sulla chimica.

I momenti più felici e più fertili della storia della Confindustria sono stati probabilmente due. Il primo è legato alla prima presidenza di Angelo Costa (1945-1955), che poi tornò in quel ruolo tra il ’66 e il ’70 (chi non ricorda il famoso slogan dell’autunno caldo “Pirelli, Agnelli, Costa: questa è la risposta!”). Il suo convinto liberismo contribuì certamente a rimettere in asse il padronato italiano con il resto del mondo dopo il fascismo e contribuì al poderoso sviluppo del miracolo economico italiano, che interpretò in termini nostrani la cosiddetta età dell’oro del capitalismo mondiale. Ma la ventata di modernità confindustriale si esaurì presto infrangendosi contro l’invisa nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’altrettanto osteggiata esperienza della programmazione economica del primo governo di centrosinistra, del quale Confindustria fu avversario dichiarato.

Il secondo momento è certamente assai più breve, ma forse sociologicamente e politicamente più interessante. Mi riferisco alla riflessione che si aprì tra le file confindustriali dopo la sconfitta patita con i contratti della fine degli anni sessanta. Fu la crescita della forza e della consapevolezza della classe operaia a imporre quel ripensamento che culminò nel “rapporto Pirelli” dell’aprile del 1970 che avrebbe voluto disegnare le nuove caratteristiche dell’imprenditore italiano. Questi avrebbe dovuto d’ora in poi “incoraggiare e sostenere la domanda che si sviluppa nel paese per obiettivi sociali” e quindi farsi carico, assieme ad altre forze sociali, della soluzione di problemi quali la casa, i trasporti, l’assetto del territorio. Insomma l’imprenditore moderno avrebbe dovuto avere e svolgere un compito sociale, non limitato alla propria mission industriale. Diceva infatti quel documento così disatteso “pretendere che le tensioni non esistano o, ancor peggio, sapere che esistono ma cercare di sopprimerle, significa compiere un passo che può portare all’accantonamento di fondamentali libertà”.

Ebbene, malgrado quell’alto monito, che rivalutava implicitamente persino il ruolo del conflitto sociale, quel passo è stato abbondantemente compiuto, seppure attraverso varie fasi: prima l’inaugurazione della stagione concertativa della fine degli anni settanta, poi la spallata antioperaia degli anni ottanta e l’ingresso deciso nella terza fase della globalizzazione, quella contrassegnata dal neoliberismo di Reagan e della Tatcher. Da lì la strada della Confindustria è stata tutta in discesa – e non è stato affatto un percorso glorioso – facilitata da quel disgregarsi dell’opposizione sindacale da lei stessa provocata. Dal primato delle grandi imprese, collegato con la dimensione familistica della struttura proprietaria delle medesime e la sottocapitalizzazione cronica, la Confindustria è passata a un lungo innamoramento della dimensione medio-piccolo industriale, culminata con la presidenza D’Amato nella prima metà di questi anni Zero.

Intanto nel capitalismo italiano, si faceva strada la propensione sempre più marcata ad abbandonare il rischio della produzione per la finanza. Insieme con l’abbandono da parte dello Stato di un intervento diretto nella economia produttiva – la grande stagione delle privatizzazioni degli anni Novanta – sono state queste le prime cause di quel vero e proprio declino industriale del nostro paese che solo pochi sopravissuti agiografi del sistema capitalistico, fra cui i membri dell’attuale governo, persistono nel negare.

Per questa ragione l’uscita dalla attuale crisi è per noi particolarmente ardua. A poco servono le reiterate richieste della Marcegaglia di nuovi interventi pubblici a sostegno della imprenditoria. Questa manca di coraggio e di nerbo, mentre il governo è privo di una politica anticiclica e difetta di risorse di bilancio. Le parole che Guido Carli, presidente della Confindustria (oltre che di molto altro) tra il 1976 e il 1980, confidò a un cronista all’inizio degli anni Novanta, riferendosi ai campioni del capitalismo nostrano “classe dirigente mediocre, dagli appetiti animaleschi” appaiono attualissime e ben indirizzate.

