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Giovedì, 10 dicembre 2015

Rapporto Res, Italia unico Paese in Europa a disinvestire. Meno studenti, meno professori, meno laureati

università studenti

L’Italia non investe sull’Università. E’ uno dei dati principali che emerge dal Rapporto 2015 della Fondazione Res ‘Nuovi divari. Un’indagine sulle Università del Nord e del Sud’ curato da Gianfranco Viesti e presentato oggi a Palermo. Per la prima volta nella sua storia, il sistema universitario italiano, rispetto al momento di massima espansione nel 2008, si è ridotto di circa 1/5.

Oggi gli studenti immatricolati si sono ridotti di oltre 66mila (-20%); i docenti sono scesi a meno di 52mila (-17%); il personale tecnico amministrativo a 59mila (-18%); i corsi di studio a 4.628 (-18%); il fondo di finanziamento ordinario delle università è diminuito, in termini reali, del 22,5%. Nel giro di pochi anni l’Italia, ha disinvestito nella sua università facendo registrare una tendenza opposta a quelle in corso in tutti paesi avanzati e anche l’obiettivo europeo di raggiungere, al 2020, il 40% di giovani laureati sembra decisamente fuori dalla portata del Bel Paese che con il 23,9% è all’ultimo posto fra i 28 stati membri.

La tendenza a disinvestire nel sistema universitario emerge anche dal dato sul fondo di finanziamento ordinario delle università italiane: i meno di 7 miliardi del fondo vanno comparati agli oltre 26 miliardi della Germania. Ma non solo. Il fondo, in forte contrazione, è stato ripartito in modo assai diverso in questi ultimi anni con effetti che aggravano la situazione di molti atenei soprattutto meridionali. Al Sud si registrano tagli per le università di circa il 12% e nelle Isole il finanziamento si è ridotto di oltre un quinto.

Oltre il 50% del calo delle immatricolazioni (-37mila dal 2003/04 al 2014/15) si concentra negli atenei del Mezzogiorno. Tra le principali cause ad aggravare la situazione contribuiscono i cambiamenti recenti nei meccanismi di finanziamento degli atenei che “aumentando fino al 20% la quota premiale legata a risultati conseguiti nella didattica e nella ricerca, tendono paradossalmente ad aggravare il quadro perché penalizzano le università del Mezzogiorno per la loro inefficienza senza spingerle realmente su un sentiero di miglioramento e di maggiore responsabilizzazione”.

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