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	<title>Sinistra Ecologia Libertà - il sito ufficiale - Nichi Vendola portavoce nazionale &#187; precari</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Sinistra Ecologia Libertà  - www.sinistraecologialiberta.it - Nichi Vendola portavoce nazionale</description>
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		<title>No alla precarietà a tempo indeterminato</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:33:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[9 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[il nostro tempo è adesso]]></category>
		<category><![CDATA[la vita non aspetta]]></category>
		<category><![CDATA[precari]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo le proposte de &#8220;Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta&#8221;, il comitato che ha organizzato la manifestazione del 9 aprile, quando ragazze e ragazzi di tutta Italia scesero in piazza rivendicando un altro modo  per liberarsi della precarietà. In queste ultime settimane, in nome dei giovani e della loro condizione di precarietà, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Pubblichiamo le proposte de &#8220;Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta&#8221;, il comitato che ha organizzato la manifestazione del 9 aprile, quando ragazze e ragazzi di tutta Italia scesero in piazza rivendicando un altro modo  per liberarsi della precarietà.</em></p>
<p style="text-align: justify;">In queste ultime settimane, in nome dei giovani e della loro condizione di precarietà, si è aperto un acceso dibattito sulla riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali intorno all&#8217;idea di un presunto “contratto unico” e al modello della “flexsecurity”. Tutti si sono preoccupati dei giovani lavoratori precari, ma pochi si sono interessati di capirne veramente la condizione e ascoltarne le ragioni. “Il nostro tempo è adesso”, il comitato che raccoglie reti di lavoratori precari e realtà politiche giovanili che il 9 Aprile scorso hanno dato vita alla loro prima manifestazione nazionale, prende la parola e rilancia il proprio decalogo, dieci proposte concrete, frutto dell&#8217;elaborazione di chi la precarietà la vive davvero.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-36003"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Un decalogo che affronta la complessità delle problematiche che vivono le lavoratrici e i lavoratori precari, al posto di una “soluzione unica” che ci pare, non solo poco efficace, ma soprattutto strumentale. Non vorremmo infatti che, dietro la rassicurante formula del “contratto unico” si nascondesse l’ennesimo contratto precario, che non cancella i contratti truffa e soprattutto non tutela la molteplicità e la differenza delle figure che popolano il mondo del lavoro. Rifiutiamo inoltre la strumentalità dello scambio tra <em>garantiti </em>e<em> non garantiti</em>, funzionale a quel gioco al ribasso che mira a ridurre i nostri diritti per renderci di fatto <strong>precari a tempo indeterminato</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ad un lavoro stabile deve corrispondere un contratto stabile,</strong> e quindi eliminazione di tutti i contratti di lavoro “usa e getta”. Questo deve avvenire nel privato ma anche nel pubblico, dove si nasconde gran parte del lavoro precario e dove è necessario implementare un piano di assunzioni. <strong>L&#8217;ingresso al lavoro</strong> <strong>non può diventare un labirinto senza uscita</strong> e deve avvenire con un contratto di lavoro vero, che garantisca pieni diritti, formazione, tempi certi di conferma. <strong>Il lavoro discontinuo deve essere pagato di più</strong>, costare di più alle aziende e prevedere tutte le tutele sociali in materia di malattia, maternità, previdenza, disoccupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; necessario estendere a tutti gli ammortizzatori sociali per <strong>garantire la continuità di reddito</strong> e prevedere un <strong>reddito minimo di inserimento</strong> per i giovani in cerca di prima occupazione accompagnato da politiche attive per il lavoro, <strong>formazione continua</strong> e politiche che promuovano il <strong>diritto all&#8217;autonomia abitativa</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ sulla base di queste proposte che inauguriamo una campagna che possa coinvolgere in primo luogo i giovani, le lavoratrici e i lavoratori precari, attraverso un percorso di condivisione, e contemporanemente vogliamo attivare un confronto ampio, rivolto anche alle forze politiche e sindacali, nonché ovviamente alle Istituzioni, perché siamo certi che le risposte che chiediamo da anni non possano che arrivare da un dibattito pubblico che metta al centro le nostre esperienze, i nostri desideri, il nostro presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Aderisci al decalogo e fai girare <a href="mailto:info@ilnostrotempoeadesso.it">info@ilnostrotempoeadesso.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1. CONTRATTO STABILE PER LAVORO STABILE</strong><br />
La precarietà è la truffa attraverso cui scaricare il rischio dall&#8217;impresa ai lavoratori. Il rischio della discontinuità e il rischio economico. La precarietà serve a far pagare meno il lavoro. Meno di quanto vale.<br />
Per questo serve affermare l&#8217;ovvio. Chi fa un lavoro stabile deve avere un contratto stabile. Chi fa un lavoro subordinato deve avere un contratto subordinato. Per fare questo sono necessari alcuni provvedimenti: abrogare le forme di lavoro più precarizzanti; rendere, per il datore di lavoro, il lavoro autonomo più costoso del lavoro subordinato; escludere le mansioni esecutive e ciò che ha che vedere con il “core business” dell’impresa dalla sfera di applicazione del lavoro autonomo; smascherare le truffe che si celano dietro gli stage: stage e praticantato dovrebbero essere strumenti per formarsi ed esplorare il mondo del lavoro, ma troppo spesso vengono utilizzati come lavoro gratuito al posto di lavoro vero. Per questo sono necessarie regole per gli stage e sanzioni per chi non le rispetta, per questo gli stage devono essere rivolti a chi è inserito in percorsi di studio o li ha appena completati e devono prevedere un rimborso spese adeguato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/241-contratto-stabile-per-lavoro-stabile.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>2. IL LAVORO DEVE ESSERE PAGATO. BENE.</strong><br />
La precarietà vuol dire essere pagati poco, pochissimo. A volte niente. Poco conta che addirittura un articolo della nostra Costituzione preveda il diritto all&#8217;equo compenso. Ma questo non si chiama lavoro, si chiama sfruttamento.<br />
