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Martedì, 14 ottobre 2014

Intervista a Anna Soru (Acta): «Noi lavoratori autonomi esclusi dal Jobs Act. Perché tavole e sedie più rilevanti di un consulente?»

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Precari, partite Iva, autonomi liberi professionisti. Sono tanti i nomi con cui vengono individuati le persone che non hanno, per scelta o per le circostanze del mondo del lavoro, un contratto a tempo indeterminato. A Milano c’è la sede nazionale di ACTA, fondata nel 2004, che per prima si è rivolta a questi lavoratori autonomi. Anna Soru è la presidente di questa associazione. La intervistiamo perché conosce quel mondo del lavoro e prova a rappresentarlo.

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Dotoressa Soru ci racconta cosa è Acta e chi rappresenta?
Acta è una associazione nata 10 anni fa da un gruppo di persone che prima hanno cercato di trovare rappresentanza in quello che già c’era ma non avendolo trovato ha deciso di organizzarsi. Siamo nati dal basso, senza nessun supporto. In tanti, con il passare del tempo, hanno provato ad incorporarci, sia a livello politico che a livello di rappresentanza. Ma abbiamo deciso di continuare da soli, perchè abbiamo capito che nessuna altra istituzione avrebbe potuto farlo. Principalmente diamo rappresentanza ai freelance, a tutti quei professionisti dell’ICT, della comunicazione, del design, della consulenza, che offrono flessibilità, conoscenze, innovazione alle imprese ed alla PA. Quindi individui che svolgono una attività professionale autonoma, tra questi ci sono anche le partite Iva, ma non solo. Il nostro primo obiettivo è far sapere che esistiamo, che siamo in crescita (ci consideriamo il lavoro del futuro) e che siamo diversi da come spesso veniamo raffigurati. Nell’immaginario collettivo siamo evasori, ma chi lavora per le imprese e la Pubblica Amministrazione non ha possibilità di evasione: se non si emette fattura non si è pagati. 

I lavoratori autonomi che peso e che ruolo hanno nell’economia italiana? E se possibile quanti sono i giovani?
E’ difficile quantificare perché non ci sono dei numeri certi che possano identificare questo mondo. In base ad una nostra stima, basata sui dati del ministero delle finanza, sui dati dei contribuenti, dovremmo essere circa un milione e mezzo. L’unica cosa certa però è che siamo la parte più flessibile del mercato del lavoro. In un momento di crisi e con un mercato del lavoro  non recettivo come in questo momento in Italia, per molti crearsi un lavoro è l’unica alternativa alla disoccupazione. Quindi è chiaro che tantissimi giovani rientrano in quest’ambito. Non è detto che sia una scelta, perché per molti magari l’aspettativa era un posto di lavoro a tempo indeterminato, ma appunto spesso non ci sono alternative.

Sul vostro sito campeggia una lettera a Matteo Renzi sul Jobs Act in cui siete molto critici su quanto annunciato dal governo
Il Jobs Act ci esclude, ne siamo proprio fuori. Siamo fuori quando si parla di tutele, in quanto gli ammortizzatori sono definiti universali ma in realtà non lo sono, perché ci escludono. Da tutto quello che è stato scritto e da colloqui che abbiamo avuto con persone che lavorano al Jobs Act, emerge che quando parlano di  tutele si riferiscono comunque solo al lavoro dipendente, e non ai lavoratori autonomi.  Ci è stato spiegato che le risorse sono limitate. Quello che mi domando è perché dobbiamo essere sempre noi gli esclusi. 

 

E adesso quali tipi di mobilitazioni o azioni pensate di mettere in campo? Uno sciopero delle partite IVA?
E’ assolutamente impraticabile, perché mettere d’accordo tutti i consulenti e individui che manco si conoscono fra di loro è praticamente impossibile. In una fabbrica lo sciopero funziona quando tutti i dipendenti sono d’accordo. Noi siamo una associazione non strutturata, ma neanche un sindacato sarebbe in grado di promuoverlo. Quello che possiamo fare è sensibilizzare l’opinione pubblica, come abbiamo fatto con la lettera al governo che è sul sito, che sta ottenendo una buona visibilità.

