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	<title>Sinistra Ecologia Libertà - il sito ufficiale - Nichi Vendola portavoce nazionale &#187; lotta</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Sinistra Ecologia Libertà  - www.sinistraecologialiberta.it - Nichi Vendola portavoce nazionale</description>
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		<title>Voglio lavorare. A modo mio</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 04:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il lavoro è questione centrale per le donne oggi. Il lavoro che non c’è, il lavoro precario, il lavoro stabile che inghiotte con le sue esigenze il tessuto della vita quotidiana. In passato era tutto chiaro. Il lavoro per le donne era un obiettivo, una conquista, era la strada maestra per l’emancipazione.  Anche il femminismo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il lavoro è questione centrale per le donne oggi. Il lavoro che non c’è, il lavoro precario, il lavoro stabile che inghiotte con le sue esigenze il tessuto della vita quotidiana. In passato era tutto chiaro. Il lavoro per le donne era un obiettivo, una conquista, era la strada maestra per l’emancipazione.  <span id="more-23367"></span>Anche il femminismo degli anni Settanta, con l’accento su liberazione e libertà non ha mai messo in dubbio il lavoro come fondamento dell’autonomia delle donne, il guadagnarsi la vita per sottrarsi all’autorità maschile.</p>
<p>Lottare per il lavoro era una battaglia politica e culturale, si lottava per cambiare il proprio destino rinchiuso all’interno della famiglia. E oggi? Che le donne lavorino è per loro un successo o una delusione? E di quale lavoro si parla?  Fotografare la realtà del lavoro femminile è fare emergere una pluralità di voci e di esperienze. Cosa c’è in comune tra una giovane donna intorno ai trent’anni che si sente condannata alla precarietà a vita e un’ultracinquantenne, vicina ai sessanta, all’inseguimento di una pensione che viene spostata sempre più in là? La diversità di età e di vita deve per forza sfociare in un conflitto? Ha senso che la generazione che ha aperto la strada del lavoro per tutte, come è successo per la prima volta in massa a chi è nata tra il 1948 e il 1953 (ricavo i dati da <em>Le ragazze di cinquant’anni </em>di Marina Piazza), debba essere presa di mira dalle ragazze che, cresciute come sono con l’idea che per loro il lavoro sarebbe stato un cammino senza ostacoli, si sentono defraudate del loro futuro?</p>
<p>Prima di tutto i dati, fonte Istat, riferiti al 2009 (http://noi-italia.istat.it), con una notazione a margine. Fa parte del cambiamento e delle battaglie per ottenerlo che le statistiche di genere oggi siano disponibili nei dati <em>mainstream</em>, fa parte di un onesto lavoro intellettuale partire dalla considerazione dei dati. Oggi la donna italiana media (che coincide con il cittadino medio, le donne sono leggermente di più degli uomini) ha poco più 43 anni e una aspettativa di vita di 84 anni (79 gli uomini) &#8211; una conferma dell’età elevata della popolazione italiana.  Molti importanti i dati sull’istruzione, che riservano qualche sorpresa.</p>
<p>Si sa che le donne studiano di più e si laureano di più degli uomini. Ma non bisogna dimenticare che la donna italiana, se è tra i 25 e i 64 anni, ha solo il diploma di scuola dell’obbligo al 44,9 per cento (46,5% gli uomini). Tutto cambia nella popolazione più giovane, dove sale il livello di istruzione, anche se molto inferiore a quello europeo.  Colpisce il numero di giovani che abbandonano gli studi senza conseguire il titolo di scuola media superiore, il 19,2 per cento. Le ragazze sono di meno, intorno al 16 per cento (i ragazzi sono il più del 22 per cento) ma comunque sempre in numero superiore alla media europea di abbandono, che è del 14, 4 per cento.</p>
