Il 27 gennaio di 67 anni fa l’Armata Rossa entra nel campo di sterminio di Auschwitz. L’indicibile si presenta al mondo: in quella piccola cittadina non lontana da Cracovia, in Polonia, oltrepassati i cancelli sottostanti la scritta “arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”), l’orrore si materializza in una fiumana di scheletrici corpi, larve umane sopravissute all’olocausto, all’immane tragedia esplicitante l’essenza nazifascista. Non è un accidente della storia, una contingenza irripetibile e deviata, ma concreta e cosciente concatenazione di teorie, sentimenti, azioni e fatti con precisi mandanti. In quel luogo, in quei lager, vediamo la serialità della morte in apparente gratuità di senso, il fordismo industriale della catena di montaggio applicato all’odio, la “superiorità della razza” in azione, la banale quotidianità dell’orrore.
E’ tangibile nelle montagne di”utili residui” – capelli, stracci, denti, piccoli oggetti, scarpe –, nelle asettiche docce/camere a gas, nella semplicità pragmaticamente efficiente dei forni crematoi, nell’allucinazione dei mostruosi esperimenti del gabinetto medico, nell’angusto cortiletto con il muro delle esecuzioni. Ogni internato (donne, uomini, bambini) era marchiato con un numero mentre differenti colori e figure ne specificavano l’appartenenza, in un’ignobile e disumana reificazione delle persone: stelle, triangoli, cerchi, rettangoli ed ancora numeri, sul braccio e sulla divisa a strisce. Ebreo, rom, internato politico (in primis comunista), omosessuale, testimone di Geova, nomade e disadattato, criminale comune, emigrante clandestino: ad ognuno un colore, un simbolo, un numero, in una specie di mappa del razzismo, un abbecedario di tutti i colori dell’odio. Non possiamo con amarezza e sconforto non notare che se aggiungiamo l’islamofobia abbiamo quasi al completo lo spettro degli “untori” dell’oggi. Credo infatti che, rubando bellissime parole a Franco Fortini, Auschwitz sia ancora il luogo “ove una folla tace e gli amici non riconoscono”, il nostro rimosso, il non detto, il lutto non ancora elaborato della cattiva coscienza europea.
Celebrando la ricorrenza di quel fatidico giorno del ’45 onorando i martiri dell’olocausto del popolo ebraico nel proposito rinnovato di un “mai più”, ci è anche obbligo sottolineare come anche per gli internati nei lager si tenda a graduare l’indignazione e lo sdegno in relazione alla “categoria” della vittima. Possibile che moltissimi non abbiano visto – proprio ad Auschwitz – la stele che ricorda con rispettivi marchi e colori, tutte le vittime? Tutte. Ed allora – ad esempio – prima di lanciarci in proclami contro i rom rammentiamo quel triangolo marrone; prima di alimentare la paranoica omofobia pensiamo agli internati con il triangolo rosa…Nella scorsa legislatura era stato presentato un progetto di legge tendente ad onorare nella Giornata della memoria tutte le vittime: rilanciamo quella proposta, evitiamo che, uccise dalle barbarie, siano sepolte dall’oblio.
Gianpaolo Silvestri
Quelle che seguono sono le parole dell’illustre giornalista Feltri che festeggia in questo modo la giornata del ricordo scaricando sulle spalle dei tedeschi la intera responsabilità della nefasta ignominia; ma dimenticare i treni partiti dall’Italia, perché questo è l’obiettivo nascosto di Feltri, è anche questa una espressione del più viscido negazionismo
“È vero, noi italiani alla Schettino abbiamo sulla coscienza una trentina di passeggeri della nave, quelli della razza di Jan Fleischauer (autore dell’articolo) di passeggeri ne hanno ammazzati sei milioni. Erano gli ebrei trasportati via treno fino ai campi di sterminio. E nessuno della razza superiore tedesca ha tentato di salvarne uno”.