Quali sono i punti più importanti delle vostre richieste?
Diciamo che i più urgenti ed irrinunciabili sono: bloccare l’aumento dei contributi, che, se non si interviene passeranno dal 27% al 33%, e l’introduzione di una tutela per la malattia in situazione gravi e che impediscono l’attività lavorativa per lunghi periodi. Sono due punti improcrastinabili.

Vi sentite rappresentati dalla politica e cosa gli chiedete?
Il mondo della politica non ci ha mai rappresentati. Anche perché quasi sempre chi ha fatto le leggi  sul lavoro arriva dal sindacato  e conosce solo  il lavoro dipendente. E quando intervengono sul lavoro autonomo fanno spesso dei danni. Noi, come Acta, vogliamo essere ascoltati perché conosciamo il mondo del lavoro autonomo. In quanto persone coinvolte nei fatti e divenute esperte, prima ancora che come rappresentanti di questo mondo. Ad esempio , uno dei temi su cui si vuole intervenire è quello delle finte partite IVA, siamo pienamente coscienti che esistono e che sono un serio problema  ma bisogna stare attenti a come si interviene, altrimenti si rischia di distruggere  anche il lavoro autonomo sano.

Allora secondo lei come si potrebbe intervenire in questi casi?
Sono noti alcuni ambiti in cui il fenomeno è diffuso e in cui quindi la situazione potrebbe essere monitorata. Ad esempio nella sanità o nell’editoria. Secondo noi bisognerebbe di volta in volta andare a comprendere la dinamica del settore e individuare le misure di intervento, ma la questione è principalmente politica, non tecnica. Le faccio un esempio. Siccome la sanità non ha i soldi ha deciso di usare i medici a partita Iva. Ma sono lavoratori inseriti nella routine, che fanno i turni, che seguono delle procedure, è evidente che sono finti autonomi. La decisione di intervenire è tutta politica. E chiaro che allo Stato costerebbe di più.

Cosa produce lavoro, nuova impresa, cosa servirebbe?
Serve il lavoro, ma anche riconoscere una adeguata retribuzione al lavoro. Questi due elementi camminano insieme. Se c’è il lavoro ma questo viene sottopagato il problema rimane.  Ci sono tante cose che si potrebbero fare per stimolare la domanda e il riconoscimento delle nostre attività. le faccio un esempio. L’attività di consulenza è considerata un costo, non un investimento. Se io compro un computer è considerato un investimento, ma se chiedo ad un consulente informatico che mi installi un sistema per far crescere la mia attività questo è considerato solo un costo. Se compro delle sedie e un tavolo per una sala riunioni, rappresentano un investimento, un piano di comunicazione no, eppure quest’ultimo potrebbe essere molto più importante del rinnovo dell’arredamento della sala riunioni per rilanciare un’azienda E io chiedo, perché?

Cosa pensa del reddito minimo garantito?
Sono d’accordo. Ma mi sembra impraticabile visto che non ci sono le risorse neanche per assicurare a tutti tutele basilari, come la malattia e la disoccupazione.

L’ultima domanda è personale e chiedo ad Anna Soru da quanto tempo è presidente dell’Acta. Da quando è nata, da 10 anni, per mancanza di altri candidati E’ impegnativo e non remunerato, come d’altra parte tutte le altre attività svolte dai soci attivi. Acta si basa sul volontariato. Anche Anna Soru è una autonoma, fa la ricercatrice economica.

Ringrazio Anna Soru per la disponibilità e invito tutti gli interessati a consultare il sito di riferimento dell’associazione per ulteriori informazioni ed adesioni: http://www.actainrete.it/

 

Commenti

  • Luca Angeli

    Bisogna lavorare accanto a queste organizzazioni. Sono l’unico appiglio contro la polverizzazione dei lavoratori.