L’Italia e l’Europa sono entrate dal 2007 in una crisi che è cominciata negli Stati Uniti come crack finanziario ed poi è stata esportata sul Vecchio continente come crisi, oltre che finanziaria, anche produttiva e sociale. Tutte e due ne stanno uscendo molto diverse da come vi sono entrate. In primo luogo la crisi economica ha accentuato lo spostamento dei centri mondiali di produzione verso l’Asia e i paesi emergenti come il Brasile. Le economie di queste aree sono “surriscaldate” per effetto della crescita impetuosa. Gli affitti a San Paolo sono più alti che a Parigi, i salari coreani sono ormai circa il doppio di quelli italiani.
Le imprese di queste economie emergenti fanno shopping in Europa, dalla indiana Mittal che compra la più grande industria siderurgica europea Arcelor, alla cinese Geely che ha acquisito la casa automobilistica svedese Volvo; tutto mentre i governi asiatici sono detentori di quote importanti del debito pubblico europeo.
Sotto l’acronimo BRIC, Brasile, Russia, India e Cina hanno imposto il G20 in sostituzione del G8 come strumento di coordinamento tra le maggiori potenze economiche mondiali e per promuovere la riforma della finanza e delle istituzioni economiche internazionali.
Oggi la guida del Fondo monetario internazionale, affidata ad un europeo fin dalla sua creazione a Bretton Woods, è reclamata dalle economie emergenti. Le istituzioni dell’Unione europea erano già state duramente criticate dai cittadini in occasione dei referendum del 2005 sulla “Costituzione di Giscard”, respinta dai cittadini di Francia e Olanda a larghissima maggioranza.
La crisi economica che ha investito l’Unione europea ha costretto i leader dei Ventisette a pensare nuovi strumenti di coordinamento per evitare che le difficoltà di un paese si scaricassero sui vicini con effetti devastanti sulla coesione dell’Unione. Questi nuovi strumenti, così come delineati al Consiglio Europeo del 24-24 Marzo, sembrano indicare una volontà di superamento di Maastricht con la stessa medicina del passato, solo questa volta somministrata in dosi ancora più massicce.
Il Patto di stabilità e crescita verrà riformato per renderlo più rigido e punitivo verso quelle economie che non rispetteranno i vincoli di bilancio; mentre tutti gli aderenti al “Patto euro plus” dovranno indicare ogni anno le politiche che intenderanno seguire per risanare le loro finanze e farsi approvare i loro piani nel consesso europeo. Pareggio di bilancio, rientro dal debito pubblico, riforme (riduzioni salariali e delle pensioni e aumenti dei ritmi di lavoro), saranno gli assi portanti del coordinamento economico europeo e le condizioni per attingere al Fondo europeo di stabilità.
Si tratta di una ulteriore costituzionalizzazione delle politiche di austerità, altro che governo democratico dell’economia europea! Con il tracollo delle economie periferiche evapora uno dei miti fondativi dell’Unione europea: quello cioè che essa con i suoi fondi strutturali avrebbe modernizzato questi paese trasformandoli da terre di agricoltori in “tigri”.
Irlanda, Spagna, Grecia e Portogallo erano cresciute perché i fondi strutturali avevano alimentato bolle speculative e sostenuto i consumi interni; laddove esistevano industrie funzionanti come in Spagna questa già operavano prima dell’ingresso nell’allora Comunità europea o comunque indipendentemente da essa.
I fondi strutturali non hanno avuto capacità di agire in profondità nei sistemi economici e sociali (basti pensare a cosa ne hanno fatto in Calabria). E poi questi fondi strutturali non sono che bruscolini rispetto al gigantesco spostamento di risorse verso le economie più solide e produttive del Continente che il Mercato unico e l’euro hanno inevitabilmente generato. La Germania ha rafforzato il proprio impressionante surplus commerciale con tutte le altre economie, in particolare con quelle dell’eurozona. Solo integrare la parte orientale Berlino ha speso circa 1400 miliardi di euro, mentre i fondi strutturali a disposizione di tutte le aree meno sviluppate dell’Unione europea non ammontano che a 40 miliardi l’anno.
La crisi economica sta allontanando le diverse regioni del continente, ponendo alcune di queste sotto amministrazione controllata e costrette ad imponenti processi di privatizzazione sotto la guida del duo Bce-Fmi. Gli editoriali sui quotidiani tedeschi già parlano di nuove fantastiche geografie dell’unità europea: quella del “Mare del nord” (settimo Pil mondiale), quella delle Alpi che ingloberebbe anche la Padania (quarto Pil mondiale), quella dell’Europa mediterranea (Pil non pervenuto, ma molto fascino e cultura). Collegato a quanto detto sopra, non fanno che rafforzarsi i processi regionalistici o nazionalisti nei paesi europei.
