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	<title>Sinistra Ecologia Libertà - il sito ufficiale - Nichi Vendola portavoce nazionale &#187; occupazione</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Sinistra Ecologia Libertà  - www.sinistraecologialiberta.it - Nichi Vendola portavoce nazionale</description>
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		<title>Una notte occupata a L&#8217;Aquila</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 13:34:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?” (F. De Andrè) Una notte occupata, occupata dalla rabbia di combattere sempre contro i mulini a vento, occupata dalla speranza che prima o poi torneremo a passeggiare nella nostra città, occupata dall&#8217;analisi di una riforma che ci condanna a morte come studenti, come ricercatori, come futuri docenti. Una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“<em>Continuerai a         farti         scegliere o finalmente sceglierai?”</em> (F. De Andrè)</p>
<p>Una notte occupata, occupata dalla       rabbia di combattere sempre contro i mulini a vento, occupata       dalla       speranza che prima o poi torneremo a passeggiare nella nostra       città,       occupata dall&#8217;analisi di una riforma che ci condanna a morte come       studenti, come ricercatori, come futuri docenti. <span id="more-15745"></span></p>
<p>Una notte       occupata&#8230; la facoltà di lettere e filosofia dell&#8217;Aquila       occupata,       con Saviano e Fazio proiettati in aula Magna, un concerto in aula       studio, una cena consumata nell&#8217;atrio e offerta dalle lavoratrici       delle mense dell&#8217;ateneo, mense chiuse, ancora chiuse e quelle       donne,       madri, mogli ancora in cassa integrazione. Ricercatori, studenti,       lavoratori dell&#8217;università a condividere la notte più lunga,       domani       alla camera decidono del futuro di tutti noi, del futuro di chi       verrà       dopo, decidono se distruggere l&#8217;università pubblica.</p>
<p>Qui si prova a difendere la cultura,       a       chiedere che la nostra città smetta di essere un cumulo di macerie       e       intanto Monicelli muore e fuori nevica.</p>
<p>Ho già passato la linea d&#8217;ombra,       preso       la mia strada, fatto le mie scelte e allora che ci faccio qui?       Cosa       mi spinge a passare una notte in una facoltà occupata? Mi spinge       la       stanchezza, la rabbia, la voglia di non rassegnarmi ad accettare.       Ho       visto la mia città distrutta dalla natura e umiliata dal governo,       ho       visto il migliore sistema scolastico europeo smantellato anno dopo       anno, ho visto le donne rappresentate da veline e cubiste, ho       visto       il Colonnello Gheddafi montare una tenda a Villa Panfili acclamato       dallo stesso governo che vorrebbe mandare a casa migliaia di       africani       che hanno fame e bisogno d&#8217;aiuto. Ho visto abbastanza, ora basta.       Siamo in guerra; contro chi ci vuole omologare e mettere a tacere       ignoranti come capre rimbambiti davanti alla tv, senza più       coscienza       critica, spaventati dal diverso, a berci le loro idiozie. Gli       studenti aquilani hanno deciso di resistere e voi che farete?</p>
<p>Regina Conti</p>
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		<title>La visibilità della classe operaia</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 08:22:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel Paese che “meglio degli altri ha saputo affrontare la crisi” è tornata visibile, dopo decenni d&#8217;oblio, la classe operaia: quella, antica, delle cosiddette “tute blu” che sta di nuovo manifestandosi in varie forme, mettendo a nudo il dramma della disoccupazione di massa. Qualche avvisaglia, in verità, l&#8217;avevamo avuta a partire dall&#8217;estate con la salita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel Paese che “meglio degli altri ha saputo affrontare la crisi” è tornata visibile, dopo decenni d&#8217;oblio, la classe operaia: quella, antica, delle cosiddette “tute blu” che sta di nuovo manifestandosi in varie forme, mettendo a nudo il dramma della disoccupazione di massa.<span id="more-3719"></span></p>
<p>Qualche avvisaglia, in verità, l&#8217;avevamo avuta a partire dall&#8217;estate con la salita sui tetti di lavoratori di diverse aziende in difficoltà: una forma di protesta estrema che si era già intrecciata con quella di altre categorie, dai precari della scuola ai ricercatori dell&#8217;ISPRA.</p>
<p>Perché questa, a voler fare proprio del pessimismo così aborrito dalla maggioranza di governo e dal suo Premier, è una palese dimostrazione di crisi del lavoro vivo che si intreccia con altre forme, dal precariato imperante al lavoro nero (ragione “fondativa” di un&#8217;altra crisi: quella che, per brevità, definiremmo “razzistica”).</p>