Noi vogliamo una paga che corrisponda alla quantità e alla qualità del nostro lavoro. I livelli minimi retributivi dei contratti collettivi nazionali di lavoro devono valere, a parità di lavoro, per tutti coloro che prestano la loro opera presso un committente a prescindere dalla tipologia d’impiego. E non è tutto: chi fa un lavoro strutturalmente discontinuo deve essere pagato di più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3. CONTINUITÀ DI REDDITO</strong><br />
La precarietà significa che se rimani senza lavoro non hai diritto a un sostegno di welfare. Vale per i collaboratori, vale per le p.iva, vale, spesso, per i lavoratori a termine che non hanno i requisiti contributivi per accedere all&#8217;indennità di disoccupazione. Eppure sono proprio le lavoratrici e i lavoratori precari ad essere i più esposti al rischio disoccupazione e proprio quelli a cui viene negato questo diritto.<br />
L&#8217;indennità di disoccupazione va estesa, subito, a tutti: alle lavoratrici e ai lavoratori parasubordinati, a chi presta la sua opera con p.iva e vede una drastica diminuzione del proprio reddito a causa della perdita di gran parte dei suoi committenti, a tutti i lavoratori a tempo determinato che oggi non vi posso accedere.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/243-continuita-di-reddito.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>4. REDDITO MINIMO D&#8217;INSERIMENTO</strong><br />
La disoccupazione e la povertà sono l&#8217;altra faccia della precarietà del lavoro. Chi si barcamena tra la ricerca -senza risultati- di un lavoro, stage truffa e lavoretti in nero, paga esattamente il prezzo di un mondo del lavoro precarizzato e asfittico. La precarietà si nutre proprio di questo bacino: il 30% di giovani disoccupati e di oltre 2 milioni NEET. Quando si è senza possibilità si è disposti ad accettare tutto, anche lavori senza diritti, né tutele, né compensi decenti.<br />
Il circolo vizioso di questo ricatto va spezzato con uno strumento che aumenti i gradi di libertà dei soggetti e che permetta di sottrarsi al ricatto. Al ricatto della precarietà e a quello del lavoro nero.<br />
Va introdotto, subito, anche in Italia un Reddito Minimo rivolto a chi è disoccupato, inoccupato o ha un reddito al di sotto della soglia di povertà, coordinato con l’azione di supporto e promozionale da parte di servizi pubblici per l’impiego per l’inserimento al lavoro e per una vita attiva. Un reddito fatto del libero accesso ai servizi e di un contributo monetario che, come previsto dalla risoluzione del Parlamento Europeo del 20 Ottobre 2010 (“Il ruolo del reddito minimo nella lotta alla povertà e all’esclusione sociale in Europa”), corrisponda almeno al 60% del reddito mediano nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/238-reddito-minimo-dinserimento.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>5. PREVIDENZA. NON È UNA VECCHIAIA PER GIOVANI.</strong><br />
Chi è giovane e precario oggi, sarà un vecchio povero domani. È un&#8217;equazione senza incognite. La discontinuità del lavoro e quindi la discontinuità dei contributi per la pensione, uniti a retribuzioni ai limiti della miseria vorrebbero condannarci a una vecchiaia senza pensione (o con pensioni da fame). E non è tutto. Per chi lavora con p.iva i contributi previdenziali sono tutti sulle spalle dei lavoratori: un grosso esborso oggi per una pensione inesistente domani.<br />
Vogliamo assicurarci la vecchiaia. Per avere una pensione dignitosa domani è necessario avere compensi decenti oggi: i lavoratori autonomi devono avere compensi superiori a quanto previsto dai minimi dei Contratti collettivi nazionali; contributi previdenziali figurativi nei periodi di non lavoro; vanno adeguati i contributi, rendendoli uguali a quelli dei lavoratori dipendenti, addebitandoli, però, ai committenti proprio come avviene per i lavoratori dipendenti. Inoltre è necessario che tutti i contributi versati possano essere cumulati. Ed è necessario che COMUNQUE lo stato assicuri a chi ha lavorato una vita, ancor più se precario, una pensione che permetta una vita dignitosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/245-previdenza.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6. DIRITTO DI VOTO, DI ASSEMBLEA, DI SCIOPERO</strong><br />
Non è solo l&#8217;instabilità, né la miseria delle nostre paghe. È anche la totale assenza di diritti, la ricattabilità costante nel posto di lavoro che ci rende precari. Vogliamo avere voce in capitolo sulle nostre condizioni di lavoro e sui nostri contratti: senza delegare ad altri le nostre rivendicazioni. Vogliamo il diritto di voto elezioni per le rappresentanze dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Vogliamo potere eleggere ed essere eletti. Vogliamo avere diritti sindacali: diritto di sciopero e permessi per le assemblee. Vogliamo che i diritti sindacali previsti nei contratti collettivi nazionali di lavoro valgano per tutti. Anche per noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/239-rappresentanza-e-diritti-sindacali.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>7. MATERNITÀ E PATERNITÀ. DIRITTI UNIVERSALI</strong><br />
La precarietà è il vero contraccettivo del nostro tempo.<br />
Non è un paese per madri quello che abitiamo. Né per padri. Sembra essere solo un paese per figli. Figli precari di genitori vecchi che con i loro risparmi tappano i buchi di un welfare che non c&#8217;è. Non c&#8217;è neanche per chi vuole diventare madre e non ha un contratto di lavoro che le garantisca un sostegno in caso di gravidanza. Non c&#8217;è per i padri con contratti precari che vogliano dedicare del tempo ai loro figli.<br />
Vogliamo che la maternità diventi un diritto universale che prescinde dal contratto di lavoro e che si tramuti in sostegno al reddito e servizi. Vogliamo che la maternità sia sostenuta per tutte: chi lavora, chi non lavora, chi sceglie di non lavorare. E anche la paternità.<br />
Vogliamo che le donne che scelgono di diventare madri non vivano nel ricatto: dimissioni in bianco, contratti non rinnovati e interruzioni del rapporto di lavoro mettono le donne di fronte all’aut-aut vita-lavoro. Vogliamo che le donne e gli uomini che desiderano avere figli lo possano fare liberamente, anche se non hanno un lavoro, anche se non hanno un reddito.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/240-maternita-e-paternita-diritti-universali.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>8. DIRITTO AD AMMALARSI</strong><br />
