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Martedì, 31 marzo 2015

Le 3 bugie di Renzi sulla Scuola

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Le tante promesse fatte in questi mesi dal governo intorno alla “buona scuola”, quella con cui “facciamo crescere il paese” – così recitava il grazioso opuscolo delle linee guida – alla resa dei conti si stanno rivelando bugie. A partire dal mantra che per un anno intero, come nel più ingannevole degli spot, ha alimentato le speranze dei docenti in attesa di stabilizzazione e degli studenti in attesa di misure volte a garantire il diritto allo studio: ‘mai più precari nella scuola’ e ‘dobbiamo tornare a vivere l’istruzione e la formazione non come un capitolo di spesa della Pubblica Amministrazione, ma come un investimento di tutto il Paese su se stesso’.

1. Bugie sui tempi

– 15 settembre 2014: iniziano i 60 giorni di “grande dibattito pubblico”, ma sui questionario on line, sulle schede inviate da tutte le scuole, sulle tante mozioni approvate dai collegi docenti, nei mesi successivi cala la censura;

– 26 novembre 2014: la sentenza della Corte Europea sancisce che i precari della scuola con più di 36 mesi di servizio hanno diritto all’assunzione a tempo indeterminato, la ministra Giannini annuncia: “siamo pronti” e poi più nulla;

– 3 marzo 2015: dopo mesi di inspiegabile silenzio, il premier del fare, dei blitz notturni e delle deleghe in bianco, annuncia che la riforma della scuola si farà con un ddl, ma solo il 30 marzo il testo più rimaneggiato della storia approda finalmente in Parlamento, col ricatto di un dibattito contingentato pena il pericolo che saltino le assunzioni. Forse tanta esitazione perché, come diciamo da mesi, per l’epocale piano assunzioni non ci sono le coperture finanziarie?

2. Bugie sui soldi

– con 1 miliardo di euro alla scuola pubblica per il 2015, “si torna ad investire”, ma ci sono anche circa 800 milioni di tagli, dunque in realtà per ora si investono 200 milioni, dopo 10 miliardi di tagli (siamo gli unici ad aver ridotto la spesa pubblica in istruzione di un 3% contro l’aumento medio del 38% nei Paesi OCSE). E l’Ocse torna a bacchettare l’Italia per una spesa in istruzione che nel recente rapporto Going for Growth definisce insufficiente, inefficiente e iniqua;

– 200 milioni sono stanziati per la premialità individuale dei docenti (i meno pagati in Europa, nonostante siano tra quelli che trascorrono più ore in classe), lasciata alla totale discrezionalità dei dirigenti, destinata a pochi e che non copre nemmeno la metà dei tagli al Fondo per il miglioramento dell’offerta formativa. Per la formazione docenti sono stati stanziati appena 40 milioni e un bonus di 500 euro per l’acquisto di strumenti, corsi e simili, ma anche questo non è per tutti. Insomma, dopo un contratto bloccato da sei anni, meno di cento euro per “valorizzare i nuovi Don Milani, Montessori e Malaguzzi”?

– circa 1,5 miliardi l’anno, tra contributi di Stato e Regioni, vanno invece al milione di studenti dei 13.000 istituti paritari (diplomifici compresi). In proporzione è molto più di quanto va agli 8 milioni di studenti delle oltre 113.000 scuole statali. Praticamente un diritto allo studio al contrario: i soldi pubblici alla scuola privata e soldi dei privati (distribuiti in modo iniquo e non integrativi, bensì sostitutivi del finanziamento pubblico) alla scuola pubblica, che registra nelle rilevazioni internazionali risultati migliori rispetto alle scuole private, ma presenta un abbandono scolastico tra i più alti in Europa per i figli di genitori a basso reddito (31,2% contro il 2,9% dei figli di laureati 2,9%). Come se non bastasse, è prevista la detrazione del 19% fino a 400 euro di spese scolastiche sia per le paritarie che per le statali. Vale la pena chiedersi dove sia il rispetto del famoso ‘senza oneri per lo stato’. Anche il 5×1000, destinato non al comparto scuola, ma ai singoli istituti, finirà con l’accrescere le disuguaglianze esistenti tra le scuole in zone o per studenti ricchi e scuole in contesti difficili.