<p>Fa riflettere anche il numero dei giovani fuori da qualunque circuito, che non studiano e non lavorano. Nel 2009, in Italia poco più di due milioni di giovani (il 21,2 per cento della popolazione tra i 15 ed i 29 anni). Le donne sono di più, il 24,4 per cento rispetto al 18,2 per cento degli uomini. In leggera flessione nel biennio 2004-2006 e sostanzialmente costante nel biennio successivo, questi giovani tornano a crescere nel 2009 quando si manifesta la crisi.  Guardiamo ora i dati del cambiamento sociale diffuso. L’età media del matrimonio per le donne italiane è trent’anni, hanno 1,4 figli ciascuna e il primo figlio a trent’anni.</p>
<p>Sono le cifre che danno più di ogni altra l’idea del mutamento che ha segnato la vita femminile: ancora un buon terzo delle donne ora intorno ai sessant’anni si sono sposate e hanno avuto figli già a ventidue anni, in ogni caso in media le donne oggi quando si sposano hanno quattro anni di più che nel 1960.  E ora guardiamo le cifre sul lavoro. Prima di tutto un dato che di solito viene poco considerato, e su cui l’Istat ha richiamato l’attenzione, il tasso di inattività, cioè il numero che misura la quantità di persone che non cercano lavoro nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, rispetto all’insieme della popolazione della stessa età.</p>
<p>Il tasso di inattività femminile in Italia è particolarmente elevato: il 48,9 per cento. Un tasso anomalo, un accentuato differenziale di genere, pur in un contesto europeo dove l’inattività maschile è dovunque inferiore a quella femminile. Passiamo al lavoro: le donne occupate sono il 46, 4 per cento (a fronte del 68,6 per cento degli uomini), uno dei tassi più bassi d’Europa, anche se naturalmente al nord la situazione è molto simile all’Europa (tra il 61,5 di donne occupate in Emilia-Romagma e il 56,1 in Lombardia).  La disoccupazione femminile è salita di meno di un punto, al 9,3 per cento, più alta di quella maschile ma in sintonia con l’aumento complessivo nella crisi.</p>
<p>Dati più recenti e provvisori, relativi al dicembre 2010, prospettano in ogni caso una realtà mobile. Le donne disoccupate diminuiscono del 2,7 per cento rispetto a novembre e dell’1,7 per cento rispetto a dicembre 2009, così il tasso di disoccupazione femminile è pari al 9,6 per cento, in diminuzione di 0,3 punti percentuali sia rispetto al mese precedente e sia su base annua.  La terribile disoccupazione giovanile, nel dicembre 2010, in Italia risulta pari al 29 per cento, (si tratta di dati provvisori, non disaggregati per sesso). Per quanto riguarda il riepilogo del 2009, il tasso di disoccupazione delle ragazze è del 28,7, ben cinque punti percentuali in più dei ragazzi.</p>
<p>In Europa sono solo otto i paesi in cui le giovani donne sono più disoccupate dei loro coetanei. Un ultimo dato, che riguarda i dipendenti a tempo determinato, la principale forma di lavoro atipico. Nel 2009 il 12,5 per cento dei dipendenti (2,2 milioni di persone) ha un contratto a termine, sono più donne che uomini (14,6 rispetto al 10,8 per cento), soprattutto giovani nei servizi. La crisi colpisce il lavoro a termine (-171.000 persone) che assorbe quasi la metà della complessiva caduta occupazionale del 2009. La diminuzione di un punto percentuale colpisce in eguale misura donne e uomini.</p>
<p>Di questa cornice di riferimento, che dovrebbe orientare riflessioni e scelte politiche, colpisce per esempio la bassa istruzione della popolazione italiana, a sorpresa anche tra i giovani. Ma sono due gli elementi per me essenziali. In primo luogo il cambiamento tumultuoso che le donne, tutte le donne italiane, hanno portato nella vita quotidiana, e che i dati mostrano con evidenza cristallina.  Penso all’innalzamento di età per il matrimonio e la procreazione, oltre che la riduzione del numero dei figli e l’ingresso nel mercato del lavoro. Avvenimenti essenziali e semplici della vita che ora hanno una dimensione di massa, non sono più la sfida di una minoranza di esploratrici.</p>