Sono fenomeni apertamente rivolti contro lo Stato nazionale, o contro la stessa Unione europea, alimentati da cittadini che, in assenza di solidarietà e benefici, vedono affievolirsi le ragioni dell’unità nazionale o quelle della cooperazione con le altre nazioni europee. Non occorre ripetere il lungo elenco di movimenti a carattere regionalistico che reclamano sempre maggiori spazi di autonomia fino a chiedere l’indipendenza, dalla Scozia, al Belgio, alla Spagna fino in Italia; ma bisogna leggere insieme a questi anche l’avanzata impetuosa del nazionalismo nell’Europa dell’Est evidente, per esempio, nella nuova Costituzione ungherese approvata questo anno che prevede, oltre a normative sulla corretta sessualità, anche la protezione degli ungheresi che non risiedono sul territorio nazionale – un comma preoccupante in un’area in cui permangono minoranze etniche e risentimenti secolari. A
lle porte dell’Europa, la crisi economica, oltre al desiderio di partecipazione, ha costituito uno stimolo indispensabile al propagarsi della Primavera araba. Un’Europa che con la contrazione della sua economia poteva importare di meno e offrire meno sbocchi lavorativi alla manodopera del Mediterraneo non ha fatto che esasperare la rabbia dei giovani disoccupati nordafricani contro i propri regimi. Se la Primavera araba avvicinerà o allontanerà le due sponde del Mediterraneo resta da vedere, ma certo impedirà il proseguimento dei legami di dipendenza a senso unico avuti finora. Anche a livello politico questa crisi economica sembra segnare un passaggio epocale, già più volte annunciato. Le socialdemocrazie non appaiono più in grado di offrire progetti alternativi a quelli basati su competizione e liberalizzazioni, non stanno offrendo argini alle politiche di austerità in atto.
Simbolicamente ciò è stato confermato dal fatto che due tra i maggiori esponenti socialdemocratici degli anni ’90, Blair e Schröder, sono andati in pensioni a lavorare per banche e multinazionali, e che l’ultima speranza socialdemocratica Zapatero si è rilevata un incubo per i giovani del suo paese. Dalla Germania alla Francia le nuove forze vive sono quelle giovani ed ecologiste che ragionano senza schemi sui temi della crescita insostenibile, dell’ambiente, dell’immigrazione, della partecipazione e del precariato.
I giovani di tutta Europa, e con più forza quelli dei paesi dell’Europa mediterranea, si sentono totalmente incompresi e sfruttati e fanno ben poca differenza tra il ceto politico socialdemocratico che gli ha regalato la precarietà mascherata da flessibilità e quello della destra. Quindi la socialdemocrazia europea ha bisogno di un processo rifondativo molto più sostanzioso di quello balbettato finora, altrimenti non ne rimarranno che le pur grandi e importanti fondazioni culturali a testimonianza di un glorioso passato.
Se la crisi europea in corso è davvero costituente l’importante è che partiti, sindacati e movimenti sociali sappiano guidare i processi. Il rischio è che questa fase venga invece governata da organismi tecnocratici come la Banca centrale europea, dai governi dei paesi più solidi che imporranno gerarchie interne all’Ue e costituzioni materiali liberiste come il Patto euro-plus o dalle forze nazionaliste e xenofobe che premono in tutta Europa.
Occorrerebbe invece cogliere l’opportunità per uscirne con maggiore partecipazione popolare, con più regole e standard sociali europei, con una comune politica estera, in altre parole con un di più di democrazia e livello nazionale e a livello europeo, con una spallata civiltà piuttosto che con un rinnovato impeto tecnocratico.
Giuliano Garavini
E “di chi è” l’euro..? Non è vero che non è di nessuno: è della BCE, la quale è di proprietà delle banche centrali dei Paesi UE (compresi quelli che non hanno l’Euro!), le quali sono di proprietà di banche e/o assicurazioni private; tanto per citare la nostra Banca d’Italia è all’85% di banche private e per il 10% di assicurazioni private: ma non dovrebbe essere in vigore almeno dal 31/12/2008 una certa legge, chiamiamola 262/2005..? E la BCE..? La BCE è un soggetto sovranazionale ma non una istituzione comunitaria poichè non previsto nè tantomeno disciplinato dal Trattato: opera in totale segreto e con la totale irresponsabilità dei propri dirigenti per gli atti commessi nell’esercizio delle loro funzioni (lo stesso dicasi per le banche centrali). La loro politica monetaria è completamente indipendente dalle decisioni della politica nazionale, che può solo subire le decisioni dei governatori ma non ha alcun potere in merito. I politici sono semplici strumenti, ben pagati e ben protetti (se fanno i “bravi”) del potere bancario. E’ fin troppo chiaro che il Vero Potere è di chi decide QUANTO denaro tenere in circolazione, di quanto ciascuno si deve indebitare, se fare erogare o meno un finanziamento, se rinnovare o riscuotere i titoli del debito pubblico. E cheqqazzo… non se ne può più di sentire discutere di fregnacce… questo è IL problema, il resto sono -appunto- fregnacce. Ammettessero almeno i nostri signori governanti che di fronte a tanta desolazione uno possa ogni tanto farsi ‘na cannetta…
…e invece no, manco quello…
Sigh… … …