3. Bugie sui numeri

– Erano 148.100 le stabilizzazioni previste nelle linee guida de “La Buona Scuola”: ‘tutti i precari storici e tutti i vincitori e gli idonei dell’ultimo concorso’ Invece ora sono scese a 100.701, con un risparmio di un miliardo, una partita di giro per finanziare il merito dei docenti;

– i 4 su 5 precari esclusi – “usciti dal radar” li ha definiti il premier dopo averli illusi e presi in giro per un anno! – sono gli idonei del concorso, 23 mila insegnanti dell’infanzia, i 22 mila abilitati con i tirocini Tfa (costati ai tirocinanti tremila euro), i 60 mila usciti dai percorsi Pas, i 55 mila diplomati magistrali, i precari ‘storici’ indicati dai sindacati ma non conteggiati dal Miur, che però non pubblica i dati ufficiali delle graduatorie. E mentre si rincorrono annunci e smentite, si avvicina lo spettro di nuovi ricorsi, non si capiscono i criteri, e non è chiaro a prezzo di quali rinunce i neoassunti potranno ottenere la stabilità, né come potrà entrare a regime dal primo settembre l’organico dell’autonomia.

Queste e molte altre misure contenute nel ddl, insieme alle materie inspiegabilmente lasciate alla delega al governo, invece di migliorare la scuola pubblica e garantire il diritto allo studio, ne rallentano il cammino verso gli obiettivi di Europa 2020.

Sinistra Ecologia Libertà è pronta alla battaglia dentro e fuori al Parlamento nelle prossime settimane, ma prima di tutto va detto basta agli annunci, alle bugie e ai ricatti: chiediamo un decreto legge con un piano di assunzioni straordinario per l’anno scolastico 2015/2016, e nel ddl un Piano pluriennale di assunzioni di docenti e personale Ata per risolvere davvero come promesso il problema del precariato nella scuola. Ci sono in gioco le vite di migliaia di precari e l’avvio del nuovo anno scolastico per 8 milioni di studenti.

Diciamo al parlamento “Osate cambiare”, perché se la riforma non cambierà, la “buona scuola” sarà solo pubblicità ingannevole.

 

Commenti

  • Giorgio Candeloro

    il DDl, se passerà così come è stato presentato alla Camera segnerà la fine della scuola pubblica italiana. L’istituzione degli albi territoriali, nei quali confluiranno non solo i neo assunti, ma progressivamente tutti i docenti, indipendentemente dall’epoca della loro entrata in servizio, significa la fine della figura dell’insegnante di ruolo. Il potere di chiamata dei presidi cambia lo stato giuridico degli insegnanti, non più dipendenti pubblici, ma sudditi del dirigente padrone e licenziabili a discrezione del preside qualora questi decida di non riconfermare al docente l’incarico triennale. Inoltre il DDl abolisce il contratto nazionale e la contrattazione di istituto. Si tratta della fine della libertà di insegnamento stabilita dalla costituzione e dell’altro principio costituzionale della parità di trattamento degli amministrati nella pubblica amministrazione (tra l’altro un precedente pericolosissimo anche per tutti gli altri ambiti del settore pubblico) Chiedete pure lo stralcio per le assunzioni dei precari, ma per il resto garantiteci una lotta senza quartiere al ddl, che deve essere ritirato perché è inemendabile in quanto finalizzato esclusivamente all’annientamento della scuola pubblica. Neppure il fascismo era giunto a tanto.

  • diomedem

    capisco benissimo la lotta alla stabilizzazione della prima fascia e dei vincitori (non idonei) del concorso… che quando fu bandito fu esplicitato in ogni luogo che doveva essere solo per vincitori e senza idonei. ma attenti alla guerra tra poveri… la doverosa stabilizzazione di questi non deve essere la devastazione della scuola e delle altre migliaia di vite precarie. assumere… ma lasciare le graduatorie di istituto. concorso si… ma nel mentre dare la possibilità di continuare a lavorare.