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	<title>Sinistra Ecologia Libertà - il sito ufficiale - Nichi Vendola portavoce nazionale &#187; Articoli</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Sinistra Ecologia Libertà  - www.sinistraecologialiberta.it - Nichi Vendola portavoce nazionale</description>
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		<title>La guerra ai diritti</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 09:55:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non c&#8217;è nulla di più ideologico dell&#8217;ossessione mostrata da Monti per l&#8217;abolizione dell&#8217;articolo 18. A dieci anni dal governo Berlusconi II, si ripropone lo stesso tema: colpire il lavoro e le sue tutele, già ampiamente indebolite, per modificare la composizione politica della nostra società. Le affermazioni ad effetto sulla “noia per il posto fisso”, quelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non c&#8217;è nulla di più ideologico dell&#8217;ossessione mostrata da Monti per l&#8217;abolizione dell&#8217;articolo 18. A dieci anni dal governo Berlusconi II, si ripropone lo stesso tema: colpire il lavoro e le sue tutele, già ampiamente indebolite, per modificare la composizione politica della nostra società. Le affermazioni ad effetto sulla “noia per il posto fisso”, quelle sull&#8217;articolo 18 come odioso apartheid tra chi è garantito e chi no, per non parlare delle sciocchezze del raccomandatissimo Michel Martone (non è l&#8217;unico, ovviamente, ma la sua microstoria è quasi un manifesto), non sono il frutto di un ennesimo cambio di stile, dal trolley che cammina silenzioso all&#8217;occupazione di tutte le trasmissioni “inginocchiate”, ma è l&#8217;eco di una antica propensione delle classi dirigenti del nostro paese, da sempre insofferenti a vedere limitati i propri privilegi.<br />
<span id="more-36567"></span></p>
<p>Monti oggi, come Berlusconi nel 2002, cerca di minare alla base il potere di coalizione dei lavoratori, lo stesso potere che ha consentito di contrattare le proprie condizioni di lavoro e di vita. </p>
<p>L&#8217;articolo 18, che vieta i licenziamenti senza giusta causa e impone il reintegro del lavoratore, è una pietra angolare che sostiene l&#8217;impalcatura dei diritti individuali e collettivi. Lo è come lo sono tutte le risorse di “ultima istanza”, quelle cui si attinge quando i rapporti di forza contrattuali diventano prevaricazione e arbitrio. Lo è come lo è sempre stato il diritto di sciopero che, spero di sbagliarmi, potrebbe essere il prossimo obiettivo del governo dei finti tecnici, già assai insofferenti ad ogni contestazione. Del resto, al presidente del consiglio non importa molto che non ci sia nessuna richiesta da parte delle imprese, né che in nessuna delle crisi industriali sia comparsa come causa scatenante l&#8217;applicazione del famigerato articolo o che le vertenze per violazione del 18, ancorché generatrici di procedimenti eccessivamente lunghi, siano davvero ridotte all&#8217;essenziale. Il premier vuole colpire proprio quell&#8217;essenziale che costituisce il senso comune, il modo di percepirsi nel mondo, il bagaglio di diritti che sentiamo di aver ereditato e quelli che vorremmo conquistare.</p>
<p>Faccio parte di una generazione che non ha mai pronunciato la richiesta di “posto fisso”. Davvero, sarà per eccesso di realismo o per diversa collocazione storica, non ho mai sentito in nessuno dei movimenti sociali che ho frequentato, almeno dal 1985 ad oggi, nessuno slogan sulla fissità del posto. Ho sentito di tutto, dal reddito minimo garantito all&#8217;odio per la precarietà, dalla costruzione di un altro mondo alla richiesta di democrazia nelle fabbriche e nella società, ma non quella richiesta. In realtà non sono fisse le nostre biografie, non solo dei precari acculturati, ma anche dei giovani operai che si spezzano i muscoli per i ritmi allucinanti nelle fabbriche ipertecnologiche. Allora il punto è un altro. Il lavoro deve essere un pura merce, non un diritto e come tale deve essere una variabile delle regole del mercato.</p>
<p>La Fiom terrà nelle prossime settimane una manifestazione, inizialmente prevista per domani, che ha come titolo “La democrazia al lavoro”. Non “Vogliamo il posto fisso”, si badi, ma la democrazia al lavoro, nel lavoro e per il lavoro. Si tratta di un appuntamento importantissimo, che molti vedranno come punto di accumulazione di conflitti e domande di cambiamento rispetto all&#8217;attuale governo. Nel 2002, proprio dalla lotta per difendere l&#8217;articolo 18 scese in campo la base sociale che poi sconfisse Berlusconi quattro anni dopo. Fu un tragitto lungo e penoso, perché, intanto, il nostro paese entrava nelle guerre afghane ed irakena, si licenziavano i 45 contratti atipici previsti dalla legge 30 e poi il nostro paese entrava in un tunnel di declino economico, che oggi chiamiamo giustamente recessione. </p>
<p>Eppure, fu l&#8217;atto di nascita di una volontà politica che all&#8217;indomani del referendum per l&#8217;estensione dell&#8217;articolo 18, perso per mancanza di quorum, indicò la strada di una coalizione politica alternativa alla destra berlusconiana. Forse, le promesse mancate di quel progetto, naufragato per mancanza di tenuta politica oltre che numerica, furono tali perché ci si unì contro Berlusconi, dimenticando di essere alternativi alla destra. Oggi che la destra, con Monti,  mostra il suo vero volto, anzi lo esibisce come l&#8217;unico volto possibile in nome della sua distanza dal berlusconismo, bisogna ripartire dalla coalizione sociale che è incarnata dalla manifestazione della Fiom, insieme alla vasta aggregazione in difesa dei beni comuni e alle persone che chiedono più democrazia. </p>
<p>Lì i partiti del futuro e rinnovato centrosinistra dovranno provare a costruire una concreta base elettorale per il cambiamento, visto che, in caso contrario, non credo ci potrà essere altro spazio che per i populismi, mascherati da tecnici o da salvatori della patria. Ma quel punto non farà molta differenza.</p>
<p>Gennaro Migliore</p>
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		<title>Noi con il Manifesto</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 18:04:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Manifesto e&#8217; stato ed e&#8217; uno dei protagonisti dei momenti belli e di quelli meno belli della storia della sinistra italiana. In un momento come questo, in cui assistiamo al tramonto di Berlusconi ma dove non e&#8217; ancora chiaro dove il nostro Paese andra&#8217; a finire, tra gli scossoni della crisi economica e sociale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Manifesto e&#8217; stato ed e&#8217; uno dei protagonisti dei momenti belli e di quelli meno belli della storia della sinistra italiana.<br />
In un momento come questo,  in cui assistiamo al tramonto di Berlusconi ma dove non e&#8217; ancora chiaro dove il nostro Paese andra&#8217; a finire, tra gli scossoni della crisi economica e sociale, nel degrado morale,  tra le pulsioni populiste, quelle tecnocratice, quelle liberiste. In un Paese in cui  fa fatica ad affermarsi il bisogno di alternativa e di una stagione di aria nuova.<span id="more-36537"></span></p>
<p>C&#8217;e&#8217; bisogno dello spirito acuto, controcorrente, curioso, esigente e anche scomodo  del Manifesto.</p>
<p>Cari compagni e care compagne della redazione, il Manifesto ha bisogno di noi e ci siamo. Ma noi abbiamo bisogno del Manifesto, come di tutte le altre voci dell&#8217;informazione libera che rischiano di rimanere strozzate. Ci uniamo al vostro appello: il governo Monti si muova. Le forze di centrosinistra attualmente in Parlamento si facciano sentire. </p>
<p>Nichi Vendola</p>
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		<title>Legge elettorale, incontro SEL-PD</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 15:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel pomeriggio di oggi si sono incontrate le delegazioni del Partito Democratico e di Sinistra Ecologia Liberta&#8217;, costituite da Gianclaudio Bressa, Luciano Violante, Luigi Zanda e da Loredana De Petris, Gennaro Migliore  sui temi della riforma elettorale e della riforma costituzionale. E&#8217; stato avviato un positivo confronto su legge elettorale e riforme costituzionali, che vedra&#8217; ulteriori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel pomeriggio di oggi si sono incontrate le delegazioni del Partito Democratico e di Sinistra Ecologia Liberta&#8217;, costituite da Gianclaudio Bressa, Luciano Violante, Luigi Zanda e da Loredana De Petris, Gennaro Migliore  sui temi della riforma elettorale e della riforma costituzionale.<span id="more-36534"></span></p>
<p>E&#8217; stato avviato un positivo confronto su legge elettorale e riforme costituzionali, che vedra&#8217; ulteriori approfondimenti.</p>
<p>Si e&#8217; registrato un accordo totale sulla necessita&#8217; di cambiare l&#8217;attuale legge elettorale , in modo da garantire agli elettori  la scelta degli eletti e favorire la formazione nelle urne  di maggioranze di governo omogenee.  Le riforme costituzionali, stanti i tempi ristretti , devono essere limitate agli interventi piu&#8217; urgenti per la funzionalità del sistema.</p>
<p>E&#8217; stata constatata l&#8217;assoluta infondatezza delle notizie relative a posizioni che proporrebbero clausole di sbarramento  inaccettabili perche&#8217;  ad esclusivo vantaggio di alcune forze politiche.</p>
<p>Le due delegazioni continueranno i loro incontri nei prossimi giorni.</p>
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		<title>Il “buonismo sociale”dei Governi Italiani</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 10:47:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In una recente intervista il Presidente Monti ci ha fornito una nuova spiegazione delle difficoltà economiche dell&#8217;Italia: l&#8217;eccessivo “cuore” dei nostri governanti avrebbe prodotto l&#8217;aumento del debito pubblico. Questa affermazione lascerebbe intendere che gli Italiani hanno goduto fino ad oggi di un eccesso di tutele e di uno Stato Sociale troppo generoso. In realtà (se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In una recente intervista il Presidente Monti ci ha fornito una nuova spiegazione delle difficoltà economiche dell&#8217;Italia: l&#8217;eccessivo “cuore” dei nostri governanti avrebbe prodotto l&#8217;aumento del debito pubblico. Questa affermazione lascerebbe intendere che gli Italiani hanno goduto fino ad oggi di un eccesso di tutele e di uno Stato Sociale troppo generoso.<span id="more-36484"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà (se si esclude il Servizio Sanitario Nazionale, la cui universalità ed efficacia è sempre più a rischio a causa delle politiche di bilancio restrittive, del taglio delle piante organiche, dell&#8217;aumento dei tickets per le prestazioni, del dilagare di corruzione e malaffare nella gestione dei fondi sanitari), il welfare italiano è tra i più frammentati e tra i meno efficienti d&#8217;Europa. L&#8217;Italia è, con Grecia e Ungheria, uno dei pochi paesi europei senza alcuna misura organica di sostegno al reddito per contrastare la povertà. Fino al 2000 non ha avuto una legge nazionale per dare ordine al sistema dei servizi sociali, affidati fino ad allora all&#8217;iniziativa dei Comuni; del resto la situazione non è cambiata sostanzialmente quando è stata varata la legge 328, perché non sono state mai stanziate le risorse necessarie alla sua attuazione e non sono stati mai definiti i livelli essenziali di assistenza da garantire a tutti i cittadini. Basta pensare alla scarsità di asili nido e ai costi proibitivi di questi servizi per giovani con  lavoro precario o un salario intorno ai mille euro. La situazione non è migliore se pensiamo alla non autosufficienza, al fenomeno tutto italiano delle “badanti” (generalmente pagate in nero dalle famiglie che le impiegano) e all&#8217;azzeramento delle già scarse risorse che lo Stato trasferiva alle Regioni per affrontare questo problema, in costante aumento in tutte le società moderne caratterizzate dall&#8217;allungamento dell&#8217;attesa di vita. Anche rispetto alle politiche per le famiglie l&#8217;Italia è agli ultimi posti in Europa sul fronte della spesa e anche sul fronte della platea di riferimento, dal momento che spesso vengono escluse le famiglie di fatto. L&#8217;unico vero welfare familiare, su cui è possibile contare, è il lavoro di cura delle donne italiane, che vantano il record delle 60 ore lavorate settimanali.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cose non vanno meglio sul versante del welfare lavoristico. In Italia il 50% dei disoccupati non ha alcuna copertura economica e gli ammortizzatori sociali su base contributiva, oltre a lasciare scoperti i lavoratori delle piccole imprese, fanno riferimento a ben 24 modelli diversi di contribuzione a seconda delle categorie di riferimento. Non esiste alcuna politica sociale degna di questo nome per l&#8217;integrazione dei lavoratori immigrati. Infine il 48% delle pensioni erogate arriva al massimo a 500 euro mensili.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto è evidente che il “buonismo” non c&#8217;entra molto con il debito pubblico italiano ed è necessario identificare e combattere le vere cause della inefficienza e dello spreco nell&#8217;uso delle risorse pubbliche, cause che stanno nella cattiva amministrazione, nell&#8217;incapacità della politica di affermare e difendere il valore dei beni comuni, nel prevalere di culture individualistiche che hanno alimentato clientele, corruzione, economia illegale, nella perdita di ogni riferimento ad un&#8217;etica pubblica rivolta al benessere dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal Governo Monti ci aspetteremmo piuttosto una proposta di riordino ed allargamento dello stato sociale, soprattutto in questo tempo di crisi, quando le politiche di welfare possono agire su due versanti: quello di aumentare il reddito disponibile delle persone, facendo crescere la domanda interna, e quello di aumentare l&#8217;occupazione, specialmente femminile, attraverso l&#8217;offerta di servizi pubblici. E&#8217; infatti evidente che in questa fase, caratterizzata da grandi diseguaglianze, aumento della povertà, crescita della precarietà sociale, le due priorità sono la garanzia di un reddito e la ricostruzione di legami sociali per proporre un&#8217;idea di cittadinanza attiva e solidale. Sarebbe dunque necessario avviare forme di reddito minimo garantito e lanciare un piano per l&#8217;incremento dei servizi pubblici (penso prioritariamente ai nidi, ai servizi educativi per la prima infanzia e ai servizi domiciliari per gli anziani ed i non autosufficienti)  inserendo il lavoro sociale in un progetto più generale per la creazione di occupazione. Sarebbe un modo intelligente per superare il “tabù” dell&#8217;articolo 18: parlare di occupazione invece che di licenziamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe ragionare di reddito minimo garantito istituendo una misura reddituale universale, finanziata con la fiscalità generale, rivolta prevalentemente ai giovani inoccupati in modo da rendere libero e privo di ricatti l&#8217;accesso al mondo del lavoro. A questo si dovrebbero accompagnare  ammortizzatori sociali riformati in senso universalistico e finanziati prevalentemente dai contributi dei datori di lavoro; e infine si dovrebbero stabilire incrementi delle pensioni più basse per garantire agli anziani un reddito minimo vitale. In questo modo ci sarebbe una generalizzazione delle politiche di sostegno al reddito da trasformare gradualmente in una misura unica di reddito minimo garantito. La prospettiva sarebbe ben diversa da quella della sperimentazione di una nuova “social card”, di cui si parla nel recente decreto sulle semplificazioni e che riguarderebbe solo le città con più di 250.000 abitanti. Oltre ad essere inadeguata questa proposta ricalca i criteri del reddito di inserimento, istituito dalla ministra  Turco, che aveva appunto la natura di sperimentazione, durata due anni e chiusa con dovizia di dati e valutazioni, che, mai diffusi o utilizzati in seguito, rendono inutile una nuova sperimentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente per riformare il welfare servirebbero risorse aggiuntive: dove trovarle? SEL ha dato una risposta proponendo la lotta all&#8217;evasione fiscale, l&#8217;imposta patrimoniale sui grandi capitali, un diverso impiego delle risorse disponibili. Tuttavia per attuare questa politica è necessario un vero e proprio capovolgimento della scala dei valori che oggi governa l&#8217;economia. Perché sembra naturale chiedere ai cittadini di rinunciare alle proprie sicurezze, ad un lavoro interessante, alla speranza di una vita serena, ai propri sogni in nome di una crisi che non hanno prodotta né voluta mentre banche, borse, agenzie di rating continuano  le loro manovre speculative? Le relazioni tra le persone sono più o meno importanti dei beni da consumare? Ci può essere un legame tra economia e felicità? Se la politica è incapace di rispondere a queste domande dovremo ammettere che ha perso la sua funzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Betty Leone</p>
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		<title>Eliminare Porcellum, coalizioni prima del voto</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 21:00:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Prima di avviare qualsiasi intesa sulla riforma elettorale Sel pone come condizione la cancellazione del &#8216;porcellum&#8217;&#8221;. Al termine dell&#8217;incontro tra la delegazione del Pdl e quella di Sinistra ecologia e liberta&#8217;, Loredana De Petris spiega: &#8220;Abbiamo posto come assolutamente prioritaria la cancellazione del &#8216;porcellum&#8217;. Siamo contrari a piccoli aggiustamenti dell&#8217;attuale legge&#8221;. Per Sel, inoltre, e&#8217; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;Prima di avviare qualsiasi intesa sulla riforma elettorale Sel pone come condizione la cancellazione del &#8216;porcellum&#8217;&#8221;. Al termine dell&#8217;incontro tra la delegazione del Pdl e quella di Sinistra ecologia e liberta&#8217;, Loredana De Petris spiega: &#8220;Abbiamo posto come assolutamente prioritaria la cancellazione del &#8216;porcellum&#8217;. Siamo contrari a piccoli aggiustamenti dell&#8217;attuale legge&#8221;. Per Sel, inoltre, e&#8217; necessario che &#8220;i cittadini possano scegliere i loro rappresentanti e che sia chiara fin dall&#8217;inizio la coalizione che si vota&#8221;. <span id="more-36469"></span>Quanto alle riforme istituzionali, aggiunge De Petris, &#8220;Abbiamo posto dubbi sul fatto che anteporre le riforme istituzionali alla legge elettorale rischia di lettere in secondo piano quest&#8217;ultima, c&#8217;e&#8217; il dubbio che si faccia il gioco di non fare la riforma elettorale visti i tempi lunghi necessari per le riforme istituzionali&#8221;.  Gennaro Migliore ritiene che &#8220;la discussione sulla riforma elettorale sia seria, ma resto diffidente. Noi abbiamo proposto un referendum per abolire il &#8216;porcellum&#8217; e vogliamo che si arrivi davvero ad una nuova legge&#8221;.</p>
<p>Red.</p>
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		<title>Amministrare i beni comuni</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 18:51:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ convocato per il 10 marzo prossimo il seminario Nazionale degli Amministratori di Sinistra Ecologia Libertà per rilanciare il valore pubblico dei beni comuni, ragionare sulle liberalizzazioni, proporre iniziative diffuse e proposte di delibere per la gestione libera, ma pubblica, dei beni comuni. Il seminario aperto agli amministratori eletti e nominati e ai dirigenti interessati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ convocato per il 10 marzo prossimo il seminario Nazionale degli Amministratori di Sinistra Ecologia Libertà per rilanciare il valore pubblico dei beni comuni, ragionare sulle liberalizzazioni, proporre iniziative diffuse e proposte di delibere per la gestione libera, ma pubblica, dei beni comuni.<span id="more-36464"></span></p>
<p>Il seminario aperto agli amministratori eletti e nominati e ai dirigenti interessati di Sinistra Ecologia Libertà si terrà dalle 10,00 alle 17,00 di sabato 10 marzo presso la sala del Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra a Roma.</p>
<p>Dopo un’introduzione di  Paolo Cento (responsabile Enti locali di SEL), ci saranno tre  interventi di economisti ed esperti  e il dibattito, le conclusioni saranno del Presidente Nichi Vendola.</p>
<p>Red.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Se è l’incompetenza a bloccare un territorio</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 09:46:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si può mettere in ginocchio la Capitale d&#8217;Italia e un&#8217;intera regione in poco tempo? A quanto pare sì. Basta guardare quanto è avvenuto in queste ore. Roma bloccata, intere zone del Lazio, dalla Ciociaria alla Provincia di Rieti, ai Comuni della Valle dell’Aniene, abbandonate al loro destino, isolate, al gelo, senza acqua ed elettricità. Centinaia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si può mettere in ginocchio la Capitale d&#8217;Italia e un&#8217;intera regione in poco tempo? A quanto pare sì. Basta guardare quanto è avvenuto in queste ore. Roma bloccata, intere zone del Lazio, dalla Ciociaria alla Provincia di Rieti, ai Comuni della Valle dell’Aniene, abbandonate al loro destino, isolate, al gelo, senza acqua ed elettricità. Centinaia di pendolari, quelli della linea Roma-Viterbo, fermi al freddo per circa 30 ore. E, purtroppo, non sono i soli ad aver passato ore drammatiche.<span id="more-36443"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo nell&#8217;era Alemanno/Polverini. Pochi giorni prima della nevicata e dell&#8217;ondata di gelo, anche nei bar ci si preparava all&#8217;evento straordinario. Tranne il Sindaco di Roma che, dopo aver colpevolmente sottovalutato il fenomeno, ha preferito passare ore e ore in televisione  a scaricare le sue enormi responsabilità su altri livelli istituzionali, ad iniziare dalla Protezione Civile Nazionale.</p>
<p>La Presidente Polverini, che ha la responsabilità di coordinare la Protezione Civile Regionale, ha cercato, da parte sua, di stare fuori da questa vicenda. A che cosa dovrebbe servire la Protezione civile regionale se non a intervenire in situazioni di emergenza? Chi sarebbe dovuto intervenire nei Comuni isolati dove migliaia di cittadini sono rimasti al gelo senza acqua ed energia elettrica? Dov&#8217;era la Giunta regionale mentre le Ferrovie dello Stato lasciavano all&#8217;addiaccio 600 persone? Le comunità locali si sono trovate da sole ad affrontare l’emergenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, cosa di cui non tutti sono a conoscenza, la poltrona del  direttore della Protezione Civile è ancora oggi vacante, a due anni dall&#8217;insediamento di questa Giunta. Un triste primato per un Governo regionale che ha dispensato incarichi a destra e manca e  ha trascorso le ultime settimane a polemizzare sul direttore del Festival del Cinema di Roma, con l&#8217;intenzione di sostenere il proprio candidato.</p>
<p>La nevicata a Roma, insomma, ha evidenziato l&#8217;inadeguatezza soprattutto di queste due figure istituzionali. Sono emerse tutte le responsabilità del primo cittadino nell’essersi circondato di persone non competenti, scelte in base alla provata fede politica. E’ stato patetico, di fronte al caos, l’invito ai romani a prendere le pale per spalare la neve. In questi anni il Sindaco non ha fatto solo della facile propaganda sulla paura e sulla sicurezza. Nel frattempo è passata l&#8217;idea che il territorio è merce per gli affari.</p>
<p>A queste inadeguatezze si deve aggiungere un&#8217;altra considerazione: siamo di fronte alla sbornia delle politiche privatizzatrici. Fa paura vedere come questo Paese sia diventato fragile e come si continuino a proporre soluzioni per lo smantellamento delle strutture pubbliche. Ogni volta che questo Paese deve affrontare una emergenza è caos, sofferenza e lutti. E’ troppo facile misurare l’efficienza del privato, dei manager super pagati nel contesto della normale quotidianità, per poi verificarne nell’ emergenza l’inadeguatezza, la superficialità, l’irresponsabilità. Anche il governo tecnico del professor Monti d’altronde si è distinto per l’assenza in questa drammatica situazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Ferrovie dello Stato, ad esempio, sono diventate l&#8217;emblema di questo fallimento. Le Ferrovie dello Stato del manager Moretti, quello che non ha difficoltà a far perdere il lavoro a centinaia di lavoratori della ex Wagon Lits, che per il grande affare dell’Alta Velocità ha smantellato la rete su ferro delle regioni. Il Paese si accorge inoltre che le autostrade privatizzate non hanno più i bravi cantonieri che garantivano la manutenzione, spargevano il sale in tempo e facevano uscire gli spazzaneve quando era necessario. Un paese in ginocchio che ha iniziato a vedere le amministrazioni comunali come un costo superfluo. Che ha volutamente confuso gli odiosi costi della politica con i costi della democrazia. Un Paese che ha stordito le cittadine e i cittadini con la percezione della sicurezza lasciando le automobili delle forze dell’ordine senza benzina.</p>
<p>Se l’Italia vuole evitare altri clamorosi fallimenti deve necessariamente ripartire dalla riqualificazione e rivalutazione dell’intero sistema pubblico del paese, rilanciando un grande piano di opere per il risanamento idrogeologico del paesaggio. Si dirà che non ci sono i fondi. Ma è proprio questa l&#8217;occasione per far uscire il nostro “bel paese” dalla crisi.</p>
<p>Ma il primo passo non può che essere il blocco di tutti quei provvedimenti che danneggeranno ulteriormente il territorio. Come il catastrofico Piano Casa della Polverini. Prevenire è meglio che curare, insomma. Specie quando i danni all’ambiente e al sistema pubblico del nostro paese rischiano di essere irreparabili.</p>
<p>Luigi Nieri</p>
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		<title>Un tocco di classe</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:29:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è rilassato, Mario Monti. E con un certo compiacimento vuole educare tutti a quel tocco di classe che lo caratterizza. Perché lui non è un volgare populista che fa sognare tutti di partecipare della propria ricchezza. No, lo spiega bene il nostro nuovo premier, che chissà perché ci ostiniamo a chiamare professore, come se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si è rilassato, Mario Monti. E con un certo compiacimento vuole educare tutti a quel tocco di classe che lo caratterizza. Perché lui non è un volgare populista che fa sognare tutti di partecipare della propria ricchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">No, lo spiega bene il nostro nuovo premier, che chissà perché ci ostiniamo a chiamare professore, come se per questa via lo autorizzassimo a bacchettarci ex-cathedra dopo le colpevoli dissipazioni – di chi? di chi lavora? – che hanno portato alla rovina il paese. Lui non parla mai a vanvera o fuori contesto, neppure quando nomina il monotono posto fisso, tantomeno quando definisce afflitti da «buonismo sociale» i precedenti governi. Chissà perché non penso che alluda a corruzione, clientelismo comprese finte invalidità e assunzioni inutili, reciproci favori tra potenti di vario ordine e grado.<span id="more-36389"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Per il liberista Mario Monti buonismo sociale è tutto ciò che non è nel mercato. Insomma il welfare, quella forma imperfetta, lacunosa e sì, anche eccessivamente burocratica e sicuramente riformabile, che sostiene la faticosa esistenza quotidiana di chi vive  – o non vive – del proprio lavoro. Che sostiene la vita delle donne.</p>
<p style="text-align: justify;">È dura, non concede nulla, la visione di Monti. Una chiara e coerente visione di classe. Uno shock, dopo l’edonismo mediatico di Berlusconi. Uno shock necessario? Vale la pena di considerarla l’unica strada per la salvezza del nostro Paese? Possibile che le buone maniere siano diventate la sostanza della politica?</p>
<p style="text-align: justify;">Vale la pena di aderire con il cuore e con l’anima, come succede non solo a quotidiani e partiti, alla rigida – sì, rigida ancorché dedita alla flessibilità delle vite altrui – e crudele visione di classe che condanna come apartheid i diritti di chi lavora? Senza nulla da dire a proposito di manager, banche, mercati? Ma si sa, la classe non è acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">Bia Sarasini</p>
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		<title>Lettera a una Ministra che non sa chi siamo</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 15:05:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cara Cancellieri, ho festeggiato il nascere di un governo di professionisti come l’esecutivo Monti, al posto di un governo di politicanti che stava distruggendo il mio Paese per tutelare le proprie clientele. Tuttavia negli ultimi giorni le esternazioni del Premier, della sua collega Fornero e le sue mi lasciano quantomeno asita.  Basita perché riflettono una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Cara Cancellieri,</div>
<div></div>
<div style="text-align: justify;">ho festeggiato il nascere di un governo di professionisti come l’esecutivo Monti, al posto di un governo di politicanti che stava distruggendo il mio Paese per tutelare le proprie clientele. Tuttavia negli ultimi giorni le esternazioni del Premier, della sua collega Fornero e le sue mi lasciano quantomeno asita.  Basita perché riflettono una certa supponenza dettata dalla scarsa conoscenza di una generazione di “giovani” che è stanca di essere considerata tale ed aspira e lavora per diventare “adulta”.<span id="more-36355"></span></div>
<p style="text-align: justify;">Le racconto la mia storia perché è la storia di migliaia di trentenni che in questo momento Lei non rispetta.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando abbiamo iniziato l’università – fine anni 90 – i professori universitari inauguravano l’anno accademico dicendo che eravamo lì per studiare e diventare la nuova classe dirigente. Noi abbiamo creduto in loro, figli della stessa illusione che guidava i nostri genitori – spesso appartenenti alla piccola borghesia – che credevano di poter garantire un futuro migliore alla generazione successiva attraverso una laurea.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’Università come investimento per il futuro. Del resto, come non chiamarla investimento?</em> Orari di lezione improponibili per i pendolari, code di ore in segreteria studenti per un certificato o in attesa di essere ricevuti dal professore per la tesi o la registrazione di un esame.</p>
<p style="text-align: justify;">Un investimento in termini di ore solo per orientarsi nella burocrazia universitaria. Un investimento in termini economici perché  le borse di studio sono esigue rispetto alla popolazione universitaria e i controlli sulla veridicità delle richieste di borse, limitati se non nulli. E lo affermo con cognizione di causa avendo lavorato all’interno dell‘Ufficio Tasse di una nota Università del Nord Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono una sfigata come direbbe qualche suo collega (presumibilmente enfant prodige) poiché mi sono laureata a 25 anni, con una tesi all’estero e diversi stage e lavoretti prima di terminare gli studi. Vivo da sola, lontana da “mamma e papà” da quando avevo 20 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono precaria da sempre, perché il settore in cui lavoro – il Terzo Settore – è al collasso come sanno tutti coloro che vi lavorano all’interno e come ignorano molti concittadini. Ho uno stipendio pari a 1.250 € al mese, che in una grande città del Nord Italia mi permette soltanto di vivere alla giornata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non posso avere un figlio, perché il mio contratto scade prima di una gravidanza. Non potrei averlo comunque, perché in una città come quella in cui abito non ci sono posti negli asili nido e non potrei pagare affitto e retta per mi@ figli@ soltanto con il mio stipendio.</p>
<p style="text-align: justify;">Non posso comprare casa, perché con un contratto a termine nessuna banca mi concede un mutuo. Non potrei comprarla in contanti, la mia casa, e tantomeno sperare di farlo tra 10 anni, visto lo stipendio che guadagno.  Però io sono una che ce l’ha fatta rispetto a tanti coetanei. Non sono stata costretta ad andare all’estero per realizzarmi e non ci sono voluta andare perché voglio migliorare la mia società e non quella di un&#8217;altra nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho un lavoro di responsabilità, che amo e che mi sono scelta, e per riuscirci, signora Cancellieri, ho cambiato 3 città e a altrettanti posti di lavoro..</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi ho 33 anni, una laurea con ottimi voti, un master, parlo tre lingue. Eppure guadagno appena per sopravvivere ed inizio a pensare che per vivere serenamente con il mio attuale stipendio dovrei tornare in quella provincia da cui sono scappata tanti anni fa, dove gli affitti costano la metà e dove “mamma e papà” mi consentirebbero il<em> lusso</em> di avere un figlio e lavorare al contempo, come una giovane donna francese, tedesca, inglese.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi trentenni vogliamo stare vicino a mamma e papà, signora Cancellieri, perché lo Stato non è vicino a noi. Il Welfare State in Italia per i giovani non esiste, e mi pare non ci sia nessuna intenzione politica di svilupparlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono disposta a permanere in questa adolescenza fuori tempo, a questa incertezza di vivere indotta, ma non sono più disposta a sentirmi rimproverare l’appartenenza ad una presunta generazione di pigri, di bamboccioni, di sfigati.</p>
<p style="text-align: justify;">Moltissimi tra noi “giovani ma<strong> mai</strong> adulti” non sono mai come ci state descrivendo da qualche giorno, ed è ora di mettere da parte slogan privi di verità sociale per considerarci cittadini e come tali, titolari di diritti.  Diversamente, al bando l’ipocrisia, diteci che non sapete garantirci un’esistenza dignitosa: certamente non oggi, presumibilmente non domani.</p>
<p style="text-align: justify;">Visto che abbiamo <em>tutta la vita davanti</em>, ce la cercheremo altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma un Paese che non difende i suoi figli resta un Paese morto.</p>
<p style="text-align: justify;">Lara</p>
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		<title>Ragazze interrotte</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 10:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ragazze interrotte]]></category>