Anche chi è precaria/o si ammala. Sembra una ovvietà eppure non lo è.<br />
Chi lavora con p.iva o è associato in partecipazione non ha accesso all&#8217;indennità di malattia. Se si ammala, insomma, non viene pagato. Chi lavora con contratto a progetto o collaborazione occasionale, a meno che non si tratti di malattia grave e ricovero in ospedale, rimane senza compenso o riceve un indennizzo solo simbolico: il che equivale a dire che anche con la febbre alta non si salta un giorno di lavoro.<br />
Noi vogliamo un diritto elementare. Quello ad ammalarsi anche se si è precari. L&#8217;indennità di malattia prevista per i lavoratori subordinati deve essere garantita anche per chi ha un contratto precario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>9.  FORMAZIONE CONTINUA… E GARANTITA!</strong><br />
La costruzione e la disseminazione di conoscenza è l&#8217;unica chance per un nuovo sviluppo fondato sull&#8217;inclusione sociale e il benessere collettivo. L&#8217;Italia ha tradito tutti gli obiettivi della società della conoscenza e soprattutto ha tradito le nuove generazioni che si trovano ad avere crescenti difficoltà ad accedere alla conoscenza e, quando ce la fanno, a non poter restituire al proprio paese le competenze acquisite in anni di studio e ricerca.<br />
Non vogliamo cadere nella retorica strumentale dei lavori umili e non smetteremo di formarci, perché la conoscenza è un bene sociale che si moltiplica se tutti possono scommettere al massimo sulle proprie capacità.<br />
Per questo vogliamo il diritto a formarci tutto l&#8217;arco della vita: prima del lavoro, durante e tra un lavoro e l&#8217;altro. Questo diritto va garantito attraverso un sistema integrato di istruzione e formazione che consenta: un&#8217;offerta formativa adeguata e di qualità, un welfare che ne sostenga il libero accesso, il diritto contrattualmente riconosciuto alla formazione continua.<br />
Infine è necessario un sistema di certificazione delle competenze e conoscenze acquisite e la correlazione tra queste e i profili professionali contrattualmente riconosciuti: siamo infatti la generazione più formata e sotto-inquadrata della storia repubblicana.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/242-formazione-continua.html" target="_blank">&lt;Vedi la scheda di approfondimento&gt;</a></p>
<p><strong>10. QUESTA È LA MIA CASA. LA CASA DOV&#8217;È?</strong><br />
Un’economia di carta e di mattoni ha distrutto sogni ed aspettative di una generazione. La carta delle speculazioni finanziarie,  i mattoni di quelle edilizie. La casa è un sogno irrealizzabile per le lavoratrici e i lavoratori precari: moderni nomadi di affitti in nero, ricerche disperate, coabitazioni coatte. Troppo cari gli affitti, impraticabile l’acquisto, inaccessibili i mutui. Eppure  in questi anni si è costruito tanto: troppe case, ma troppo costose perché non è importante che siano a disposizione dei cittadini, ma nelle disponibilità di qualche fondo immobiliare.<br />
E’ una tendenza da invertire: quello all&#8217;abitare è un diritto di tutte e tutti.  Vogliamo poter vivere la nostra vita con un tetto decoroso sopra la testa e vogliamo delle città a misura di persone. Vogliamo che le case sfitte siano affittate ai tanti che le cercano a prezzi ragionevoli, senza essere costretti all’acquisto; vogliamo investimenti sull&#8217;edilizia popolare perché offrire una casa non può essere questione di profitto. Vogliamo sperimentare forme di autocostruzione e riutilizzo di spazi in luoghi abitativi come già sperimentato in alcune regioni italiane ed europee attraverso progetti di riqualificazione degli edifici pubblici dismessi, da destinare a case dello studente e alloggi popolari. Vogliamo contratti di affitto e forme di locazione agevolata per chi lavora con contratti precari o ha redditi bassi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/237-il-nostro-decalogo.html">http://www.ilnostrotempoeadesso.it/component/content/article/35-contenuti/237-il-nostro-decalogo.html</a></p>
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		<title>Precari, ma senza pensione</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 04:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[contributi silenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Uno degli aspetti più inquietanti e meno dibattuti legati al mondo del precariato riguarda quello dei cosiddetti “contributi silenti”. Cerchiamo di spiegare brevemente di cosa si parla. I parasubordinati, i precari e quanti esercitano professioni non regolate da ordini professionali in Italia versano i loro contributi previdenziali nella così detta “gestione separata” dell’INPS. Per poter [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno degli aspetti più inquietanti e meno dibattuti legati <strong>al mondo del  precariato</strong> riguarda quello dei cosiddetti “contributi silenti”.  Cerchiamo di spiegare brevemente di cosa si parla. I parasubordinati, i  precari e quanti esercitano <strong>professioni non regolate da ordini  professionali</strong> in Italia versano i loro contributi previdenziali nella  così detta “gestione separata” dell’INPS.<span id="more-28298"></span></p>
<p>Per poter un domani  usufruire di <strong>una pensione derivante dalla gestione separata</strong>, il  lavoratore deve aver raggiunto almeno i 57 anni di età (o i 40 di  versamenti), avendo però almeno 3 anni di contributi versati. Moltissimi  precari che si affacciano oggi al mondo del lavoro per la prima volta,  versano in questo fondo <strong>contributi per un paio di anni in media</strong>. Poi  “evolvono” (spesso sempre da precari) verso forme contrattuali  differenti, e accendono una posizione contributiva su un altro fondo.</p>
<p>Ebbene i contributi che  hanno versato in quei primi due anni di lavoro (ma se fossero 2 anni e  11 mesi sarebbe lo stesso) andranno persi, qualora il lavoratore non  versi in futuro altri contributi sulla gestione separata, o non si  attivi per farlo autonomamente. Inoltre, altra cosa grave, i contributi  versati alla gestione separata Inps dai precari, anche per più di 3  anni, non si sommano a quelli derivanti da lavoro dipendente (spesso  anche quello a tempo determinato) ai fini dell&#8217;ottenimento di <strong>un&#8217;unica  pensione di anzianità</strong>, ma sono solo cumulabili in regime di  totalizzazione per il raggiungimento del maggior requisito di 40 anni di  contributi. La questione, infatti, è che dalla gestione separata si  percepisce, arrivandoci, una pensione a parte.</p>