<p>Ebbene, per questo enorme cambiamento non c’è riflessione e rappresentazione adeguata nella cultura, nella politica, nei media, nelle misure sociali. Non si pensa mai che l’Italia è un paese bloccato perché non ha trovato la strada per accogliere e dare una condivisa forma sociale e simbolica al cambiamento femminile.  L’altro elemento è la consistenza e il dramma della disoccupazione giovanile, in speciale modo di quella femminile. I dati confermano che precarietà e disoccupazione sono soprattutto delle donne. Di qui ansia e conflitti, sociali ma anche generazionali, che li accompagnano.</p>
<p>Non c’è da stupirsi che nelle ragazze le maggiori preoccupazioni, oltre che su carriere inimmaginabili e retribuzioni sempre da contrattare e sempre troppo al limite, si concentrino sulla possibilità di vivere una vita che da una parte non sia solo lavoro, dall’altra permetta di scegliere di essere madre senza pensare di diventare una reclusa della casa.  È come se la presenza di tante donne nei luoghi di lavoro, tutti costruiti intorno agli uomini e ai loro stili di vita, portasse un maggior numero di persone, perlopiù donne ma non solo, a prendere coscienza di essere prigionieri di ingranaggi impersonali e faticosi, troppo per qualunque ambizione.</p>
<p>Manifesti politici, come <em>Immagina che il lavoro </em>della Libreria delle donne di Milano, il testo <em>L’emancipazione malata</em>, a cura della Libera università delle donne di Milano, il documento per la <em>Dichiarazione dei lavori delle donne</em>, proposto da un gruppo tra cui Marisa Nicchi, Elettra Deiana e Maria Luisa Boccia (http://dichiarazionelavoridelledonne.myblog.it), libri come <em>Per amore o per forza,</em> di Cristina Morini, per vie diverse – e non necessariamente in conflitto tra loro &#8211; propongono una nuova soggettività femminile che vada oltre la logica del lavoro come conquista identitaria.  In fondo si tratta di fare i conti con il successo: il lavoro oggi non è un luogo simbolico da conquistare, piuttosto un territorio da gestire e rendere più simile a se stesse.</p>
<p>Un luogo da considerare con cautela per non scoprire che, invece che conquistare il lavoro, è l’economia – il capitale – ad avere messo al lavoro la vita femminile, sottomettendone l’eccedenza che non rientrava nella logica economica. È qui la sfida di oggi, assumere la capacità di relazione e di cura, ovvero la peculiare qualità del lavoro femminile, come misura di tutto, senza vendere tutto al mercato. Una sfida che va ben oltre la inevitabile rivendicazione di posti per sé. Fa parte dell’assunzione di responsabilità delle donne verso se stesse e il mondo.</p>
<p>Senza volere e potere concludere in nessun modo, riporto qui alcune righe da <em>Il lavoro di una donna</em>, il libro di Carla Casalini. Chi ha conosciuto Carla, che ci ha lasciato troppo presto nel novembre 2009, sa che sul suo giornale, <em>il manifesto</em>, ha documentato sin dagli anni Settanta con scrupolo e passione le vicende del lavoro, in particolare quello delle donne: Alessandra Mecozzi, che ha curato con amore questa raccolta di articoli scrive: «Il lavoro è stato centrale nella troppo breve vita di Carla: come espressione di sé e come oggetto di indagine e analisi».</p>
<p>Nel luglio 1979, inviata al seminario delle delegate Flm a Napoli, Carla scrive: «Perché dunque una donna va al lavoro, quali sono le sue ragioni profonde? In molte rispondono «per non essere come mia madre», «per non finire come lei». Ma come è finita lei? Annegando tutto nel ruolo affettivo, «e quando una donna si pone sul piano affettivo si accorge che il risultato non torna mai, che lei da sempre molto di più di quello che riceve. Io perciò sono fuggita dal fantasma di mia madre e quando ho cominciato a lavorare non volevo avere nessun tipo di rapporto con i colleghi, e volevo un lavoro asettico. L’affettività doveva restarne fuori, perché io lì sapevo che i conti non tornavano mai».  E oggi tornano i conti?<br />