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		<description><![CDATA[Rete delle donne di SEL organizza per il 3 e 4 marzo alla Casa internazionale delle donne a Roma, il convegno &#8220;Ragazze interrotte&#8221;. Una due giorni di workshop, dibattiti e assemblee.“Ragazze interrotte” è il titolo suggerito da Celeste Costantino per il nostro convegno di marzo. A me piace perché esprime il punto di vista di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Rete delle donne di SEL organizza per il 3 e 4 marzo alla Casa internazionale delle donne a Roma, il convegno &#8220;Ragazze interrotte&#8221;. Una due giorni di workshop, dibattiti e assemblee.<span id="more-36343"></span></em>“<span style="font-size: small;">Ragazze interrotte” è il titolo suggerito da Celeste Costantino per il nostro convegno di marzo. A me piace perché esprime il punto di vista di un soggetto femminile situato nella realtà di oggi, che legge la crisi mettendo al centro l’esistenza precaria delle giovani donne e facendo di questa esistenza il paradigma di una più generale lettura delle condizioni di vita di donne e uomini. E dai processi politici, attraversati oggi da nuove e contraddittorie – spesso “incontenibili” &#8211; forme di protagonismo delle donne, quel soggetto, in cui io ritrovo la traccia di molti percorsi di donne, può trarre gli elementi per riaprire il confronto sulle ragioni della politica in crisi e sui dilemmi della democrazia al suo declino. Le donne, “aggiunte” nella modernità all’una e all’altra dimensione – la democrazia e la politica &#8211; non ne sono mai state, proprio per esserne “parte” aggiunta, soggetto costituente ab imis – mai “al centro” del processo – neanche oggi, e possono, proprio in ragione della loro estraneità marginalità lontananza – o contraddittoria vicinanza &#8211; offrire radicali punti di vista e forti strumenti di decodificazione e di interpretazione del declino di quelle forme. Mai come nella fase che viviamo, mai, deve essere il nostro auspicio e impegno, come le donne più giovani.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">A me il titolo è piaciuto proprio per le tante suggestioni che trasmette: perché, anche col riferimento al film di James Mangold, allude emblematicamente al nocciolo duro &#8211; materiale e simbolico &#8211; della storia delle donne e insieme perché, invitando a situarsi politicamente nel cuore della crisi, invita a contrastare il pensiero unico dominante imperniato sulle ineluttabili ricette liberiste e sui sacrifici sociali dettati dai banchieri e dai loro “tecnici”. Il tutto al grido patriottico del “non precipitiamo” nel baratro del default. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Ragazze interrotte: non da ora e non solo per la precarietà divorante dell’oggi. Qualcosa si è interrotto, lacerato fin dall’inizio della storia delle donne e si è risolto reiteratamente in fratture, divisioni, contrapposizioni. Tra la sfera pubblica e quella domestica, tra l’amor sacro e l’amor profano, tra la parola dell’agorà e il silenzio del focolare, tra il politico e il personale, tra il trascendente e il contingente, tra il simbolico e il materiale. Tra il produrre e il riprodurre. E altro ancora, che si rompe e interrompe ancor oggi, dopo che era sembrato che non dovesse più interrompersi. Viviamo il contraccolpo dell’illusoria certezza delle conquiste linearmente conquistate per sempre. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">La storia delle donne è invece ancora storia di interruzioni e rotture. Non riesco a leggerla in modo diverso. Ma so &#8211; e lo sottolineo sempre con convinzione &#8211; che le rotture di oggi sono altra cosa che un ritorno al passato, anche quando ne richiamano i lati più oscuri. Sono tutte interne all’epoca che viviamo, in quella inestricabile connessione e complicità tra arcaico e moderno tipica della modernità e post modernità; tutte interne ai tumultuosi percorsi pieni di difficoltà, fughe in avanti e passi indietro che le donne hanno compiuto con la grande stagione del femminismo; ma pieni anche, proprio per la forza di quella stagione, del venire al mondo di una vocazione alla libertà, di un desiderio di libertà che hanno prodotto uno scarto difficilmente riassorbibile. C’è oggi un rapporto qualitativamente diverso delle donne col mondo, con l’ordine delle cose, col potere maschile e con la crisi profonda che l’attanaglia: tutto questo è il segno della fase che viviamo e capire a fondo in che cosa consista questo diverso rapporto è l’interrogativo di fondo con cui confrontarsi. Per restituirne il senso, se si vuole, alla politica. E comunque alle relazioni umane e alla nostra vita. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">C’è un lato della realtà delle donne continuamente rappresentato che rischia invece di diventare l’unico nella percezione pubblica e nella costruzione di senso che il potere mediatico sopra tutti gli altri veicola e mette in scena: il pornografico rapporto tra sesso e potere e il mercimonio dei palazzi; le “olgettine” col book delle foto in borsetta e il corpo esposto di cui parla Zanardo; la donna a una dimensione &#8211; dalla donna-oggetto alla donna-merce &#8211; e l’emancipazione malata; la dignità femminile offesa dal “bunga bunga” e l’omologazione delle donne in carriera, che ancora vogliono essere nominate al maschile. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Ma è l’altro lato che va riacchiappato e interrogato: quel cambiamento che rimane, quello scarto che sta nelle cose, che vive incarnato nell’esperienza di molte giovani donne e ragazze.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">In che cosa vale davvero ancora? Può essere soltanto la richiesta di quote e norme di salvaguardia, quello che rimane? Oppure il ripiegamento sui guai “femminili”, o le tragedie anche, che “sono sempre le stesse cose che accadono nella vita delle donne”? E, per dare una risposta ai problemi, c’è solo la richiesta della conciliazione, del diritto alla maternità, dei posti nella rappresentanza?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Oscillazione malefica quella tra ripiegamento sui guai e rivendicazione di presenze purché siano, e tuttavia ineludibile e incalzante, perché comunque sia su un lato sia sull’altro non si può tacere e far finta di niente. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Dove si è rotta o come si è trasformata quella storia che abbiamo chiamato la rivoluzione più lunga? Un rifluire improvviso nel più generale rifluire della sinistra, una promessa non mantenuta, una trasmissione non avvenuta?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">In Italia, in modo particolare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Confronto politico tra le generazioni: è utile per capire? Utile per la politica delle donne? Sicuramente sì, purché sia davvero confronto politico e scambio politico. Circolare. Per rinominare le cose.</span></p>
<p style="text-align: justify;">“<span style="font-size: small;">Ragazze interrotte”: è un titolo che invita a fare i conti con molte prospettive e problematiche. Dice di un punto di vista situato, radicato nel presente della crisi economico-finanziaria, degli effetti che questa crisi ha nella vita di tutti ma soprattutto sulla vita delle donne, perché là la crisi si manifesta in tutta la sua portata paradigmatica e più in profondità che altrove mostra i guasti del liberismo e delle ricette sociali che hanno quella matrice. E nell’attitudine femminile, così radicalmente sedimentata, a gestire le difficoltà facendosene carico e mettendosi, malgrado tutto, sempre a disposizione degli affetti e delle relazioni domestiche, mostra anche, crudelmente, dove sia la radice di quegli esiti di adattamento e accettazione che rendono socialmente opachi e inintelligibile gli attacchi violenti, da agguerrito conservatore, che il professor Monti fa al welfare state, ai diritti del lavoro, alla cittadinanza sociale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Siamo a rischio di default per eccesso di buonismo dei governi che sono venuti prima: questo in sintesi il messaggio, la moral suasion all’accettazione dei sacrifici da parte del governo Monti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">E le donne? La moral suasion è indirizzata in primis a loro, perché sono ancora loro la stampella del default sociale, necessario per evitare quello dei conti dello Stato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">La cura del mondo che viene dalle donne, invece di trasformarsi –come sarebbe necessario &#8211; in strumento di resistenza, paradigma alternativo del modo di affrontare la crisi, offre supporto pratico e psicologico all’assalto di chi vuol definitivamente voltare pagina.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Ma potrebbe non essere così. Vorremmo che non fosse così. Dobbiamo lavorare a che non sia così.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Occorre alimentare una forte critica al liberismo autoritario e miserevolmente compassionevole che alla crisi economico –finanziaria risponde non col cambiamento ma con la cancellazione dei diritti e delle garanzie sociali. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Occorre innanzitutto osservare, come dice Amartya Sen e sostengono economiste femministe come Antonella Picchio, che la crisi evidenzia “una questione morale, non solo nel senso della corruzione e del saccheggio compiuto dagli intermediari finanziari e in quello della ignavia delle istituzioni di controllo che li hanno lasciati fare, ma di un vizio di fondo delle teorie economiche dominanti che rimuovono gli aspetti etici e relazionali dalla teoria delle scelte individuali, liberando così gli agenti economici da ogni responsabilità rispetto ai risultati del loro operato, isolandoli da un contesto di relazioni personali e sociali e riducendo le loro motivazioni al puro interesse acquisitivo.”</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Aspetti etici e relazionali che stanno a fondamento della cura e del lavoro di cura e manutenzione dell’esistenza che le donne svolgono e che vanno assunti come paradigma epistemologico dell’agire politico e della proposta di rinnovamento della politica. Per essere in grado, come primo passo, di non soccombere di fronte all’”ineluttabilità” delle politiche liberiste e delle logiche del mercato. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Una visione non di adattamento ma di critica dei cambiamenti all’indietro in atto è propedeutica alla rinascita della politica, soprattutto perché se politica deve essere bisogna saper ristabilire linee discriminanti rispetto all’indifferenziato spirito bipartisan che annienta i punti di vista diversi, li omologa nel pensiero unico, rende inutile, ininfluente, disprezzabile l’esistenza della politica incarnata nei partiti. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">A che servono? A niente. Solo ad accaparrare denaro pubblico e a occupare posti di potere. E come si fa con la democrazia, senza i partiti? E a che serve la democrazia? Meglio il governo tecnico o il salvatore del Paese o chiunque, anche un capo autoritario, purché sappia decidere e salvarci. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Diagnosi e critica del presente. Due mosse per ripartire e poi la terza, quella più difficile: elaborare proposte, percorsi, pratiche. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Oggi la crisi si manifesta in tutta la sua portata devastante e i grandi cambiamenti economici sociali politici che si manifestano a livello planetario modificano radicalmente i modelli di vita e le relazioni tra i popoli e tra gli Stati, alimentando nuove contraddizioni e tensioni. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Ma anche inedite occasioni di pensare il cambiamento, cercare strade diverse per dare risposta positiva ai problemi dell’oggi aprendo prospettive per cui valga la pena di battersi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Soprattutto, tutto questo vale per le nuove generazioni, alle quali la crisi sottrae sì il futuro ma che posseggono, proprio per la condizione di precarietà in cui vivono oltre che per la fase che vivono, l’attitudine a guardare il mondo senza nostalgie né vincoli mentali, spesso con autentica curiosità e speranza, cercando soluzioni inedite altrimenti impensabili. E mettendo in gioco desideri e punti di vista che partono da loro e dal loro vivere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Le relazioni interpersonali, sociali e simboliche tra i sessi, il modo di guardare ai rapporti tra le generazioni, il rapporto con la politica, la rappresentanza, i modelli sociali ereditati dal passato, l’autorità e il prestigio del potere: tutto questo costituisce una parte fondamentale dell’esperienza sociale ed è oggi segnata fortemente da processi di femminilizzazione. Tutto questo entra in gioco anche nei percorsi di formazione delle giovani generazioni, costituendo materia importante del possibile campo del cambiamento e del rinnovamento della politica. Soprattutto delle giovani donne e delle ragazze.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Le parole chiave e le proposte chiave. Se non le donne, chi? Questa la domanda. Va posta tuttavia, questa domanda, non in modo retorico e discorsivo, ma sapendo che è una domanda esigente e la risposta non può essere retorica, né automatica né facile né soprattutto univoca sul piano politico. Ma, soprattutto, è una domanda che vale nella sua portata spiazzante se davvero ridisegna l’ordine del discorso e obbliga a riposizionare il punto di osservazione e di analisi, favorendo quella visione critica di cui abbiamo quanto mai bisogno.</span></p>
<p>Elettra Deiana</p>
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		<title>Il valore (legale) della laurea</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 05:52:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nonostante la recente smentita del Presidente del Consiglio (Corriere on line del 27 gennaio) l&#8217;idea di abolire il valore legale dei titoli di studio, sicuramente concepita a partire dalle migliori intenzioni, è un progetto in contrasto con consolidati principi del nostro ordinamento giuridico e sociale (I) che, se adottato nella sua estrema configurazione, potrebbe aumentare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><em>Nonostante la recente smentita del Presidente del Consiglio (Corriere on line del 27 gennaio) l&#8217;idea di abolire il valore legale dei titoli di studio, sicuramente concepita a partire dalle migliori intenzioni, è un progetto in contrasto con consolidati principi del nostro ordinamento giuridico e sociale (I) che, se adottato nella sua estrema configurazione, potrebbe aumentare le iniquità sociali (II)</em><span id="more-36330"></span><strong>I. Una proposta in contrasto con alcuni principi giuridici e sociali</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Abolire il valore legale del titolo di studio superiore, la laurea, significherebbe l&#8217;automatica equiparazione, nell&#8217;astratto mondo del &#8220;puro diritto&#8221;, di persone in situazioni concretamente differenti.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">In altri termini , tale proposta, comporterebbe automaticamente la rottura del principio repubblicano di uguaglianza nell&#8217;accesso alle pubbliche cariche, garantito dalla Costituzione e proprio a tutti i paesi dell&#8217;Europa Occidentale.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Inoltre, rendere le lauree giuridicamente semplici &#8220;pezzi di carta&#8221; (almeno per quanto riguarda i concorsi pubblici), oltre a non modificare la situazione pregressa per il settore privato, avrebbe la conseguenza di incrinare quel principio costituzionale, ma anche di buon senso civile e di alto valore civico, in forza del quale la Repubblica rimuove gli ostacoli di ordine materiale che impediscono un&#8217;uguaglianza effettiva tra i cittadini. Difatti, avere lauree senza valore legale privilegerebbe, almeno in un primo momento, quelle università che oggi godono (a torto o ragione) del più alto prestigio sul mercato del lavoro, escludendo ipso facto tutte le altre, penalizzando cosi coloro che, per le più svariate ragioni, hanno svolto il proprio corso di studi presso facoltà meno “quotate”.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La proposta suddetta, pero&#8217;, non è solo contraria tali principi fondamentali ma si dimostra, alla stregua di molti progetti del Governo, come portatrice di profonde iniquità sociali.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><strong>II. </strong><strong>Una proposta iniqua</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La cancellazione del valore legale della laurea o di altri titoli di studio acuirebbe le diseguaglianze sociali tra coloro che posso permettersi un corso di alto livello a forte valore aggiunto e quelle persone che ne sarebbero escluse. Ciò anche perché il Governo, appoggiandosi solo su concetti puramente vetero-liberali, non ha considerato(o non ha voluto prendere atto ) la necessità di porre in essere un sistema accademico autenticamente selettivo e non discriminatorio.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Risulta evidente che le deduzioni del Governo si basano sul postulato secondo cui i titoli universitari non possano essere tutti uguali, poiché tale uguaglianza non darebbe ragione di situazioni di fatto differenti.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Dalla suddetta affermazione scaturisce la volontà di porre in essere un ranking tra gli atenei e, di conseguenza, una tabella di conversione dei voti attribuiti agli esami di profitto, in base alla quale un 30 attribuito da un professore di un&#8217;università X equivarrebbe ad un 25 nella stessa materia ma attribuito da un&#8217;istituzione meglio classificata.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Tale ragionamento presta il fianco ad alcune considerazioni :</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La compilazione di tale ranking interuniversitario non è esente da pericoli di conflitto di interessi tra gli stessi docenti, rettori o presidi, chiamati a giudicare istituzioni di colleghi, oltre ad essere una pratica la cui efficacia non è assolutamente provata.</strong> Difatti, classifiche internazionali come quella di Shanghai hanno da sempre sollevato molte critiche per i “fumosi” metodi valutativi (soprattutto per le facoltà di scienze umane) e per la palese inefficacia nel quantificare il parametro più importante: la corretta trasmissione del sapere da docente ad allievo, la cui valutazione è per definizione frutto di molte, troppe, variabili.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Trasporre un analogo sistema valutativo alle nostre università, non servirebbe dunque a stilare una classifica di quegli atenei in cui il sapere venga trasmesso in modo migliore rispetto ad altre. Anzi, ciò tradurrebbe un&#8217;implicita gerarchizzazione del sapere e della conoscenza, che verrebbe surrettiziamente divisa tra erudizione di “serie A” e di “serie B”.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">I voti degli esami di profitto risentono delle stesse succitate incongruenze, come poter valutare un 30 in una università di “provincia” (ma ha senso parlare di atenei di “provincia” in un Mondo in cui le nostre più prestigiose istituzioni accademiche sono esse stesse considerate inefficienti e provinciali?) rispetto allo stesso voto attribuito presso “un&#8217;importante” centro studi di una grande città? E se per una qualche bizzarria del destino il giovane che studi nella “piccola” facoltà meritasse veramente quel voto?</p>
<p align="JUSTIFY">Inoltre, <strong>rinchiudere i giovani in “ranking” universitari si rivelerà profondamente esiziale per il loro stesso avvenire</strong>. In Francia, dove esiste <em>de facto</em> un sistema di ranking universitario estremamente rigido, è stato più volte dimostrato che un giovane (magari appartenente a qualche altra minoranza “visibile”) che si diplomi, spesso per cause indipendenti dalla sua volontà in un ateneo di “seconda fascia”, avrà molte più difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro rispetto ad un suo coetaneo che per diversi motivi si sia laureato in più rinomate istituzioni. Il primo andrà ad accrescere le fila degli scontenti e degli emarginati, con risultati nefasti per l&#8217;economia e lo stesso ordine pubblico (si rimanda, tra l&#8217;altro alla recente “rivolta” delle banlieues).</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>La classificazione degli istituti di istruzione, conseguente alla perdita del valore legale della laurea, è uno dei fattori coadiuvanti l&#8217;immobilismo sociale. </strong>Difatti, specialmente nel nostro paese, come anche in altri del resto, le “migliori” università in molte materie “forti” sul mercato del lavoro (<em>in primis </em>economia e giurisprudenza) sono private e, ad oggi, prevedono solo un blando sistema di borse di studio ed altri aiuti ai meno abbienti. <em>Ergo,</em> solo i ragazzi provenienti da classi sociali facoltose o comunque culturalmente più preparate (spesso tuttavia vi è coincidenza tra queste ) potranno sperare di accedervi con ragionevoli possibilità di successo, cercando di ripetere lo stesso percorso dei loro padri. In Francia, gli studenti che frequentano l&#8217;Ecole Polytechnique o la Haute école de commerce o ancora l&#8217;Ecole normale supérieure, discendono per la stragrande maggioranza da classi medio-alto borghesi, tant&#8217;è che in tempi recenti sono stati introdotti concorsi speciali di ammissione per studenti provenienti da classi sociali più disagiate, proprio per ovviare a tale problema.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Infine, l&#8217;idea che sottrarre il valore legale alla laurea permetta “all&#8217;uomo medio” di presentarsi con successo ai concorsi pubblici è, alla luce di comprovate esperienze in alcuni Stati esteri (Francia in testa), un&#8217;autentica utopia. Difatti, solo coloro che possiedano le migliori conoscenze saranno in grado di affrontare con successo prove di esame spesso molto complesse, che dovrebbero essere imparziali e “pulite”(ma nel caso dell&#8217;Italia sappiamo che non è sempre cosi) .</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">In definitiva, il problema della nostra università non passa certo per l&#8217;abolizione del valore legale del titolo di studio ma tramite una profonda riforma del nostro sistema di istruzione. In tal senso, alcune proposte potrebbero essere :</p>
<p align="JUSTIFY">Una maggiore selettività di professori e personale docente, <em>in primis,</em> mediante una revisione completa delle modalità di selezione e accesso alle carriere accademiche, anche con l&#8217;ausilio di commissioni di esame composte da docenti stranieri.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Un più ampio ed efficace meccanismo di borse di studio (il modello americano in questo potrebbe aiutare di molto) accompagnato da un contestuale abbattimento delle tasse universitarie.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Una maggiore selezione per l&#8217;accesso a tutte le facoltà, test d&#8217;ingresso e numeri chiusi dovrebbero essere generalizzati.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Un irrigidimento delle disciplina degli esami di profitto : la pratica della “rinuncia” al voto, caso unico in Europa, dovrebbe essere debellata a favore di esami “secchi” a date fisse e non negoziabili. Inoltre, per garantire una maggior corrispondenza tra voto di esame e conoscenza della materia da parte del candidato, sarebbe opportuno (come avviene in Francia per il locale esame di maturità) che l&#8217;esaminando sia valutato da commissioni esterne all&#8217;università in cui è iscritto.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Un miglior accompagnamento degli studenti lavoratori tramite appelli ad hoc ed un riconoscimento effettivo dell&#8217;esperienza di lavoro anche per l&#8217;acquisizione di titoli accademici.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Una riduzione del numero delle università (80 sono evidentemente troppe) e contestualmente una più importante redistribuzione dei fondi a favore dell&#8217;insegnamento pubblico. Le università pubbliche dovrebbero diventare la vera punta di diamante del nostro sistema accademico perché uno Stato moderno, pur incoraggiando la libertà di insegnamento, non può permettersi di abbandonare l&#8217;istruzione di alto livello a privati di ogni genere e convinzione.</p>
<p align="JUSTIFY">Cosi com&#8217;è, purtroppo, la proposta del Governo, seppur rinviata <em>sine die</em>, è un regalo alle due istituzioni accademiche da cui proviene buona parte dei membri dell&#8217;esecutivo. Esse, senza dubbio, sarebbero tra le poche entità in grado di far valere il proprio nome “commerciale” sul mercato del lavoro, nell&#8217;inevitabile periodo di assestamento che segue ogni riforma.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Per concludere, la decurtazione del valore legale alla laurea, con le conseguenti classifiche paventate, avrebbe come estrema conseguenza la disarticolazione di un importante servizio pubblico qual&#8217;è quello universitario, il quale deve essere di alta qualità, accessibile e diffuso su tutto il territorio nazionale. I nostri giovani dovrebbero avere la possibilità di entrare in una qualsiasi università del nostro paese consapevoli del gran carico di lavoro che li attende ma coscienti dell&#8217;alta qualità dell&#8217;istruzione impartita.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ernesto Benelli</p>
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		<title>Forum Ambiente Economia Lavoro</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 12:28:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ convocata per le ore 16,30 del 13 febbraio una riunione del Forum Ambiente Economia Lavoro per riprendere il filo della nostra iniziativa politica sui temi del Forum dopo il seminario del 21 gennaio nel quale è stato presentato il Manifesto contro la precarietà. A proposito ricordo che con il seminario è partita la nostra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ convocata per le ore 16,30 del 13 febbraio una riunione del Forum Ambiente Economia Lavoro per riprendere il filo della nostra iniziativa politica sui temi del Forum dopo il seminario del 21 gennaio nel quale è stato presentato il Manifesto contro la precarietà.<span id="more-36289"></span></p>
<p>A proposito ricordo che con il seminario è partita la nostra “ Campagna contro la precarietà”che ci aiuta a stare dentro la discussione politica oggi aperta nel paese,in Parlamento e nel confronto tra governo e parti sociali.</p>
<p>Tutti i materiali distribuiti al seminario, le relazioni e gli interventi sono pubblicati sul sito e si ritrovano cliccando sul banner dedicato.</p>
<p>Alla riunione parteciperà Massimiliano Smeriglio del Coordinamento nazionale.</p>
<p>Titti Di Salvo</p>
<p>Portavoce Forum ambiente economia lavoro</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una domanda a Monti</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 11:09:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A volte spiace non essere più parlamentare. Non solo per lo stipendio – direbbero i più smaliziati &#8211; oggetto dei desideri e delle reprimende di molti, ma perché non è possibile avvalersi dello strumento del sindacato parlamentare, ovvero le interrogazioni e le interpellanze. Uno strumento spesso usato del tutto a sproposito – par farsi vedere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A volte spiace non essere più parlamentare. Non solo per lo stipendio – direbbero i più smaliziati &#8211; oggetto dei desideri e delle reprimende di molti, ma perché non è possibile avvalersi dello strumento del sindacato parlamentare, ovvero le interrogazioni e le interpellanze. Uno strumento spesso usato del tutto a sproposito – par farsi vedere e sentire – ma che se bene indirizzato può essere utile per una puntuta critica politica.<span id="more-36315"></span></p>
<p>In particolare mi piacerebbe chiedere al premier Mario Monti se, tra un’esternazione a l’altra sull’articolo 18, trova il tempo di rendere noto al paese quale è l’esatta quantità dei titoli derivati in possesso del nostro Tesoro. Mentre da noi tutto o quasi tace, altrove ce se ne occupa attivamente. L’autorevole International Financing Review, sabato scorso, ha pubblicato un interessante articoletto che ha suscitato solo l’attenzione dei giornalisti specialisti in materia finanziaria, tra questi Niccolò Cavalli.</p>
<p>L’IFR ricorda che il Tesoro italiano ha usato massicciamente i derivati in particolare tra il 1998 e il 2008. Si tratta in particolare dei cross currency swap e degli interest rate swap, utilizzati largamente dagli enti pubblici. Di per sé la cosa non suscita stupore. Del resto i derivati hanno invaso negli anni zero il mercato finanziario internazionale. Come ho già detto in altre occasioni – ma giova ricordarlo ancora &#8211; il valore nozionale dei titoli over the counter, ovvero quelli trattati fuori Borsa – o, come dice Luciano Gallino, quasi fossero merendine sotto i banchi di scuola – aveva raggiunto nell’estate del 2008 una cifra pari a 12 volte il Pil mondiale. Va altresì notato che dopo la flessione del biennio 2009-2010, il loro volume in circolazione è tornato allegramente ad aumentare, per posizionarsi probabilmente poco al di sotto dei valori del 2008.</p>
<p>Ovvero pare che nulla di questa terribile crisi sia servito da insegnamento. Come il neoliberismo ha ripreso saldamente in mano lo scettro del comando (Colin Crouch infatti dedica il suo ultimo libro a spiegare “perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo”), così la finanza allegra è tornata a danzare su una bolla di proporzioni gigantesche, pronta a scoppiare da un momento all’altro.<br />
Gli analisti internazionali sostengono che l’Italia è in possesso di derivati per un valore complessivo di 30 miliardi di euro: il che significherebbe che l’Italia è il più grande utilizzatore sovrano di questi strumenti finanziari. Fino al 2006 le cose non sono andate male. Il nostro paese ci ha guadagnato, ma dopo il 2006 la tendenza si è invertita. Il che mette a serio rischio la reale sostenibilità del nostro debito, al di là dei recenti ottimismi generati dalla discesa dello spread.</p>
<p>Il caso che IFR solleva meriterebbe una risposta puntuale. Infatti secondo questa rivista solitamente bene informata, la Morgan Stanley avrebbe recentemente ridotto la sua esposizione in swap nei confronti dell’Italia di circa 3,4 miliardi di dollari. I casi sono a questo punto due. Se l’interest rate swap fosse stato ristrutturato e assegnato ad altre banche non vi sarebbe stato esborso da parte del nostro paese. Ma se così non fosse, e negli ambienti finanziari questa è l’ipotesi più accreditata, per l’Italia l’operazione avrebbe avuto un costo non inferiore ai 2 miliardi di euro, cifra, di questi tempi, di tutto rispetto.</p>
<p>Ma il caso della Morgan Stanley è solo uno fra tanti altri possibili. Infatti l’Autorità bancaria europea (la famosa Eba nell’acronimo inglese) sostiene che l’Italia è esposta per 5,1 miliardi di euro in swap nei confronti delle banche dell’eurozona, ovvero al netto di quelle statunitensi, svizzere e inglesi. Se si considerassero anche queste ultime l’esposizione italiana sul fronte dei derivati sarebbe ben maggiore. Se tutti facessero come la Morgan Stanley che cosa succederebbe? Quanti miliardi di euro dovrebbe sborsare il nostro paese?</p>
<p>Ecco una domanda cui Mario Monti dovrebbe rispondere, perché dalla sua risposta dipende l’esatta conoscenza del rischio cui è appeso il nostro paese.</p>
<p>C’è qualche parlamentare in carica disponibile a porgli un simile quesito, magari in un question time, così si potrebbe sentire e vedere la risposta in diretta Tv?</p>
<p>Alfonso Gianni</p>
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		<title>I giudici e la verità sulla violenza</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 06:22:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La verità è che viviamo in un paese in cui è in atto una vera e propria guerra contro i corpi e la vita della donne. Nel 2011 sono state 97 le donne uccise dai partner, mariti, compagni, congiunti e nei primi 15 giorni del 2012 eravamo già arrivate a contarne 12. La verità è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La verità è che viviamo in un paese in cui è in atto una vera e propria guerra contro i corpi e la vita della donne. Nel 2011 sono state 97 le donne uccise dai partner, mariti, compagni, congiunti e nei primi 15 giorni del 2012 eravamo già arrivate a contarne 12.<span id="more-36286"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che il discorso pubblico sembra indifferente a quella che si mostra come una vera e propria emergenza, anche se il termine non mi piace e rischia di offuscare le radici antiche e il carattere quotidiano della violenza contro le donne.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che servirebbero, soprattutto da parte maschile, gesti e parole di responsabilità e di cambiamento. La violenza contro le donne e’ un reato sempre maschile frutto di una sessualità predatoria e di una cultura della sopraffazione che non sa fare i conti con i sentimenti e con il rispetto dell’ altro.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che in questo paese la rappresentazione delle donne urla vendetta, la mercificazione del loro corpo è pane quotidiano. E questo c’entra con la continua violazione dell’inviolabilità del nostro corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che in questo paese ci sono voluti anni e anni per riconoscere che la violenza è un reato contro la persona e non contro la morale e a cambiare la cultura patriarcale e complice dei tribunali, dei pronto soccorso e dei commissariati.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che ogni tanto le sentenze della cassazione ci hanno fatto veramente arrabbiare, come quando nel 1999 dichiarò insussistente lo stupro per via del fatto che la vittima indossava i jeans.</p>