<p>Nella maggioranza dei  casi, una pensione talmente bassa da non garantire un’esistenza  dignitosa ai pensionati del 2040. Perché, e questo è un altro aspetto  spinoso, un precario o un parasubordinato iscritto alla gestione  separata versa in media (spesso a proprie spese) il 18% del salario  lordo, contro il 33% in media del lavoratore dipendente, che divide con  l’azienda nella proporzione di 1/3 e 2/3 la quota da versare. Di più: <strong> questo tesoretto della gestione separata</strong>, che ogni anno incassa circa 8  miliardi di euro ed eroga solo 300 milioni, è oggetto delle mire di chi,  al governo, ha bisogno di far quadrare i conti. <strong>Il decreto sviluppo di  Tremonti</strong>, in discussione in parlamento in questi giorni, contiene una  norma che, con la scusa di disincentivare il ricorso agli atipici, alza  l’aliquota previdenziale sulla gestione separata dal 26,72% al 33,72%,  mettendo dunque le mani nelle tasche dei 744.513 lavoratori atipici che  lì versano i propri contributi, e la cui remunerazione media annua è  stata calcolata in 8.800 euro lordi. Ecco su quali fragili spalle grava  oggi il costo della crisi.</p>
<p>E’ in corso una campagna  dei Radicali che chiede <strong>la restituzione dei fondi silenti</strong>, affinché il  lavoratore possa provvedere autonomamente alla stipula di una qualche  assicurazione privata in grado un giorno di mantenerlo. Per quanti come  me credono ancora, invece, nel sistema previdenziale pubblico, le  rivendicazioni devono essere altre, a partire <strong>dall’abbattimento delle  soglie temporali </strong>previste dalla gestione separata per il computo della  totalizzazione dei contributi, e dalla possibilità di ricongiungere i  contributi versati nella gestione separata con quelli versati in altri  fondi, sia da lavoratore dipendente che autonomo.</p>
<p>Enrico Sitta</p>
<p>Il nostro tempo è adesso &#8211; La vita non aspetta</p>
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		<title>Noi, l&#8217;Italia migliore che ti manderà a casa</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jun 2011 09:03:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[brunetta]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo i “bamboccioni” e il “poco inclini all’umiltà” della ministra Meloni, ora tocca a Brunetta cercare di dare un’altra definizione all’universo dei precari, dei disoccupati, dei ragazzi e delle ragazze in cerca di futuro. Il ministro della Funzione pubblica questa volta esagera, arrivando a definire i precari &#8220;la peggiore Italia&#8220;, e lo fa al termine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo i “bamboccioni” e il “poco inclini all’umiltà”  della ministra Meloni, ora tocca a Brunetta cercare di dare un’altra  definizione all’universo dei <strong>precari</strong>, dei disoccupati, dei ragazzi e delle ragazze in cerca di  futuro. Il ministro della Funzione pubblica questa volta esagera, arrivando a  definire i precari &#8220;<strong>la peggiore Italia</strong>&#8220;, e lo fa al termine di uno degli  appuntamenti della giornata dell&#8217;innovazione, di cui evidentemente ha  una visione distorta.<span id="more-27729"></span></p>
<p>Quale è l&#8217;innovazione apportata da questo governo?  Quali sono le risposte alla crisi se non i tagli a scapito dei settori  che potrebbero rilanciare un&#8217;economia non più adeguata ai tempi? Ma al  ministro non interessa rispondere a queste o ad altre domande, ha sempre  evitato il confronto, come molti altri suoi esimi colleghi. Tolti gli  spot televisivi, perché mai pensare di dover <strong>rispondere agli elettori</strong>, ai  cittadini e alle cittadine di questo paese che stanno subendo le sue  politiche irresponsabili senza vedere neppure l&#8217;ombra di un avanzamento,  perché considerare che questi giovani preoccupati, pagano il suo  stipendio e pagheranno la sua pensione consapevoli di non riuscire in  futuro ad averne una dignitosa?</p>
<p>Ma la gravità delle  affermazioni di Brunetta più che nelle definizioni offensive sta nelle  ricette di superamento della condizione di precarietà che falcidia più  d&#8217;una generazione. E&#8217; grave pensare che la soluzione sia nel ritorno a  lavori manuali, non perché con lauree, master e specializzazioni non si  possa scaricare la frutta, ma semplicemente perché <strong>il mondo va da  un&#8217;altra parte</strong>. Anche chi scarica la frutta ha un lavoro precario, come  chi raccoglie le mele, come chi sta nelle università con assegni di  ricerca e con il triplo delle pubblicazioni che hanno permesso al ministro di  diventare ordinario e la modestia a lui sconosciuta, come chi lavora  nelle P.A. e non vedrà rinnovato il contratto, non per inutilità  dell&#8217;impiego, ma per i tagli della manovra 2010, che comporteranno  perdita di servizi per tutti i cittadini di questo paese.</p>
<p>E&#8217; grave  rivendicare le proprie ambizioni (<strong>Brunetta voleva il Nobel per  l&#8217;economia</strong>) e pensare che i ragazzi e le ragazze che hanno studiato e si  sono formati senza avere sostegno dalle politiche del governo, ora non  possano desiderare di realizzare le proprie aspettative.</p>
<p>Basta considerare il <a href="http://youtu.be/Go7cMxRnxy8" target="_blank">curriculum vitae</a> del ministro castigafannulloni per farsi venire il sangue acido. Naturale quindi l&#8217;esplosione di rabbia  sul web, sulla pagina di Brunetta e sulle pagine di tutti quei gruppi  di precari che ancora si domandano per esempio quando inizieranno a  lavorare pur essendo vincitori di un concorso pubblico. Non pensiamo che  rispondere alle boutade dei nostri rappresentanti del governo sia la  nostra occupazione, ma pensiamo di farlo per <strong>rispetto delle istituzioni</strong> democratiche di questo paese e per tutti quei lavoratori, disoccupati,  inoccupati che devono sapere che <strong>u</strong><strong>n&#8217;alternativa esiste</strong>, che le loro  aspirazioni hanno dignità di essere e che ci sono delle ricette  vincenti, basterebbe impararle da qualche vero Nobel per l&#8217;economia,  caro Brunetta.</p>
<p>Ci vediamo <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=130771127003362" target="_blank">oggi pomeriggio alle 18 davanti al ministero</a>,  perché siamo l&#8217;Italia migliore e la faremo vincere!</p>
<p>Maria Pia Pizzolante</p>