Bia Sarasini</p>
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		<title>Sostegno alla lotta delle operatrici del servizio 114</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 15:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono 33, quasi tutte donne. Professioniste formatesi negli studi e ,soprattutto, in 5 lunghi anni di lavoro in prima linea gestendo le emergenze che arrivavano e arrivano al 114. un servizio pubblico gestito da Telefono Azzurro e finanziato dal Governo con sedi operativi a Milano e,soprattutto, a Palermo che copre l&#8217;intero territorio nazionale. Un servizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono 33, quasi tutte donne. Professioniste formatesi negli studi e ,soprattutto, in 5 lunghi anni di lavoro in prima linea gestendo le emergenze che arrivavano e arrivano al 114. un servizio pubblico gestito da Telefono Azzurro e finanziato dal Governo con sedi operativi a Milano e,soprattutto, a Palermo che copre l&#8217;intero territorio nazionale. Un servizio importante quanto delicato che riceve ogni giorno migliaia di chiamate che spesso riportano casi estremi di abuso e violenza. <span id="more-6019"></span><br />
Ebbene queste donne e questi uomini, ripetiamo professionisti altamente qualificati, ora vengono sostituiti dal personale del Servizio Civile. Il motivo , a detta di Telefono Azzurro, è semplice: costa troppo pagare gli stipendi. Eppure Telefono Azzurro ha ricevuto, come è giusto, fior di finanziamenti dallo Stato ( 400mila euro sono previsti per i primi 4 mesi del 2010 relativamente al servizio 114), la sede di Palermo è ubicata in un immobile confiscato alla mafia che è stato concesso alla onlus e nel 2008 si registra un avanzo di esercizio di oltre 1.300.000 euro.</p>
<p>La cosa assurda e grave sta nell&#8217;aver,nei fatti, dequalificato il servizio (che è su scala nazionale) senza un reale motivo evidente se non quello, scandaloso, di aver anteposto alla professionalità delle operatrici esigenze di cassa. Certamente i volontari del Servizio Civile Nazionale daranno il massimo ma è difficile credere che possano sostituire l&#8217;esperienza maturata in questi anni dalle operatrici a cui il contratto non è stato rinnovato.</p>
<p>Queste lavoratrici occupano da giorni, e con la solidarietà del parroco don Cosimo Scordato, il campanile della chiesa di S.Saverio all&#8217;Albergheria a Palermo. Una zona simbolo, perché in questo quartiere pochi anni fa venne alla luce un agghiacciante rete di abusi violenze e maltrattamenti sui minori. Come a voler sottolineare la necessità di interventi e vigilanza adeguata nei confronti dell&#8217;infanzia. Una vigilanza che mal si coniuga con le esigenze -opinabili per altro- dell&#8217;economicità dei servizi.</p>
<p>È una situazione dove al dramma per la perdita di posti di lavoro si somma la preoccupazione per il rischio concreto di un depotenziamento delle capacità di ascolto ed intervento del servizio stesso. Una situazione che deve essere risolta e che richiede interventi in sede nazionale. nonchè l&#8217;attiva solidarietà di tutti e di tutte.</p>
<p>Sel Sicilia</p>