<p style="text-align: justify;">La verità è che violenza contro le donne si consuma soprattutto tra le mura domestiche e resta in gran parte sommersa. Per sconfiggerla alla radice abbiamo bisogno di una grande rivoluzione culturale che coinvolga indistintamente tutti, donne e uomini, istituzioni, media, mondo della scuola.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo c’entra con il modo in cui si è parlato della sentenza della corte di Cassazione. Troppa confusione, troppi fraintendimenti e troppa cattiva informazione hanno scatenato la comprensibile reazione di tante donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto di carcere negato agli stupratori, di possibili pene alternative, ma la pena si commina a chi è stato giudicato e la sentenza parla invece di custodia e di misure cautelari, misure che interessano gli indagati, per cui dovrebbe valere sempre la presunzione d’innocenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Proviamo a capirci qualcosa: nel 2009 il governo Berlusconi, in seguito al clamore provocato dal rilascio in attesa del giudizio per alcuni imputati di stupro inserì l’obbligatorietà della carcerazione in caso di misure cautelari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è di questo che si è occupata la Cassazione, è intervenuta in tema di applicazione di misure cautelari durante il procedimento e prima della condanna, tenendo conto della sentenza della Corte Costituzionale n.265/2010 che ha dichiarato incostituzionali quelle disposizioni introdotte dal governo Berlusconi.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche allora si disse che i giudici avevano fatto una legge a favore degli stupratori. Ma in realtà la Corte costituzionale si limitava a rimettere il reato di stupro sullo stesso livello degli altri reati, restituendo ai magistrati la libertà di scelta e di valutazione su ogni singolo caso. La Corte aveva adottato quella sentenza in riferimento al caso di un singolo individuo accusato di stupro, la Cassazione è intervenuta invece in un caso in cui si parla di stupro di gruppo. L’oggetto però non è il tipo di reato, ma le misure cautelari. In sostanza vengono messe in discussioni disposizioni che ad alcune sono sempre sembrate demagogiche e strumentali, oltre che illiberali. Come ancora ieri mi ha ripetuto un’amica avvocata di un centro antiviolenza la violenza sessuale non è una questione di allarme sociale o sicurezza da affrontare con leggi speciali che violano lo stato di diritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Considerare la violenza sessuale un reato diverso dagli altri reati gravi contro la persona significa avvalorare la legittimità di un diritto penale speciale, tipico dei regimi autoritari.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle donne vittime di violenza sessuale o di qualsiasi altra violenza maschile interessa un immediato ed efficace intervento giudiziario sin dal momento della querela, l’applicazione di una misura cautelare adeguata al caso concreto, un processo che accerti la responsabilità e commini la giusta pena in tempi brevi.</p>
<p style="text-align: justify;">Cecilia D’Elia</p>
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		<title>Governo tecnico, basta battute</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 11:45:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo stesso giorno in cui si scopre che il tesoriere del Salone Margherita s’era intascato 13 milioni di euro degli italiani, pervenuti al suo partito sotto forma di graziosi contributi elettorali, lo stesso giorno in cui un parlamentare di Berlusconi realizza in due ore una plusvalenza di diciotto milioni di euro con una furba speculazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lo stesso giorno in cui si scopre che il tesoriere del Salone Margherita s’era intascato 13 milioni di euro degli italiani, pervenuti al suo partito sotto forma di graziosi contributi elettorali, lo stesso giorno in cui un parlamentare di Berlusconi realizza in due ore una plusvalenza di diciotto milioni di euro con una furba speculazione edilizia nel centro della capitale (e poi s’arrabbia e minaccia querele con chi si chiede da dove gli provenga questo fiuto per gli affari con soldi nemmeno suoi), lo stesso giorno in cui un ex senatore della repubblica, tal Cristaldi, si aumenta del 30% la sua paga da sindaco (di Mazara del Vallo) per poi cumularla con le due pensioni di parlamentare nazionale e regionale, lo stesso giorno in cui Giorgio La Malfa celebra il suo 13.733 giorno da deputato/senatore della repubblica (quasi 38 anni di mandato…), lo stesso giorno in cui l’Italia ancora una volta si divide in due, i furbi da una parte e i fessi dall’altra, cosa spinge il professor Monti a evocare la noia del posto fisso (salvo a rettificare affannosamente il giorno dopo, come nella peggior tradizione dei governi passati)?<span id="more-36279"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Molti hanno ricordato che Mario Monti, senatore a vita, è tra i pochi italiani che il posto ce l’ha ben più che fisso: diciamo eterno. Ma il punto è un altro: è questo precipitar suo e dei suoi ministri nella battuta, nel lazzo, nel paradosso, tanto più fastidiosi in un paese che ha appena festeggiato, con l’Istat, il record negativo di disoccupazione giovanile (31 per cento), con tre milioni stabili di disoccupati e un tasso di occupazione sulla popolazione attiva che è scivolato al 56 per cento (vuol dire che 22 milioni di italiani lavorano anche per mantenere 40 milioni di italiani inattivi). Non vorrei che passasse l’idea che solo alla politica si chiede responsabilità di gesti e di verbi, mentre ai governi tecnici si offre indulgenza piena ogni volta che aprono bocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Per esempio il viceministro Michel Martone col suo facile scherno per i giovanotti che non si sono ancora laureati a ventotto anni. Dimenticandosi che per ogni studente non proprio ricco di famiglia che s’industria a studiare e a lavorare per pagarsi l’università c’è sempre un figlio di papà come il suddetto Michel che in tre anni viene promosso da ricercatore a professore ordinario. Sospettiamo non solo per meriti acquisiti sul campo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle battute un po’ grevi, nel modo <em>tranchant</em> con cui si liquidano diritti per capricci (ancora con questo articolo 18!), in una certa inaspettata vanità televisiva, il governo Monti più che un esecutivo di tecnici sembra un sinedrio di aristocratici che stanno al paese reale come le brioches di Maria Antonietta stavano alla fame della plebe di Francia. L’argomento più persuasivo di chi, dall’alto, invoca la rottamazione dell’articolo 18 è la presunzione che libertà di licenziare vorrà dire libertà di assumere. Non esiste un solo precedente, nella storia dell’illuminata industria italiana, in cui la flessibilità nel mercato del lavoro abbia portato a un più alto senso di responsabilità delle imprese. Non esiste una sola buona ragione per pensare che le imprese, una volta libere di licenziare, si compiaceranno anche di assumere. Non esiste una sola pausa di riflessione sul fatto che le aziende sottoposte alla disciplina dell’articolo 18 sono quelle con più di quindici dipendenti, cioè appena il 5 per cento delle aziende italiane. Se c’è un approccio ideologico, più che nella difesa noiosa del posto fisso sta nella noia di questo mantra liberista per un mercato senza vincoli e per un lavoro senza garanzie. L’articolo 18 è un principio, non un tabù. Riafferma il valore del lavoro su cui la Costituzione fonda il senso della nostra repubblica. Cancellare quell’articolo vuol dire, di fatto, uscire dallo spirito della Costituzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Le misure sociali che questo governo ha già realizzato e che propone per il futuro sono faticose per molti italiani. Che una sola cosa chiedono, non alle competenze tecniche dei ministri ma alla loro buona educazione: risparmino almeno le loro battute. Non fanno ridere. E quando una barzelletta la devi spiegare, vuol dire che non la sai nemmeno raccontare.</p>
<p>Claudio Fava</p>
<p>pubblicato anche su l&#8217;unità</p>
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		<title>Magistrati, il Senato rimedi</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 10:45:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due settimane fa il voto unitario di PD,PdL e “terzo polo” di condivisione della relazione della Ministra Severino sullo stato della giustizia, aveva fatto inneggiare da più parti alla fine delle ostilità e delle “sterili contrapposizioni “ dell’ultimo ventennio e all’alba di una nuova era : quella del decidere e del fare in nome della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Due settimane fa il voto unitario di PD,PdL e “terzo polo” di condivisione della relazione della Ministra Severino sullo stato della giustizia, aveva fatto inneggiare da più parti alla fine delle ostilità e delle “sterili contrapposizioni “ dell’ultimo ventennio e all’alba di una nuova era : quella del decidere e del fare in nome della neutralissima efficienza.<span id="more-36282"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A noi, che quando sono veramente sterili le contrapposizioni non piacciono affatto, quei festeggiamenti per la ritrovata armonia bipartisan sembravano un po’ ingenui, come se lo scontro sulla giustizia nell’ultimo ventennio fosse stato una rissa tra tifoserie o un problema personale di Berlusconi e non il confronto tra due idee alternative dello Stato e dell’equilibrio tra i poteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Ingenui, quei festeggiamenti e anche assai prematuri : non si era ancora affievolita l’eco delle fanfare giubilanti che al deputato leghista Gianluca Pini riusciva, due giorni fa, l’operazione già tentata, ma senza successo, lo scorso anno, in piena epoca berlusconiana : far passare un emendamento alla “legge comunitaria” che introduce una amplissima possibilità di chiamare in causa la responsabilità civile diretta dei magistrati.</p>
<p style="text-align: justify;">Intendiamoci. Noi non ci siamo mai sottratti ad una riflessione critica sulla legislazione attuale in materia di responsabilità dei magistrati, così come sulle procedure di carattere disciplinare che li riguardano. Ma il blitz parlamentare dell’altro giorno è inaccettabile nel metodo e nel merito. Nel metodo, perché non si è scelto di percorrere la strada del confronto e della riflessione puntuale su un tema tanto delicato, ma si è preferito organizzare un vero e proprio agguato, con voto segreto, brandendo l’arma di un emendamento alla legge comunitaria ( clamorosa estraneità di materia ! ). Approfittando della segretezza del voto, hanno espresso il sì all’emendamento, che aveva il parere negativo del governo, i parlamentari del PdL, della Lega, i radicali, ma anche qualche decina di deputati del PD e del terzo polo. Non è così che si legifera in materia di giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il metodo scelto è dunque inaccettabile. Ma lo è anche il merito perché estende in modo abnorme il ventaglio delle ragioni in base alle quali un magistrato può essere chiamato a rispondere direttamente : non solo “dolo e colpa grave”, ma anche “manifesta violazione del diritto” e “diniego di giustizia”. Si tratta di definizioni così generiche da consentire e legittimare azioni intimidatorie e vendicative di ogni genere e da indurre i magistrati ( requirenti e giudicanti ) a recedere verso un ruolo meramente burocratico e di fuga dalle proprie responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella prodotta alla Camera è dunque una ferita grave, perché può determinare un colpo all’autonomia e all’indipendenza della magistratura. Il Senato deve cancellare l’emendamento Pini. Il Ministro della Giustizia e il Presidente del Consiglio debbono pretenderlo, non possono limitarsi ad ipocriti “auspicii”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta sgombrato il campo dagli effetti di questo colpo di mano, si può e si deve aprire una più pacata riflessione. I fatti sono noti. Nel 1987 oltre venti milioni di italiani ( 80,2 % dei votanti ) votarono sì al referendum promosso dai radicali sulla responsabilità civile dei magistrati. Quel referendum fu sostenuto, peraltro, da tutta la sinistra : dal PSI di Craxi, dalle formazioni della nuova sinistra e, dopo una sofferta discussione, dallo stesso PCI. E’ l’ennesima prova del fatto che la sinistra italiana, storicamente, tutto è stata fuorché il “partito dei giudici”.</p>
<p style="text-align: justify;">La risposta al referendum fu la “legge Vassalli” , numero 117 del 1988, dal nome del grande giurista, allora Ministro della Giustizia. Questa legge, tutt’ora in vigore, non fa propria la strada della responsabilità diretta, ma quella della responsabilità dello Stato che può, a sua volta, rivalersi sul magistrato riconosciuto colpevole. I casi sono quelli del dolo e della colpa grave. Non è vero quindi che oggi, secondo la normativa attuale “nessuno paga”. Il cittadino, secondo la legge, ha diritto al risarcimento da parte dello Stato dei danni subiti e lo Stato si rivale sul magistrato con una sanzione economica pari a un terzo dello stipendio di un anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto bene, quindi ? No, perché secondo i dati che l’Avvocato Generale dello Stato, Ignazio F. Caramazza, ha fornito alla Commissione Giustizia della Camera un anno fa, l’esito dell’applicazione della legge Vassalli non può certo dirsi soddisfacente. In 23 anni di vigenza della legge sono state proposte 400 cause. Di queste 253, pari al 62%, sono state dichiarate inammissibili, 49 sono in attesa di pronuncia di ammissibilità; 70 sono in fase di impugnazione e 34 sono dichiarate ammissibili. Di esse 16 sono pendenti. Delle appena 18 già decise, 14 risultano respinte e solo in 4 casi vi è stata la condanna dello Stato. Sono numeri che non possono non indurre ad una riflessione seria e critica.</p>
<p style="text-align: justify;">Una riflessione che serve. Non prima, però, di aver tolto di mezzo gli effetti del blitz provocatorio consumato due giorni fa alla Camera dei Deputati.</p>
<p>Carlo Leoni</p>
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		<title>L&#8217;ideologia di Monti</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 16:22:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quella di Mario Monti sulla monotonia del lavoro fisso non è stata una battuta infelice. Come tale la hanno trattata un po’ tutti, leader politici e commentatori dotti. La hanno di conseguenza aspramente criticata e poi liquidata come una sgradevole ma tutto sommato innocua gaffe. Purtroppo non è così. Quelle parole non sono “al sen [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quella di Mario Monti sulla monotonia del lavoro fisso non è stata una battuta infelice. Come tale la hanno trattata un po’ tutti, leader politici e commentatori dotti. La hanno di conseguenza aspramente criticata e poi liquidata come una sgradevole ma tutto sommato innocua gaffe.<span id="more-36257"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo non è così. Quelle parole non sono “al sen fuggite” ma al lucido controllo sfuggite. Rivelano molto più di quanto non facciano i discorsi ufficiali e le ben calibrate dichiarazioni televisive.</p>
<p style="text-align: justify;">Indicano, prima di tutto, quanto profondo sia ormai lo scollamento non tra il ceto politico e il Paese reale ma tra l’intera classe dirigente italiana, di cui questo governo è espressione diretta ed omogenea, e il popolo che dovrebbero guidare.</p>
<p style="text-align: justify;">Fosse solo un problema di politicanti incapaci, come racconta da anni la retorica antipolitica, il problema sarebbe di infinitamente più facile risoluzione. Ma quando ad aver smarrito ogni rapporto con la realtà è un’intera classe dirigente, la situazione si avvicina pericolosamente al punto di saturazione.</p>
<p style="text-align: justify;">La battutaccia, nella sua inconsapevole e per questo adamantina sincerità, fa poi il paio con la sguaiata uscita del sottosegretario Martone sui giovani che, se a 28 anni non hanno la laurea, sono sfigati. Trapela, da questi toni, una concezione feroce e un po’ animalesca, la visione di un ordine fondato su uno scriteriato darwinismo sociale mascherato da meritocrazia, un disprezzo per ogni residuo solidarismo e per ogni tensione alla giustizia sociale, un anti-egualitarismo incarognito che ricordano troppo da vicino i momenti peggiori del governo Berlusconi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sommata alla conclamata intenzione di mettere mano all’art.18, quella frase illustra infine quanto sia radicale e radicata l’ideologia che anima questo governo, per quanto ammantata da un bugiardo pragmatismo. Non c’è un solo motivo concreto al mondo per mettere mano all’art. 18, includere le motivazioni economiche tra le giuste cause di licenziamento, sostituire il reintegro con una caritatevole e offensiva buonuscita.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è una sola fabbrica che navighi in cattive acque per colpa dell’art. 18, né una sola azienda estera che non investa in Italia perché lo considera proibitivo. Eliminarlo non creerebbe nemmeno un nuovo posto di lavoro, non aumenterebbe neppure di un euro i profitti, per i troppi che solo quella logica conoscono e rispettano.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella del governo Monti è ideologia allo stato puro. E’ la convinzione che solo razziando l’ultimo vessillo dei diritti dei lavoratori, sfondando l’ultima barriera che divide il lavoro dalle forme moderne di schiavismo, si potrà defintivamente affermare l’ordine nuovo che fa dei diritti del lavoratori, inclusi quelli elementari, una variabile dipendente. L’obiettivo è apertamente dichiarato: abbattere la separazione tra lavoro stabile e precario, uniformando tutto al secondo modello.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ questa la componente del governo Monti, senza la minima ostilità pregiudiziale e senza scivolare nella demagogia facile, noi non possiamo accettare, e nessuna sinistra può accettare senza venir meno alla sua ragion d’essere.</p>
<p>Francesco Ferrara</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: medium;">Quella di Mario Monti sulla monotonia del lavoro fisso non è stata una battuta infelice. Come tale la hanno trattata un po’ tutti, leader politici e commentatori dotti. La hanno di conseguenza aspramente criticata e poi liquidata come una sgradevole ma tutto sommato innocua gaffe.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: medium;">Purtroppo non è così. Quelle parole non sono “al sen fuggite” ma al lucido controllo sfuggite. Rivelano molto più di quanto non facciano i discorsi ufficiali e le ben calibrate dichiarazioni televisive.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: medium;">Indicano, prima di tutto, quanto profondo sia ormai lo scollamento non tra il ceto politico e il Paese reale ma tra l’intera classe dirigente italiana, di cui questo governo è espressione diretta ed omogenea, e il popolo che dovrebbero guidare.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: medium;">Fosse solo un problema di politicanti incapaci, come racconta da anni la retorica antipolitica, il problema sarebbe di infinitamente più facile risoluzione. Ma quando ad aver smarrito ogni rapporto con la realtà è un’intera classe dirigente, la situazione si avvicina pericolosamente al punto di saturazione.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: medium;">La battutaccia, nella sua inconsapevole e per questo adamantina sincerità, fa poi il paio con la sguaiata uscita del sottosegretario Martone sui giovani che, se a 28 anni non hanno la laurea, sono sfigati. Trapela, da questi toni, una concezione feroce e un po’ animalesca, la visione di un ordine fondato su uno scriteriato darwinismo sociale mascherato da meritocrazia, un disprezzo per ogni residuo solidarismo e per ogni tensione alla giustizia sociale, un anti-egualitarismo incarognito che ricordano troppo da vicino i momenti peggiori del governo Berlusconi.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: medium;">Sommata alla conclamata intenzione di mettere mano all’art.18, quella frase illustra infine quanto sia radicale e radicata l’ideologia che anima questo governo, per quanto ammantata da un bugiardo pragmatismo. Non c’è un solo motivo concreto al mondo per mettere mano all’art. 18, includere le motivazioni economiche tra le giuste cause di licenziamento, sostituire il reintegro con una caritatevole e offensiva buonuscita.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: medium;">Non c’è una sola fabbrica che navighi in cattive acque per colpa dell’art. 18, né una sola azienda estera che non investa in Italia perché lo considera proibitivo. Eliminarlo non creerebbe nemmeno un nuovo posto di lavoro, non aumenterebbe neppure di un euro i profitti, per i troppi che solo quella logica conoscono e rispettano.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: medium;">Quella del governo Monti è ideologia allo stato puro. E’ la convinzione che solo razziando l’ultimo vessillo dei diritti dei lavoratori, sfondando l’ultima barriera che divide il lavoro dalle forme moderne di schiavismo, si potrà defintivamente affermare l’ordine nuovo che fa dei diritti del lavoratori, inclusi quelli elementari, una variabile dipendente. L’obiettivo è apertamente dichiarato: abbattere la separazione tra lavoro stabile e precario, uniformando tutto al secondo modello.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span style="font-size: medium;">E’ questa la componente del governo Monti, senza la minima ostilità pregiudiziale e senza scivolare nella demagogia facile, noi non possiamo accettare, e nessuna sinistra può accettare senza venir meno alla sua ragion d’essere.</span></p>
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		<title>Ici, Firenze perché anche la Chiesa paghi</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 12:44:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Consiglio comunale di Firenze, dopo oltre un anno dalla presentazione, ha approvato a maggioranza una mozione per chiedere che anche gli immobili di proprietà della Chiesa adibiti a fini commerciali paghino effettivamente l’ICI (adesso IMU) al Comune, come anche la legislazione attuale già prevede, e per chiedere al Sindaco di farsi interprete verso il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Consiglio comunale di Firenze, dopo oltre un anno dalla presentazione, ha approvato a maggioranza una mozione per chiedere che anche gli immobili di proprietà della Chiesa adibiti a fini commerciali paghino effettivamente l’ICI (adesso IMU) al Comune, come anche la legislazione attuale già prevede, e per chiedere al Sindaco di farsi interprete verso il Governo nazionale di un miglioramento legislativo che ponga fine alle ambiguità sul concetto dell’attività prevalente, che permette a molte strutture commerciali di accedere all’esenzione dal pagamento dell’ICI.<img title="Continua..." src="http://www.tiltcamp.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><span id="more-36260"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo che questo voto rappresenti un risultato molto importante, che testimonia quanto questo tema sia oggi sentito dai cittadini e quindi maggioritario anche nelle Istituzioni che li rappresentano, come il Consiglio comunale. Un risultato affatto scontato, visto il giudizio negativo espresso dalla Giunta e anche il voto contrario di alcuni Consiglieri del gruppo del Partito Democratico. Segno questo di quanto ancora sia necessario lavorare per far diventare questi temi patrimonio comune di un nuovo centrosinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Si pensi che in una città come Firenze, ben 22 strutture ricettive su 29 di proprietà di enti religiosi non pagano l’ICI al Comune, pur essendo chiaramente strutture commerciali, peraltro sul libero mercato alberghiero. Un flusso di potenziali introiti per il Comune non banale, che potrebbe rappresentare un valido aiuto alle casse comunali, contribuendo quindi a risparmiare tagli dolorosi anche ai servizi sociali. Un segnale quindi di equità quanto mai necessario in un periodo nel quale i ceti sociali più deboli sono chiamati a sostenere il peso della crisi e le disuguaglianze dilagano.</p>
<p style="text-align: justify;">Vigileremo da adesso che all’indirizzo del Consiglio comunale seguano i fatti: se così non fosse sarebbe grave e rappresenterebbe acqua portata al mulino della disaffezione e dell’allontanamento dei cittadini dalla politica.</p>
<p>Tommaso Grassi, consigliere comunale</p>
<p>Lorenzo Falchi, coordinatore SEL Firenze</p>
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		<title>C&#8217;è vita a sinistra</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 07:03:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il momento politico italiano è segnato da tre grandi questioni: un governo cosiddetto tecnico che si regge su un&#8217;anomala maggioranza parlamentare e che, al netto di qualche contentino, propone decreti ed azioni in continuità con quella strategia internazionale liberal-liberista che tante responsabilità ha avuto nel creare la crisi. Una sfiducia radicale e diffusa nei confronti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il momento politico italiano è segnato da tre grandi questioni: un governo cosiddetto tecnico che si regge su un&#8217;anomala maggioranza parlamentare e che, al netto di qualche contentino, propone decreti ed azioni in continuità con quella strategia internazionale liberal-liberista che tante responsabilità ha avuto nel creare la crisi. Una sfiducia radicale e diffusa nei confronti dei partiti e delle capacità della politica che si traduce in un ampio consenso verso Monti ed il suo esecutivo nonostante una serie di provvedimenti oggettivamente impopolari, elemento che dovrebbe interrogarci a fondo prima di emettere sentenze fondate soltanto sulla nostra presunzione. Un flusso di scosse in tutti gli schieramenti, condizionati dalle prossime Amministrative, dal nodo della legge elettorale da modificare e dalle ripercussioni che certe scelte piuttosto che altre potrebbero causare sugli equilibri generali, in vista delle elezioni del 2013.<img title="Continua..." src="http://www.tiltcamp.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><span id="more-36211"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;arcipelago della sinistra, in particolare, nelle ultime settimane si sono susseguite l&#8217;Assemblea generale di SEL e il Forum degli amministratori e delle reti sociali per i beni comuni, convocato dal sindaco di Napoli, Luigi De Magistris; due appuntamenti che hanno dialogato esplicitamente e visto convergere platee e protagonisti simili, alla presenza di autorevoli esponenti e di tanti militanti del Partito Democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 10 al 12 febbraio, presso il Teatro Valle Occupato di Roma, si terrà un Forum europeo su “Reddito, beni comuni e democrazia”, che vedrà la partecipazione di oltre quaranta organizzazioni, reti e movimenti sociali provenienti da otto Paesi europei (per l&#8217;Italia, tra le altre, Tilt, il manifesto, Rete della Conoscenza, Basic Income Network, Arci, Centro Studi per l&#8217;Alternativa Comune) per costruire un fronte per l&#8217;affermazione di un&#8217;altra idea di Europa, anche rispetto alla discussione sulla riforma dei trattati. Senza trascurare l&#8217;importante manifestazione nazionale della Fiom dell&#8217;11 febbraio, “Democrazia al lavoro”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è dall&#8217;interno del PD che, sempre nei prossimi giorni, sorgeranno un paio di iniziative degne di nota: quella di Goffredo Bettini, per un campo unitario del cambiamento che sappia ragionare di democrazia integrale e quella di Folena e Ghezzi per chiamare a raccolta le sensibilità ecologiste e progressiste in nome di un riferimento esplicito al socialismo europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Approccio giusto quello di guardare alla dimensione continentale &#8211; aspetto unificante degli eventi richiamati &#8211; per reagire e proporre un&#8217;uscita dal vicolo cieco delle tecnocrazie che sia capace di arginare lo strapotere della finanza, il cancro delle precarietà, l&#8217;ideologia delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, e, conseguentemente, di aggredire la concentrazione di ricchezze e risorse in poche mani sotto il controllo di opachi poteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna provare a rimuovere le cause strutturali di una diseguaglianza sociale insostenibile mediante politiche attive per il lavoro e una seria lotta per la giustizia fiscale. Il punto, d&#8217;altro canto, non è la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, che butterebbe a mare quel che resta del modello sociale europeo, ma la promozione di politiche pubbliche che vincolino il sistema delle imprese al rispetto di minime clausole socio-ambientali e di rinnovate forme di welfare che, anche in Italia, puntino sull&#8217;accesso al reddito, alla cultura, ai servizi e sul diritto allo studio e alla conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;ondata populista e anti-politica, ai dettami dell&#8217;austerità e alla schiavitù del debito, occorre rispondere con la politica dei diritti di cittadinanza e civili, dei beni comuni, della dignità del lavoro, della riconversione ecologica e della cooperazione euro-mediterranea; attraverso un modo di fare politica che sia utile, capace di ascoltare, immaginare, includere ed agire, che recuperi un rapporto con la vita delle persone.</p>
<p style="text-align: justify;">La primavera dei sindaci e lo straordinario esercizio democratico dei referendum, che sembravano avere impresso una svolta all&#8217;Italia, l&#8217;hanno dimostrato: bisogna aprire porte e finestre, perché esiste una grande politicità nella società che si organizza nelle realtà locali, nelle associazioni e nelle relazioni quotidiane; e, per i partiti, riconoscere la propria non autosufficienza è la prima condizione per coinvolgere, incuriosire, ritrovare il piacere di stare assieme e sperimentare buone azioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Le primarie per l’individuazione dei candidati, ad esempio, sono il simbolo di una irruzione delle intelligenze e delle domande che crescono nella società per trasformare la politica insieme ai partiti e non contro; esse anzi dovrebbero articolarsi in pratiche che prima e oltre il momento elettorale reinventino forme di partecipazione e contestino l’ineluttabilità dell&#8217;esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; ora di dirlo chiaro: se il Partito Democratico non sceglie in fretta con chi stare in prospettiva 2013, e non coglie i segnali e i fermenti che da sinistra si intrecciano impetuosi, ho l&#8217;impressione che perderemo l&#8217;occasione storica di un&#8217;alleanza ricostituente tra movimenti, partiti e cittadinanza attiva, che parli con linguaggio semplice e proposte alternative al popolo degli sfiduciati e degli astensionisti, oltre che al Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe Morrone</p>
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		<title>Monotonia precaria</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 16:18:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il “sobrio” Monti, insieme ad altri esponenti del suo Governo, comincia a registrare  pesanti cadute di stile. Stranamente, direi. Perché non bisogna essere docente della Bocconi per capire che davanti a un Paese in enorme sofferenza determinati toni e l’uso di alcune parole devono essere totalmente bandite. E invece il professor Mario Monti, probabilmente preso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il “sobrio” Monti, insieme ad altri esponenti del suo Governo, comincia a registrare  pesanti cadute di stile. Stranamente, direi. Perché non bisogna essere docente della Bocconi per capire che davanti a un Paese in enorme sofferenza determinati toni e l’uso di alcune parole devono essere totalmente bandite. E invece il professor Mario Monti, probabilmente preso dall’insofferenza verso i sindacati o qualche esponente politico che continua a mettere i bastoni tra le ruote nel suo tentativo di salvare l’Italia, ha sbottato. E lo ha fatto su uno dei temi più delicati in questo momento: il lavoro e diritti delle nuove (?) generazioni. Siamo passati dallo “sfigato” di Martone alla “monotonia” di Monti con in sottofondo un leitmotiv comune a tutti i rappresentanti di questo Governo, di Confindustria e di parecchi esponenti del centrodestra che dice: “L’art. 18 non può essere un tabù”.<span id="more-36208"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Fa un po’ ridere sentire questa espressione dopo 16 anni di berlusconismo in cui sono stati abbattuti tutti i tabù possibili, anche quelli del comune senso del pudore. Capisco però che fa comodo fingere che tutto si riduca a una questione ideologica. Il mantra sull’articolo 18 potrebbe essere tranquillamente associato alla “colpa dei comunisti” di belusconiana memoria. Stili diversi, ma la sostanza non cambia. Per far passare la riforma del lavoro si ricorre al fantasma ideologico: quello che frena, blocca la crescita e distrugge quel poco di economia rimasta. Loro sono quelli consapevoli, responsabili, con una mission impossible da portare avanti, noi siamo esattamente il loro contrario, con in più un aggravante: siamo “politici”, cioè quelli che non si possono permettere di parlare. E poco importa se abbiamo governato o eravamo all’opposizione, se siamo dentro o fuori il parlamento, il punto è: siamo tutti uguali, siamo tutti Luigi Lusi.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo tuttavia, bisogna ammetterlo, non hanno tutti i torti a essere nauseati da questa classe dirigente che, anche quando non è ladra, non sembra rendersi conto di quanto sia comunque privilegiata. Bene ha fatto Maurizio Crozza nel rivolgersi a Giovanna Melandri che non voleva tagliarsi lo stipendio da parlamentare perché considera questa misura “populista” che sostenere una cosa del genere è una “stronzata”. Il populismo c’è eccome, ma non può essere il parafulmine a una situazione oggettiva di benessere economico rispetto a un Paese che sta sprofondando. Allarghiamo i tagli anche ad altre categorie, e non solo alla politica. Ma che ognuno faccia la propria parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Compresi i giovani che non sono spettatori inermi in questa discussione, ma che hanno la possibilità di intervenire e agire conflitto dinanzi a una prospettiva che non migliora le proprie condizioni di vita. L’abbiamo fatto in passato, lo dobbiamo fare a maggior ragione adesso davanti a un governo che per la natura con cui è stato nominato trova un consenso trasversale in parlamento, compiacimento nei poteri forti e speranzosa attesa in buonafede tra la gente che fa sacrifici a causa dell’incubo recessione. Gli unici che possono determinare uno svelamento siamo noi giovani, veri e presunti. Ventenni, trentenni e quarantenni, che un lavoro non ce l’abbiamo e se ce l’abbiamo è precario insieme alle lavoratrici e ai lavoratori che rischiano di non averlo più. In questo senso l’11 febbraio, la manifestazione della Fiom, diventa una tappa fondamentale della messa in discussione di un modello che non risolve i problemi e annulla i diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Detto questo, le responsabilità non stanno sempre altrove. L’attacco in questi anni ai cosiddetti giovani è stato talmente pesante che l’atteggiamento che abbiamo assunto è stato di totale difesa di un mondo che forse davvero non ci appartiene più, se mai ci è appartenuto. La legge Treu è del 1995 e in questi anni la precarietà ci ha cambiati. Lo abbiamo detto fino allo svilimento: ci ha cambiati anche dal punto esistenziale, non è solo materialità della vita, è pensiero, è comportamento. Questo non può essere vissuto come senso di colpa. È stata conseguenza non voluta, certo. Tuttavia dentro questa dimensione, la precarietà non va solo subita ma agita. Nella crisi crolla il modello che abbiamo conosciuto attraverso i nostri genitori. Bene (?). Vorrà dire che ci dovremo attrezzare per costruirne uno nuovo, che non insegua più quello ma che nasca da ciò che siamo adesso e non dalla proiezione di quello che saremmo dovuti essere.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ci raccontiamo da sfigati è difficile che poi qualcuno non si senta autorizzato a definirci così. Bisogna battersi per una società che sia messa nelle condizioni di poter decidere, decidere di firmare un contratto a tempo indeterminato con le garanzie e le tutele che questo comporta e decidere di firmare un contratto a tempo determinato avendo salvaguardati gli stessi diritti. Fermarsi e sapere che comunque c’è un reddito che in attesa di occupazione ti permetterà di non fare la fame. Bisogna difendere il posto fisso, ma ammettere senza vergogna che molti di noi quel posto fisso non lo vogliono più.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla precarietà nasce un nuovo diritto di cittadinanza che dobbiamo rivendicare come nostro fino in fondo perché basato su un’idea di giustizia sociale. La politica e i sindacati ragionano ancora per compartimenti stagni: modalità comprensibile quando si tratta di difendere il lavoro esistente, fuori dal tempo se si deve ragionare di crescita e di nuova occupazione. Bisogna fare i conti con questa trasformazione sociale, non nasconderla e adattarla. Denunciamo le storture di questo sistema, ma non per fare spazio a noi stessi. Piuttosto per decostruirlo totalmente, e ricostruirlo rispetto alle nostre esigenze. Non voglio prendere il loro posto, voglio un posto nuovo. Che sia dentro la politica, la scuola, l’università, la fabbrica anche fin dentro le mura domestiche. Ieri un’amica ricercatrice universitaria mi raccontava di non avere un posto, una scrivania dove poter scrivere e lavorare perché gli uffici sono ancora occupati dagli ordinari in pensione che, alla tenera età di 75 o 80 anni, hanno piacere la mattina di farsi un giro in ateneo e continuare a esercitare il loro potere di baroni. Io spero tanto che la mia amica possa prima o poi entrare in quell’ufficio, ma mi auguro pure che finita la sua esperienza vada via e non faccia parte di quel sistema perché insieme a me lo vuole cambiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi noi non dobbiamo rivendicare solo l’accesso, ma la costruzione. Qualità del lavoro e continuità di reddito. Quanto pesa oggi licenziarsi da un contratto a tempo indeterminato di un call center? Tantissimo, e infatti il più delle volte non lo fai. Sei lì a doverti considerare un privilegiato quando invece vorresti urlare che non lo sei. “Io non ci sto”, ci ha ricordato un difensore della Costituzione attraverso la sua morte. Basta essere depressi, ora è tempo di essere rivoluzionari.</p>