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		<title>Se questo è un Ministro</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 13:32:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il comportamento e le parole usate ieri in diversi episodi da parte del ministro Brunetta sono inaccettabili, di fronte alla situazione dei precari, di fronte ad un tema che costituisce un&#8217;autentica tragedia sociale. E&#8217; inaccettabile,  perche&#8217;  non si puo&#8217; liquidare con volgarita&#8217; un problema che interroga la coscienza civile e democratica del nostro Paese. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il comportamento e le parole usate ieri in diversi episodi da parte del ministro Brunetta sono inaccettabili, di fronte alla situazione dei precari, di fronte ad un tema che costituisce un&#8217;autentica tragedia sociale.</p>
<p><span id="more-27694"></span>E&#8217; inaccettabile,  perche&#8217;  non si puo&#8217; liquidare con volgarita&#8217; un problema che interroga la coscienza civile e democratica del nostro Paese.</p>
<p>Il  dramma della precarieta&#8217;  viene evocato dal Pontefice come da Draghi come una vera e propria piaga sociale. E i precari vivono rimbalzando dal mercato del lavoro alla strada in una condizione di perdita progressiva del sentimento dell&#8217;autonomia e della liberta&#8217;. Una condizione vergognosa a cui non si puo&#8217; replicare con gli atteggiamenti e le parole del ministro Brunetta.</p>
<p>E&#8217; un altro segno della regressione civile che ha contraddistinto il governo delle destre in Italia.</p>
<p>Nichi</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="349" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/UMLB_v65HGM?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/v/UMLB_v65HGM?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Ascolata la <a href='http://www.sinistraecologialiberta.it/wp-content/uploads/2011/06/Memo.m4a'>Dichiarazione di Nichi</a></p>
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		<title>Quei giovani che agitano il continente&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 14:09:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[9 aprile]]></category>
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		<description><![CDATA[Come racconta El Paìs, tutto cominciò, strano a dirsi, in Islanda. E’ proprio in quell’isola lontana che una mattina di ottobre del 2008 Hördur Torfason si avvicinò a quello che gli islandesi chiamano Althing, il parlamento situato nella capitale Reykjavík. Il Kaupthing, la più grande banca del paese aveva fatto crack, e il sistema finanziario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come racconta <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/article/663561-venti-islandesi-sulla-primavera-spagnola">El Paìs</a>, tutto cominciò, strano a dirsi, in <strong>Islanda</strong>. E’ proprio in quell’isola lontana che una mattina di ottobre del 2008 Hördur Torfason si avvicinò a quello che gli islandesi chiamano Althing, il parlamento situato nella capitale Reykjavík.<span id="more-26457"></span></p>
<p>Il Kaupthing, la più grande banca del paese aveva fatto crack, e il sistema finanziario islandese era sottosopra. <strong>Torfason</strong>, chitarra in spalla, collegò un microfono e aprì un canale attraverso il quale gli islandesi potevano esprimere il loro malessere nei confronti del drammatico stato del paese.</p>
<p>Fu un’<strong>onda inarrestabile</strong>, che ogni sabato gonfiava la propria forza con l’aggiunta di nuovi partecipanti ai raduni di protesta e che portò allo scioglimento del Parlamento e all&#8217;organizzazione di nuove elezioni. Gli islandesi non si sono fermati lì. Hanno scosso le fondamenta del governo, hanno dato la caccia ai banchieri responsabili della bancarotta e hanno <a href="http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief/593181-un-altro-no-icesave" target="_self">detto no al referendum</a> sulla restituzione al Regno Unito e ai Paesi Bassi dei quattromila milioni di euro di debiti contratti dalla banca Icesave. Inoltre, hanno formato un&#8217;assemblea di 25 cittadini eletti per mettere a punto una riforma costituzionale.</p>
<p>Una <strong>rivoluzione silenziosa</strong>, nascosta dal protagonismo mediatico delle rivolte arabe che l&#8217;ingovernabile canale dei social network si è incaricato di trasmettere. Anche per questo tra le migliaia di dimostranti che hanno agitato il continente iberico domenica 15 maggio si manifestava al grido di: &#8220;La <strong>Spagna in piedi</strong>, una nuova Islanda&#8221; e &#8220;il nostro modello è quello islandese&#8221;.</p>
<p>Grecia, Inghilterra, Francia, Italia, ora la Spagna. Sono molti i paesi europei “travolti” da un insolito fenomeno, originale, inaspettato: <strong>centinaia di migliaia di giovani europei </strong>che scendono in piazza per riprendersi il presente. Per riprendersi la <strong>vita</strong> e la <strong>politica</strong>. Una vita che, a causa dell’avvento delle politiche neoliberiste, diventa sempre più diseguale in tutta Europa e scarica sui giovani il dramma della precarietà. Non semplicemente una questione lavorativa. Ma una <strong>precarietà </strong>che mina l’esistenza, l’autonomia, persino la voglia di rischiare, di mettersi in gioco. Una disoccupazione giovanile impressionante, lavori senza tutele e diritti, accesso al credito inesistente, politiche dell’abitare che comprendono le speculazioni ma non il diritto alla casa, un modello di mobilità indietro di decenni rispetto al mondo di oggi. Pochissime, infine, misure di sostegno al reddito, dove l’Italia, ovviamente, si distingue al ribasso: assieme a Grecia e Ungheria è l’unica a non prevedere alcuna forma di reddito minimo garantito.</p>
<p>La vita e la politica. Quest’ultima ha perso la sua <strong>centralità</strong> ed è incapace di fornire risposte, se non i soliti meccanici ritornelli di chi guarda dalla torre d’avorio ciò che accade nelle piazze.  E i giovani prima si allontanano, se ne disgustano e poi decidono che forse è il momento che siano loro a mettere in campo un’idea diversa di società. Perché vedono <strong>l’Unione europea</strong> prendere una deriva qualunquista, xenofoba, elitaria. E’ un’istituzione, quella europea, che sta perdendo credibilità, <strong>incapace</strong> di governare la crisi economica e di regolare, se non a suon di bombe, le relazioni con i Paesi del Mediterraneo dove imperano le rivolte.</p>
<p><strong>Un’Europa che salva le banche</strong>, ma non i popoli, è un’Europa che non interessa. In questi anni, abbiamo visto proliferare politiche di austerità, per tutelare coloro che la crisi l’hanno generata e foraggiata, a danno delle fasce più deboli della popolazione. Un <em>leit motiv</em> dal quale la <strong>sinistra europea</strong> non ha saputo distinguersi, emergere con un’alternativa, con un’idea diversa da quella proposta dalle nomenclature finanziarie che oramai hanno preso il posto dei governi.</p>
