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Lunedì, 29 febbraio 2016

Università, precari più del 50% dei ricercatori. E molti lavorano gratis. Fratoianni: che paese è quello che non investe in ricerca?

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Sono 66.097 i ricercatori precari dell’università italiana. Più di tutti i professori e i ricercatori a tempo indeterminato messi assieme. Se gli atenei riescono ad andare avanti, nonostante i finanziamenti ridotti al lumicino, è anche grazie al loro lavoro, spesso gratuito. Eppure restano degli invisibili cui non è concessa alcuna forma di contratto, in aperta violazione delle regole imposte dall’Europa. Perciò il Coordinamento nazionale ricercatrici e ricercatori non strutturati ha promosso da un mese uno sciopero bianco, anzi “sciopero alla rovescia”, per il riconoscimento della ricerca come lavoro. Il 29 febbraio il Coordinamento si riunisce a Torino, dove la protesta ha ottenuto il sostegno di interi dipartimenti dell’ateneo, per raccontare l’impegno quotidiano dei ricercatori precari e rendere pubblici i dati di un’indagine interna che restituisce uno spaccato impressionante del mondo delle università.

“I precari rappresentano più della metà del personale che nelle università si occupa di ricerca e didattica”, denuncia il Coordinamento delle ricercatrici e dei ricercatori non strutturati. Secondo i dati Miur del 2014 il numero di borsisti, assegnisti, ricercatori a contratto e consulenti, tutti con contratti in scadenza, ammonta a ben 66.097 a fronte dei 51.839 ricercatori di ruolo, professori associati e ordinari. Questo significa che “in Italia la maggioranza della ricerca e della didattica a livello universitario è affidata a loro”.

Nicola Fratoianni coordinatore nazione di Sel e deputato di Sinistra Italiana commenta: «Che paese è quello che non investe in ricerca? Che governo è quello che investe appena 2 miliardi l’anno, mentre la sola Samsung investe ogni anno in ricerca più di 12 miliardi? Sinistra italiana e Sel sta dalla parte dei ricercatori»