<p style="text-align: justify;">Celeste Costantino</p>
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		<title>La “flessibilità in uscita” è la soluzione?</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 06:03:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è tornato a discutere negli ultimi giorni di riforma del mercato del lavoro e si fanno sempre più insistenti i richiami ad una maggiore “flessibilità in uscita”, quasi un eufemismo per riformulare in maniera più morbida la berlusconiana “libertà di licenziamento”. Un po’ di statistiche e uno sguardo oltre le Alpi forse possono aiutare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si è tornato a discutere negli ultimi giorni di riforma del mercato del lavoro e si fanno sempre più insistenti i richiami ad una maggiore “flessibilità in uscita”, quasi un eufemismo per riformulare in maniera più morbida la berlusconiana “libertà di licenziamento”. Un po’ di statistiche e uno sguardo oltre le Alpi forse possono aiutare a condurre un dibattito un po’ più sano e meno superficiale di quello attuale bene esemplificato da <a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/01/31/news/sindacato_marsigliese-29051997/?ref=HREC1-59" target="_blank">questo editoriale</a> di Eugenio Scalfari. Il fondatore di Repubblica chiedeva alla Cgil di smetterla di dire sempre no alla riforma del mercato del lavoro e di pensare all’interesse generale. Parliamo di interesse generale allora e cerchiamo di essere realisti, cioè di guardare alla realtà nella sua complessità.<span id="more-36160"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Mentre l’attenzione dei media e del dibattito politico si focalizzava sullo “spread” tra tassi di interesse tedeschi e italiani, c’era un altro differenziale che andava rafforzandosi: <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-02-01/primato-berlino-gennaio-063738.shtml?uuid=AaoeCGlE" target="_blank">in Germania la disoccupazione è addirittura diminuita</a> secondo i dati pubblicati in questi giorni, mentre in Italia è aumentata soprattutto tra i giovani.  Vediamo quali spiegazioni si danno di questo fenomeno e quali domande potremmo porci in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">1. Si cita spesso, a proposito di mercato del lavoro tedesco, <a href="http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/i-trend-economici-il-2012-visti-dalla-germania" target="_blank">la riforma fatta all’inizio degli anni Duemila dal governo rosso-verde</a> così sintetizzata da Riccardo Pennisi su Aspenia online: “Le riforme, rafforzate negli anni successivi dalla “grande coalizione” CDU-SPD, prevedono da un lato l’esenzione del pagamento dei contributi per chi assume lavoratori part-time a basso salario e generosi sconti fiscali per chi vuole proporsi come piccolo imprenditore a basso reddito. Dall’altro, un deciso taglio dei sussidi di disoccupazione, accompagnato da un inflessibile meccanismo sanzionatorio per chi non rispetta i tempi o non accetta lavori “ragionevoli” anche a salario più basso del precedente. Il tutto sotto il controllo di un’agenzia pubblica, che si occupa anche di mettere in contatto l’offerta e la domanda di lavoro.” Tutto vero, ma non ci si deve fermare qui nell’analisi del modello tedesco perché ci sono anche altri fattori.</p>
<p style="text-align: justify;">2. In primo luogo, le riforme tedesche hanno ridotto un sistema di protezione dalla disoccupazione che era già molto più generoso di quello italiano e che sotto molti aspetti tale rimane tuttora: oltre all’assegno di disoccupazione (il vero e proprio <em>Arbeitslosengeld</em>), c’è anche la prestazione del <em>Sozialgeld</em> per chi è decisamente “escluso” – non avendo mai lavorato o non potendolo fare – e per i minorenni. Insomma, in Germania esiste un sistema che garantisce un minimo vitale, una sorta di reddito minimo di esistenza. In secondo luogo, <a href="http://www.repubblica.it/economia/2012/01/05/news/licenziamenti_possibili-27610617/" target="_blank">la “flessibilità in uscita” tedesca misurata dall’OCSE è molto minore di quella italiana</a>: liberarsi di un lavoratore in esubero in Italia è molto più facile che in Germania. L’indice di “<em>strictness of employment protection</em>” è pari a 1,77 da noi e a 3 in Germania  (più è alto il numero e maggiore è la protezione) e si misurano i contratti a tempo indeterminato! Si dice spesso che solo da noi c’è l’articolo 18 ma, stando a quanto scrive lo stesso giornale di Scalfari, in Germania c’è qualcosa di molto simile: “ L’imprenditore che voglia licenziare un dipendente deve comunicarlo al consiglio di azienda. Se il sindacato riterrà non fondato il provvedimento, il dipendente ha il diritto di rimanere al suo posto fino al termine del processo. Se poi il giudice stabilisce che effettivamente il licenziamento non era giustificato, l’imprenditore ha l’obbligo di reintegrare il dipendente in organico. ” E questa è un’altra componente fondamentale del “modello tedesco” che qui da noi si tende a sottovalutare: <a href="http://www.leftwing.it/economia/370/modello-tedesco-e-precarieta-italiana" target="_blank">come spiega qui Ugo Pagano</a> “Una delle sue caratteristiche fondamentali è la codeterminazione nelle imprese con un numero superiore a 500 addetti, che prevede una rappresentanza paritetica dei lavoratori nell’organo in cui si prendono decisioni strategiche e si scelgono i manager che le eseguono. La codeterminazione ha indubbiamente favorito le caratteristiche positive cui si fa spesso riferimento nel dibattito italiano.”</p>
<p style="text-align: justify;">3. Recenti inchieste  tra gli imprenditori italiani (Unioncamere, citata sempre da Repubblica di ieri) hanno dimostrato come il motivo per cui non procedono alle assunzioni non è la presunta rigidità del mercato del lavoro. Se questo fosse vero, assisteremmo a licenziamenti in massa di dipendenti a tempo indeterminato e alla loro sostituzione con lavoratori con contratti precari, facilmente licenziabili: basta fare contratti molto brevi e non rinnovarli in caso di crisi. Le scarse assunzioni e i molti licenziamenti in Italia sono dovuti soprattutto alla scarsità della domanda di beni e servizi (forse perché una fetta consistente della popolazione si sta impoverendo da più di un decennio?), alla difficoltà di reperire credito a costi ragionevoli per fare investimenti, alla lentezza del nostro sistema giudiziario che rende molto difficile recuperare un credito in tempi brevi, alle inefficienze del nostro sistema pubblico che paga in ritardo le proprie forniture. Su quest’ultimo punto il governo Monti, non a caso, ha sbloccato diversi miliardi di euro di pagamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">4. Forse allora il sistema tedesco ha funzionato meglio sul lato dell’occupazione anche per altri fattori, oltre alla riforma del mercato del lavoro. Vediamone alcuni aiutandoci con questo articolo del <a href="http://www.nytimes.com/2011/06/08/business/economy/08leonhardt.html?_r=1" target="_blank">New York Times</a> e con quest’altro  di Stefano Casertano su <a href="http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/luci-e-ombre-del-modello-economico-tedesco" target="_blank">Aspenia</a>. In primo luogo, molti dei posti di lavoro tedeschi sono a bassissimo reddito: 400 euro al mese. Sono i cosiddetti “mini-job” che coinvolgerebbero oltre 7 milioni di tedeschi. Non a caso, le disuguaglianze in Germania sono aumentate molto rapidamente negli anni successivi alla riforma del governo rosso-verde e tuttavia sono ancora minori rispetto al caso italiano: lì un manager guadagna 11-12 volte quanto la sua forza lavoro, difficilmente paragonabile con la situazione italiana dove Marchionne guadagna anche centinaia di volte il salario dei suoi operai.</p>
<p style="text-align: justify;">5. Ma non finisce qui: in Germania sono stati fatti ingenti investimenti pubblici in politica industriale, per esempio nel settore delle energie rinnovabili. Gli studenti tedeschi hanno considerevoli livelli di preparazione nelle materie scientifiche secondo le<a href="http://www.pisa.oecd.org/pages/0,2987,en_32252351_32235731_1_1_1_1_1,00.html" target="_blank"> indagini internazionali Pisa</a>. Quelli italiani no. L’1% più ricco delle famiglie tedesche guadagna l’11% di tutto il reddito, una statistica che non è variata molto dal 1970. In Italia invece le indagini della Banca d’Italia ci dicono che la quantità di ricchezza in mano al 10% più ricco della popolazione è aumentata di quasi il 2% durante gli anni della crisi. C’è poi da considerare la bilancia commerciale: da quando c’è l’Euro, come va ripetendo da mesi Romano Prodi, i tedeschi esportano molto di più di quanto importano. E’ forse questo l’elemento cruciale della crescita tedesca, e non la riforma del mercato del lavoro fatta nei primi anni Duemila.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo certamente aver letto male i dati e se tra i nostri lettori c’è qualcuno che ha un’interpretazione migliore siamo pronti ad essere smentiti. Il nodo cruciale però è che il dibattito attuale in Italia (e in altri Paesi europei) è molto ideologico e superficiale: si afferma che si possa crescere non <a href="http://italia2013.org/2012/01/24/la-recessione-e-donna-ma-anche-la-ripresa/" target="_blank">con una politica di investimenti pubblici come in America</a> ma diventando più “competitivi” (<a href="http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=77174160" target="_blank">vedi qui l’articolo de Il Foglio</a>) e cioè riformando le pensioni come già fatto e riformando il mercato del lavoro come ci si appresta a fare. Eppure proprio un’analisi più approfondita del “modello tedesco” induce a dare una risposta più complessa: le riforme del mercato del lavoro possono produrre nuove disuguaglianze mentre la crescita – anche quella tedesca – è il risultato di sistemi di gestione più democratici, di disuguaglianze storicamente più basse, di livelli di istruzione più alti, di politiche industriali più oculate e maggiori investimenti in nuovi settori. Nel successo tedesco conterà anche un po’ il fatto che, per esempio, le sue industrie automobilistiche stanno investendo su motori innovativi ed ecocompatibili mentre <a href="http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/132330/ichino_quellapologia_di_marchionne" target="_blank">la Fiat di Marchionne va in tutt’altra direzione</a>? E poi: vale la pena aumentare le disuguaglianze per inseguire una crescita fragile o non è forse il caso, come suggerisce questo <a href="http://www.oecd.org/document/47/0,3746,en_2649_34321_49331311_1_1_1_1,00.html" target="_blank">rapporto Ocse</a>, di pensare alla lotta alle disuguaglianze come alla chiave per una crescita diversa? E questa la si fa, come dice Scalfari, solo con il sistema fiscale o anche cambiando i rapporti nel mondo del lavoro e producendo cose diverse?</p>
<p style="text-align: justify;">Mattia Toaldo, con la preziosa consulenza di Riccardo Pennisi, Jacopo Rosatelli e Federico Tomassi</p>
<p style="text-align: justify;">italia2013</p>
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		<title>Ridare la parola ai popoli contro il fiscal compact</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 05:54:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Fiscal compact è quindi passato. 25 su 27 paesi della Ue lo hanno ingoiato, con l’eccezione, per motivi diversi, dell’Inghilterra – sempre più lontana da uno spirito europeo, qualunque esso sia – e della Repubblica ceca. L’accordo è stato accolto da noi con manifestazioni di gioia bipartisan. Era stato preceduto da una mozione unitaria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Fiscal compact è quindi passato. 25 su 27 paesi della Ue lo hanno ingoiato, con l’eccezione, per motivi diversi, dell’Inghilterra – sempre più lontana da uno spirito europeo, qualunque esso sia – e della Repubblica ceca. L’accordo è stato accolto da noi con manifestazioni di gioia bipartisan. Era stato preceduto da una mozione unitaria alle camere che, accogliendo persino la proposta leghista delle radici cristiane dell’Europa cui finora il Parlamento non aveva consentito, valeva ben più di un paio di tradizionali fiducie. <span id="more-36155"></span><em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Full Monti</em> si potrebbe dire con un gioco di parole troppo facile. In effetti risale il gradimento nei sondaggi al falso governo tecnico, il più politico degli ultimi anni. Una sorta di cupio dissolvi pare essersi impadronito della classe dirigente italiana, compresa buona parte del centrosinistra. Anzi, a essere più precisi, si tratta di un cupio servendi, visto che tutti si sono inchinati alla dottrina tedesca, vera vincitrice della partita, almeno sul corto periodo. La Merkel era di fronte al celebre bivio tracciato da Helmut Kohl: o la Germania si europeizza o l’Europa si germanizza. Ha scelto la seconda strada, nell’interesse della grande borghesia tedesca che vuole continuare a dominare in un mercato europeo dove invia il 60% delle proprie esportazioni. Che poi questa strategia sia miope, che essa può portare al fallimento dell’euro e dell’Europa, che questo provocherebbe la rivalutazione del marco e il rilancio dell’inflazione  a due cifre nei paesi mediterranei, che quindi il prezzo delle merci tedesche diventerebbe proibitivo, che dunque tutto ciò infliggerebbe un colpo micidiale alla politica neomercantilista tedesca, è del tutto vero, ma la attuale classe dirigente che domina a Berlino – almeno fino alle prossime elezioni del 2013 – vuoi per mancanza di visioni lunghe, vuoi per tracotanza derivante dagli attuali rapporti di forza, è per ora in grado di fregarsene. Ma questo è un aggravante, non un attenuante come viene ridicolmente invocata nei salotti televisivi, da parte di chi vi va dietro, in primis il nostro governo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giro di vite del nuovo patto sta nella rigidità della diminuzione di un ventesimo annuo della differenza che separa gli attuali livelli di debito dal “virtuoso” 60%, nel fatto che lo sforamento del deficit strutturale annuo dello 0,5% debba essere immediatamente sanzionato in modo automatico – il che, al di là delle differenze fra deficit congiunturale e deficit strutturale che qui tralascio, rappresenta un enorme inasprimento rispetto al vincolo del 3% di Maastricht -, nella imposizione di controlli che espropriano la sovranità dei singoli stati. Persino Papadimos, messo lì dalla Ue, ha capito che qualche protesta la deve elevare sul fatto che il bilancio greco venga fatto direttamente a Bruxelles.<br />
Ma il problema riguarda tutti. La realtà è che siamo di fronte a un balzo in avanti nella espropriazione della sovranità dei singoli popoli senza alcuna compensazione in sistemi di governo democratico a livello europeo, visto che le decisioni sono saldamente in mano a organi non elettivi. Siamo al rovesciamento del principio liberale, sancito dalle celebri parole no taxation without representation che infiammarono la rivolta americana contro gli inglesi nella seconda metà del Settecento (i Boston tea party, ma quelli veri però). Abbiamo infatti una fiscalità senza rappresentanza democratica a livello europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le conseguenze per l’Italia sono pesantissime. Il nostro debito si aggira poco sopra i 1900mld, il 120% del nostro attuale Pil. Portarlo al 60% significa ridurlo della metà. Farlo in ragione di un ventesimo all’anno, significa ridurre il bilancio del 3%. In termini monetari ciò significa prepararsi a manovre annue di riduzione nell’ordine di 48 mld. Ma se il nostro prodotto interno lordo è in discesa, come dice il Fmi che prevede una riduzione del 2,2%, la situazione peggiora ulteriormente. Non è una grande scoperta. E’ il cane che si mangia la coda. Solo molto più in fretta. L’austerità strangola l’economia, altro che “austerità espansiva” di cui parlano la Merkel e i suoi seguaci con un irresponsabile ossimoro. I dati raccolti recentemente da Paul Krugman (vedi il grafico in appendice) usando come fonti il Fmi e il gruppo degli studiosi fondato a Gottinga dal grande storico dell’economia Angus Maddison, dimostrano che la reazione dell’Italia alla crisi è molto più lenta e peggiore di quanto non fu nella recessione seguente al grande crollo del 1920!</p>
<p style="text-align: justify;">L’anno che abbiamo davanti sarà durissimo. Come comportarsi di fronte a questo è l’essenza della politica. Il resto sono chiacchiere e schermaglie. Poiché il moderno capitalismo ha scelto di separarsi dalla democrazia, la  difesa strenua di quest’ultima può essere il classico granello di sabbia negli ingranaggi del primo.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna quindi ridare la voce ai popoli sul nuovo trattato. Sappiamo che non è possibile ricorrere direttamente al referendum nel caso italiano – mentre già il 72% degli irlandesi lo richiedono -, in virtù dei vincoli posti dall’articolo 75 della nostra Costituzione. Ma è possibile progettare un referendum consultivo. Come successe nel 1989. Il che permetterebbe di risollevare, per assoluta analogia di materia, la questione del pareggio di bilancio in Costituzione già votato in prima lettura dalla Camera, ma in attesa di ulteriori passaggi parlamentari.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessario organizzare iniziative di lotta, sia in Europa che da noi. Possiamo augurarci che la manifestazione nazionale della Fiom dell’11 febbraio contenga anche questo. In ogni caso  non possiamo lasciare che contro questa governance a-democratica della  Ue si scaglino solo i vari populismi di destra, indirizzando nella direzione sbagliata una sacrosanta protesta. L’Ungheria già ci dice che, seppure in forme nuove, il fascismo può anche tornare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" 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Il punto zero sull’orizzontale indica l’anno 2007, inizio della crisi; il numero 100 sulla verticale indica la percentuale del Pil nel 2007; la linea azzurra indica l’andamento del Pil nel 1929 e anni seguenti; la linea rossa l’andamento del Pil dal 2007 in poi. Come si può vedere dopo sei anni di crisi (previsione a fine 2012) la moderna Italia, a differenza di quella degli anni trenta, non ha recuperato sul livello del Pil dell’inizio della crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Alfonso Gianni</p>
<p style="text-align: justify;">*l&#8217;immagine è tratta da: http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/01/28/the-worse-than-club/</p>
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		<title>Non uccidete Liberazione</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 05:52:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una storia collettiva lunga vent´anni  non può essere cancellata con una riga di calcolatrice. Una voce non allineata e plurale non può essere messa a tacere con un clic. Liberazione non può morire. Né trasformarsi, neanche temporaneamente, neanche strumentalmente,  nella caricatura di se stessa.Al governo, al primo ministro Monti, al sottosegretario Peluffo ripetiamo che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una storia collettiva lunga vent´anni  non può essere cancellata con una riga di calcolatrice. Una voce non allineata e plurale non può essere messa a tacere con un clic. Liberazione non può morire. Né trasformarsi, neanche temporaneamente, neanche strumentalmente,  nella caricatura di se stessa.<span id="more-36152"></span>Al governo, al primo ministro Monti, al sottosegretario Peluffo ripetiamo che il mancato rifinanziamento del Fondo per l´Editoria e il ritardo nella fissazione di  criteri rigorosi e chiari di erogazione del contributo pubblico si stanno trasformando in una vivisezione di giornali, di cui Liberazione è un primo tragico test.</p>
<p>All´editore di Liberazione, il Partito della Rifondazione comunista, chiediamo di sottrarsi al gioco al massacro. Se non è possibile rimandare subito nelle edicole una forma anche ridotta all´osso ma giornalisticamente ficcante di giornale cartaceo, almeno il giornale in Pdf e il sito internet devono tornare in attività, per restituire a lettori e lettrici, al dibattito pubblico e ai movimenti che si battono contro la crisi degli speculatori e per l´informazione libera una  voce sottile ma tenace e indispensabile. Per far vivere un giornale vero, consistente e articolato, fatto da una redazione vera, giornalisti e poligrafici insieme, così com´è sempre accaduto in questi vent´anni.<br />
Tornare sulla decisione di spegnere il giornale, perfino la versione su internet animata volontariamente dalla redazione in lotta per la sopravvivenza, in attesa delle imminenti risposte da parte del governo e di un accordo sindacale realistico e serio, è un gesto costruttivo ancora possibile. All´altezza di una forza politica che non può rinunciare per nessun motivo, specialmente ora, alla difesa dei lavoratori e allo sguardo di critica radicale che ne caratterizza il dna.</p>
<p>Fondi all´editoria e regole chiare, subito.<br />
Liberazione in Pdf e sito internet riattivati da domani.<br />
Prodotto vivo e lavoratori vivi  al tavolo del confronto.</p>
<p>Bruna Bellonzi-Curzi (giornalista), Candida Curzi (giornalista), Lucio Manisco (giornalista), Luciana Castellina (giornalista, ex direttore Liberazione-settimanale), Ken Loach (regista), Don Andrea Gallo, Rossana Rossanda (giornalista), Haidi Gaggio Giuliani (Comitato piazza Giuliani Onlus), Ilaria Cucchi, Dario Fo, Franca Rame, Paolo Rossi (attore), Gianni Minà (giornalista), Susanna Camusso (segretario generale Cgil), Maurizio Landini (segretario generale Fiom), Giorgio Cremaschi (presidente comitato centrale Fiom), Gianni Rinaldini (ex segretario Fiom), Fulvio Fammoni (segretario confederale Cgil), Carla Cantone (segretraio generale Spi-Cgil), Vincenzo Scudiere (segretario confederale Cgil), Paolo Beni (presidente Arci), Claudio Fava (Sel), Gad Lerner (giornalista), Ennio Remondino (giornalista), Enrico Ghezzi (critico cinematografico), Giuseppe Giulietti (Art. 21), Vincenzo Vita (senatore), Giorgio Airaudo (segretario nazionale Fiom), Sandro Portelli (storico), Bruno Cartosio (storico), Manuela Cartosio (giornalista), Massimo Carlotto (scrittore), Francesca Koch (Casa internazionale delle donne), Federica Sciarelli (giornalista), Mario Tozzi (geologo, ambientalista), Antonello Venditti (musicista),  Roberto Natale (presidente Fnsi), Francesco Carofiglio (giornalista, scrittore), Aurelio Mancuso (attivista per i diritti lgbtq, fondatore di Equality Italia), Pappi Corsicato (regista), Andrea Purgatori (giornalista, sceneggiatore), Alessandro D´Alatri (regista), Johnny Palomba (recinzore), Daniele Vicari (regista), Massimo Ilardi (sociologo), Stefano Corradino (Art. 21), Oreste Scalzone (scrittore), Franco Piperno (fisico), Simone Cristicchi (cantautore), Darwin Pastorin (giornalista), Giovanni Rossi (segr nazionale aggiunto Fnsi), Paolo Serventi Longhi (direttore Rassegna Sindacale), Roberto Seghetti (capo uff stampa Pd), Paolo Butturini (Associazione stampa Romana), Letizia Paolozzi, Bia Sarasini, Pierpaolo Leonardi (Esecutivo nazionale Usb), Fabrizio Tomaselli (Esecutivo naz. Usb), Nunzio D´Erme (Action), Andrea Alzetta (consigliere comunale Roma), Lea Melandri (scrittrice), Maria Schiavo (scrittrice), Emanuela Moroli (Differenza Donna), Bianca Pomeranzi (femminista, ex collaboratrice), Maria Rosa Cutrufelli (scrittrice), Bruno Tucci (pres. Ordine giornalisti Lazio), Nicoletta Dosio, Adriana Spera, Salvatore Bonadonna, Roberto Musacchio, Cdr di City, Terra, Manifesto e Unità.</p>
<p>Alessandra Baduel (Repubblica), Paolo Samarelli (cdr di Repubblica), Paola Santoro (D-Repubblica), Gabriele Bonincontro (Repubblica.it), Flavio Brighenti, Eugenio Cirese, Andrea Silenzi (Repubblica XL), Luciana Sica (Repubblica), Stefania De Salvador (musicologa), Felice Liperi (Radio Rai), Fabrizio Lentini (Repubblica, Palermo), Massimo Novelli (Repubblica), Aligi Pontani (Repubblica), Katia Di Monte (Repubblica), Paola Bonatelli (giornalista), Federico Orlando (Art. 21), Antonella Bottini (redazione &#8220;Presa diretta&#8221;- Rai Tre), Eleonora Martini (il Manifesto), Paolo Genovese (regista), Roberto Mastrosimone (segr. Fiom-Cgil Palermo), Elena Biagini (Facciamo Breccia), Eva Mamini (direttivo nazionale Cgil), Silvia Garambois (giornalista), Rino Fabiano (Action), Daniela Preziosi (cdr, il manifesto), Nicola Giuliano (produttore), Mariagrazia Campari (avvocata), Peppe Voltarelli (musicista), Francesco Gnerre (docente), Walter Falgio (giornalista), Cristina Morini (giornalista, saggista), Antonio Prete (scrittore), Francesco Macarone Palmieri aka Warbear (antropologo sociale), Flavio Natalia (giornalista), Gian Mario Gillio (direttore rivista Confronti), Andrea Sartoretti (attore), Agenzia Sintesi, Stefano Montesi (fotoreporter), Simona Granati (fotografa), Lucio Pellegrini (regista), Agostino Ferrente (regista), Nicola Giuliano (produttore cine-tv), Monica Pietrangeli (regista e giornalista), Massimiliano Bruno (regista, attore), Paolo Cingolani (regista), Costanza Quadriglio (regista), Camilla Filippi (attrice), Valentina Carnelutti (attrice), Mauro Biani (vignettista), Oscar Iarussi (giornalista, Film Commission Puglia), Stefano Ciccone (Maschile plurale), Monica Pepe (Zeroviolenzadonne.it), Giampaolo Gozzi (Fnsi), Raffaella Cosentino (Coord. Giornalisti precari), Alessandra Mancuso (portavoce Gi.U.Li.A.), Gigi Attenasio e Angelo Di Gennaro (Psichiatria Democratica), Elisabetta Della Corte (docente universitaria), Paolo Barbieri (giornalista), Ninfa Paoli (Associazione Stampa Romana), Gianloreto Carbone (giornalista Raitre), Giuseppe Gentili (Rai), Fiore De Rienzo (giornalista Raitre), Cinzia Romano (Inpgi), Fabio Morabito (cdr Messaggero, giunta Fnsi), Roberto Monteforte (cdr Unità), Maurizio Bekar (freelance), Graiziarosa Villani (giornalista), Gianluca Cicinelli (il Dirigibile), Nella Condorelli (women in the city), Valeria Tancredi (freecp), Graziella Mascia (Altramente), Carlo Lania (cdr il manifesto), Benedetto Vecchi (cdr il manifesto), Rossella Antinori (cdr Terra), Renato Taglione (segr redazione l´Unità), Renzo Santelli (Fnsi), Anna Simone (sociologa), Stefania Vulterini (Casa internaz. delle donne), Liliana Mirabilio (Rsu Unità), Vincenzo Mulè (vicedirettore Terra), Marcello Pesarini (Antigone Marche), Nicoletta Badiali (lettrice Liberazione), Cristiano Bonora (libraio), Antonio Soggia (università Torino), Romina De Simone (lettrice Liberazione), Ida Anna Golato (impiegata), Rita Musa (giornalista), Maria Cristina Costa (illustratrice), Massimiliano Lasio (giornalista), Marina Corsi (giornalista), Luca Munalli (giornalista), Clarissa Cappellani (direttore fotografia), Maria Teresa Manuelli (cdr Food), Michele Atzori (cassintegrato), Saverio Aversa (collaboratore Liberazione), Beatrice Giavazzi (Sel), Carlo Testini (Arci), Roberto Giannarelli (regista), Laura Gallucci (architetta), Lucio Pezzella (studente), Valeria Frighi (ricercatore università Oxford), Francesco Pezzella (docente università Oxford), Marina Morpurgo (giornalista), Nicola Monteleone (presidente Circolo Arci Linea Gotica), Marina Cocozza (giornalista), Daniela De Robert (giornalista), Sandra Cecchi (giornalista), Maria Ausilia Boemi (Assostampa Catania), Elisa Di Salvatore (giornalista freelance), Carla De Santis Conversi (pittrice), Solen De Luca (giornalista, presidente consulta Freelance Asr), Paola Guazzo (storica), Massimiliano Piagentini (lettore Liberazione), Claudia Stamerra (giornalista free lance), Brando De Santis (grafico), Elisabetta Cosci (giornalista uff stampa), Adolfo Scalpelli (giornalista e storico), Paola Pieretto (restauratrice), Vera Baldini (giornalista), Maria Paola Fiorensoli (giornalista pubblicista), Pietro Raitano (dir. Altreconomia), Paola Manzoni (caporedattore Rolling Stone magazine), Beatrice Busi (giornalista e ricercatrice freelance), Davide Cavaglieri (lettore), Vinicio Busacchi (ricercatore), Carla Fabi (Ufficio Stampa), Maria Grazia Manfredonia (medico Asl Viterbo), Paola Lupi (giornalista), Rosa Leanza (Radio Rai), Katia Cortellezzi (addetto stampa), Monica Soldano (direttore Radio 100 Passi), Chiara Tommasoli (pubblicista), Gabriele Porro (Repubblica), Raffaella Pusceddu giornalista, Marco Cicala (giornalista), Fabio Macori, Rita Lombardo, Andrea Sartoretti, Paola Scatena, Giorgina Amendola, Patrizia Mello, Maria Serena Marcianò, Marisa Scarpelli, Adriano e Gabriella Agostino, Paola Re, Piera Soggia, Claudio Bachis, Simone Palucci.</p>
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		<title>Autobiografia e biografia di un uomo da nulla</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 17:38:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Parte prima: Autobiografia di Luigi Lusi, scritta dunque da lui medesimo e fedelmente tratta dal suo blog. “La mia attività professionale e politica è profondamente inserita nella società civile e nel volontariato.” E’ stato Segretario generale dell’Associazione Guide e Scout Cattolici italiani (Agesci). Associazione che si propone di contribuire (così nei Principi Fondamentali dello Statuto) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Parte prima: Autobiografia di Luigi Lusi, scritta dunque da lui medesimo e fedelmente tratta dal suo blog.</em></p>
<p style="text-align: justify;">“La mia attività professionale e politica è profondamente inserita nella società civile e nel volontariato.” E’ stato Segretario generale dell’Associazione Guide e Scout Cattolici italiani (Agesci). Associazione che si propone di contribuire (così nei Principi Fondamentali dello Statuto) alla formazione della persona secondo i principi e il metodo dello scautismo ideato da Baden-Powell.<span id="more-36148"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L’Associazione, giova ricordarlo,  vive nella comunione ecclesiale la scelta cristiana e i suoi fini sono stabiliti dalla Legge Scout per cui “La guida e lo scout: 1. Pongono il loro onore nel meritare fiducia; 2. Sono leali; 3. Si rendono utili e aiutano gli altri; 4. Sono amici di tutti e fratelli di ogni altra guida e scout; 5. Sono cortesi; 6. Amano e rispettano la natura; 7. Sanno obbedire; 8. Sorridono e cantano anche nelle difficoltà; 9. Sono laboriosi ed economi; 10. Sono puri di pensieri, parole ed azioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre allo scoutismo Lusi si è dedicato molto all’infanzia, curando iniziative sia a favore dei bambini palestinesi, vittime della guerra, sia a quelli di Chernobyl, vittime del disastro nucleare. Ha esercitato anche le funzioni di Magistrato onorario presso il Tribunale di Velletri ed è stato Tesoriere della Margherita e Tesoriere dell’ European Democratic Party. Da senatore interviene in Aula in poche ma mirate circostanze, come quando prende la parola sul tema all’ordine del giorno (aprile del 2010) che recita: <em>Prevenzione e contrasto di fenomeni corruttivi nella pubblica amministrazione.</em> Dirà, in quell’occasione: “Il miglior nemico della corruzione risiede in un costante ed efficace agire della politica che faccia della trasparenza il suo principale connotato. E’ dalla trasparenza dell’azione amministrativa che bisogna partire se si vuole combattere questo drammatico fenomeno con l’obiettivo di contrastarlo prima e sconfiggerlo poi.”</p>