<p>In Spagna, nelle piazze d’Europa, in queste ore ci sono coloro che guardano all’Europa come una grande risorsa. La sinistra europea, se vuole salvarsi, deve ascoltarli, fare attenzione. Perché anche se la cattiva informazione a volte relega le proteste a movimento populista e demagogico, ci sono <strong>piattaforme concrete e reali </strong><strong>di cambiamento. </strong><a href="http://democraciarealya.es/" target="_self">¡Democracia Real Ya!</a>, l&#8217;organizzazione che raggruppa i movimenti di protesta spagnoli, propone infatti 40 punti per il cambiamento, che vanno dalla lotta alla disoccupazione al diritto alla casa, da controllo dell&#8217;assenteismo parlamentare alla riduzione della spesa militare, passando per l&#8217;abrogazione della legge Sinde sull’antipirateria. A Dry hanno già aderito circa 500 organizzazioni di ogni tipo, senza che nessun partito o sindacato possa metterci il cappello.</p>
<p><strong>Il vento sta cambiando</strong>, in Italia e in Europa. In Italia li hanno definiti, sinistra e destra, “bamboccioni”  e “inadatti all’umiltà”. Le fotografie di questi giorni invece regalano sorrisi e speranze. Perché sono i ragazzi l’anima delle mobilitazioni spagnole, così come lo sono stati in Italia, quando il 9 Aprile si è colorata di <em>giallo</em> e di <em>punti esclamativi</em> (i simboli della protesta). C&#8217;è tanto di questa <strong>rabbia giovane</strong> anche nelle possibili vittorie di Pisapia, De Magistris, Zedda. E&#8217; il risveglio di una <strong>p</strong><strong>assione giovanile</strong> la possibile rinascita di città bellissime ma oramai decadenti, politicamente ed economicamente, come Milano, Napoli e Cagliari. Altro che borghesia illuminata. Se finalmente l’Europa e l’Italia si stanno minimamente svegliando da un torpore che sembrava ineluttabile, lo dobbiamo a loro.</p>
<p>Stasera, in numerose città italiane, sono previsti <a href="http://www.facebook.com/italianrevolution?sk=app_179191362131547">iniziative e flash mob</a> per portare in strada la protesta degli Indignati. Appuntamento alle 20 a Roma, Bari, Torino, Milano, Palermo. Tutto organizzato attraverso la rete e i <a href="http://www.facebook.com/italianrevolution?sk=app_179191362131547">social network</a>.</p>
<p>Come il 9 aprile, come ogni giorno, noi saremo con loro.</p>
<p>Marco Furfaro</p>
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		<title>6 maggio, precari/e in sciopero!</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Apr 2011 12:09:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 9 aprile la nostra generazione si è presa la scena, non solo portando in piazza la condizione di precarietà da cui vogliamo liberarci, ma anche dimostrando che siamo la buona notizia in un paese quotidianamente umiliato da chi ci governa. Con il 9 aprile abbiamo chiesto a tutti di prendere posizione sull&#8217;emergenza precarietà, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 9 aprile la nostra generazione si è presa la scena, non solo portando in piazza la condizione di precarietà da cui vogliamo liberarci, ma anche dimostrando che siamo la buona notizia in un paese quotidianamente umiliato da chi ci governa.</p>
<p>Con il 9 aprile abbiamo chiesto a tutti di prendere posizione sull&#8217;emergenza precarietà, e hanno risposto in molti.<span id="more-24137"></span></p>
<p>Le nostre istanze sono state gridate in maniera netta da tutte le piazze: vogliamo che ad un lavoro stabile corrisponda un contratto stabile; che siano garantiti a tutti, anche ai lavoratori strutturalmente discontinui, gli stessi diritti, compresa la certezza della retribuzione; che sia garantita la continuità di reddito per chi ha perso il lavoro, chi lo cerca, chi non lo trova; che sia garantita alle nuove generazioni piena autonomia, accesso alla casa, alla cultura, al sapere.</p>
<p>Il 9 aprile si è manifestato il popolo degli invisibili, i nuovi ghostwriter, coloro che non hanno volto e voce nel dibattito pubblico, ma soprattutto un popolo che ha capito che solo attraverso l&#8217;azione collettiva è possibile riconquistare i diritti negati.</p>
<p>Per questo il 9 aprile è stato solo l&#8217;inizio. L&#8217;inizio di un percorso che vogliamo sia lungo e incisivo e che ha già un appuntamento da non mancare: lo <strong>sciopero generale</strong> indetto per il 6 maggio dalla CGIL.</p>
<p>Il paese intero è chiamato a fermarsi e manifestare, contro una politica che continua a far pagare ai più deboli i costi della crisi e mette in discussione i diritti fondamentali, tra cui la rappresentanza e la democrazia sindacale.</p>
<p>Gli stessi diritti fondamentali che i precari non hanno mai visto e conosciuto, come la malattia, il diritto di voto per la rappresentanza sindacale, lo stesso diritto di sciopero.</p>
<p>Siamo utilizzati come un esercito di riserva, un popolo a diritti zero e disposto a tutto, che suo malgrado è diventato la scusa per indebolire le tutele collettive, conquistate in anni di lotte sindacali e sancite nei contratti collettivi di lavoro. Quelle tutele che qualcuno preferisce strumentalmente definire &#8220;privilegi&#8221; per pochi, piuttosto che patrimonio di tutti.</p>
<p><strong>Il 6 maggio la nostra condizione deve diventare il cuore dello sciopero: perché per difendere i diritti è necessario estenderli a tutti. E’ questa la grande sfida del movimento dei lavoratori.</strong></p>
<p>La nostra unica forza è infatti la solidarietà, l&#8217;unico strumento per combattere la ricattabilità e migliorare concretamente la condizione di ognuno.</p>
<p>Vogliamo costruire una giornata in cui i lavoratori precari siano i protagonisti e possano prima di tutto rivendicare, in tutte le forme possibili, il diritto di sciopero.</p>
<p>Un diritto intrinsecamente negato ai precari. Un precario o un autonomo che decide di astenersi dal lavoro lo fa a proprio rischio e pericolo: chi per l&#8217;estrema ricattabilità a cui è sottoposto; chi, perché lavorando a progetto, carica su di sè il lavoro mancato; chi perché non vedrà conteggiato il proprio giorno di sciopero, tecnicamente inesigibile per alcune tipologie.</p>
<p><strong>Il 6 maggio vogliamo uscire dall&#8217;invisibilità e chiediamo a tutti di partecipare, aderendo alla campagna “</strong><strong>Precari/e in sciopero!”</strong> e rendendo ovunque visibile il logo (profilo facebook, posto di lavoro, abitazione..).</p>
<p>Chiediamo a tutti i precari di sfidare collettivamente il ricatto, di renderlo pubblico, di raccontare la propria esperienza condividendo una battaglia comune per l&#8217;affermazione dei diritti.</p>