<p>Insomma le ragioni, apparentemente antiche del “lavoro stabile” che si collegano a quelle delle “nuove forme” di occupazione dando vita ad un momento acutamente drammatico, come quasi mai nel passato più recente.</p>
<p>Mentre, nel procedere della crisi internazionale, tornano di moda elementi che parevano ormai superati nel sublimarsi della “modernità”: dal ruolo dello stato nazione, all&#8217;intervento pubblico in economia, alla difesa dalla privatizzazione insensata dei beni pubblici essenziali, l&#8217;Italia appare debole, indifesa, un Paese in cui si è avuto un particolare processo di finanziarizzazione dell&#8217;economia ed una progressiva distruzione dell&#8217;apparato industriale, avvenuta essenzialmente in nome della dismissione del già citato intervento pubblico in economia giudicato fonte massima dello spreco e della corruzione e dell&#8217;adozione di un modello “Made in Italy” che, alla prova, non appare proprio reggere all&#8217;impatto con il meccanismo di delocalizzazione della produzione di beni e manufatti che sta  alla base dello spostamento di ricchezza e di crescita verso i cosiddetti “stati emergenti”.</p>
<p>La debolezza politica dell&#8217;UE, il ruolo che, sul terreno della produzione industriale, giocano Francia e Germania costituiscono cause non secondarie della situazione in cui ci troviamo. L&#8217;Italia, infatti, è più o meno priva di capacità produttive importanti nei settori-chiave: la siderurgia è stata dismessa a causa di valutazioni sbagliate sul suo futuro; la chimica è stata mangiata dalla “questione morale”; l&#8217;elettronica, sacrificata da altri interessi; l&#8217;agro-alimentare finito sull&#8217;altare della speculazione finanziaria; l&#8217;industria dell&#8217;auto assistita ed incentivata ha vissuto sulle spalle del “pubblico”, ben al di là di qualsivoglia proclamazione “liberista”; lo stato delle infrastrutture è precario, quello dell&#8217;assetto idrogeologico pessimo; intere aree già industriali sono state cedute alla speculazione edilizia, in un quadro di ruolo delle Regioni e degli Enti Locali che davvero fornisce elementi negativi per una analisi del “federalismo all&#8217;italiana” (la condizione del nostro regionalismo, lo vediamo proprio esaminando la partenza di questa campagna elettorale è di vera e propria, deplorevole, confusione).</p>
<p>Così dal profondo Sud al Nord-Est sviluppato la classe operaia è tornata a farsi sentire, in una chiave assolutamente difensiva (dalla politica non arriva nemmeno un segnale di capacità nella valutazione delle diverse poste in gioco nelle varie situazioni: ad esempio al riguardo della strategicità del mantenimento della produzione di alluminio), senza trovare sponde  concrete, capacità progettuale da parte delle istituzioni, l&#8217;apertura di una grande stagione di battaglia politica  attorno a nodi di fondo, a partire da una seria autocritica da parte della sinistra, per aver accettato, a suo tempo, lo scorrere inesorabile dell&#8217;ondata “neo-liberista” senza dimostrare la capacità d offrire una alternativa (ripeto quando già affermato all&#8217;inizio: ruolo dello Stato Nazione, programmazione ed intervento pubblico).</p>
<p>Una nota finale riguardante la CGIL: trovo, francamente, poco significativa in questa fase la divisione congressuale. La CGIL dovrebbe, a mio modesto avviso, puntare su due elementi: il primo rappresentato dal recupero del tavolo contrattuale; il secondo dal lancio di una idea complessiva al riguardo dello sviluppo economico, in questi tempi di crisi ancora tutta affrontare. Il modello del “Piano del Lavoro” di  Di Vittorio (1949) forse potrebbe ancora offrire qualche utile spunto per il futuro.</p>
<p>Franco Astengo</p>
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		<title>Mercati e finanza: occorre cambiare</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 08:16:31 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo tanta insistenza per tentare di convincere che ormai la crisi economica è alle spalle all’improvviso è tornata la preoccupazione e si sta scoprendo che la situazione è tuttaltro che risolta, le borse crollano, i deficit dei bilanci pubblici sono guardati con preoccupazione dai risparmiatori.<span id="more-3716"></span><br />
Del resto la “febbre” della crisi è calata ma gli effetti occupazionali si fanno ancora sentire e continueranno a farlo anche nei prossimi mesi. Malgrado le reprimende di Sacconi, ormai tutti ammettono che la disoccupazione reale in Italia è oggi sul 10%. La percentuale è ufficialmente inferiore per effetto della cassa integrazione che maschera e ritarda i licenziamenti e dello scoraggiamento verso chi vorrebbe un lavoro ma sa che non lo troverà e quindi neppure lo cerca.<br />
Meno occupati, monte salari più basso vuol dire meno domanda interna, meno consumi, sostanziale stagnazione economica. Almeno la crisi, prima finanziaria e poi economica, ha portato a creare argini contro il suo possibile riprodursi? Purtroppo no.</p>