<p style="text-align: justify;">Un anno prima, aveva dato alle stampe uno scritto intitolato <em>Riflessioni sul Partito Democratico e il coraggio di cambiare.</em> Dopo aver sostenuto la tesi di fondo, ossia che il Partito Democratico nulla più doveva aver a che fare con la sinistra e posizionarsi viceversa stabilmente al centro del crocevia politico italiano, invocava il <em>partito nuovo</em> ad avere coraggio nel “recupero di una trasparente etica del servizio pubblico. Tanto più di fronte alla crisi economica che si accompagna a una crescente diffidenza verso la politica, i politici debbono essere sempre interpellabili sul proprio tenore di vita.”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Parte seconda: Biografia di Luigi Lusi, secondo quanto si ricava dal lavoro della Guardia di Finanza.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per la Procura di Roma e la Guardia di Finanza, nel giro di due anni e mezzo, lo stesso periodo in cui interveniva in Aula al Senato sulla questione morale e scriveva il saggio sul coraggio di cambiare del Partito Democratico, Luigi Lusi, messo momentaneamente da parte l’insegnamento di Sir Baden-Pawell, perfezionava il seguente meccanismo. In qualità di Tesoriere in carica attendeva dallo Stato gli annuali rimborsi elettorali – denaro pubblico -  della Margherita, li dirottava in diverse società da lui medesimo nel frattempo costituite e situate in Italia e all’estero. Circa 13 milioni di euro. Si stima che il bilancio della Margherita sia di 30 milioni di euro, dunque ci attestiamo quasi alla metà dell’intero importo. Avrà voluto, in questo modo, non dare troppo nell’occhio agli attenti e scrupolosi revisori margheritini preposti ai rendiconti annui di bilancio.</p>
<p style="text-align: justify;">Interrogato dai giudici, Lusi ha ammesso le accuse che gli vengono imputate: “La cosa che più mi sta a cuore in questo momento è la mia famiglia”, avrebbe detto. Piccola, innocua bugia. Alla famiglia, Lusi, stando ai riscontri della Finanza, non ha mai smesso di pensare, se è vero che per lei ha prontamente investito in diversi immobili, uno dei quali in via Monserrato, certo un po’ distante dalla casa con vista sul Colosseo dello Scajola, ma pur sempre pieno centro. Poi avrebbe dirottato risorse nel paesino abruzzese dove ancora vive il fratello e infine a Toronto, luogo d’origine della moglie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora intende “restituire tutto, in tempi brevi”. Dante lo metterebbe in un girone infernale, secondo la nota legge del contrappasso. Attorniato da torme di scout, sotto l’arcigno sguardo di Lord (non era solo Sir, anche Lord) Baden-Powell, momentaneamente sceso dal Paradiso, dietro cui si vede spuntare il baffo furbetto di Ugo Sposetti, momentaneamente sceso dal Purgatorio, Lusi si troverebbe a riscrivere in eterno la sua biografia vera: quella di uomo da nulla.</p>
<p>Arturo Vesponi</p>
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		<title>Per la scuola ci aspettiamo ben altro</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 15:56:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In tutti i paesi del mondo il sistema dell’istruzione e della formazione rappresenta un fattore fondamentale di crescita e sviluppo, una risorsa non solo per promuovere opportunità di accesso e di successo per tutte e per tutti, ma anche per consolidare le basi del tessuto civile e democratico. Una scuola che garantisca a tutte e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In tutti i paesi del mondo il sistema dell’istruzione e della formazione rappresenta un fattore fondamentale di crescita e sviluppo, una risorsa non solo per promuovere opportunità di accesso e di successo per tutte e per tutti, ma anche per consolidare le basi del tessuto civile e democratico. Una scuola che garantisca a tutte e tutti uguali opportunità di sapere e conoscenza è condizione di democrazia, risorsa per lo sviluppo civile, culturale, produttivo ed economico di un Paese.<span id="more-36144"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A questo Governo chiediamo una precisa inversione di rotta rispetto a tagli e a riforme realizzate soltanto per effettuare risparmi.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiediamo ancora un progetto pluriennale di reinvestimento di risorse, finalizzate a restituire alla scuola qualità e capacità di risposta ai bisogni formativi e alla complessità sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’annunciato decreto semplificazioni si parla di rilancio dell’autonomia delle scuole e di organici funzionali  alla realizzazione dei POF, ma senza specificare le risorse aggiuntive che si intende investire e da dove ricavare la quota di organico aggiuntivo, a meno che non si intenda riconvertire in tal senso gli esuberi prodotti dai tagli che il Ministro Gelmini ha apportato con le sue riforme dei differenti ordinamenti della scuola secondaria. Pensare di riconvertire Insegnanti Tecnico Pratici, docenti di discipline come Musica ed Arte su posti di sostegno o su altre cattedre significa indebolire ulteriormente il sistema nel suo complesso, perché si tolgono alla scuola secondaria contenuti disciplinari e laboratoriali qualificanti  ed adeguati a sfide dell’educazione del nostro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre nel decreto si rilancia il tema della valutazione di sistema da affidare all’INVALSI: ma come conciliare la mortificazione e la marginalità che vivono il lavoratori della scuola, dopo gli anni dei tagli e delle ingiurie che hanno dovuto subire da Moratti e Gelmini con il coinvolgimento e la valorizzazione che un corretto sistema di valutazione e autovalutazione comporterebbe per i docenti stessi?</p>
<p style="text-align: justify;">SEL ritiene essenziale che si riapra quanto prima il dibattito, allargato non solo a tutte le componenti interessate, ma anche all’intero mondo della cultura e delle conoscenza sui contenuti e sull’assetto organizzativo del sistema d’istruzione italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Stabilire da ora, così come si legge nel decreto semplificazioni seppure provvisorio, che le quote di organico relative al prossimo anno scolastico saranno identiche a quelle di quest’anno è una vera forzatura, in quanto la situazione resterebbe immutata al di là delle buone intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Rivedremo quindi classi pollaio, orari spezzatino nella scuola primaria, diminuzione secca del tempo pieno e frantumazione del “curricolo”, richieste di iscrizioni ad indirizzi scolastici non disponibili nella scuola secondaria, pendolarismo di alunni e di docenti, discontinuità didattica, riproposizione del precariato insieme a maxi istituti “mostri” effetto del nuovo piano di dimensionamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto avrà come effetto un ulteriore aumento della dispersione scolastica e l’abbandono degli studi da parte degli alunni più fragili e socialmente più deprivati.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si aggiungono i tagli ai trasferimenti di risorse alle Regioni per il Diritto allo Studio il quadro diventa quanto mai simile all’urlo di Munch di fronte ad una società che diviene sempre più ingiusta e diseguale.</p>
<p style="text-align: justify;">SEL ritiene che non si possa rimettere in  moto un effettivo sviluppo del sistema del’istruzione senza che si ritorni a rivedere criticamente le cosiddette “riforme” introdotte dal ministro Gelmini  e non si indichi con chiarezza l’entità di nuovi investimenti sull’istruzione e la fonte da cui il Governo intende ricavarle.</p>
<p style="text-align: justify;">Perchè oggi è necessario investire in questo settore così decisivo per le possibilità di crescita per l’intero Paese, per la comunità e per i singoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuare ad impoverire l’istruzione pubblica significa procedere lungo la strada della privatizzazione .</p>
<p style="text-align: justify;">Riteniamo che la Scuola sia un Bene Comune e non debba diventare un servizio privato a cui possono accedere solo quelle famiglie che se lo possono permettere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Simonetta Salacone, Giorgio Crescenza</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nessuna cooperazione</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 05:11:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217; Italia nel 2010 ha raggiunto il minimo storico degli stanziamenti per la cooperazione internazionale: appena 2,3 miliardi pari ad un misero 0,15% del Pil. Tra i paesi più sviluppati siamo ormai la cenerentola, anche la Grecia fa più di noi. In tre anni di governo Berlusconi la cooperazione internazionale dell&#8217;Italia ha diminuito le risorse del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217; Italia nel 2010 ha raggiunto il minimo storico degli stanziamenti per la cooperazione internazionale: appena 2,3 miliardi pari ad un misero 0,15% del Pil. Tra i paesi più sviluppati siamo ormai la cenerentola, anche la Grecia fa più di noi. In tre anni di governo Berlusconi la cooperazione internazionale dell&#8217;Italia ha diminuito le risorse del 78%. Rischiamo così di scomparire da immense aree del mondo come l&#8217;Africa con un danno enorme di immagine e di ruolo internazionale.  Tra i Paesi donatori solo la Corea fa peggio di noi, cioè siamo al penultimo posto.</p>
<div style="text-align: justify;"><span id="more-36061"></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Qualcuno obietterà: la colpa è della crisi economica e l&#8217;Italia non può &#8220;sprecare&#8221;  soldi per combattere la povertà. Potremmo obiettare che i soldi per gli armamenti militari ci sono eccome, ma il punto di fondo non è finanziario. I soldi investiti nei paesi poveri non sono uno spreco o un lusso, ma un tassello fondamentale di una politica internazionale ispirata ai principi costituzionali della pace , della giustizia universale e dei diritti umani. E un Paese come l&#8217;Italia non può ignorare gli impegni che ha assunto in varie sedi internazionali per contrastare la povertà e le grandi pandemie, dagli Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite alle solenni promesse dei vari G8 di cui facciamo parte.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">La nomina a Ministro della Cooperazione internazionale di una personalità cosi sensibile a questa tematica come Andrea Riccardi, deve tradursi in scelte coerenti  del Governo e del Parlamento per onorare gli impegni ripetutamente assunti per avvicinarsi nel 2015 allo 0,8% del Pil in Aiuti Pubblici allo Sviluppo.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Grandi Paesi europei come la Francia, la Germania, il Regno Unito sono già oltre lo 0,5% del PIL, mentre i Paesi scandinavi hanno già raggiunto l&#8217;obiettivo dello 0,8% del Pil. Ma è anche necessario che il Parlamento riformi la legge 49 del 1987 che disciplina gli interventi della cooperazione italiana nel mondo. Si tratta di una legge, rimodellata più volte, che appartiene ad un&#8217;era politica segnata ancora dalla guerra fredda e dai due blocchi. Da allora è cambiato tutto. E&#8217; crollato il muro di Berlino, non c&#8217;è più l&#8217;Unione Sovietica, nuovi Paesi dominano la scena economica come il Brasile, la Cina, l&#8217;India. E allora è ora di ripensare la cooperazione italiana, investire nuove risorse finanziarie, liberarla dalla subalternità a logiche congiunturali e di convenienza, affermare una linea di promozione dei diritti umani e della giustizia internazionale.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Una sinistra vera deve essere alla testa del movimento per la cooperazione internazionale, sostenendo attivamente lo straordinario lavoro che tante associazioni e ONG hanno continuato a fare in questi anni nonostante i vergognosi tagli pubblici del Governo e del Parlamento alla cooperazione italiana.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Gianni Melilla</div>
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		<title>Smonta Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 05:02:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Smontare il paese pezzo per pezzo: sembra questa la principale linea direttrice del governo Monti. Per permettere il varo di questo ambizioso piano, un progetto che potremmo definire “Smonta Italia”, occorreva una congiuntura favorevole fatta di almeno tre ingredienti fondamentali. Il primo di questi ingredienti è stato quello dell’emergenza finanziaria internazionale coniugata con il “vincolo esterno”, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center">Smontare il paese pezzo per pezzo: sembra questa la principale linea direttrice del governo Monti. Per permettere il varo di questo ambizioso piano, un progetto che potremmo definire “Smonta Italia”, occorreva una congiuntura favorevole fatta di almeno tre ingredienti fondamentali.<span id="more-36058"></span></p>
<div style="text-align: justify;">Il primo di questi ingredienti è stato quello dell’emergenza finanziaria internazionale coniugata con il “vincolo esterno”, che impone di difendere l’euro costi quel che costi. Quello che l’amministrazione Bush ha fatto con lo spauracchio di al-Qaeda, l’attuale leadership liberista europea &#8211; con alla testa il triste trio Merkel/Sarkozy/Monti &#8211; ha fatto con lo “spread” e la crisi finanziaria. Lo “spread” è divenuto uno spettro, un’inafferrabile fonte di terrore, agitato di continuo per abituare l’opinione pubblica alle necessità di scelte obbligate e unidirezionali sulle quali nessuno può avanzare dubbi o invocare i tempi un poco più lunghi delle scelte razionali e meditate. Altrimenti aumenta lo “spread”. Altrimenti i tentacoli di al-Qaeda stringeranno in una morsa gli Stati Uniti diceva Bush, mentre in tutta fretta decideva di bombardare prima l’Afghanistan e poi l’Iraq.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">L’altro ingrediente fondamentale è stato il totale discredito della classe politica odierna, bistrattata da cittadini e mezzi di comunicazione, ma pur sempre costretta ad un, sia pur tenue, rapporto con l’elettorato. Il discredito della classe politica ha consentito al presidente Giorgio Napolitano – la cui affidabilità per le élite conservatrici dell’Europa è stata comprovata, prima dall’applicazione delle regole anti immigrazione di Shengen e poi dal sostegno acritico a tutte le missioni militari dall’Afghanistan alla Libia – di nominare un commissario con poteri straordinari in grado di tenere sotto ricatto la stragrande maggioranza dello schieramento parlamentare.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Il terzo ingrediente fondamentale è stato il fervore ideologico delle solite élite nostrane e della quasi totalità dei mezzi di comunicazione, espressione di quelle stesse élite. Questo fervore ideologico liberista predica l’uscita dalla crisi attraverso il pareggio di bilancio, le privatizzazioni, la deregolamentazione e l’aumento della competizione fra i singoli cittadini. Un disco rotto che i recenti successi referendari a difesa dell&#8217;acqua pubblica e i risultati spiazzanti delle elezioni locali sembravano aver sbloccato, ma solo in apparenza.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Avete notato come, se non per una critica di rito allo statalismo degli anni ’60 e ’70 (gli anni in cui la maggior parte degli italiani hanno conosciuto per la prima volta il benessere), Monti e i suoi ideologi non facciano mai riferimento alla storia per confortare le loro proposte? Non lo fanno per il semplice motivo che ogni singolo episodio della storia dell’umanità dimostra che da profonde crisi economiche e sociali si è potuti uscire (magari male come nel caso del riarmo tedesco degli anni ‘30) con più intervento pubblico, più investimenti, più pianificazione, più coesione sociale e più coinvolgimento diretto dei cittadini contro la tentazione dell’ognun per sé. Quando ciò non è avvenuto, per esempio sotto l’azione dei governi liberisti dell’America Latina degli anni ’80 e ’90, i risultati sono stati disastrosi e le ribellioni non si sono fatte attendere a lungo.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">I tre ingredienti elencati qui sopra hanno permesso di confezionare l&#8217;indigesta pietanza Smonta Italia. Essa si fonda su:</div>
<p style="text-align: justify;">-     la costante riduzione della spesa pubblica in modo di ottenere un avanzo primario del 4 per cento del Pil e far così mancare ossigeno a servizi pubblici, sia quelli di interesse nazionale che a quelli locali. Il disinvestimento nel settore pubblico genererà giocoforza un costante abbassamento della qualità e pressioni sempre più forti verso una privatizzazione totale di reti e servizi;</p>
<p style="text-align: justify;">-     la smobilitazione dello Stato da tutte le reti strategiche, da quelle del trasporto quelle all’energia, e il loro affidamento ad autorità regolative senza alcun controllo da parte dei cittadini e colluse con i controllati, con il probabile risultato di una loro privatizzazione e successiva vendita a società estere più capitalizzate, siano esse pubbliche o private;</p>
<p style="text-align: justify;">-     l’attacco sistematico a tutti i quei possibili presidi di contestazione, di ragionamento critico, di resistenza alle tecnocrazie e di salvaguardia di uno spirito pubblico come la scuola o l’università pubblica. Mentre la privatizzazione della scuola ancora genera troppe resistenze nella società italiana, già si preparano le norme sull’abolizione del valore legale della laurea e sull’aumento esponenziale delle tasse studentesche; decisioni che mirano a dividere le università tra quelle di “qualità”, cui potranno accedere solo i ricchi o gli indebitati fino al collo, e quelle che forniranno titoli di carta straccia adatti a conseguire lavori precari e sottopagati.</p>
<p style="text-align: justify;">-     l’attacco frontale all’idea che i lavoratori possano condividere degli interessi, negoziare in modo coordinato sulle proprie condizioni di vita, partecipare in qualsiasi forma, anche la più indiretta, alla gestione di imprese e servizi. Il lavoratore non deve avere identità in quanto produttore o erogatore di servizi ma solo in quanto consumatore. Lo stesso tassista è vituperato quando è alla guida, ma esaltato nel momento in cui stipula un contratto telefonico. E il primo strumento per l’annullamento dell’identità come lavoratore è l’abolizione dei contratti collettivi nazionali in favore di un percorso sempre più lungo di precariato e di competizione con i propri colleghi, terminante in un “contratto unico” certamente diverso dal contratto collettivo nazionale e contenente solo una lista generica e sempre più striminzita di diritti;</p>
<p style="text-align: justify;">-     la propaganda a tappeto contro le corporazioni che, mentre lambisce alcune professioni certamente privilegiate, rafforza le vere corporazioni che governano il nostro paese e che sono ben contente di ottenere sconti sui servizi professionali di architetti, notai, avvocati, tassisti, etc.. Le vere corporazione sono le grandi imprese, le società bancarie e assicurative, le Spa pubbliche o private che gestiscono servizi. Queste gigantesche corporazioni, contro le quali gli accademici dell’economia e del diritto raramente si scagliano, vivono in regime di monopolio, sono endogamiche nei propri consigli di amministrazione, e rappresentano una cricca sempre più integrata nel sistema politico che succhia la linfa vitale del popolo italiano, sterilizzando i frutti del suo lavoro.</p>
<div style="text-align: justify;">Smonta Italia è un progetto ideologico che non si curerà del fatto che i servizi  e reti privatizzate aumenteranno costantemente di prezzo: vedi tariffe autostradali, idriche, etc. Né si curerà del fatto che ogni anno centinaia di imprese italiane sono comprate da stranieri. Tantomeno si porrà il problema della riduzione del numero dei laureati e degli iscritti nelle università, dell’analfebetismo di ritorno, dei salari sempre più bassi e dei lavori precari, del crescente odio per la classe politica e tra le diverse aree del paese. Tutto questo non riguarda Smonta Italia, perché l’unico interesse del governo attuale è la demolizione, lo spezzettamento, l’affidamento ad orgasmi tecnocratici come agenzie ed autority (l’ultima è l’Anvur per l’università), di quanto edificato a fatica in decenni di storia dell’Italia repubblicana. Una volta smontata l’Italia e quel che rimane di istituzioni e di un senso comune, resterà solo il mercato senza società, senza cultura, senza cittadini e senza imprese, un territorio popolato da consumatori e da volantini inneggianti alle liberalizzazioni.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Giuliano Garavini</div>
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		<title>Fuoricorso, sfigati e dintorni</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 05:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spaventa l&#8217;approssimazione con cui si affronta un problema delicato come quello dei fuoricorso, impropriamente accomunati con gli universitari over 28 (e chi si iscrive a qualche anno di distanza dal diploma? e chi prende la seconda laurea?). E spaventa ancora di più l&#8217;approssimazione con cui si fanno i calcoli che dovrebbero ammantare di presunta oggettività numerica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
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<p>Spaventa l&#8217;approssimazione con cui si affronta un problema delicato come quello dei fuoricorso, impropriamente accomunati con gli universitari over 28 (e chi si iscrive a qualche anno di distanza dal diploma? e chi prende la seconda laurea?). E spaventa ancora di più l&#8217;approssimazione con cui si fanno i calcoli che dovrebbero ammantare di presunta oggettività numerica le tesi esposte: l&#8217;articolo apparso ieri (29 gennaio) su Repubblica.it (<a href="http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/29/news/sfigati_bamboccioni-28980239/" target="_blank">http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/29/news/sfigati_bamboccioni-28980239/</a>), a firma di Salvo Intravaia, stima in 12 miliardi l&#8217;anno il costo dei fuoricorso. Una cifra a dir poco incredibile, visto che l&#8217;ammontare complessivo del fondo di finanziamento ordinario delle università è circa 7 miliardi.<span id="more-36054"></span></p>
<p>Già questo basterebbe a smentire l&#8217;ipotesi di un costo così cospicuo per le casse dello Stato, senza contare che il costo del mantenimento agli studi oltre i tempi regolamentari ricade prevalentemente sullo studente e sulla sua famiglia attraverso il pagamento delle tasse universitarie.</p>
<p>Non è corretto, ad ogni modo, come pare si sia fatto, calcolare il costo unitario per studente dividendo la spesa complessiva delle università per il numero di iscritti: bisognerebbe come minimo scorporare le spese non connesse all&#8217;attività didattica e alla gestione delle carriere; e si dovrebbe, inoltre, sottrarre a questo costo l&#8217;ammontare della già citata contribuzione studentesca.</p>
<p>Sarebbe invece opportuno interrogarsi sulle ragioni di tali ritardi nel conseguimento del titolo di studio, un problema che si è tentato senza successo di affrontare attraverso la riforma degli ordinamenti, con l&#8217;introduzione del 3+2, una riforma i cui esiti non sono mai stati oggetto di un&#8217;approfondita verifica. In alcuni casi, come in effetti l&#8217;articolo non manca di sottolineare, intervengono difficoltà economiche o situazioni di disagio di varia natura. In altri casi, è la stessa organizzazione del percorso formativo a mettere in difficoltà gli studenti, attraverso veri e propri percorsi ad ostacoli: spesso vengono violate, da parte dei docenti, quelle regole (pur presenti) che permetterebbero allo studente di prepararsi in maniera più puntuale. Ad esempio, raramente le date degli appelli vengono pubblicate con un anticipo sufficiente a consentire un&#8217;efficace pianificazione dello studio; senza contare tutti quei casi in cui il programma d&#8217;esame e il relativo materiale didattico non vengono resi disponibili, un problema di cui soffrono soprattutto coloro che, per varie ragioni, non hanno la possibilità di frequentare i corsi. In aggiunta a ciò, le cosiddette propedeuticità, presenti nella maggior parte dei corsi di laurea, impongono di sostenere gli esami in un determinato ordine, non sempre sulla base di sensate motivazioni culturali.</p>
<p>Insomma, la questione dei fuoricorso esiste, ma invece di additare questi studenti come causa del problema o come fonte di una spesa inesistente, sarebbe il caso di investigare più approfonditamente le difficoltà che gli studenti incontrano, proponendo soluzioni concrete e non demagogiche.</p>
<p>Marta Gallucci</p>
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		<title>I bamboccioni e la bufala da 12 miliardi</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 15:22:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Brivido, terrore, raccapriccio!! Ieri sera navigavo quietamente in rete quando d’improvviso mi imbatto in una notizia sensazionale, di quelle che ti cambiano la serata. “Laureati fuori-corso e bamboccioni costano parecchi miliardi di euro”, e subito sotto: “I conti dicono che la spesa per lo Stato è di 12 miliardi l’anno”. 12 milardi di euro? E’ una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Brivido, terrore, raccapriccio!! Ieri sera navigavo quietamente in rete quando d’improvviso mi imbatto in una <a href="http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/29/news/sfigati_bamboccioni-28980239/" target="_blank">notizia sensazionale</a>, di quelle che ti cambiano la serata. “<em><strong>Laureati fuori-corso e bamboccioni costano parecchi miliardi di euro</strong></em>”, e subito sotto: “<em>I conti dicono che la spesa per lo Stato è di 12 miliardi l’anno</em>”.<br />
<span id="more-36050"></span><strong>12 milardi di euro</strong>? E’ una cifra <em>enorme</em>! Con quei soldi ci si potrebbe togliere lo sfizio di costruire un <a href="http://www.nuovosoldo.net/2011/10/19/ponte-di-messina-wwf-gli-85-miliardi-di-euro-previsti-per-lopera-vadano-alle-vere-priorita/" target="_blank">ponte di Messina</a> all’anno e avanzerebbero ancora soldi per <a href="http://opendatablog.ilsole24ore.com/2011/08/le-voci-di-spesa-nel-bilancio-dello-stato/" target="_blank">quadruplicare</a>l’investimento pubblico in ricerca e innovazione in Italia. Oppure, si potrebbe <strong>regalare</strong> <strong>10 mila euro l’anno</strong> ad ogni studente universitario in corso in Italia: ricchi, poveri, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=BAKZyDuXErs" target="_blank">ghepardi</a>, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=24RLtzcMkqE" target="_blank">bradipi</a>, padani o <a href="http://www.youtube.com/watch?v=TCMszSjgKHE" target="_blank">extraterrestri</a> che siano! Ma è possibile che per risparmiare una simile fortuna sia sufficiente sterminare i fuoricorso??</p>
<p>La risposta è ovviamente no, anzi: il fatto che i fuoricorso gravino sulle casse dello stato è una<strong>leggenda metropolitana</strong>. Il numero, le dimensioni e quindi le risorse “consumate” dai corsi di laurea dipendono dal numero degli studenti che si <a href="http://attiministeriali.miur.it/anno-2010/settembre/dm-22092010.aspx" target="_blank">immatricolano</a>, e non dal tempo che impiegano a laurearsi. I fuoricorso di norma seguono ciascun corso e/o laboratorio una volta sola, esattamente tanto quanto i regolari: <strong>non ripetono l’anno come al liceo</strong>, ma semplicemente diluiscono (per i motivi più vari) nel tempo la loro carriera universitaria.</p>
<p>La loro laurea costa quindi alla collettività praticamente <strong>la stessa cifra</strong> di quella di uno studente regolare: forse alcuni affolleranno un po’ più a lungo le aulette studenti (dove ci sono), ma pagano più a lungo le tasse (<a href="http://www.uniroma1.it/archivionotizie/tasse-i-fuori-corso" target="_blank">spesso maggiorate</a>!)  per ottenere il medesimo “servizio”: gli unici che ci rimettono sono loro. Anche se tutti i fuoricorso venissero internati in campi di rieducazione ad edificare <strong>monumenti equestri</strong> a <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/25/martone-sfigato-ordinario/186394/" target="_blank">Martone il fustigatore</a> non si risparmierebbe un bel nulla.</p>
<p>Ma allora <strong>da dove viene fuori</strong> questa cifra assurda? Per farcela sono richiesti due passaggi e una fantasia al limite del lisergico.</p>
<p>Il primo è di una semplicità assoluta. Si prende il costo medio per studente, lo si moltiplica per il numero degli studenti fuoricorso (un terzo, secondo i loro dati) e si definisce il risultato “<strong>euro bruciati</strong>”.  Due numeri, un’operazione aritmetica, una definizione: ecco che compaiono magicamente i primi 4,4 miliardi di euro “sprecati”, un terzo delle risorse.</p>
<p>Il secondo invece è meno elegante: <strong>dati a casaccio</strong>, senza fonte. Si afferma che su 290.000 laureati ben 215.000 (il 75%) sono “all’estero o disoccupati”: necessariamente ne consegue che i tre quarti delle lauree sono sprecate. Il database <a href="http://www2.almalaurea.it/cgi-php/universita/statistiche/framescheda.php?anno=2010&amp;corstipo=TUTTI&amp;ateneo=tutti&amp;facolta=tutti&amp;gruppo=tutti&amp;pa=tutti&amp;classe=tutti&amp;postcorso=tutti&amp;annolau=3&amp;disaggregazione=tutti&amp;LANG=it&amp;CONFIG=occupazione" target="_blank">Almalaurea</a> afferma però il tasso di disoccupazione a tre anni dalla laurea è del 7.1%, quindi se <em>Repubblica </em>ha ragione altro che fuga dei cervelli, qui c’è stato un <strong>esodo di proporzioni bibliche</strong>: quasi 7 laureati italiani su 10 sono all’estero e non se n’è accorto nessuno!</p>
<p>Dulcis in fundo, i tre quarti “calcolati” in fase due vengono elegantemente sommati al terzo “calcolato” in fase uno e totalizziamo così un record mondiale:<strong> sprechiamo ancora più soldi di quanti ne investiamo, </strong>un euro e 8 centesimi per ogni euro: maledetti fuoricorso!</p>
<p>Un dubbio mi assale: e se gli unici soldi sprecati fossero quelli che hanno pagato gli studi all’<strong>ineffabile matematico</strong> di <em>Repubblica</em>?</p>
<p>Alessandro Ferretti</p>
<p>fonte: <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/30/i-bamboccioni-e-la-bufala-da-12-miliardi/187584/">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/30/i-bamboccioni-e-la-bufala-da-12-miliardi/187584/</a></p>
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		<title>Don’t cry for me, Elsa</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 10:04:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Ci spiace, ma bisogna fare per forza quest’operazione. La chiuderemo. Tenere in vita l’Agenzia così com’è sarebbe la riprova che in Italia non si può chiudere niente”. In questa dichiarazione del Ministro Elsa Fornero, scodellata non in un convegno ma, come dicono i giornali, “a margine di un convegno”, possiamo rilevare: un atto di dolore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>“Ci spiace, ma bisogna fare per forza quest’operazione. La chiuderemo. Tenere in vita l’Agenzia così com’è sarebbe la riprova che in Italia non si può chiudere niente”. </em>In questa dichiarazione del Ministro Elsa Fornero, scodellata non in un convegno ma, come dicono i giornali, “a margine di un convegno”, possiamo rilevare: un atto di dolore <em>(ci spiace)</em>, questa volta senza versamento di lacrime; un atto di volontà <em>(bisogna fare per forza quest’operazione)</em>; un atto d’imperio <em>(la chiuderemo)</em>; un periodo da sillogismo di primo grado, detto anche “minore” (<em>tenere in vita l’Agenzia così com’è sarebbe la riprova…)</em>.<span id="more-36033"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Manca viceversa e del tutto: una valutazione economica (del tipo: <em>i costi dell’Agenzia sono ics, le risorse disponibili dello Stato sono ipsilon)</em>; una procedura democratica minima (del tipo: <em>dopo aver consultato le parti in causa rendo noto…)</em>; uno stile comunicativo istituzionale (del tipo: <em>ho già preavvisato le rappresentanze delle associazioni interessate che…)</em>. Così chiude l’Agenzia del Terzo Settore, 35 persone previste nello staff, 12 allo stato effettive, non assunte ex novo ma distaccate dalla Regione Lombardia, dalla Provincia e dal Comune di Milano dove l’Agenzia, nata dieci anni fa e posta in capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, aveva sede.</p>
<p style="text-align: justify;">Sgomento del presidente in carica Stefano Zamagni, collega in quanto economista del Ministro, all’oscuro di tutto. Sgomento del mondo del volontariato, dell’associazionismo, delle cooperative sociali, di quel circuito virtuoso che in Italia ancora opera sul terreno delle politiche sociali, spesso supplendo al deficit dello Stato, verso servizi educativi a sostegno di famiglie, di disabili, di migranti, di anziani. Il ministro Fornero insegna da anni economia politica all’università di Torino, è ai vertici del primo gruppo bancario italiano, si alza tutti i giorni alle cinque e mezzo. La notte tra il quattro e cinque dicembre scorso la maggioranza degli italiani si è coricata con il retributivo e si è svegliata – grazie a Fornero – con il contributivo pro rata, senza possibilità di fuga, dato che Fornero aveva previsto la scomparsa di ogni qualsiasi finestra d’uscita. “Non chiamatemi <em>la Fornero</em>, dite Fornero e basta, come dite Monti”. E ha ragione in questa sua annotazione antimaschilista. Nessuno direbbe infatti <em>il Monti</em>, neppure <em>il Polillo</em>, men che meno <em>il Passera</em>, per dire di due esponenti di governo con cui opera d’amore e d’accordo.</p>
<p style="text-align: justify;">Riconosciamo che arduo è il compito che le hanno affidato, dure le decisioni da prendere (certo, per chi considera queste e solo queste le regole del gioco della crisi economica e delle vie d’uscita possibili), complesso passare dalle verità dell’insegnamento accademico all’azione concreta di governo. Dunque non diremo di lei <em>la Fornero</em>. Ma tanto nel <em>merito</em> come nel <em>metodo</em> del suo agire di ministro eviti che si finisca un giorno con il chiamarla <em>signora Fornero</em>. In inglese <em>Lady</em>, come si disse all’epoca di Marghareth Thatcher; in tedesco <em>Frau,</em> come si dice oggi di Angela Merkel. Sarebbe quello il giorni in cui, insieme ad una importante Agenzia, avrebbe chiuso anche l’Italia.</p>
<p>Arturo Vesponi</p>
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		<title>No alla precarietà a tempo indeterminato</title>
		<link>http://www.sinistraecologialiberta.it/articoli/no-alla-precarieta-a-tempo-indeterminato/</link>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:33:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[9 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[il nostro tempo è adesso]]></category>
		<category><![CDATA[la vita non aspetta]]></category>