Ciò che si sta muovendo di nuovo nelle alte sfere economiche vede la Confindustria attuale più testimone che protagonista. Sergio Marchionne è stato certamente sopravvalutato, persino a sinistra. Più che innovare, egli non ha fatto altro che riportare il capitalismo industriale entro la sua naturale vocazione, cioè produrre merci non prodotti finanziari, e soprattutto porsi nell’onda della globalizzazione che impone una ristrutturazione del comparto automobilistico su scala mondiale. Per lui la classe operaia di Termini Imerese è di nuovo un “neo da estirpare”. Nello stesso tempo egli interpreta meglio d’altri la figura del manager che, secondo un celebre passo del Capitale di Marx , potrebbe sostituire in tutto e per tutto il vecchio padrone. E’ lecito attendersi che con il solito ritardo anche la Confindustria dovrà prenderne atto e in questo modo cambiare di spalla al fucile delle sue alleanze e inclinazioni politiche.

5 maggio 1910 – 5 maggio 2010: a differenza della spoglia napoleonica cantata dal Manzoni, la Confindustria nostrana non è immobile né immemore, anche se la sua capacità di reazione al mutar dei tempi è sempre un po’ ritardata. Diciamo che entra nel nuovo secolo di vita ancora splendente, ma di luce riflessa. Non vogliamo farle gli auguri, ma piuttosto rivolgerle le stesse domande inevase e attuali che Adriano Olivetti pronunciava in un discorso ai “suoi” lavoratori il 23 aprile del 1955: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”.

Alfonso Gianni

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Ugo Francesco Calvo 9 maggio 2010 - 00:48

sarebbe interessante avere dati di comparazione fra tipologie di aziende per prodotto fra i tre paesi europei concorrenti: Francia, Germania e Italia ed in particolare numero addetti per azienda e quantità di prodotto. Qualcuno può fornirli o indirizzarmi per trovarli?

Davide 7 maggio 2010 - 19:50

@ Elisa: hai evidenziato, con una sintesi eccellente, il punto debole del tessuto produttivo italiano: la colpevole incapacità dei nostri imprenditori a saper investire nelle risorse umane di pari passo all’evoluzione della tecnologia, che è anche garanzia di produzione di qualità. Purtroppo da noi il costo dei dipendenti è considerato un costo inutile anzichè investimento per il futuro in termini di tenuta e di stabilità per le imprese, tanto da essere oggetto di continue quotazioni al ribasso.

Raffaele 7 maggio 2010 - 17:51

la borghesia finchè è egoista non sarà mai classe dirigente

Elisa 7 maggio 2010 - 15:14

L’industria italiana ha cercato di competere con quella di altri paesi attraverso la riduzione del costo del lavoro e l’ha fatto puntando alla precarietà e ai bassi salari. Non ci è riuscita perché nei paese del “terzo mondo” la manodopera costa di gran lunga meno ed ha creato una moltitudine di lavoratori alle soglie della povertà, incapaci spesso di acquistare gli stessi prodotti che producono. Allora ha cercato di continuare a fare profitti attraverso operazioni finanziarie o delocalizzando la produzione all’estero (in questi ultimi tempi le delocalizzazioni sono massicciamente aumentate: Bialetti, Golden Lady …)La Confindustria attraverso il suo Presidente, Emma Marcegaglia , si limita a chiedere quegli aiuti a cui gli industriali italiani sono abituati da lungo tempo e che ottengono spesso con la minaccia di delocalizzare la produzione. Il Governo da parte sua non ha nessuna politica industriale e gli aiuti che dà alle imprese non tengono di conto né della qualità dei prodotti né dell’impegno a garantire “buona occupazione”
Francesi e tedeschi hanno costi del lavoro più alti, ma hanno puntato sull’innovazione investendo su qualità del prodotto e sulla tecnologia . Essi ci insegnano che l’impresa efficiente non è quella che risparmia sulla manodopera, ma quella che investe non solo in ricerca e tecnologia ma anche in manodopera , pagandola giustamente , mantenendola nel tempo e non assumendola a termine per poi passare ad altre assunzioni sugli stessi posti di lavoro . Soltanto così si crea personale qualificato pronto ad aggiornarsi ogni volta che sia necessario

Battistino 7 maggio 2010 - 11:41

Qualcuno non la definì “borghesia stracciona” .

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