<p>Saremo tutti con voi &#8211; se vorrete &#8211; davanti al posto di lavoro e in piazza.</p>
<p>A chi non potrà scioperare chiediamo di aderire attraverso il sito, raccontando perché non potrà farlo, perché i ricatti che subiamo diventino oggetto di una denuncia collettiva e perché chi sciopererà possa portare simbolicamente in piazza con sé anche la condizione di chi non potrà esserci.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Il 6 maggio l&#8217;Italia si ferma, fermiamoci anche noi!<br />
</strong></p>
<p><strong>Il 6 maggio noi ci saremo, per dimostrare a questo paese quanto vale il nostro lavoro e quanto vale la nostra dignità. Per cambiare i rapporti di forza, sappiamo di poterci riuscire, insieme.</strong></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/aderisci.html"><strong>Aderisci alla campagna PRECARI/E IN SCIOPERO!</strong></a></p>
<p><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/images/resized/images/stories/logo_sciopero_web.jpg">Scarica il logo e usalo come tuo avatar su facebook, nella tua postazione di lavoro, nel tuo pc, ovunque tu vorrai.</a></p>
<p><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it/aderisci.html">Scriveteci e raccontateci:</a></p>
<p>-L&#8217;esperienza di organizzazione dello sciopero nella vostra realtà lavorativa, sfidiamo insieme il ricatto: il 6 maggio renderemo pubblico lo sciopero dei precari.<br />
-La vostra modalità di sciopero (qualsiasi essa sia&#8230;.), e raccontateci perchè vi è negato il diritto di sciopero. Sarete simbolicamente in piazza con noi.</p>
<p>Non esistate a condividere tutto ciò che vorrete foto, video&#8230;inviatele a <a href="mailto:info@ilnostrotempoeadesso.it">info@ilnostrotempoeadesso.it</a></p>
<p><a href="http://www.ilnostrotempoaeadesso.it" target="_blank">www.ilnostrotempoaeadesso.it</a></p>
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		<title>Precari, perché si parla sempre di dignità e non di libertà?</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 14:15:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“I giovani, i giovani sono venuti a cercarmi ma io non ero in casa&#8230;”, cantavano i Diaframma nel 1994. “Sui giovani d’oggi ci scatarro su”, urlavano nel 1997 gli Afterhours. Erano appunto gli anni Novanta, prima di Genova 2001: per molti di noi l’adolescenza, per tanti altri la preistoria. Allora il primo problema è  capirsi su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“I giovani, i giovani sono venuti a cercarmi ma io non ero in casa&#8230;”, cantavano i Diaframma nel 1994. “Sui giovani d’oggi ci scatarro su”, urlavano nel 1997 gli Afterhours. Erano appunto gli anni Novanta, prima di Genova 2001: per molti di noi l’adolescenza, per tanti altri la preistoria.<span id="more-23630"></span></p>
<p>Allora il primo problema è  capirsi su chi sono i “ragazzi di oggi” in Italia.  Per la prima volta una generazione diventa tale non per un dato anagrafico ma per una condizione esistenziale. La precarietà del lavoro crea uno spazio atemporale dentro il quale ci sto io, ci stanno la mia sorella minore e la mia sorella maggiore. Per carità, bellissimo stare in famiglia: ma c’è un momento in cui l’emancipazione non la si desidera solo dai propri genitori. Perché se è vero che siamo uniti dalla difficoltà, è altrettanto vero che siamo divisi dalle differenze dei nostri corpi e dei nostri visi, da formazioni culturali e politiche diverse. La nostra condizione sociale non ci rende uguali ma semplicemente vicini. E questo inevitabilmente influenza le analisi che facciamo di noi stessi, le denunce alla politica, le rivendicazioni, le pratiche da utilizzare per manifestare tutto questo.</p>
<p>La street parade “Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta” del 9 aprile ha cercato di unificare questi mondi. Un obiettivo ambizioso che in parte è stato centrato e in parte è rimasto sospeso. Ma come è stato detto più volte dal camion del comitato promotore e dal palco del Colosseo, questa manifestazione non voleva essere altro che l’inizio di un percorso quindi dalla sospensione si potrà passare alla ripresa.</p>
<p>Penso che ci fosse tra noi la necessità di dichiarare la messa a sistema di una condizione lavorativa ed esistenziale, esprimere all’esterno che non abbiamo intenzione di viverci più nelle nostre solitudini, ma che abbiamo creato un luogo in cui diventare forza comune. I giovani &#8211; è chiaro &#8211; stanno dappertutto, non parlano certo oggi per la prima volta, ma la novità risiede nel fatto che dichiarano senza alcun mascheramento di essere i soggetti e gli oggetti del loro agire politico. Questo elemento che ha creato forza, consenso e aggregazione fra i ragazzi, secondo me ha una controindicazione: rischia di farci diventare “vittime di noi stessi”. Bisogna ammettere allora che, il più delle volte, quando parliamo di precarietà ci rivolgiamo sempre allo stesso target di giovani, quelli che hanno studiato, che si sono laureati, specializzati, masterizzati e che non trovano lavoro o vengono sfruttati. Io rientro in questa categoria. Non posso però non notare che i giovani stanno anche da altre parti &#8211; per esempio nelle fabbriche o nei centri commerciali &#8211; o ancora che tanti miei coetanei, o anche ragazzi molto più giovani di me, sono impiegati nei campi del Sud Italia.</p>
<p>È lo stesso Sud da cui noi andiamo via e in cui loro arrivano per essere sfruttati e considerati clandestini. Anche l’emigrazione nella disperazione può essere considerato un lusso. Un lusso che tanti ragazzi come noi in questo momento non possono avere. So benissimo che alla manifestazione del 9 una parola buona si è avuta per tutti, ma è innegabile che tutto è concentrato su una rivendicazione che parla poco degli invisibili totali. Un movimento difficilmente può arrivare a tutti, a me basterebbe però che ci fosse l’esercizio di una pratica che, dal partire da sé, riuscisse a guardarsi intorno per elaborare nuove consapevolezze e anche una dichiarazione di onestà.</p>
<p>Forse adesso è arrivato il momento di rivendicarsela la precarietà più che continuare a dire di subirla, forse adesso è arrivato il tempo di tirare fuori un orgoglio precario, di ammettere che le nostre vite non lo inseguono più un contratto a tempo indeterminato e che quello che vogliamo sono delle tutele, delle garanzie. È raro che oggi ti venga offerto un contratto a tempo indeterminato, eppure ho visto miei coetanei entrare in crisi davanti alla scelta di firmare. La sicurezza di un lavoro che non ti piace contro la precarietà di quello per cui provi passione. Nessun problema, direbbe qualcuno che non vive questa condizione: puoi sempre firmare e poi licenziarti. No, perché sai bene che quel lavoro diventerà una gabbia, perché diventerai un privilegiato, uno dei pochi ad avere uno stipendio pagato ogni mese, le ferie, le malattie, la tredicesima. Insomma, come fai poi a rinunciare a tutto questo? La rivoluzione deve partire dall’offerta del mercato del lavoro: quando si dice che l’Italia è un Paese per vecchi, significa esattamente questo.</p>