<p>Parole a fiumi ma fatti pochini e soprattutto le poche misure sono state adottate a livello nazionale, ampiezza del tutto insufficiente ad affrontare i problemi posti dalla crisi. Del resto questo è il limite principale dell’azione del Presidente Obama che ha affrontato le risposte alla crisi in un’ottica prevalentemente nazionale, quindi da un lato insufficiente e dall’altro non in grado di trascinare il mondo verso nuove regole per i mercati finanziari. Qualche Governo europeo ha tentato qualcosa ma senza riuscire a fare affrontare il problema nelle sedi sovranazionali.Quindi i mercati finanziari restano nervosi, umorali, sostanzialmente ingovernabili. La speculazione finanziaria ha ripreso quota e cerca vittime.<br />
Eppure sono state spese risorse pubbliche enormi per tamponare la crisi finanziaria, per impedire il fallimento delle banche, saltando – ad esempio – a piè pari i criteri di Mahastricht, precedentemente considerati inviolabili.</p>
<p>La quantità enorme di risorse pubbliche impiegata per impedire il precipitare della crisi per un breve periodo ha fatto pensare a nuove regole per i mercati finanziari, alla ristrutturazione del sistema bancario e perfino ha messo sotto accusa le retribuzioni dei manager finanziari, ormai senza alcun rapporto sensato con la realtà aziendale e sociale.<br />
Il momento magico delle tanto invocate riforme è svanito rapidamente, lasciando posto al ritorno dell’andazzo precedente.</p>
<p>Anzi ci sono peggioramenti. Ad esempio è ormai vicina la piena legittimazione dei cosiddetti fondi sovrani, cioè fondi di proprietà di Stati (Cina, Emirati, Libia, ecc.) che decidono liberamente come usarli, che non sono contendibili e che sono quindi fuori da ogni controllo se non quello dello Stato che li possiede.  Sono quantità enormi di denaro che sfuggono a qualunque controllo. La caduta delle borse in questi giorni ha ricordato a tutti che la “malattia” economica persiste e che i mercati finanziari, non riformati, continuano a cercare di fare affari alla vecchia maniera.</p>
<p>Stride in modo inaccettabile che da un lato siano stati trovati, con misure straordinarie, i tanti soldi necessari per sostenere le banche e che sia già iniziata la presentazione del conto alle comunità nazionali più indebitate. La difficoltà a collocare i titoli di Stato della Grecia, del Portogallo, forse della Spagna, nasce proprio da un forte indebitamento pubblico cresciuto in fretta a livelli molto alti per sostenere le banche e paradossalmente questo si scarica sulla comunità di quei paesi che sono chiamate a pagare il conto del salvataggio: aumento dell’età pensionabile, blocco dei salari, ecc.</p>
<p>La crisi presenta il conto 2 volte: prima con disoccupazione e taglio dei salari, poi con tagli drastici alla spesa pubblica per risanare le finanze pubbliche sotto schiaffo perchè rischiano di non collocare il debito pubblico.<br />
Le sedi politiche e istituzionali hanno avuto un momento magico in cui l’opinione pubblica avrebbe gradito nuove regole e misure stringenti per controllare i mercati finanziari e impedire la speculazione. Purtroppo il momento magico è passato e ora i responsabili della crisi sono di nuovo in sella.</p>
<p>Oggi scopriamo che la differenza di punteggio dai bund (titoli di stato) tedeschi è la nuova forbice su cui si innesta la speculazione, non più contro monete ma contro Stati dell’Euro, sfruttando i loro conti in disordine.<br />
Per ora l’Italia non sembra toccata direttamente, ma è bene non farsi illusioni. Il debito pubblico sta viaggiando verso il 120 %, cancellando quasi venti anni di risanamento dei conti pubblici.</p>
<p>Il deficit corrente è sotto controllo ma al prezzo di non fare nulla. Questo spiega, ad esempio, perchè tante crisi aziendali che stanno scoppiando in così poco tempo non trovano alcuna risposta da parte del Governo.<br />
Naturalmente l’alternativa non è aumentare il deficit pubblico a dismisura ma adottare misure in grado di aumentare le entrate, ad esempio con la lotta all’evasione e facendo pagare le rendite e i redditi più alti per sostenere la parte del paese che non ce la fà.</p>
<p>Un’altra politica economica è possibile ma occorre fare scelte precise. Questo Governo che ha regalato circa 45 miliardi di euro (4 volte la finanziaria 2010) a coloro che avevano esportato illegalmente i capitali all’estero non è in grado di fare scelte socialmente ed economicamente diverse e quindi la crisi finanziaria è sempre possibile.<br />
Quando la speculazione avrà finito di attaccare i paesi più esposti passerà ad altri e a quel punto non basteranno le barzellette del Presidente del Consiglio a difendere l’Italia.</p>