		<category><![CDATA[precari]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo le proposte de &#8220;Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta&#8221;, il comitato che ha organizzato la manifestazione del 9 aprile, quando ragazze e ragazzi di tutta Italia scesero in piazza rivendicando un altro modo  per liberarsi della precarietà. In queste ultime settimane, in nome dei giovani e della loro condizione di precarietà, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Pubblichiamo le proposte de &#8220;Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta&#8221;, il comitato che ha organizzato la manifestazione del 9 aprile, quando ragazze e ragazzi di tutta Italia scesero in piazza rivendicando un altro modo  per liberarsi della precarietà.</em></p>
<p style="text-align: justify;">In queste ultime settimane, in nome dei giovani e della loro condizione di precarietà, si è aperto un acceso dibattito sulla riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali intorno all&#8217;idea di un presunto “contratto unico” e al modello della “flexsecurity”. Tutti si sono preoccupati dei giovani lavoratori precari, ma pochi si sono interessati di capirne veramente la condizione e ascoltarne le ragioni. “Il nostro tempo è adesso”, il comitato che raccoglie reti di lavoratori precari e realtà politiche giovanili che il 9 Aprile scorso hanno dato vita alla loro prima manifestazione nazionale, prende la parola e rilancia il proprio decalogo, dieci proposte concrete, frutto dell&#8217;elaborazione di chi la precarietà la vive davvero.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-36003"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Un decalogo che affronta la complessità delle problematiche che vivono le lavoratrici e i lavoratori precari, al posto di una “soluzione unica” che ci pare, non solo poco efficace, ma soprattutto strumentale. Non vorremmo infatti che, dietro la rassicurante formula del “contratto unico” si nascondesse l’ennesimo contratto precario, che non cancella i contratti truffa e soprattutto non tutela la molteplicità e la differenza delle figure che popolano il mondo del lavoro. Rifiutiamo inoltre la strumentalità dello scambio tra <em>garantiti </em>e<em> non garantiti</em>, funzionale a quel gioco al ribasso che mira a ridurre i nostri diritti per renderci di fatto <strong>precari a tempo indeterminato</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ad un lavoro stabile deve corrispondere un contratto stabile,</strong> e quindi eliminazione di tutti i contratti di lavoro “usa e getta”. Questo deve avvenire nel privato ma anche nel pubblico, dove si nasconde gran parte del lavoro precario e dove è necessario implementare un piano di assunzioni. <strong>L&#8217;ingresso al lavoro</strong> <strong>non può diventare un labirinto senza uscita</strong> e deve avvenire con un contratto di lavoro vero, che garantisca pieni diritti, formazione, tempi certi di conferma. <strong>Il lavoro discontinuo deve essere pagato di più</strong>, costare di più alle aziende e prevedere tutte le tutele sociali in materia di malattia, maternità, previdenza, disoccupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; necessario estendere a tutti gli ammortizzatori sociali per <strong>garantire la continuità di reddito</strong> e prevedere un <strong>reddito minimo di inserimento</strong> per i giovani in cerca di prima occupazione accompagnato da politiche attive per il lavoro, <strong>formazione continua</strong> e politiche che promuovano il <strong>diritto all&#8217;autonomia abitativa</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ sulla base di queste proposte che inauguriamo una campagna che possa coinvolgere in primo luogo i giovani, le lavoratrici e i lavoratori precari, attraverso un percorso di condivisione, e contemporanemente vogliamo attivare un confronto ampio, rivolto anche alle forze politiche e sindacali, nonché ovviamente alle Istituzioni, perché siamo certi che le risposte che chiediamo da anni non possano che arrivare da un dibattito pubblico che metta al centro le nostre esperienze, i nostri desideri, il nostro presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Aderisci al decalogo e fai girare <a href="mailto:info@ilnostrotempoeadesso.it">info@ilnostrotempoeadesso.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1. CONTRATTO STABILE PER LAVORO STABILE</strong><br />
La precarietà è la truffa attraverso cui scaricare il rischio dall&#8217;impresa ai lavoratori. Il rischio della discontinuità e il rischio economico. La precarietà serve a far pagare meno il lavoro. Meno di quanto vale.<br />
Per questo serve affermare l&#8217;ovvio. Chi fa un lavoro stabile deve avere un contratto stabile. Chi fa un lavoro subordinato deve avere un contratto subordinato. Per fare questo sono necessari alcuni provvedimenti: abrogare le forme di lavoro più precarizzanti; rendere, per il datore di lavoro, il lavoro autonomo più costoso del lavoro subordinato; escludere le mansioni esecutive e ciò che ha che vedere con il “core business” dell’impresa dalla sfera di applicazione del lavoro autonomo; smascherare le truffe che si celano dietro gli stage: stage e praticantato dovrebbero essere strumenti per formarsi ed esplorare il mondo del lavoro, ma troppo spesso vengono utilizzati come lavoro gratuito al posto di lavoro vero. Per questo sono necessarie regole per gli stage e sanzioni per chi non le rispetta, per questo gli stage devono essere rivolti a chi è inserito in percorsi di studio o li ha appena completati e devono prevedere un rimborso spese adeguato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/241-contratto-stabile-per-lavoro-stabile.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>2. IL LAVORO DEVE ESSERE PAGATO. BENE.</strong><br />
La precarietà vuol dire essere pagati poco, pochissimo. A volte niente. Poco conta che addirittura un articolo della nostra Costituzione preveda il diritto all&#8217;equo compenso. Ma questo non si chiama lavoro, si chiama sfruttamento.<br />
Noi vogliamo una paga che corrisponda alla quantità e alla qualità del nostro lavoro. I livelli minimi retributivi dei contratti collettivi nazionali di lavoro devono valere, a parità di lavoro, per tutti coloro che prestano la loro opera presso un committente a prescindere dalla tipologia d’impiego. E non è tutto: chi fa un lavoro strutturalmente discontinuo deve essere pagato di più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3. CONTINUITÀ DI REDDITO</strong><br />
La precarietà significa che se rimani senza lavoro non hai diritto a un sostegno di welfare. Vale per i collaboratori, vale per le p.iva, vale, spesso, per i lavoratori a termine che non hanno i requisiti contributivi per accedere all&#8217;indennità di disoccupazione. Eppure sono proprio le lavoratrici e i lavoratori precari ad essere i più esposti al rischio disoccupazione e proprio quelli a cui viene negato questo diritto.<br />
L&#8217;indennità di disoccupazione va estesa, subito, a tutti: alle lavoratrici e ai lavoratori parasubordinati, a chi presta la sua opera con p.iva e vede una drastica diminuzione del proprio reddito a causa della perdita di gran parte dei suoi committenti, a tutti i lavoratori a tempo determinato che oggi non vi posso accedere.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/243-continuita-di-reddito.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>4. REDDITO MINIMO D&#8217;INSERIMENTO</strong><br />
La disoccupazione e la povertà sono l&#8217;altra faccia della precarietà del lavoro. Chi si barcamena tra la ricerca -senza risultati- di un lavoro, stage truffa e lavoretti in nero, paga esattamente il prezzo di un mondo del lavoro precarizzato e asfittico. La precarietà si nutre proprio di questo bacino: il 30% di giovani disoccupati e di oltre 2 milioni NEET. Quando si è senza possibilità si è disposti ad accettare tutto, anche lavori senza diritti, né tutele, né compensi decenti.<br />
Il circolo vizioso di questo ricatto va spezzato con uno strumento che aumenti i gradi di libertà dei soggetti e che permetta di sottrarsi al ricatto. Al ricatto della precarietà e a quello del lavoro nero.<br />
Va introdotto, subito, anche in Italia un Reddito Minimo rivolto a chi è disoccupato, inoccupato o ha un reddito al di sotto della soglia di povertà, coordinato con l’azione di supporto e promozionale da parte di servizi pubblici per l’impiego per l’inserimento al lavoro e per una vita attiva. Un reddito fatto del libero accesso ai servizi e di un contributo monetario che, come previsto dalla risoluzione del Parlamento Europeo del 20 Ottobre 2010 (“Il ruolo del reddito minimo nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale in Europa”), corrisponda almeno al 60% del reddito mediano nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/238-reddito-minimo-dinserimento.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>5. PREVIDENZA. NON È UNA VECCHIAIA PER GIOVANI.</strong><br />
Chi è giovane e precario oggi, sarà un vecchio povero domani. È un&#8217;equazione senza incognite. La discontinuità del lavoro e quindi la discontinuità dei contributi per la pensione, uniti a retribuzioni ai limiti della miseria vorrebbero condannarci a una vecchiaia senza pensione (o con pensioni da fame). E non è tutto. Per chi lavora con p.iva i contributi previdenziali sono tutti sulle spalle dei lavoratori: un grosso esborso oggi per una pensione inesistente domani.<br />
Vogliamo assicurarci la vecchiaia. Per avere una pensione dignitosa domani è necessario avere compensi decenti oggi: i lavoratori autonomi devono avere compensi superiori a quanto previsto dai minimi dei Contratti collettivi nazionali; contributi previdenziali figurativi nei periodi di non lavoro; vanno adeguati i contributi, rendendoli uguali a quelli dei lavoratori dipendenti, addebitandoli, però, ai committenti proprio come avviene per i lavoratori dipendenti. Inoltre è necessario che tutti i contributi versati possano essere cumulati. Ed è necessario che COMUNQUE lo stato assicuri a chi ha lavorato una vita, ancor più se precario, una pensione che permetta una vita dignitosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/245-previdenza.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6. DIRITTO DI VOTO, DI ASSEMBLEA, DI SCIOPERO</strong><br />
Non è solo l&#8217;instabilità, né la miseria delle nostre paghe. È anche la totale assenza di diritti, la ricattabilità costante nel posto di lavoro che ci rende precari. Vogliamo avere voce in capitolo sulle nostre condizioni di lavoro e sui nostri contratti: senza delegare ad altri le nostre rivendicazioni. Vogliamo il diritto di voto elezioni per le rappresentanze dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Vogliamo potere eleggere ed essere eletti. Vogliamo avere diritti sindacali: diritto di sciopero e permessi per le assemblee. Vogliamo che i diritti sindacali previsti nei contratti collettivi nazionali di lavoro valgano per tutti. Anche per noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/239-rappresentanza-e-diritti-sindacali.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>7. MATERNITÀ E PATERNITÀ. DIRITTI UNIVERSALI</strong><br />
La precarietà è il vero contraccettivo del nostro tempo.<br />
Non è un paese per madri quello che abitiamo. Né per padri. Sembra essere solo un paese per figli. Figli precari di genitori vecchi che con i loro risparmi tappano i buchi di un welfare che non c&#8217;è. Non c&#8217;è neanche per chi vuole diventare madre e non ha un contratto di lavoro che le garantisca un sostegno in caso di gravidanza. Non c&#8217;è per i padri con contratti precari che vogliano dedicare del tempo ai loro figli.<br />
Vogliamo che la maternità diventi un diritto universale che prescinde dal contratto di lavoro e che si tramuti in sostegno al reddito e servizi. Vogliamo che la maternità sia sostenuta per tutte: chi lavora, chi non lavora, chi sceglie di non lavorare. E anche la paternità.<br />
Vogliamo che le donne che scelgono di diventare madri non vivano nel ricatto: dimissioni in bianco, contratti non rinnovati e interruzioni del rapporto di lavoro mettono le donne di fronte all’aut-aut vita-lavoro. Vogliamo che le donne e gli uomini che desiderano avere figli lo possano fare liberamente, anche se non hanno un lavoro, anche se non hanno un reddito.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/240-maternita-e-paternita-diritti-universali.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>8. DIRITTO AD AMMALARSI</strong><br />
Anche chi è precaria/o si ammala. Sembra una ovvietà eppure non lo è.<br />
Chi lavora con p.iva o è associato in partecipazione non ha accesso all&#8217;indennità di malattia. Se si ammala, insomma, non viene pagato. Chi lavora con contratto a progetto o collaborazione occasionale, a meno che non si tratti di malattia grave e ricovero in ospedale, rimane senza compenso o riceve un indennizzo solo simbolico: il che equivale a dire che anche con la febbre alta non si salta un giorno di lavoro.<br />
Noi vogliamo un diritto elementare. Quello ad ammalarsi anche se si è precari. L&#8217;indennità di malattia prevista per i lavoratori subordinati deve essere garantita anche per chi ha un contratto precario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>9.  FORMAZIONE CONTINUA… E GARANTITA!</strong><br />
La costruzione e la disseminazione di conoscenza è l&#8217;unica chance per un nuovo sviluppo fondato sull&#8217;inclusione sociale e il benessere collettivo. L&#8217;Italia ha tradito tutti gli obiettivi della società della conoscenza e soprattutto ha tradito le nuove generazioni che si trovano ad avere crescenti difficoltà ad accedere alla conoscenza e, quando ce la fanno, a non poter restituire al proprio paese le competenze acquisite in anni di studio e ricerca.<br />
Non vogliamo cadere nella retorica strumentale dei lavori umili e non smetteremo di formarci, perché la conoscenza è un bene sociale che si moltiplica se tutti possono scommettere al massimo sulle proprie capacità.<br />
Per questo vogliamo il diritto a formarci tutto l&#8217;arco della vita: prima del lavoro, durante e tra un lavoro e l&#8217;altro. Questo diritto va garantito attraverso un sistema integrato di istruzione e formazione che consenta: un&#8217;offerta formativa adeguata e di qualità, un welfare che ne sostenga il libero accesso, il diritto contrattualmente riconosciuto alla formazione continua.<br />
Infine è necessario un sistema di certificazione delle competenze e conoscenze acquisite e la correlazione tra queste e i profili professionali contrattualmente riconosciuti: siamo infatti la generazione più formata e sotto-inquadrata della storia repubblicana.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/242-formazione-continua.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>10. QUESTA È LA MIA CASA. LA CASA DOV&#8217;È?</strong><br />
Un’economia di carta e di mattoni ha distrutto sogni ed aspettative di una generazione. La carta delle speculazioni finanziarie,  i mattoni di quelle edilizie. La casa è un sogno irrealizzabile per le lavoratrici e i lavoratori precari: moderni nomadi di affitti in nero, ricerche disperate, coabitazioni coatte. Troppo cari gli affitti, impraticabile l’acquisto, inaccessibili i mutui. Eppure  in questi anni si è costruito tanto: troppe case, ma troppo costose perché non è importante che siano a disposizione dei cittadini, ma nelle disponibilità di qualche fondo immobiliare.<br />
E’ una tendenza da invertire: quello all&#8217;abitare è un diritto di tutte e tutti.  Vogliamo poter vivere la nostra vita con un tetto decoroso sopra la testa e vogliamo delle città a misura di persone. Vogliamo che le case sfitte siano affittate ai tanti che le cercano a prezzi ragionevoli, senza essere costretti all’acquisto; vogliamo investimenti sull&#8217;edilizia popolare perché offrire una casa non può essere questione di profitto. Vogliamo sperimentare forme di autocostruzione e riutilizzo di spazi in luoghi abitativi come già sperimentato in alcune regioni italiane ed europee attraverso progetti di riqualificazione degli edifici pubblici dismessi, da destinare a case dello studente e alloggi popolari. Vogliamo contratti di affitto e forme di locazione agevolata per chi lavora con contratti precari o ha redditi bassi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/237-il-nostro-decalogo.html">http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/237-il-nostro-decalogo.html</a></p>
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		<title>C&#8217;è del marcio in Danimarca. O in Italia?</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 18:45:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Considerazioni sull&#8217;ultimo libro di Pietro Ichino “Inchiesta sul lavoro”. A dispetto del titolo non è un’inchiesta. Non lo è in senso tecnico. Piuttosto un insieme di domande (la parte migliore del testo) e risposte che ruotano intorno ad un unico grande punto: l’articolo 18 come male assoluto del nostro Paese. Non sembri un’esagerazione, è proprio così. Più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Considerazioni sull&#8217;ultimo libro di Pietro Ichino “Inchiesta sul lavoro”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">A dispetto del titolo non è un’inchiesta. Non lo è in senso tecnico. Piuttosto un insieme di domande (la parte migliore del testo) e risposte che ruotano intorno ad un unico grande punto: l’articolo 18 come male assoluto del nostro Paese. Non sembri un’esagerazione, è proprio così. Più della corruzione, della illegalità, dell’assenza di infrastrutture, di interi territori controllati dalla criminalità organizzata potè l’articolo 18 nel dissuadere gli investimenti stranieri nel bel Paese.<span id="more-35994"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dall’analisi manca del tutto la crisi, la recessione, il milione di lavoratori che andranno a casa nel corso dei prossimi mesi; manca una riflessione seria sulla democrazia sui luoghi di lavoro, sul clima che si respira nei fortini assediati dove il lavoro resiste. Il noto giuslavorista appare aver assunto in tutto e per tutto un punto di vista ideologico, persino un po’ provocatorio e rozzo fondato sulle ragioni dell’impresa. Congedandosi per sempre da quell’approccio al diritto del lavoro come diritto che norma e regola le relazioni tra soggetti dispari, tra ambiti (l’impresa e il lavoro) che hanno diverso peso e potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il professore appare estremamente sensibile alle ragioni dei figli, degli outsider, dei giovani precari. La loro assenza di futuro dipende dai padri, dagli insider e dal cosiddetto job property. Pur specificando che non vi è nessuna prova sulla esattezza di questa equazione, ma solo dati empirici raccolti qua e là, il cuore della sua proposta muove da questo assioma non dimostrato. E muove sulle ali della giustizia facendo una operazione curiosa. Non c’è bisogno di estendere diritti e tutele per vincere la precarietà e riconsegnare alle persone la possibilità di scelta, autonomia e indipendenza. Basta generalizzarela precarietà. Tuttiprecari, tutti licenziabili, tutti uguali, fine del regime duale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si realizza questa straordinaria operazione di equità sociale? Col modello danese. O meglio con la trasfigurazione nostrana di quel modello. Agli analisti più spericolati interessa la possibilità di licenziare in cinque giorni senza troppe storie. A questo si riduce quel modello. A noi invece interessa ragionare sulla organicità di quanto sperimentato in Danimarca. Un intreccio tra welfare universalistico, flessibilità e politiche attive, definito <em>triangolo d’oro</em>. Un contenimento delle tasse  sul lavoro. Una forte tassazione sui patrimoni. Un’articolata tutela in uscita dal mercato del lavoro fondata sul sussidio di disoccupazione per quattro anni e sul reddito minimo. Un modello produttivo che ha investito nella produzione energetica da fonti rinnovabili e nella industria meccanica convertita alla realizzazione di pale eoliche. Insomma un intreccio virtuoso, forse un po’ troppo flessibile, che comunque non lascia fuori nessuno. Osservando il nostro malconcio Paese verrebbe da chiedere dove si firma per passare a tale sistema.</p>
<p style="text-align: justify;">Ichino insiste poi su due altri topos della letteratura iperliberista. Il primo è che della ricollocazione della persona licenziata dovrebbe occuparsi l’impresa che lo ha licenziato. E’ un conflitto d’interessi palese nel quale non si capisce bene chi dovrebbe valutare la congruità tra profilo professionale e offerta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo è quello che la nuova normativa senza articolo 18 non riguarderebbe i lavoratori già occupati ma solo i nuovi assunti. A meno di pensare all’art 18 come un diritto soggettivo che segue la persona, concetto difficile da dimostrare, la realtà è abbastanza semplice da immaginare. Licenziamenti e riassunzioni definiranno in poco tempo la geografia dei nuovi rapporti di lavoro, tutti fuori dalle tutele. A quel punto non ci sarà più bisogno di abolire il famigerato articolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma il cuore della proposta Ichino osserva il Paese dal buco della serratura degli interessi particolari, di un sistema d’impresa incapace d’investire in innovazione e ricerca. Un sistema d’impresa ed una elite che non è in grado di ridefinire la visione, il cosa e come produrre nei prossimi venti anni. Sembra davvero convinto il professor Ichino che se in Italia si produce solola Pandala colpa è della Fiom.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi c’è l’indicibile. Ovviamente in filigrana. Svalorizzare il lavoro e la sua rappresentanza sindacale per avere le mani libere. Anche per tornare a dilatare a dismisura l’orario di lavoro. Ma questo nessuno lo dice, semplicemente viene fatto. A Pomigliano e nel resto del Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Massimiliano Smeriglio</p>
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		<title>Missioni militari e dintorni</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 13:49:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bombe sugli Amx, subito, per bombardare in Afghanistan. Che hanno da dire il ministro degli Esteri  e il capo del Governo, di fronte a siffatte reiterate affermazioni del responsabile della Difesa? Col Governo dei tecnici, l’ammiraglio Di Paola è diventato ministro della Difesa, incarico civile di alto rango e prestigio. Che un incarico di tal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Bombe sugli Amx, subito, per bombardare in Afghanistan. Che hanno da dire il ministro degli Esteri  e il capo del Governo, di fronte a siffatte reiterate affermazioni del responsabile della Difesa? Col Governo dei tecnici, l’ammiraglio Di Paola è diventato ministro della Difesa, incarico civile di alto rango e prestigio. Che un incarico di tal fatta venga attribuito a un militare ancora in carriera,  per di più, al momento della nomina, impegnato in un ruolo di comando strategico e operativo della Nato, dovrebbe costituire un problema, almeno sul piano dell’opportunità e del “bon ton” istituzionale.<span id="more-35985"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Se c’è un tecnico che del tecnico non ha proprio nulla, ma molto invece ha del politico, per la pregnante considerazione che nutre della dimensione  militare in tutte le sue sfaccettature, è proprio lui. In più, aspetto non di poco conto, le cose vanno come se non ci fosse stata nessuna soluzione di continuità tra il prima e il dopo: tra quando – ieri &#8211;  Di Paola rivestiva il ruolo di presidente del Comitato militare della Nato, e la nuova fase che si è aperta, con la chiamata che Monti gli ha rivolto ad assumere il ruolo di ministro della Repubblica. L’ammiraglio Di Paola non sembra infatti percepire o, più probabilmente, volere intendere la differenza, che è qualitativa, tra un incarico civile e uno militare, soprattutto al livello in cui lui oggi si trova a operare. Il suo decisionismo militare per altro è noto da tempo così come la sua ferma volontà di sostenere con la massima convinzione il nuovo ruolo, multifunzionale e a dimensione globale, che la Nato – per impulso degli Usa &#8211; si è costruita nel decennio che abbiamo alle spalle. Quel ruolo cominciò a delinearsi quando, alla frenetica ricerca di un “nuovo concetto strategico” per la sua sopravvivenza e nella congiuntura della guerra in Iraq, che moltiplicò per il Pentagono i fronti di guerra e la ricerca di strumenti all’uopo, la Nato mise piede nel2003 in Afghanistan, assumendo via via un ruolo sempre più decisivo, arrivando ai successi odierni che la vedono potenziale primo attore o partner insostituibile in tutti i conflitti.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi Di Paola, come ministro, pensa forse di poter accelerare una serie di processi e di prassi operative che ha in testa, liberando la politica nazionale in campo militare del peso di vincoli, lacci e laccioli che la lunga e ricca tradizione pacifista del nostro Paese ha in qualche modo imposto alle missione militari  italiane, troppo spesso coinvolte in vere e proprie guerre. Così succede che, mentre proprio la Nato in Afghanistan riduce il ricorso ai bombardamenti aerei  &#8211; una delle pagine più vergognose di quella guerra &#8211; nel quadro di un graduale disimpegno militare e in vista del ritiro annunciato dal presidente Obama per il 2014, il nuovo ministro italiano della Difesa annuncia di voler levare di mezzo i ‘caveat’, cioè le regole politicamente, prima che militarmente, decise, che stabiliscono i limiti del ricorso alla forza, il perimetro operativo, l’ambito consentito agli spostamenti dei contingenti sul campo, la catena di comando in caso di modifica degli scenari operativi. Insomma un aspetto piuttosto serio delle missioni, che perfino La Russa, ministro urticante per la conclamata passione militare più volte ostentata, aveva mantenuto. Nel corso di un’audizione di pochi giorni fa, di fronte alle commissioni Difesa in seduta congiunta Camera e Senato, Di Paola ha infatti dichiarato che in Afghanistan intende “usare ogni possibilità degli assetti presenti in teatro, senza limitazione”, consentendo, “se sarà necessario” anche ai nostri aerei di condurre bombardamenti. Lo ha ribadito nell’incontro avvenuto al <strong>quartier generale Onu di Naqoura  nel sud del Libano, a margine della cerimonia, con cui il generale Paolo Serra ha assunto il comando della missione Unifil.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’è poi l’impegnativo capitolo sulle spese militari che chiarisce una volta di più l ’impostazione strategica del ministro. Se c’è da tagliare, è la sua tesi, occorre guardare al personale, riducendo gli organici, portandoli a 130-140 mila dagli attuali 180 mila, o addirittura a 90 mila. La forza militare, secondo il ministro Di Paola, deve essere soprattutto di tipo tecnologico, con base negli armamenti di ultima generazione, capaci di una forte proiezione nei teatri dove si renda necessaria la presenza militare dell’Italia. È la strada che piace alle industrie, alla Marina e all’Aeronautica. E, da sempre, all’ammiraglio Di Paola. Nessuna soluzione di continuità. Ed è confermata la volontà del ministro di mantenere in vita il piano di acquisto del Joint Strike Fighter, o F-35, il cacciabombardiere più costoso della storia, di cui anche il Pentagono vorrebbe liberarsi per le continue correzione che si devono apportare ai prototipi: 725 solo nel mese scorso, dal casco del pilota al sistema di aggancio in atterraggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il decreto per il finanziamento delle missioni militari, che concluderà il 30 gennaio il suo iter alla Camera per essere trasferito subito dopo al Senato, offre materia per capire come il ministro intenda muoversi. Ennesimo decreto, assai simile  ai tanti che l’hanno preceduto, con le caratteristiche di sempre, quasi un copia incolla. Ma anche con non poche ambigue novità. Come sempre anche questo decreto mette insieme tutte le missioni, come se tra l’una e l’altra non ci fosse alcuna differenza e non fosse necessario per chi le deve votare – diritto dovere di ogni parlamentare &#8211; capire come e perché, per l’una o l’altra, il Parlamento debba autorizzare l’utilizzazione di cospicue risorse dello Stato. Il decreto in un’automatica continuità con i precedenti, presenta il solito pacchetto dove tutto è aggregato insieme, nominandolo come il politically correct vuole che sia nominato, Missioni Internazionali, sottintendendo che siano tutte di pace, un vero e proprio biglietto da visita dell’Italia nel mondo. E anche in questo decreto la logica rimane quella di privilegiare gli impegni italiani che hanno più implicazioni in teatri di guerra, come appunto è l’Afghanistan, da cui bisognerebbe uscire subito, cancellando invece  la missione, sia pur limitata, nella Repubblica democratica del Congo, che rimane uno dei principali paesi di crisi e con crescente instabilità. E mantenendo la solita smisurata forbice tra fondi per l’impegno militare e fondi per la cooperazione civile.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ambigua novità, rispetto ai decreti precedenti, riguarda l’introduzione di “disposizioni urgenti per l’amministrazione della Difesa”. Si tratta di un insieme di norme estranee al tema delle missioni internazionali e di tale rilievo da dover essere considerate come materia a parte, da trattare, se proprio il ministro vuole procedere su questa strada, con specifici provvedimenti e specifici iter parlamentari. E con tutte le chiarezze che la materia richiede. E invece Di Paola l’ha messo inopinatamente nel decreto, rendendo il provvedimento ancora più opaco di quanto di norma non siano i decreti sulle missioni. Che cosa hanno a che fare con le missioni voci come “ristrutturazione e efficientamento (orribile neologismo) degli arsenali”,  “vacanze organiche”,  “trasferimenti o transiti di ruolo”, “Agenzia Industrie Difesa”, “contributi pluriennali all’Amministrazione della Difesa”? Poco evidentemente  per non dire niente. Le stesse Commissioni riunite, che tradizionalmente non brillano per spirito critico, hanno presentato e approvato un emendamento che obbliga al previo parere parlamentare vincolante i programmi di investimento con finanziamenti pluriennali. Avrebbero potuto e dovuto presentare un emendamento di scorporo dal decreto di queste disposizioni urgenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Aspettiamo allora che il ministro faccia un passo indietro sulle disposizioni aggiuntive e soprattutto sulle bombe. O che Governo, in nome della trasparenza di cui che si picca e della sobrietà di cui si fa bello, si renda conto che procedere in questo modo non è proprio consentito. Soprattutto a un governo tecnico.</p>
<p style="text-align: justify;">Elettra Deiana</p>
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		<title>Legge sulle carceri, lo sbaglio di Travaglio</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 13:50:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa  il senato ha ripreso la discussione sul decreto Severino sulle carceri. Un provvedimento, va detto subito, giudicato parziale e poco ambizioso, che però negli ultimi giorni si è attirato critiche tanto feroci quanto disinformate da parte del Fatto quotidiano e del suo vicedirettore. In un editoriale di sabato scorso sul suo giornale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qualche giorno fa  il senato ha ripreso la discussione sul decreto Severino sulle carceri. Un provvedimento, va detto subito, giudicato parziale e poco ambizioso, che però negli ultimi giorni si è attirato critiche tanto feroci quanto disinformate da parte del Fatto quotidiano e del suo vicedirettore. In un editoriale di sabato scorso sul suo giornale, Marco Travaglio denunciava un «indulto più o meno mascherato» e invitava ad aprire una discussione sul carcere. Benissimo. Però partiamo dai fatti. E innanzitutto rimettiamo un po&#8217; a posto le parole, sulla base dei loro significati.  <span id="more-35988"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il provvedimento proposto dal ministro della giustizia che estende a 18 mesi la possibilità di espiare l&#8217;ultima parte della pena nel proprio domicilio o in altre idonee strutture ricettive, ha tre caratteristiche precise: 1) non è uno sconto di pena ma è un&#8217;esecuzione penale anche se avviene in luogo diverso dal carcere; 2) non si applica a tutti perché ne sono esclusi coloro che rispondono di un reato di particolare gravità (uno di quelli elencati nell&#8217;ampio articolo 4bis dell&#8217;ordinamento penitenziario) o che sono sottoposti al regime di particolare sorveglianza; 3) è una misura disposta caso per caso dal magistrato che acquisisce una relazione del carcere sulla condotta tenuta dall&#8217;interessato durante la sua detenzione.<br />
Queste tre caratteristiche rendono il provvedimento ben differente da un indulto.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché allora viene presentato come tale da commentatori, quali Marco Travaglio sul Fatto, che pure con procure e carte giudiziarie hanno familiarità? Errore o dolo?</p>
<p style="text-align: justify;">E come si motiva la violenta reazione di Travaglio alle parole del presidente di Antigone che sul manifesto di venerdì scorso ha lamentato il ricompattarsi di un fronte &#8211; non formalmente organizzato ma certamente coeso &#8211; pronto a leggere ogni alternativa alla centralità e unicità del carcere come rinuncia all&#8217;attività punitiva dello stato, pronto a inseguire la richiesta sociale di sicurezza con la falsa rassicurazione dell&#8217;estensione della detenzione?</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è un sapore di vecchio in queste urla che si alzano ogni volta che si cerca di ragionare sulla finalità della pena e sull&#8217;improduttività di un sistema che cerca di esorcizzare i problemi rinchiudendoli lontano dal contesto sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Vecchio, perché su di esso molti partiti hanno cercato di costruire consenso e si sono ritrovati a misurarsi con un problema raddoppiato: quello dell&#8217;insicurezza crescente anziché diminuita e quello di condizioni di detenzione che, oltre a essere giudicate indegne dalla nostra tradizione di civiltà giuridica e dalla più alta carica dello stato, hanno esposto l&#8217;Italia a dure condanne da parte degli organismi internazionali.<br />