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		<title>La rivoluzione delle donne dell’Answers</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 06:17:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando il 10 novembre in un’assemblea all’Answers abbiamo deciso di occupare l’azienda nessuna, nessuno di noi pensava che la lotta sarebbe stata così lunga, che sarebbe durata così a lungo. Ma dall’autunno siamo passati all’inverno, poi è arrivato il freddo, il gelo e addirittura la neve e siamo arrivati ad un mese di occupazione, metà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><strong> </strong>Quando il 10 novembre in un’assemblea all’Answers abbiamo deciso di   occupare l’azienda nessuna, nessuno di noi pensava che la lotta sarebbe  stata  così lunga, che sarebbe durata così a lungo. Ma dall’autunno siamo  passati  all’inverno, poi è arrivato il freddo, il gelo e addirittura la neve e  siamo  arrivati ad un mese di occupazione, metà dicembre, ad un passo dalle  festività  natalizie.<span id="more-5537"></span></div>
<div></div>
<div>Quando ho avuto la consapevolezza che avremmo dovuto passare dentro   l’azienda  Natale, Capodanno, l’Epifania, tutte le feste insomma, ho  immediatamente pensato che in tante in tanti avrebbero mollato, che non  ce  l’avremmo mai fatta. Ma lo scoramento, lo sconforto non hanno avuto la  meglio.  Con caparbietà, determinazione, orgoglio e forza abbiamo reagito  dicendoci “Non  dobbiamo mollare, dobbiamo andare avanti e lottare fino alla vittoria!”</div>
<div>
E   l’entusiasmo, la creatività, le tante idee hanno preso il sopravvento:  “Faremo  un laboratorio per creare decorazioni natalizie da vendere nei mercatini  di  Natale” “Organizzeremo delle belle cene aperte alla città, ad amici e  familiari  e così passeremo le feste tutti insieme” “Andremo in giro a racimolare  giochi e  regali per la Strenna natalizia da donare ai nostri figli” e così via.</div>
<div></div>
<div>
<div>Ricordo lunedì 21 dicembre, aveva nevicato per tutto il fine  settimana, il  riscaldamento non funzionava perché la caldaia si era congelata, eravamo  in  poche intorno al tavolo dove si pranzava insieme, infagottate nei  cappotti   con le stufe elettriche ai piedi, e nonostante ciò cominciammo a stilare  il menù  per la cena della vigilia, a pensare agli inviti e a come allestire il  call  center per renderlo più bello.</div>
<div></div>
<div>Questo spirito, questa perseveranza, questo entusiasmo, questa  energia, è  quello che mi ha colpito di più in questa esperienza. Non solo abbiamo  lottato e  resistito per ben 101 giorni ma lo abbiamo fatto con tanta dignità,  tanta  civiltà, tanta forza, lo abbiamo fatto con il sorriso sulle labbra, con  la  creatività di inventare e reinventare la lotta, con un entusiasmo che si   rinnovava giorno dopo giorno.</div>
<div></div>
<div>Ci siamo strette in un abbraccio comune al quale si è unita la  città tutta  con la sua immensa e straordinaria solidarietà, ci siamo sostenute  prendendoci  cura l’una dell’altra solo come le donne sanno fare. E abbiamo mescolato  saperi  e modi di fare antichi, ancestrali, genuinamente femminili (si cuciva,  si  ricamava, si sferruzzava, non passava giorno in cui qualcuna di noi non  portasse  la torta o i biscottini fatti in casa) a modalità, ruoli del tutto  nuovi,  inediti per la maggior parte di noi, il ruolo di chi lotta, di chi  protesta  contro l’ingiustizia, di chi vuole rivoluzionare l’esistente, di chi  pretende i  propri diritti.</div>
<div></div>
<div>In molte erano totalmente a digiuno di sindacato e c’era chi non  aveva mai  scioperato eppure raccontava: “Litigo tutti i giorni con mio marito, le  mie  figlie per venire qua. Mi chiedono cosa vengo a farci tutto il giorno  qua dentro  se non si lavora e io rispondo loro: ci vado perché voglio e devo  difendere il  mio posto di lavoro”.</div>
<div></div>
<div>Un’esperienza unica che si è conclusa nel migliore dei modi tra lo  sgorgare  di lacrime e l’esplosione di sorrisi quando finalmente si seppe che sì  davvero  si era vinto.</div>
<div></div>
<div>A volte, se ci si crede tanto, se si ha la forza di resistere e la  caparbietà e la testardaggine di riuscire, a volte si vince davvero, a  volte si  può gridare “LA LOTTA PAGA!”</div>
</div>
<div></div>
<div>Irene Marabos</div>
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