<p>Se Tremonti voleva continuare a non fare nulla doveva almeno cautelarsi con misure di regolazione dei mercati finanziari e delle banche. Così il deficit pubblico è cresciuto e l’economia italiana è più debole, più ristretta, più esposta alla speculazione e resta l’incognita di come risanare un maggior debito pubblico di 80-100 miliardi di euro.<br />
Senza misure coraggiose prima o poi arriverà il conto da pagare e allora il risultato sarà di incidere la carne viva dello stato sociale italiano che diventerà ancora più ristretto e più ingiusto di oggi.</p>
<p>Per questo occorre mettere in campo qui ed ora un’alternativa di politica economica, prima che sia troppo tardi.</p>
<p>Alfiero Grandi</p>
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		<title>Azienda Fervet, SEL scrive a Tremonti</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 08:12:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il testo della lettera aperta che alcuni componenti di Sinistra Ecologia Libertà del trevigiano hanno scritto al ministro Tremonti per chiedere un intervento risolutivo che non causi danni ai lavoratori e  all&#8217;occupazione. Treviso, 6 febbraio 2010 Lettera aperta al Ministro per L’Economia Dott. Giulio Tremonti Egr. Ministro, le scriviamo per sottoporle la situazione della FERVET [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il testo della lettera aperta che alcuni componenti di Sinistra Ecologia Libertà del trevigiano hanno scritto al ministro Tremonti per chiedere un intervento risolutivo che non causi danni ai lavoratori e  all&#8217;occupazione.<span id="more-3713"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="RIGHT">Treviso, 6 febbraio 2010</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Lettera aperta al Ministro per L’Economia  Dott. Giulio Tremonti</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;">
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;">Egr. Ministro,</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">le scriviamo per sottoporle la situazione della FERVET di Castelfranco, si tratta di un’azienda che opera nel campo della costruzione di carrozze ferroviarie.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Come tante imprese si trova in condizioni di crisi, ma non si tratta di una mancanza di commesse, anche se aveva subito l’annullamento di parte di una commessa di Trenitalia, bensì di una difficoltà all’accesso al credito nonostante una commessa da 350 carrozze a due piani modello Vivalto capace di garantire 2 anni di lavoro continuativo; commessa che vede la Ansaldo-Finmeccanica come soggetto capofila.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">La questione è stata sollevata anche dai sindacati Fiom e Uilm, che hanno denunciato il paradosso di un&#8217;azienda  che avrebbe il lavoro, ma che si trova senza il necessario supporto da parte del sistema finanziario; con la conseguenza della messa in cassa integrazione per circa 200 operai.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Il rischio è che per il perdurare di queste condizioni porti alla chiusura di un’impresa storica, con la perdita del know-how dell’impresa e delle professionalità accumulate dai lavoratori.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Per poter operare l’azienda ha necessità di un mutuo quantificato in circa 5 milioni di Euro, per la concessione del quale il sistema bancario non ritiene sufficienti le garanzie presentate dalla FERVET.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Noi riteniamo che vi sia il bisogno di un’assunzione precisa di responsabilità da parte sua e del suo Ministero, anche in funzione del fatto che Finmeccanica, la controllante di Ansaldo, è partecipata al 37% dal suo Ministero, e quindi chiediamo che possa esserci un suo intervento al fine perlomeno di fornire al sistema bancario la garanzie, anche fideiussorie, che possano garantire la prosecuzione dell’attività della FERVET e il conseguente mantenimento dei posti di lavoro dei dipendenti.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Vogliamo inoltre evidenziare che la FERVET è un impresa che fornisce lavoro altamente qualificato, garantito dalla forte specializzazione delle maestranze; in un settore, quello dei trasporti, che è cruciale per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 che il nostro Paese ha preso nelle Sedi Internazionali e Comunitarie.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">La perdita di occupazione in questa azienda segnerebbe un grave colpo, per il mercato del lavoro locale, sia sul piano quantitativo che qualitativo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Cordiali saluti,</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Stefano Dall’Agata (SEL &#8211; Consigliere Provincia di Treviso), Luca De Marco (Coordinatore Provinciale SEL Treviso e Consigliere Provinciale), Andrea Dapporto (Coordinatore Regionale SEL), Barbara Ferrazzo e Mario Bertolo (SEL Castelfranco Veneto)</p>
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