Vecchio, perché fa regredire il significato della pena a un retributivismo superato da secoli e totalmente improduttivo sul piano della riduzione della recidiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché questi argomenti sono noti a chiunque abbia almeno balbettato qualcosa di diritto, il loro periodico risorgere sembra essere motivato soltanto dalla ricerca di un facile consenso irriflessivo: qui nasce quell&#8217;accusa di populismo su cui Travaglio ironizza, leggendolo come nuovo stigma, ma che va letto invece come compiacimento acritico verso un pensiero che non si misura con la complessità dei problemi e insegue gli umori più timorosi di una società spaventata dal ridursi della rete di diritti e tutele.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;operazione è chiara: l&#8217;insicurezza sociale viene «restituita» come inseguimento di una mai raggiunta sicurezza individuale con politiche che finiscono col colpire duramente i soggetti deboli, visti come potenziali aggressori.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, nei suoi articoli, il Fatto stesso ha più volte individuato nella leggi «riempicarcere» &#8211; dalla ex Cirielli a quelle sulle droghe e sull&#8217;immigrazione &#8211; i fattori che determinano l&#8217;ampiezza e la particolare composizione sociale dell&#8217;attuale mondo della detenzione in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nominare possibili &#8220;inciuci&#8221;, di cui non si capisce bene se coloro che appoggiano provvedimenti deflattivi sarebbero consapevoli contraenti o stupidi strumenti, porta al di là del semplice rimettere le cose a posto. Diventa indice di un retro pensiero che coloro che da sempre si occupano di legalità, anche e soprattutto nel luogo &#8211; il carcere &#8211; dove verso tale valore si dovrebbe essere reindirizzati, rifiutano con ironia prima ancora che con un bel po&#8217; di sdegno.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto più se lo si condisce con la ridicola accusa rivolta a questo giornale di essere compiacente poiché «prende soldi dallo stato». Qui il dotto ragionamento di stretta legalità che il nostro fustigatore voleva proporre lascia spazio a uno stile politico di bassa fattura; sembra un suo ritorno indietro ai tempi &#8211; secondi anni Novanta non cento anni fa &#8211; in cui il consenso lo cercava più facilmente nell&#8217;animoso pubblico della destra che non nei raffinati salotti tv.</p>
<p style="text-align: justify;">Questioni di stile. Su cui questo giornale può permettersi di sorridere con noncuranza, ritornando al tema vero dei provvedimenti per ridare dignità a chi è in carcere. Cauti e timidi quelli proposti dal governo, troppo: altro che indulti mascherati.</p>
<p style="text-align: justify;">Mauro Palma</p>
<p style="text-align: justify;">pubblicato anche su il manifesto</p>
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		<title>Addio Presidente</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 08:16:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Presidente Scalfaro è stato il custode severo e appassionato della nostra Costituzione, ha difeso le istituzioni democratiche dall&#8217;assalto del populismo reazionario, è stato una luce forte e calda in un&#8217;epoca di tenebre. La sua scomparsa ci emoziona profondamente. Nichi Vendola]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Presidente Scalfaro è stato il <strong>custode </strong>severo e appassionato della nostra <strong>Costituzione</strong>, ha difeso le istituzioni democratiche dall&#8217;assalto del populismo reazionario, è stato una luce forte e calda in un&#8217;epoca di tenebre. La sua scomparsa ci emoziona profondamente.</p>
<p>Nichi Vendola</p>
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		<title>Che ci fa un boss tra i forconi?</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 09:36:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che ci fa Vincenzo Ercolano, figlio di Pippo Ercolano e nipote di Nitto Santapaola, capi storici di Cosa Nostra nella Sicilia Orientale, accanto ai leader siciliani della protesta dei “forconi”? Cosa ci fa l’ultimo erede della più spietata famiglia mafiosa di Catania alla conferenza stampa, improvvisata per strada, in cui i “rivoluzionari” siciliani spiegano che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Che ci fa Vincenzo Ercolano, figlio di Pippo Ercolano e nipote di Nitto Santapaola, capi storici di Cosa Nostra nella Sicilia Orientale, accanto ai leader siciliani della protesta dei “forconi”? Cosa ci fa l’ultimo erede della più spietata famiglia mafiosa di Catania alla conferenza stampa, improvvisata per strada, in cui i “rivoluzionari” siciliani spiegano che mai faranno un passo indietro, boia chi molla il forcone, la Sicilia ai siciliani e compagnia cantando? Fa il mestiere suo, verrebbe da rispondere. La famiglia Ercolano per decenni ha investito i ricavi delle proprie attività criminali in un’impresa di autotrasporti, l’Avimec, poi confiscata per mafia.<span id="more-35962"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nei tempi d’oro, dentro i Tir dell’Avimec viaggiava &#8211; ben protetto &#8211; Nitto Santapaola quando doveva spostarsi da un rifugio all’altro. E per anni non c’è stato cantiere siciliano che non abbia affidato in subappalto il movimento terra ai buoni servizi dell’impresa mafiosa degli Ercolano. Famiglia dai destini intensi. Lo zio Salvatore, detto “Turi do camion”, sta all’ergastolo per omicidio. Il padre Pippo, nominato reggente della cosca Santapaola quando il cognato Nitto finì in carcere, prima d’essere arrestato anche lui per associazione mafiosa fu un ostinato frequentatore dei salotti buoni di Catania.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cronache lo ricordano perfino ospite di Mario Ciancio, editore e padrone del foglio locale “La Sicilia”, quando un cronista di primo pelo ebbe l’ardore di pubblicare un mattinale dei carabinieri in cui Pippo Ercolano veniva citato come noto capomafia. Il giorno dopo, appena il cronista mise piede in redazione, Ciancio lo mandò a chiamare: nel suo studio, ad aspettarlo, c’era anche Ercolano, venuto a protestare con il padrone del giornale per la pubblicazione di quell’articoletto. In qualunque altro giornale, se un mafioso fosse venuto a lamentarsi per una notizia (vera) che lo riguardava, l’editore avrebbe telefonato al 113. Mario Ciancio invece ricevette Ercolano, convocò il cronista colpevole d’aver dato la notizia (vera) e, in presenza del capomafia, gli fece un solenne cazziatone: “Che mai più ti accada di chiamare mafioso il qui presente signor Ercolano!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Veramente l’hanno scritto i carabinieri, provò a giustificarsi il cronista. Noi non facciamo i carabinieri, replicò Ciancio: e di quello che c’era scritto sul loro rapporto a lui non gliene fregava nulla. Intanto Ercolano, stravaccato sulla sua poltrona, annuiva con paterno silenzio. In quegli stessi giorni uno dei due figli di don Pippo, Aldo Ercolano, era stato appena giudicato e condannato all’ergastolo per aver ammazzato con cinque colpi di pistola alla nuca il giornalista Giuseppe Fava (era il 5 gennaio dell’84, si mossero in cinque, uno solo sparò: lui, l’Ercolano).</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro figlio, Vincenzo (indagato nel processo Orione per associazione mafiosa ed estorsione, arrestato, poi scarcerato ma considerato in tutti i rapporti di polizia stabilmente inserito nell’organizzazione di Cosa Nostra) oggi sta invece tra i “forconi” siciliani, ad aizzare, vigilare, sorvegliare, impedire, minacciare… Sul disagio più o meno legittimo di una categoria c’è adesso l’impronta oscura di una famiglia che ha fatto la storia della mafia in Sicilia. Storia che continua: è di ieri la notizia di un’inchiesta napoletana che ha svelato l’alleanza tra il clan dei Casalesi della famiglia Sandokan e Cosa Nostra. Il patto riguarda il controllo dei trasporti su gomma e della commercializzazione all&#8217;ingrosso di prodotti ortofrutticoli sull&#8217;asse Sicilia-Campania-Lazio. Insomma Tir, camion, ditte di trasporti… Non tiriamo conclusioni. Ma la preoccupazione resta.</p>
<p style="text-align: justify;">Che dentro l’alibi di certe proteste, la mafia sappia ricavarsi i propri spazi, agiti i propri forconi, lavori per far molto rumore e per governare il silenzio che poi ne seguirà. I capipopolo in doppio petto che oggi si dicono dalle parti dei rivoltosi, a cominciare dal presidente della regione Raffaele Lombardo, restino pure da quella parte; ma se hanno l’onestà intellettuale delle proprie parole e la libertà delle proprie azioni, questa domanda la facciano ad alta voce anche loro: che ci fa il rappresentante di una tra le più potenti e spietate famiglie mafiose siciliane in prima fila accanto ai forconi degli incazzati siciliani?</p>
<p>Claudio Fava</p>
<p>fonte: unità</p>
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		<title>Una giornata di tutte le vittime</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 22:40:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 27 gennaio di 67 anni fa l’Armata Rossa entra nel campo di sterminio di Auschwitz. L’indicibile si presenta al mondo: in quella piccola cittadina non lontana da Cracovia, in Polonia, oltrepassati i cancelli sottostanti la scritta “arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”), l’orrore si materializza in una fiumana di scheletrici corpi, larve umane [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 27 gennaio di 67 anni fa l’Armata Rossa entra nel campo di sterminio di Auschwitz. L’indicibile si presenta al mondo: in quella piccola cittadina non lontana da Cracovia, in Polonia, oltrepassati i cancelli sottostanti la scritta “arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”), l’orrore si materializza in una fiumana di scheletrici corpi, larve umane sopravissute all’olocausto, all’immane tragedia esplicitante l’essenza nazifascista. Non è un accidente della storia, una contingenza irripetibile e deviata, ma concreta e cosciente concatenazione di teorie, sentimenti, azioni e fatti con precisi mandanti. In quel luogo, in quei lager, vediamo la serialità della morte in apparente gratuità di senso, il fordismo industriale della catena di montaggio applicato all’odio, la “superiorità della razza” in azione, la banale quotidianità dell’orrore.<span id="more-35965"></span></p>
<p style="text-align: justify;">E’ tangibile nelle montagne di”utili residui” – capelli, stracci, denti, piccoli oggetti, scarpe –, nelle asettiche docce/camere a gas, nella semplicità pragmaticamente efficiente dei forni crematoi, nell’allucinazione dei mostruosi esperimenti del gabinetto medico, nell’angusto cortiletto con il muro delle esecuzioni. Ogni internato (donne, uomini, bambini) era marchiato con un numero mentre differenti colori e figure ne specificavano l’appartenenza, in un’ignobile e disumana reificazione delle persone: stelle, triangoli, cerchi, rettangoli ed ancora numeri, sul braccio e sulla divisa a strisce. Ebreo, rom, internato politico (in primis comunista), omosessuale, testimone di Geova, nomade e disadattato, criminale comune, emigrante clandestino: ad ognuno un colore, un simbolo, un numero, in una specie di mappa del razzismo, un abbecedario di tutti i colori dell’odio. Non possiamo con amarezza e sconforto non notare che se aggiungiamo l’islamofobia abbiamo quasi al completo lo spettro degli “untori” dell’oggi. Credo infatti che, rubando bellissime parole a Franco Fortini, Auschwitz sia ancora il luogo “ove una folla tace e gli amici non riconoscono”, il nostro rimosso, il non detto, il lutto non ancora elaborato della cattiva coscienza europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Celebrando la ricorrenza di quel fatidico giorno del ’45 onorando i martiri dell’olocausto del popolo ebraico nel proposito rinnovato di un “mai più”, ci è anche obbligo sottolineare come anche per gli internati nei lager si tenda a graduare l’indignazione e lo sdegno in relazione alla “categoria” della vittima. Possibile che moltissimi non abbiano visto &#8211; proprio ad Auschwitz &#8211; la stele che ricorda con rispettivi marchi e colori, tutte le vittime? Tutte. Ed allora – ad esempio &#8211; prima di lanciarci in proclami contro i rom rammentiamo quel triangolo marrone; prima di alimentare la paranoica omofobia pensiamo agli internati con il triangolo rosa…Nella scorsa legislatura era stato presentato un progetto di legge tendente ad onorare nella Giornata della memoria tutte le vittime: rilanciamo quella proposta, evitiamo che, uccise dalle barbarie, siano sepolte dall’oblio.</p>
<p>Gianpaolo Silvestri</p>
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		<title>Ricordare per opporsi alla banalità del male</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:42:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 27 gennaio ricorre l&#8217;anniversario della giornata della memoria.  Infatti, il 27 gennaio del 1945 le armate rosse sovietiche varcarono le soglie dei  cancelli dei campi di concentramento polacchi, scoprendo l&#8217;eccidio  degli ebrei e rivelando al mondo intero il più grande disastro sociale. Il numero degli ebrei e non solo il loro, e&#8217; stato  spaventoso. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Il 27 gennaio ricorre l&#8217;anniversario della giornata della memoria.  Infatti, il 27 gennaio del 1945 le armate rosse sovietiche varcarono le soglie dei  cancelli dei campi di concentramento polacchi, scoprendo l&#8217;eccidio  degli ebrei e rivelando al mondo intero il più grande disastro sociale. Il numero degli ebrei e non solo il loro, e&#8217; stato  spaventoso. Si parla di circa sei milioni di morti. Si e&#8217; trattato ,come dicono gli storici, del più grande e crudele assassinio  di Massa. Quell&#8217;evento e quella serie di eventi, simbolicamente  racchiusi in una data significativa per ricordare lo sterminio degli  ebrei permette, che il ricordo dell’olocausto non sia affidato solo o prevalentemente al ricordo individuale e collettivo, ma diventa patrimonio della coscienza pubblica attraverso tutte le sue forme.<span id="more-35905"></span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">In realtà la persecuzioni degli ebrei ha radici lontane nel tempo, ma è soprattutto dal 1933 che assume quel carattere a noi noto, quando fu varata una legge che decretava la sterilizzazione coatta di ogni individuo “inadatto alla propagazione”. La categoria degli inadatti si sarebbe estesa negli anni successivi a comprendere criminali e comunisti, omosessuali, zingari, diversamente abili e naturalmente ebrei. Una legge del 1936 vietava il matrimonio e ogni rapporto sessuale tra tedeschi ed ebrei. Dal 1939 l’eutanasia di chi </span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><em>non meritava di vivere</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"> fu vista come una soluzione preferibile alla sterilizzazione (perché spendere per nutrire pazzi e carcerati, degenerati ed ebrei)?. Si avviò la costruzione delle camere a gas e dei forni crematori. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Le torture che tutti gli </span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><em>inadatti </em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">dovettero subire sono innumerevoli. Oggi, in molti Paesi del mondo avviene una sistematica violazione dei diritti umani, tra cui la pratica della tortura. Le carte dei diritti e le legislazioni internazionali unanimemente le condannano. Se è però vero che la tortura è vietata , certamente non è impedita e in molti, troppi casi è ancora praticata. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Investire sulla </span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><em>memoria </em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">come strumento di conoscenza per non dimenticare e svelare quei processi che condussero e rischiano di condurre a un nuovo totale oblio della ragione. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">La memoria costituisce l’unico appello che il sopravvissuto Primo Levi rivolge all’umanità: il dovere di non dimenticare ciò che è stato. La sua lucida testimonianza non si prefigge di formulare capi d’accusa né di aggiungere altri elementi a ciò che è ormai noto, ma di indagare in modo pacato alcuni aspetti dell’animo umano. Il timore di non essere creduti, la vergogna di rendere note le umiliazioni subite ha per lungo tempo tenuto in catene vittime e testimoni. Il dovere morale che l’esperienza dei Lager impone è quello di spezzare la forza che la tirannide continua ad esercitare anche molto tempo dopo che quelle prigioni sono state smantellate.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Da questo tragico evento dovremmo saper cogliere elementi di positività per migliorare il nostro presente. Così per tornare ai giorni nostri e alle ferite che si riaprono in nuove e drammatiche rappresentazioni sociali di odio xenofobo, è necessario comprendere quanto la relativizzazione spinta delle differenze porti ad esiti paradossali di indifferenza per le differenze altrui, sostitutiva della salvaguardia del proprio gusto e spazio di scelta. Ogni appartenenza diventa così leggera, negoziabile, transeunte, poco significante. Ciò porta a non identificare il problema della costruzione di legami fra le differenze, di un ordine sociale che eviti il conflitto, della necessità di una terzarietà insita in ogni relazione, della questione di un </span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><em>noi </em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">inclusivo che contenga al suo interno le differenze culturali e le renda possibili. </span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">A livello politico- sociale si tratta di elaborare modelli capaci di estendersi in forma via via planetaria e incentrarsi su diritti comuni e universalmente riconosciuti, su strategie comuni di reciproca accoglienza, come pure su principi e norme relative a una neo-cittadinanza costruita sulla condivisione delle differenze. Così l’identità e la differenza entrano nel gioco dialettico, che viene a ridefinire e a integrarle, dando luogo a un nuovo scenario, epocale e mondiale, che è </span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><em>in</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><em>votis</em></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"> e che è anche già in atto. </span></p>
<p>Giorgio Crescenza</p>
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		<title>Video: Vendola e Di Pietro</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 23:47:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[conferenza stampa]]></category>
		<category><![CDATA[di pietro]]></category>
		<category><![CDATA[vendola]]></category>
		<category><![CDATA[video]]></category>

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		<description><![CDATA[Il video integrale della conferenza stampa tenuta congiuntamente dal leader di Sinistra Ecologia Libertà Nichi Vendola e quello di Italia Dei Valori Antonio Di Pietro. Clicca qui Altri video Repubblica tv: http://video.repubblica.it/politica/vendola-con-il-terzo-polo-la-sinistra-si-suicida/86666/85056 Sky tg24  http://video.sky.it/news/politica/foto_di_vasto_intervento_nichi_vendola/v109013.vid Rainews: http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=26161 Tmnews: http://www.tmnews.it/web/sezioni/videonews/20120126_video_19092465.shtml]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il video integrale della conferenza stampa tenuta congiuntamente dal leader di Sinistra Ecologia Libertà Nichi Vendola e quello di Italia Dei Valori Antonio Di Pietro.<span id="more-35900"></span></p>
<p><a href="http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Archivio?IdEvento=4762&amp;IdIntervento=2778">Clicca qui</a><strong><br />
</strong></p>
<p>Altri video</p>
<p>R<span style="font-size: small;">epubblica tv:</span></p>
<p><span style="font-size: small;"><a href="http://video.repubblica.it/politica/vendola-con-il-terzo-polo-la-sinistra-si-suicida/" target="_blank">http://video.repubblica.it/<wbr>politica/vendola-con-il-terzo-<wbr>polo-la-sinistra-si-suicida/</wbr></wbr></a><a href="tel:86666%2F85056" target="_blank">86<wbr>666/85056</wbr></a></span><span style="font-size: small;"><br />
</span><span style="font-size: small;"><br />
</span><span style="font-size: small;">Sky tg24 </span><span style="font-size: small;"><br />
</span><span style="font-size: small;"><a href="http://video.sky.it/news/politica/foto_di_vasto_intervento_nichi_vendola/v109013.vid" target="_blank">http://video.sky.it/news/<wbr>politica/foto_di_vasto_<wbr>intervento_nichi_vendola/<wbr>v109013.vid</wbr></wbr></wbr></a></span><span style="font-size: small;"><br />
</span><span style="font-size: small;"><br />
</span><span style="font-size: small;">Rainews:</span><span style="font-size: small;"><br />
</span><span style="font-size: small;"><a href="http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=26161" target="_blank">http://www.rainews24.rai.it/<wbr>it/video.php?id=26161</wbr></a></span></p>
<p>Tmnews:</p>
<p><a href="http://www.tmnews.it/web/sezioni/videonews/20120126_video_19092465.shtml">http://www.tmnews.it/web/sezioni/videonews/20120126_video_19092465.shtml</a><br />
<span style="font-size: small;"><br />
</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Non criminalizzare il movimento no Tav</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 18:15:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Attendiamo di leggere compiutamente le ordinanze disposte dalla Procura di Torino, ma sottolineiamo sin da subito la necessità di non criminalizzare tutto il movimento popolare No-Tav e i suoi vent’anni di storia.  La tensione di questi mesi, creata per offuscare le ragioni del movimento, non può distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal ragionamento sull’inopportunita&#8217; di un’opera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Attendiamo di leggere compiutamente le ordinanze disposte dalla Procura di Torino, ma sottolineiamo sin da subito la necessità di non criminalizzare tutto il movimento popolare No-Tav e i suoi vent’anni di storia. <span id="more-35898"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: small;">La tensione di questi mesi, creata per offuscare le ragioni del movimento, non può distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal ragionamento sull’inopportunita&#8217; di un’opera devastante sotto il profilo ambientale ed economico.</span><span> E’ necessario garantire il diritto al dissenso pacifico e non violento senza banalizzazioni ne&#8217; semplificazioni che non rendono onore a chi le pratica. Siamo contrari all’uso della violenza cosi&#8217; come ci risulta evidente l’assenza di ruolo della politica, testimoniato purtroppo dai fatti delle ultime ore. </span></p>
<p style="text-align: justify;">Difendiamo infine il diritto a manifestare senza restrizioni ne&#8217; violenze in un’ottica che allenti la tensione attorno al Movimento no-tav; non crediamo sia compito della politica autorizzare o meno lo svolgersi di una manifestazione come quella di sabato prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Monica Cerutti, Michele Curto</p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8220;Monti fa saltare il Sud&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 10:04:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Sì, il clima è cambiato: prima era il tempo delle bandane e delle Olgettine, oggi è quello delle domeniche al barbiere. Ma nelle politiche per il Sud, davvero è cambiato tutto? Nichi Vendola aveva cominciato a nutrire forti sospetti ma da ieri, quando gli è piombata sulla scrivania la nota in cui il ministro Barca [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sì, il clima è cambiato: prima era il tempo delle bandane e delle Olgettine, oggi è quello delle domeniche al barbiere. Ma nelle politiche per il Sud, davvero è cambiato tutto? Nichi Vendola aveva cominciato a nutrire forti sospetti ma da ieri, quando gli è piombata sulla scrivania la nota in cui il ministro Barca gli annuncia che cambiano le regole sui livelli di spesa dei fondi comunitari, non ha più dubbi. «Oggi il Sud d’Italia, auspico con tutti i colori della politica, deve ribellarsi ad un sopruso che, benché organizzato in chiave tecnica, è un sopruso politico. Perché è contro il Mezzogiorno». <span id="more-35864"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Presidente, ci spieghi.</strong> «Ci vengono imposti, all’improvviso, nuovi target entro i quali raggiungere i livelli di spesa comunitaria per le annualità 2012, 2013 e 2014, tutto già a partire dal prossimo maggio e con sanzioni, pesanti, il cui unico scopo è consentire allo Stato di fare cassa. Se ci tolgono l’ossigeno, non possiamo più respirare. E non ci dicano che le risorse di co-finanziamento statale che ci vengono tolte restano al Sud: le carte dicono altro, dicono che quei soldi possono andare al Nord. Con un’operazione che si fa vivere sui tavoli tecnici, per esautorare la politica in modo che ci si ritrovi di fronte ad un fatto compiuto, si costruisce questa griglia infame per farci saltare».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’è, siamo tornati ai tempi della guerra con Tremonti?</strong> «So solo che si manda in default tanta parte del sistema pubblico meridionale. I nostri Comuni, quelli con i quali abbiamo già contratto la quasi totalità degli impegni previsti dal Por 2007-2013, entrano in un avvitamento che finisce nel fallimento. E per la Puglia il danno è maggiore rispetto ad altre regioni del Sud: l’aver realizzato il 100% degli impegni di spesa comunitaria sino al 2013, significa dover chiedere la revoca di progetti, cantieri, opere pubbliche strategiche &#8211; come la difesa del suolo &#8211; ormai in corso d’opera. Su una cosa del genere, tutte le istituzioni del Sud sono pronte a fare la guerra. La posta in gioco è troppo alta, parliamo di una prospettiva di sopravvivenza».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se è così, c’è da rimpiangere il governo Berlusconi: sui fondi Ue, l’intesa tra le Regioni e il ministro Fitto, Puglia compresa, sembrava di ferro. O no?</strong> «La questione del Sud è cartina di tornasole per la qualità di qualsiasi governo e su questo tema non siamo disponibili a fare sconti, ad ascoltare argomenti falsamente dialettici o ammonimenti bonari che hanno un retrogusto autoritario. Nè siamo più disponibili a salire sul banco degli imputati. Chiameremo in causa tutti, i sindacati, i sindaci, tutti i parlamentari del Sud: le carte che abbiamo ricevuto dal Dipartimento Sviluppo dobbiamo rispedirle al mittente, sono irricevibili».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo i treni, un nuovo «Fronte del Sud» contro il governo Monti?</strong> «Tutti i governatori meridionali sono allertati su questa vicenda: siamo pronti a scatenare una reazione unitaria senza precedenti. Pensare che la prospettiva politica sia quella di ripartire sempre da capo, una specie di tela di Penelope per cui la mattina si fanno i discorsi belli, il pomeriggio si fanno gli strappi clamorosi e la notte bisogna provare a ricucire, è una fatica e una perdita di tempo. Pensavo che il Mezzogiorno meritasse u n’attenzione politica in più, oltre che verbale, e invece mi ritrovo sempre a recuperare quello che in questi mesi mi è stato tolto. Da Moretti (l’ad di Trenitalia, ndr) come da Monti».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure, il tavolo sul Sud dei giorni scorsi sembrava promettere bene&#8230;</strong> «Prima abbiamo preso un colpo alla spina dorsale che quasi ci ha tramortito, qual’è l’atto di violenza di Trenitalia di spaccare in due il Paese e tenere la Puglia fuori dai collegamenti. Poi siamo stati convocati e abbiamo acconsentito che il governo reperisse, dalle quote di co-finanziamento, le risorse per coprire il taglio di 1,2 miliardi sulle ferrovie. Quando il governo chiede solidarietà, lo facciamo: che a Palazzo Chigi sieda Berlusconi o sieda Monti, non ci siamo mai tirati indietro. Abbiamo liberato 100 milioni, abbiamo fatto il nostro dovere e il governo ha fatto una sua bella operazione di propaganda sulle infrastrutture: parliamo di soldi, dai co-finanziamenti sui Por ai fondi Fas, che sono come le «mucche di Mussolini»: sono gli stessi, partono dai tempi di Prodi, dimagriscono e vengono presentati in pompa magna da Berlusconi, poi dimagriscono di nuovo e vengono ri-presentati dal governo Monti. Si monta il Piano Sud, poi lo si smonta e poi si monta u n’altra cosa, il Piano di azione Coesione, che è sempre il Piano Sud al netto di 1,2 miliardi. Bene, ora basta. Siamo responsabili, capiamo il momento di crisi, apprezziamo i professori e siamo innamorati dello stile. Ma ora basta».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse quello del ministro Barca è solo un tentativo per accelerare la spesa, sull’onda di quanto aveva già tentato di fare Fitto. O no?</strong> «È l’esatto contrario: è un incentivo a non far spendere le risorse comunitarie creando dei paletti temporali impossibili. Tutti preferiranno il disimpegno dei fondi, piuttosto che ricadere nelle sanzioni e vedersi «scippare» le quote statali perché partano verso il Nord. Una beffa, poi, se si pensa che nel 2011 le regioni del Sud hanno raggiunto gli obiettivi di spesa del Por nonostante fosse un anno interamente lastricato di diffamazioni e pregiudizi, in base alle quali il Sud sarebbe inciampato. La Puglia, in questo quadro, ha superato di oltre 200 milioni di euro i target di spesa del 2011: non abbiamo ricevuto le scuse da tutti quelli che erano saliti in cattedra per punirci preventivamente, ma eravamo partiti rinfrancati nel 2012. Ora, la &#8220;bella sorpresa&#8221;. Non finirà qui, sarà guerra».</p>
<p style="text-align: justify;">fonte: <a href="http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=488480&amp;IDCategoria=1">lagazzettadelmezzogiorno.it</a></p>
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		<title>Ci mancherai Dario</title>
		<link>http://www.sinistraecologialiberta.it/articoli/ci-mancherai-dario/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 05:53:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[dario rinaldo]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;improvvisa e del tutto inaspettata morte del compagno ed amico Dario Valvasori, componente dell&#8217;assemblea provinciale di SEL Pordenone e punto di riferimento per le questioni ambientali del partito, priva la Federazione provinciale ed il mondo dell&#8217;ambientalismo pordenonese di una persona di forte spessore culturale e di grandi capacità di analisi delle interrelazioni tra economia e sostenibilità del pianeta. Queste [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;improvvisa e del tutto inaspettata morte del compagno ed amico Dario Valvasori, componente dell&#8217;assemblea provinciale di SEL Pordenone e punto di riferimento per le questioni ambientali del partito, priva la Federazione provinciale ed il mondo dell&#8217;ambientalismo pordenonese di una persona di forte spessore culturale e di grandi capacità di analisi delle interrelazioni tra economia e sostenibilità del pianeta.<span id="more-35879"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Queste sue doti, accanto ad un suo modo convincente (perché lui stesso ne era convinto) di esporre e spiegare gli avvenimenti e proporre soluzioni, avevano rappresentato per il partito un sicuro salto di qualità nel dibattito interno tanto che gli era affidato il compito di predisporre le linee guida a livello territoriale in materia ambientale. In questo triste momento SEL si stringe affettuosamente alla moglie Sara ed ai suoi familiari.</p>
<p style="text-align: justify;">^^^^</p>
<p style="text-align: justify;">Dario Rinaldo Valvasori era nato, figlio come tanti di emigranti friulani, in Venezuela il 7 novembre del 1959. Sposato, viveva da tempo ad Azzano Decimo.</p>
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		<title>188 firme contro le dimissioni in bianco</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 17:50:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[dimissioni in bianco]]></category>

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		<description><![CDATA[188 firme per  riavere la 188/2007: la legge contro le dimissioni in bianco. Una breve storia in tre tempi Prima, il 23 novembre in 14 abbiamo scritto alla Ministra Fornero Chiedevamo il ripristino di una legge, la legge 188/2007 convinte della sua importanza nel difendere le persone da un abuso. Una consapevolezza maturata in tanti mondi  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">188 firme per  riavere la 188/2007: la legge contro le dimissioni in bianco. Una breve storia in tre tempi</p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong><strong>Prima, il 23 novembre in 14 abbiamo scritto alla Ministra Fornero</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chiedevamo il ripristino di una legge, la legge 188/2007 convinte della sua importanza nel difendere le persone da un abuso. Una consapevolezza maturata in tanti mondi  diversi, quelli di provenienza: sindacato, giornalismo, impresa, politica, cultura. Quella legge ha avuto una vita brevissima.<span id="more-35815"></span></p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; stata approvata nell&#8217;ottobre del 2007 &#8211; all&#8217;unanimità alla Camera e a larga maggioranza al Senato &#8211; al tempo del governo Prodi e dopo qualche mese nel maggio del 2008, per mano del Ministro Sacconi, è stata immediatamente abrogata.</p>
<p style="text-align: justify;">Una legge semplice, priva di costi ed efficace:con un modulo a numerazione progressiva si impediva la pratica, diffusissima delle dimissioni in bianco, la lettera fatta firmare alle ragazze soprattutto, ma anche ai ragazzi, alle lavoratrici e ai lavoratori stranieri, al momento dell&#8217;assunzione. Una firma  senza data, così da poter tessere tirata fuori  al momento buono:una lunga malattia, un incidente, un matrimonio, soprattutto una gravidanza in modo da liberarsi di quella persona senza problemi e oneri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi, il 16 gennaio, abbiamo chiesto un incontro alla Ministra</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Con la stessa intenzione:il ripristino immediato di una legge di civiltà che ha a che fare con lo Stato di diritto oltre che con la dignità delle persone, con il valore del lavoro,con la libertà delle donne che solo uno spirito illiberale può contrapporre alla maternità.</p>
<p style="text-align: justify;">La Ministra Fornero ha risposto, garantendo un suo impegno in quella direzione e un incontro, <strong>ancora senza data.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi quelle 14 donne hanno raccolto <strong>188 firme</strong> di donne molto diverse tra loro,unite dalla loro autorevolezza e  da una certezza nella richiesta alla Ministra Fornero delll&#8217;urgenza del ripristino della legge 188, per il suo significato simbolico,per la sua efficacia,per la sua semplicità,per la sua nettezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le 188 firme ci sono quelle di  sindacaliste, attrici, registe, docenti universitarie, psicoanaliste, scienziate, lavoratrici, imprenditrici, scrittrici, giornaliste, saggiste, fotografe, insegnanti, donne della politica e delle istituzioni, economiste, avvocatesse, ambientaliste, studentesse, editrici, galleriste.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi anni in cui non ci siamo mai arrese all&#8217;abrogazione della legge, abbiamo creato  un senso comune e un linguaggio: “<strong>dimissioni in bianco</strong>” è una specie di<strong> parola magica </strong>che fa scattare oggi immediatamente una reazione indignata di donne e uomini che vogliono difendere la libertà e la dignità delle donne, il valore del lavoro, lo Stato di diritto. E’ ora di riaverla quella norma di civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Titti Di Salvo (Relatrice della legge alla Camera nel 2007)</p>
<p style="text-align: justify;">Marisa Nicchi (prima firmataria della legge)</p>
<p style="text-align: justify;">le 188 donne che hanno firmato:</p>
<p style="text-align: justify;">Addis Elisabetta</p>
<p style="text-align: justify;">Amici Sesa</p>
<p style="text-align: justify;">Agnese Anna Maria</p>
<p style="text-align: justify;">Agostini Roberta</p>
<p style="text-align: justify;">Annunziata Lucia</p>
<p style="text-align: justify;">Allegrini Roberta</p>
<p style="text-align: justify;">Allegro Donatella</p>
<p style="text-align: justify;">Armeni Ritanna</p>
<p style="text-align: justify;">Azzaro Angela</p>
<p style="text-align: justify;">Avvisati Monica</p>
<p style="text-align: justify;">Bandettini Anna</p>
<p style="text-align: justify;">Bandoli Fulvia</p>
<p style="text-align: justify;">Baronti Mara</p>
<p style="text-align: justify;">Benini Annalena</p>
<p style="text-align: justify;">Berlinguer Bianca</p>
<p style="text-align: justify;">Bernardini Anna Maria De pace</p>
<p style="text-align: justify;">Bettio Francesca</p>
<p style="text-align: justify;">Bianchi Stella</p>
<p style="text-align: justify;">Biasini Cristina</p>
<p>Bindi Rosi</p>
<p>Baronti Mara</p>
<p>Bocchetti Alessandra</p>
<p>Boccia Maria Luisa</p>
<p>Bompiani Ginevra</p>
<p>Bongiorno Giulia</p>
<p>Brancaccio Stefania</p>
<p>Bresci marcella</p>
<p>Buffo Gloria</p>
<p>Calipari Rosa</p>
<p>Campari Maria Grazia</p>
<p>Camusso Susanna</p>
<p>Canta Donata</p>
<p>Carlini Roberta</p>
<p>Cantarella Eva</p>
<p>Cantone Carla</p>
<p>Carabetta Anna</p>
<p>Casadio Giovanna</p>
<p>Cavani Liliana</p>
<p>Cerutti Monica</p>
<p>Cherubini Elena</p>
<p>Codrignani Giancarla</p>
<p>Comencini Cristina</p>
<p>Comencini Francesca</p>
<p>Conti Claudia</p>
<p>Corsi Marcella</p>
<p>Costa Lella</p>
<p>Costa Silvia</p>
<p>Costantino Celeste</p>
<p>Cremonesi Chiara</p>
<p>Crispino Anna Maria</p>
<p>Crogi Stefania</p>
<p>Della Valle Valeria</p>
<p>De Petris Loredana</p>
<p>De Rossi Orsetta</p>
<p>De Sio Teresa</p>
<p>Deiana Elettra</p>
<p>De Felice Alfonsina</p>
<p>Dettori Rossana</p>
<p>D&#8217;Elia Cecilia</p>
<p>Dentico Nicoletta</p>
<p>Degl&#8217;Innocenti Silvia</p>
<p>Del Rio Cinzia</p>
<p>Diemoz Marcella</p>
<p>Di Salvo Titti</p>
<p>Donattini Caterina</p>
<p>Fadel Sabina</p>
<p>Faralli Carla</p>
<p>Fattorini Emma</p>
<p>Fedeli Valeria</p>
<p>Felice Angela</p>
<p>Ferrarese Laura</p>
<p>Finocchiaro Anna</p>
<p>Fiorentini Lea</p>
<p>Fossati Franca</p>
<p>Francescato Grazia</p>
<p>Furlan Anna Maria</p>
<p>Garofalo Nora</p>
<p>Galeotto Giulia</p>
<p>Ghisani Lia</p>
<p>Giorgio Santina</p>
<p>Gramaglia mariella</p>
<p>Giuliani Fabrizia</p>
<p>Guerra Elda</p>
<p>Guido Cinzia</p>
<p>Guelfa Vera</p>
<p>Izzo Francesca</p>
<p>Koch Francesca</p>
<p>Kusterman Alessandra</p>
<p>La Monica Vera</p>
<p>Lamberti Raffaella</p>
<p>Lazzarini Clara</p>
<p>La Torre Cathy</p>
<p>Leone Betti</p>
<p>Lepetit Laura</p>
<p>Lubich Annalisa</p>
<p>Lucci Carmela</p>
<p>Maddalena Crippa</p>
<p>Maggio Mariella</p>
<p>Mancina Claudia</p>
<p>Mancuso Alessandra</p>
<p>Mancuso Mascia</p>
<p>Mandracchia Manuela</p>
<p>Mannino Maria Pia</p>
<p>Marchini Simona</p>
<p>Marini Katiuscia</p>
<p>Martini Carla</p>
<p>Melandri Giovanna</p>
<p>Melandri Lea</p>
<p>Miccolis Lucia</p>
<p>Minielli Erminia</p>
<p>Minuz Fernanda</p>
<p>Modugno Ludovica</p>
<p>Molfino Francesca</p>
<p>Morelli Fiorella</p>
<p>Mulas Maria</p>
<p>Murgia Michela</p>
<p>Musi Mascia</p>
<p>Napoli Angela</p>
<p>Napolitano Pasqualina</p>
<p>Nicchi Marisa</p>
<p>Nuzzo Pina</p>
<p>Occhio Luciana</p>
<p>Ocmin Liliana</p>
<p>Palmieri Laura</p>
<p>Palombelli Barbara</p>
<p>Panarello Melissa</p>
<p>Parente Annamaria</p>
<p>Pericoli Maria Delia</p>
<p>Perina Flavia</p>
<p>Persichetti Donatina</p>
<p>Petraglia Alessia</p>
<p>Piccinini Morena</p>
<p>Piccolotti Betta</p>
<p>Pizzolante Maria Pia</p>
<p>Petrignani Sanra</p>
<p>Perricone Rosa Maria</p>
<p>Poggi Daniela</p>
<p>Pollastrini Barbara</p>
<p>Ponticelli Maria Pia</p>
<p>Porto Franca</p>
<p>Presbitero Fiorenza</p>
<p>Presbitero Patrizia</p>
<p>Puglisi Francesca</p>
<p>Ragonese Isabella</p>
<p>Ranghelli Agnese</p>
<p>Rampello Lilli</p>
<p>Rangeri Norma</p>
<p>Raso Rosetta</p>
<p>Ravera Lidia</p>
<p>Rea Anna</p>
<p>Ricci Elena Sofia</p>
<p>Rinaldi Corinna</p>
<p>Rinaldi Rosi</p>
<p>Riuscito Rosanna</p>
<p>Ripa di Meana Gabriella</p>
<p>Rizzitelli Luisa</p>
<p>Rocca Stefania</p>
<p>Rodano Giulia</p>
<p>Romano Anna Maria</p>
<p>Romualdi Vaccari Marina</p>
<p>Rosanna Rosi</p>
<p>Rosselli Annalisa</p>
<p>Sabatini Linda Laura</p>
<p>Saraceno Chiara</p>
<p>Sampietro Tiziana</p>
<p>Sapegno Serena</p>
<p>Sapegno Annalisa</p>
<p>Sarasini Bia</p>
<p>Sarchi Alessandra</p>
<p>Savino Lunetta</p>
<p>Scaraffia Lucetta</p>
<p>Scarponi Stefania</p>
<p>Sereni Marina</p>
<p>Simonazzi Anna Maria</p>
<p>Simonelli Viviana</p>
<p>Simonutti Luisa</p>
<p>Sabatino Sofia</p>
<p>Sentinelli Patrizia</p>
<p>Sestito Marisa</p>
<p>Siniscalchi Sabina</p>
<p>Sofri Stella</p>
<p>Sorrentino Serena</p>
<p>Susani Carola</p>
<p>Taddei Loredana</p>
<p>Tartaglione Rosa Tea</p>
<p>Tavaglini Anna Maria</p>
<p>Terragni Marina</p>
<p>Tialicos Nicoletta</p>
<p>Todros Tullia</p>
<p>Toppetta Diana</p>
<p>Torrani Benedetta</p>
<p>Tortora Soana</p>
<p>Trezza Laura</p>
<p>Trizio Mena</p>
<p>Trovo&#8217; Anna</p>
<p>Turci Paola</p>
<p>Turco Livia</p>
<p>Vaccari Marzia</p>
<p>Valvo Anna Lucia</p>
<p>Ventroni Sara</p>
<p>Ventura Giovanna</p>
<p>Veronesi Paola</p>
<p>Villa Paola</p>
<p>Zamboni Silvia</p>
<p>Zanotti Katia</p>
<p>Zanotti Vania</p>
<p>Zappa Mulas Patrizia</p>
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		<title>La vittoria di Simone</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 17:30:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[primarie]]></category>
		<category><![CDATA[rieti]]></category>
		<category><![CDATA[simone petrangeli]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giorno dopo l’Assemblea nazionale, nella quale abbiamo condiviso la necessità di rilanciare il progetto politico di Sinistra Ecologia e Libertà nella costruzione dell’alternativa di governo per il paese, Rieti si sveglia con una bellissima notizia: Simone Petrangeli ha vinto le primarie del centrosinistra. Con 1886 voti ha battuto i candidati forti del Pd, la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il giorno dopo l’Assemblea nazionale, nella quale abbiamo condiviso la necessità di rilanciare il progetto politico di Sinistra Ecologia e Libertà nella costruzione dell’alternativa di governo per il paese, Rieti si sveglia con una bellissima notizia: Simone Petrangeli ha vinto le primarie del centrosinistra.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-35809"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Con 1886 voti ha battuto i candidati forti del Pd, la coordinatrice provinciale del partito Annamaria Massimi, ex consigliere regionale (1625 preferenze) e Francesco Simeoni (1811 preferenze), segretario uscente della Cisl regionale, per il quale in città era arrivato anche Franco Marini.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo che la vittoria di Simone chiarisca ancora meglio quale sia la linea politica che dobbiamo agire nei prossimi mesi. “Mettici del tuo” è stato l’appello vincente con il quale Simone ha saputo parlare al popolo del centrosinistra, riconnettendo la Rieti civica e sociale  con la buona politica, fatta di passione e partecipazione popolare. La buona politica che non accetta di essere soppiantata dalle tecnocrazie, né dagli apparati, ma vuole tornare a decidere e scegliere il futuro delle proprie comunità, per costruire davvero l’alternativa per la propria città e per il paese.</p>
<p style="text-align: justify;">I primi dell’anno ho partecipato ad una sua iniziativa di campagna elettorale sulla “Città dei bambini”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono andato con mia figlia di 9 anni che ha trascorso un pomeriggio bellissimo, disegnando e progettando insieme a tanti altri bambini la sua idea di città. Lì ho percepito quale movimento di partecipazione sociale è stato messo in moto intorno alla candidatura di Simone e quanto desiderio  di coinvolgimento nei fatti pubblici di questa piccola città di provincia si è determinato con le primarie. La politica riconquistata alla dimensione sociale e civica, alla condivisone di progetti, valori, impegno e desiderio di futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio ora che la democrazia e la rappresentanza politica sembrano logorate e ridotte di senso, questa pratica di democrazia diretta e partecipativa si conferma il terreno privilegiato per unire la dimensione della buona politica con quegli elementi di civismo e di partecipazione diretta che vivono nei territori e nel paese.  Abbiamo bisogno di parlare sempre di più il nuovo linguaggio dei beni comuni e della rinascita democratica come vocabolario sul quale rifondare il centrosinistra dell’alternativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo bisogno di impegnare sempre di più le nostre strutture, i nostri insediamenti territoriali in un serrato confronto con le forze sociali e democratiche del cambiamento, per colmare quel solco profondo che oggi lacera la democrazia sempre più ostaggio della crisi. Le prossime amministrative a Rieti come in tante altre città del Lazio possono aprire la strada del cambiamento, per dare corpo a quella rinascita dell’Italia che, nonostante le caduta del governo Berlusconi, appare ancora lontanissima.</p>
<p style="text-align: justify;">Guglielmo Abbondati</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Avvocati, si può fare di più</title>
		<link>http://www.sinistraecologialiberta.it/articoli/avvocati-si-puo-fare-di-piu/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 15:35:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Governo in questi giorni  ha approvato il decreto legge sulle liberalizzazioni mentre l’Avvocatura attende ancora da anni  una seria riforma che sembra essersi definitivamente impantanata alla Camera. Sgombriamo il campo da un equivoco che è oggetto di una malevola interpretazione della politica secondo cui  la  c.d. sinistra  culturalmente non si occuperebbe dei temi delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Governo in questi giorni  ha approvato il decreto legge sulle liberalizzazioni mentre l’Avvocatura attende ancora da anni  una seria riforma che sembra essersi definitivamente impantanata alla Camera.</p>
<p style="text-align: justify;">Sgombriamo il campo da un equivoco che è oggetto di una malevola interpretazione della politica secondo cui  la  c.d. sinistra  culturalmente non si occuperebbe dei temi delle professioni ’.Il tema delle professioni e in  particolare di quella di cui mi occupo, dell’ avvocatura, è un tema che deve essere al centro dell’attenzione di un programma di riforma della giustizia con forza e convinzione. Ci sono tante e tanti che svolgono con impegno la professione di avvocato i quali  si vedono spesso non adeguatamente rappresentati.  Si pensi soprattutto alle donne che non vedono tutele e dal punto di vista professionale che previdenziale nel momento della gravidanza o del parto, oppure ai giovani  etc.<span id="more-35807"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Liberalizzazioni e avvocatura: non sono a priori contraria a quanto ci richiede l’Europa , purché sia preservata la qualità, l’autonomia e l’indipendenza della professione stessa a tutela dei cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attuale testo sulle liberalizzazioni ha provocato forti reazione da parte del mondo dell’avvocatura e in particolare delle associazioni rappresentative in quanto le riforme vanno a smantellare quei principi fondamentali  sanciti dall’art.24 della Costituzione.</p>
<p style="text-align: justify;">La spinta a liberalizzare il settore dei servizi professionali scaturisce, come è noto, dalle richieste esplicitamente pervenute da Confindustria e altri soggetti sociali i quali, evidentemente, ritengono che l’economia del Paese sia ridotta allo stato attuale anche per colpa di (<em>quelli che loro definiscono</em>) privilegi di cui ancora godono i professionisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma analizziamo qui di seguito le norme previste dal decreto legge:</p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli argomenti più dibattuti è certamente l’abolizione della tariffa minima delle prestazioni professionali.</p>
<p style="text-align: justify;">La precedente bozza di riforma come era stata approvata al Senato prevedeva all’art. 12 che il compenso professionale doveva essere pattuito anticipatamente tra le parti nel rispetto della libera determinazione di cui all’art. 2233 c.c., <span style="text-decoration: underline;">con l’assoluto obbligo di rispetto dei minimi tariffari</span> , pena la nullità dell’accordo. Inoltre era prevista la possibilità di concordare un ulteriore compenso rispetto a quello tariffario, per il caso di conciliazione o di esito positivo della causa, fermi i limiti preposti dal Codice Deontologico. Veniva abolito il patto di quota lite introdotto dal c.d decreto Bersani.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attuale testo di legge all’art. 9 prevede <span style="text-decoration: underline;">l’abolizione delle tariffe</span> professionali( Disposizioni sulle professioni regolamentate) . <span style="text-decoration: underline;">sono abrogate le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Il comma 3 dell’art. 9 prevede a pena di illecito disciplinare del professionista l’obbligo di pattuire per iscritto al momento del conferimento dell’incarico il compenso per le prestazioni professionali ancora dovrà rendere noto al cliente il grado di complessità dell’incarico(….).</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò comporterà di fatto una concorrenza “ selvaggia” come sostenuto anche dalle autorevoli rappresentanze dell’avvocatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Difatti si paventa il pericolo di una dequalificazione della professione con la conseguenza che al cittadino verrà offerto un servizio, che in nome delle logiche concorrenziali di mercato ,non garantirà stardard qualitativi adeguati.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna invece difendere l’avvocatura di qualità, e la qualità certamente ha dei costi come sostenuto anche da Guido Alpa il quale definisce l’abolizione delle tariffe minime una misura a dir poco “scandalosa”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di voler conservare dei privilegi quanto evitare che, data l’ importanza del servizio in questione che investe il rapporto tra l’individuo e la sua possibilità di difendersi per ottenere giustizia, la concorrenza di prezzo finisca per svantaggiare i soggetti più deboli, che si rivolgeranno ad avvocati meno preparati professionalmente, che offriranno servizi a tariffe più basse.</p>
<p style="text-align: justify;">Un punto apprezzabile del testo invece è rappresentato dalla norma prevista al comma 5 dell’art. 9 sull’accesso al tirocinio formativo dei giovani.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti è stato stabilito un tirocinio non superiore ai 18 mesi di cui i primi sei mesi possono essere svolti in concomitanza con il corso di studi, in determinati enti.</p>
<p style="text-align: justify;">La norma prevede che il tirocinio potrà essere svolto in presenza di un’apposita convenzione quadro stipulata tra i consigli nazionali degli ordini e il Ministro dell’istruzione , università e ricerca, in concomitanza con il corso di studio per il conseguimento della laura di primo livello o della laurea magistrale o specialistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tirocinio professionale è un passaggio essenziale della professione purché sia svolto in maniera rigorosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe stato opportuno intervenire anche riformando l’esame di Stato e non solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Opportuno ancora modificare le norme sul gratuito patrocinio e sulla difesa d’ ufficio fornendo ai cittadini una difesa effettiva e di qualità</p>
<p style="text-align: justify;">A mio avviso bisognerebbe partire da una riforma degli studi universitari che sia in grado di assicurare agli studenti che intendono esercitare la professione di avvocato percorsi formativi professionalizzanti adeguati  anche nei primi anni della loro carriera universitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Fino a quando questa riforma non verrà realizzata , il problema dell’accesso resterà invariato.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre il percorso formativo post laurea non deve essere la mera ripetizione di quanto già studiato all’università ( come accade praticamente nelle scuole forense già attive oggi).</p>
<p style="text-align: justify;">Un percorso formativo moderno dovrebbe lasciare ai giovani professionisti la libertà di acquisire , con le modalità che preferiscono e nel paese estero che privilegiano, quelle competenze che saranno poi necessarie a garantire la qualità nell’esercizio della professione.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ necessario abbandonare le tradizionali modalità di svolgimento dell’esame di stato, che dovrà diventare il momento in cui il giovane viene chiamato a dimostrare, attraverso prove teorico pratico, le abilità effettivamente acquisite durante il periodo formativo. Se si vuole riconoscere, come a mio giudizio si dovrebbe, che c’è un non trascurabile problema di preparazione in molti professionisti, credo che si dovrebbe pensare di intervenire a monte, sull’Università, sul praticantato e sullo stesso esame di abilitazione, senza puntare solo su corsi estemporanei che non sempre si dimostrano all’altezza delle aspettative. Finche non si lavora su questo credo che qualsiasi riforma non potrà che deludere le aspettative della categoria.</p>
<p style="text-align: justify;">In ultima analisi ritengo che l’impianto tradizionale della nostra professione forense sia da riformare in profondità e che occorra un nuovo «patto sociale» tra utenti ed avvocati basato sulla massima chiarezza, riconoscimento e rispetto dei reciproci ruoli e più comunicazione possibile tra le parti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora molto c’è da fare e credo che, al di là delle singole normative, il punto di partenza debba essere quello della qualità da parte di professionisti competenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il timore  che l’attuale Governo, riguardo anche il mantenimento della disciplina sulle società di avvocati e di capitali, (art.4 del testo di riforma della professione forense che giace attualmente  alla Camera)  possa ignorare tutto questo, rischia di  sostituire l’avvocatura fondata su qualità tecniche ed etiche  ad un’ avvocatura piegata alla logica di mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Paola Balducci</p>
<p style="text-align: justify;"> (coordinamento Forum Istituzioni Giustizia Democrazia)</p>
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		<title>L&#8217;elogio della certezza</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 18:38:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’erano tante persone, circa duecento, sabato 21 gennaio alla presentazione del Manifesto contro la precarietà di Sel: tante ragazze e ragazzi, sindacaliste e  sindacalisti, docenti universitari, economisti, militanti, persone interessate ad ascoltare la nostra opinione su un tema che non è un argomento da convegno accademico, né soltanto il racconto  del lavoro reso merce  ma  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’erano tante persone, circa duecento, sabato 21 gennaio alla presentazione del Manifesto contro la precarietà di Sel: tante ragazze e ragazzi, sindacaliste e  sindacalisti, docenti universitari, economisti, militanti, persone interessate ad ascoltare la nostra opinione su un tema che non è un argomento da convegno accademico, né soltanto il racconto  del lavoro reso merce  ma  carattere prevalente di questo tempo e  vita vissuta :sicuramente da un’intera generazione e non solo.<span id="more-35733"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Tante persone che plasticamente raffiguravano il lavoro di costruzione del Manifesto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un lavoro iniziato ad aprile, non a caso dopo la manifestazione del “Nostro tempo è adesso”;che è andato avanti, passo dopo  passo con un confronto autentico tra approcci diversi e generazioni diverse. Un lavoro di squadra, solidale e ostinato, tra il coordinamento nazionale, il Forum Ambiente Economia Lavoro, il dipartimento del Welfare, le ragazze e i ragazzi di Tilt, il Bin, la CGIL, recependo le istanze di comitati e gruppi di precari, con l’ascolto di tante persone nelle riunioni preparatorie fatte in diverse città.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ partita in questo modo la <a href="http://www.sinistraecologialiberta.it/precarieta/">campagna di presentazione del Manifesto</a> che vorremmo far conoscere in giro per l’Italia: per aprire sui suoi contenuti un confronto, per  farlo vivere in mezzo alle persone e perché alcune delle proposte possono ispirare scelte amministrative, costruendo in questo modo un senso comune e una iniziativa politica concreta.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi anni, in Italia e non solo, la riduzione e la precarietà dei diritti sociali e del lavoro sono stati lo strumento principale per la competizione globale e hanno determinato l’aumento delle diseguaglianze, causa strutturale della crisi nella quale siamo immersi e dalla quale non si esce senza ciò che abbiamo chiamato “conversione ecologica dell’economia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo abbiamo voluto immaginare  un Manifesto, dando a questa parola il suo significato di annuncio di proposta generale: la lotta alla precarietà come punto di partenza necessario per costruire un diverso ordine culturale, sociale ed economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché la precarietà deve essere battuta prima di tutto sul piano culturale, rigettando il  luogo comune della sua ineluttabilità. E’ difficile diversamente cancellare la concretezza delle sue conseguenze sulla vita quotidiana delle persone e sull’aggravamento del declino del paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti gli interventi e le relazioni del seminario  saranno pubblicate in breve tempo nella pagina del sito dedicata alla campagna, dove già compaiono i materiali distribuiti sabato e anche questo canale ci aiuterà tra qualche mese a tirare le file di questo viaggio collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cammino del Manifesto è cominciato alla vigilia del confronto tra Governo e parti sociali sul mercato del lavoro ed è il nostro modo, tignoso e non ideologico di stare in quel confronto, noi che siamo fuori dal Parlamento ma assolutamente intenzionati a dire la nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">Il confronto non comincia sotto buoni auspici. Non solo per le intenzioni annunciate dal governo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle intenzioni sono accompagnate dal ritornello, ormai veramente stucchevole, sull’art.18 che non è un  tabù. Infatti è un’ossessione .</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente dietro l’ossessione dell’art.18, irrazionale e ancestrale, c’è la convinzione liberista, ma che ha sostenitori accaniti ,non solo a destra: licenziare serve per assumere .</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di  un’equazione contraria a qualunque evidenza scientifica. Sia perché in Italia si può già  licenziare per motivi economici e in presenza di una giusta causa e di un giustificato motivo, sia perché l’art.18 si applica solo alle imprese sopra i 15 dipendenti e in Italia il 90 per cento delle imprese non solo è sotto i 15 dipendenti ma ha una consistenza media di 4/5 persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora il punto è che gli anni di ubriacatura liberista e di berlusconismo, nonostante il fallimento dell’una e dell’altro, intorno a questa ossessione e alla ineluttabilità della precarietà nella globalizzazione  si è creato uno schieramento largo, ideologico e interessato, oltre i confini della destra.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo il sindacato inizia il confronto con una piattaforma unitaria che non ha troppi fan tra le forze politiche e senza certezze neppure sul senso di quel confronto. Ed è anche  per questo che vorrei proporre l’elogio della certezza del diritto e dei diritti come mattone su cui ricostruire un diverso ordine culturale, sociale ed economico.</p>
<p>Titti Di Salvo</p>
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		<title>Contro le dimissioni in bianco!</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 23:25:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Reintrodurre la legge contro le dimissioni in bianco. Un ordine del giorno di SEL in tutte le istituzioni L’annunciata riforma del mercato del lavoro che il Governo Monti e la ministra Elsa Fornero stanno predisponendo, non potrà fare a meno di considerare la legge contro le dimissioni in bianco. Dopo il decreto dell’ex ministro Sacconi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Reintrodurre la legge contro le dimissioni in bianco. Un ordine del giorno di SEL in tutte le istituzioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’annunciata riforma del mercato del lavoro che il Governo Monti e la ministra Elsa Fornero stanno predisponendo, non potrà fare a meno di considerare la legge contro le dimissioni in bianco.<span id="more-35704"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il decreto dell’ex ministro Sacconi che cancellò con un colpo di spugna la norma (uno dei primissimi provvedimenti dell’ultimo Governo Berlusconi), abbiamo assistito a un’ampia protesta bipartisan che ha coinvolto in primo luogo le donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Le principali vittime della pratica delle dimissioni in bianco sono infatti le lavoratrici, costrette a firmare una lettera di licenziamento senza data, usata come una vera e propria spada di Damocle in caso di maternità, infortunio o lunga malattia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiediamo a tutte le istituzioni di prendere posizione in questa battaglia di civiltà,</strong> perciò possiamo presentare <strong>un ordine del giorno</strong> in tutti i consigli dove siamo presenti, per sollecitare il ripristino di questa legge.</p>
<p style="text-align: justify;">Una semplice norma di appena due articoli, proposta da noi e approvata nel 2007 da entrambi gli schieramenti, che obbligava a usare moduli numerati progressivamente per i licenziamenti, in modo da impedire la compilazione prima dell’effettivo utilizzo.</p>
<p style="text-align: justify;">In queste ore si stanno moltiplicando le voci in favore della reintroduzione della norma, da destra come da sinistra. Riteniamo importante che anche consigli di circoscrizione, consigli comunali, consigli provinciali e consigli regionali contribuiscano a questa pressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Monica Cerutti</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sinistraecologialiberta.it/pdf/OdgDimissioniBiancoTipo.doc" target="_blank">Scarica l&#8217;odg da presentare nelle istituzioni locali</a></p>
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		<title>Maledetta primavera</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 23:20:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi son detto: in politica, se ti vien la mosca al naso, tienti calmo. Conta dieci volte fino a dieci. Fai dieci passi prima in su, poi in giù. Gira dieci volte intorno e poi altre dieci. Solo dopo, se ancora ne sei convinto, se non ne puoi proprio fare a meno, beh allora liberati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mi son detto: in politica, se ti vien la mosca al naso, tienti calmo. Conta dieci volte fino a dieci. Fai dieci passi prima in su, poi in giù. Gira dieci volte intorno e poi altre dieci. Solo dopo, se ancora ne sei convinto, se non ne puoi proprio fare a meno, beh allora liberati dal fastidio, scaccia questa benedetta mosca, dì quello che pensi. Ma cosa si può pensare ormai, politicamente parlando, di Enrico Letta? Certo, il ronzio che emette è fastidioso. <span id="more-35710"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Prima ci dice che intende il pd (nato, ci è stato spiegato, per realizzare il bipolarismo) come country party, partito dell’intero paese, partido nacional, partito dunque unico, insieme conservatore, moderato, riformista, europeista, nazionalista, federalista. Poi fa scivolare a Monti, quando ancora non ha preso posto per l’investitura, un pizzino di pronto intervento che spazia dalle linee di politica economica alle retrovie di qualche sottosegretario.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso definisce questo governo, che mette il gelo alle vene della nostra middle class (figurarsi a quelle sottostanti) come “la nostra primavera”. Daccordo, la fioritura di tasse, tagli, balzelli pullula già adesso, a metà inverno. Ma “primavera”, sempre politicamente parlando, si poteva dire della Resistenza, del Sessantotto, dei moti di Praga, della caduta del Muro, oggi della rivolta dei giovani tunisini ed egiziani ai loro tiranni. Perché il Letta junior ci imbroglia anche sulle stagioni, nel mentre si industria già di farlo sulla legge elettorale? Perché un ragazzo così istruito anziché legare i fili nel pd tra la miglior socialdemocrazia e il miglior cattolicesimo democratico dice addio alla politica e si iscrive al partito della Bocconi? Si è accorto che un socialista, Martin Schultz, è diventato presidente del Parlamento europeo, che nei prossimi mesi i socialisti potrebbero farcela in Francia e i socialdemocratici in Germania? Che questi, in politica, potrebbero essere i primi segni, dentro la crisi, di una nuova primavera?</p>
<p style="text-align: justify;">Ha la carica di numero due, per quanto allargata non snaturi del tutto la sua famiglia di appartenenza. So che è troppo facile dirlo, ma per lasciare l’Italia com’è basta quella dello zio.</p>
<p style="text-align: justify;">Arturo Vesponi</p>
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		<title>Pape Diaw e la buona educazione</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 19:46:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Pape diaw]]></category>

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		<description><![CDATA[Finalmente qualcuno che conosce le leggi. La legge Mancino contro il razzismo ad esempio, e&#8217; un buono strumento per punire i crimini d’odio. Perche&#8217; non usarla? Pape Diaw, il portavoce della comunità senegalese di Firenze, affronta molti argomenti di civilta&#8217; e diritti. Un fiume in piena: “Mai dare il microfono a un subsahariano, perche&#8217; quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente qualcuno che conosce le leggi. La legge Mancino contro il razzismo ad esempio, e&#8217; un buono strumento per punire i crimini d’odio. Perche&#8217; non usarla?<span id="more-35708"></span></p>
<p>Pape Diaw, il portavoce della comunità senegalese di Firenze, affronta molti argomenti di civilta&#8217; e diritti.<br />
Un fiume in piena: “Mai dare il microfono a un subsahariano, perche&#8217; quando inizia a parlare non la finisce piu&#8217;…”, ironizza su di se&#8217; .<br />
L’affollata assemblea nazionale di Sinistra Ecologia Liberta&#8217;, il partito di Vendola, applaude come quando si chiede un bis.<br />
 E&#8217; anche un omaggio ai senegalesi morti nella sparatoria di piazza Dalmazia a Firenze. E quindi, Diaw tiene una lezione bella e semplice: vogliamo lasciare ai nostri figli un mondo migliore, dice, pero&#8217; dobbiamo anche dargli la giusta educazione. </p>
<p>E fa un altro esempio: “Come possiamo insegnargli a rispettare la gente che viene da fuori, se non gli insegniamo prima che quando c’e&#8217; un anziano sull’autobus gli si cede il posto?”.<br />
La buona educazione, appunto.</p>
<p>Giovanna Casadio<br />
Fonte: http://casadio.blogautore.repubblica.it/2012/01/22/pape-diaw-e-la-buona-educazione/</p>
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		<title>Bravo Simone!</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 14:13:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Simone Petrangeli ha vinto le primarie del centro sinistra con 1866 preferenze. Una vittoria che è arrivata al termine di una campagna elettorale fatta in mezzo alla gente e per la gente. Il giovane candidato di Sel, 36 anni, ha battuto, a sorpresa, i candidati del Partito Democratico, Annamaria Massimi e Franco Simeoni, considerati favoriti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Simone Petrangeli ha vinto le primarie del centro sinistra con 1866 preferenze. Una vittoria che è arrivata al termine di una campagna elettorale fatta in mezzo alla gente e per la gente. Il giovane candidato di Sel, 36 anni, ha battuto, a sorpresa, i candidati del Partito Democratico, Annamaria Massimi e Franco Simeoni, considerati favoriti alla vigilia delle primarie.<span id="more-35706"></span></p>
<p>«Il 22 gennaio a Rieti sboccerà la primavera» aveva detto Petrangeli alla vigilia della giornata di voto. E non si sbagliava perché i cittadini hanno scelto proprio lui con un voto convinto, deciso e soprattutto nato dalla voglia di portare un cambiamento, appunto la “primavera” in città. Un cambiamento che ha confermato come, oggi, le logiche di partito spesso non premino più. «E’ la vittoria del voto libero e del cambiamento, il centrosinistra è uscito dalle primarie più forte di prima, dedico la vittoria a tutti i miei sostenitori» ha detto Simone mentre nella sede reatina di Sel si festeggiava.</p>
<p>Quello che sarà il candidato del centrosinistra alle Amministrative reatine ha detto di considerarsi «lo strumento di una generazione che vuole farsi carico della città e dei suoi problemi. Io ho avuto coraggio, ma anche i cittadini che hanno scelto il cambiamento hanno avuto coraggio. Ora la nostra sfida ha un cammino da fare verso il futuro, ma potremo farlo solo se la città camminerà con noi».</p>
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