<p>È un Paese fermo, che disconosce l’investimento in settori che aprirebbero alla realizzazione di tanti di noi. Ma ci si concentra solo su un aspetto perché in questo contesto anche i desideri sono indotti dalla necessità, la felicità è il posto fisso e la maternità una esigenza generazionale, altro elemento che ci porta sempre di più indietro con la lancetta del tempo. Tutti invochiamo figli che vorremmo avere e che la precarietà ci impedisce di fare. La risposta agli attacchi che abbiamo subito in questi anni è anch’essa frutto di questo sistema politico. Non a caso parlano sempre di “dignità” e quasi mai di libertà della vita.</p>
<p>Il reddito oggi diventa lo strumento con cui una generazione può tracciarsi un percorso libero e non indotto, è in questa rivendicazione che individuo il fattore comune denominatore tra me, mia sorella minore e mia sorella maggiore. Tra me e la commessa, tra me e una operatrice di call center, tra me e una ricercatrice dell’università. Al corteo del 9 in tanti l’abbiamo urlato, chi ancora fa finta di non capire o lo dice debolmente senza farlo diventare punto all’ordine del giorno della’agenda politica sono come al solito i partiti. Che discutono di altro, che ogni tanto tirano fuori questa cosa per poi rimetterla nel cassetto.</p>
<p>Questa partita è affidata tutta alla nostra generazione, senza invidie fra di noi e senza idee di autosufficienza. La forza del 9 è stato portare in piazza giovani non tutti riconducibili a strutture organizzate, si è prodotta un’eccedenza che dovrebbe far riflettere anche le stesse strutture che l’hanno organizzata, ma soprattutto quelle che non erano presenti. È stato un corteo, qui a Roma, vivo, partecipato, colorato, in cui si sono evidenziati alcuni punti: che non ci sono i professionisti della precarietà, che non ci può essere il copyright sulle battaglie politiche, che ci sono pratiche e linguaggi nuovi. E che, come c’è da fare una riforma enorme nei partiti e nel sindacato, forse bisognerebbe iniziare a metterla a tema anche nei cosiddetti “movimenti”.</p>
<p>Celeste Costantino</p>
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		<title>Per le strade di Roma i sorrisi di un cambiamento possibile</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 10:59:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Statistiche, buone per un telegiornale o per qualche vecchio opinionista della domenica. Numeri senza volto. Di disoccupati, di precari, di atipici, di accasati da mamma e papà, di stagisti, di single, di affittuari, di gente in doppia. Categorie e numeri così sproporzionati rispetto al resto d&#8217;Europa da essere ogni tanto degnati di nota dall&#8217;Istat o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Statistiche, buone per un telegiornale o per qualche vecchio opinionista della domenica. Numeri senza volto. Di disoccupati, di precari, di atipici, di accasati da mamma e papà, di stagisti, di single, di affittuari, di gente in doppia. Categorie e numeri così sproporzionati rispetto al resto d&#8217;Europa da essere ogni tanto degnati di nota dall&#8217;Istat o da qualche agenzia di stampa, magari quando c&#8217;è bisogno di riempire i talk show o i tg, tra una telefonata e l&#8217;altra di Berlusconi a quei meeting insopportabili di sepolcri imbiancati del sabato pomeriggio. Mai al centro dell&#8217;agenda politica, mai che fossero loro a raccontarsi.<span id="more-23166"></span></p>
<p>Fino a al 9 aprile, quando una moltitudine di ragazze e ragazzi ha invaso le strade d&#8217;Italia al grido  de “Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta”.</p>
<p>La vita. Per questo sono scesi in piazza, non “solo” per il contratto di lavoro, per l&#8217;estensione dei diritti, per un reddito che non c&#8217;è o il diritto di ricevere una pensione decente in tarda età. Erano in piazza per riprendersi la vita, per sentirsi nuovamente parte di un Paese che sembrava averli espulsi dalla scena e rinchiusi nelle loro solitudini.</p>
<p>I volti dei ragazzi per le strade di Roma erano i sorrisi di chi ha voglia e forza di cambiare questo paese, anche a costo di deragliare il treno su cui sono seduti. Perché quando sei su un binario morto, allora meglio prendersi la responsabilità del rischio di finire fuori strada. Tanto da rischiare c&#8217;è sempre meno, considerando il continuo attacco a chi i diritti li aveva acquisiti dopo anni di lotte e la negazione a coloro che non ne hanno mai avuti.</p>
<p>La manifestazione di Roma è stata bellissima. Erano un fiume in piena quelle due generazioni, arricchite dalla presenza di tante e tanti meno giovani, che sfilavano nelle strade di Roma. Una manifestazione nuova, accessibile, colorata, popolare. Fuori da pratiche stanche e già viste, dentro contenuti e proposte nuove, lontane dal grigio del teatrino della politica e rappresentate da belle performance realizzate durante il percorso (come le tende da campeggio allestite in piazza dell&#8217;Esquilino per protestare contro l&#8217;assenza di politiche di sostegno e welfare nei confronti dei giovani). Sapevano quanto sarebbe stato difficile non essere etichettati, non cadere nella mera manifestazione di protesta (per poi sentirsi dire “e la proposta?”). Ed eccoli lì, perfettamente a loro agio al centro della scena, a gridare le loro idee e le loro proposte maledettamente di buon senso.</p>
<p>Lavoratori della conoscenza, dello spettacolo, studenti, giornalisti, ma anche operai, portuali, commesse, operatori dei call center. Tutti per rivendicare il diritto a non essere continuamente ricattati e ricattabili, tutti per chiedere un nuovo modello di sviluppo in un Paese avvitato su se stesso e sulle necessità di un uomo solo e disperato.</p>
<p>Ragazzi precari, ma solo alcuni spaventati dalla flessibilità. Perché una parte, in particolare quella che fa lavori cognitivi, la precarietà quasi la rivendica. Nel senso che non le spaventa formarsi, cambiare lavoro, prendere strade diverse nel corso della vita. Ma è tremendamente spaventata dalla discontinuità del reddito, dai processi di esclusione sociale che porta perdere un lavoro. Perché, per fare un esempio, non puoi accedere ad un mutuo o ancora più semplicemente prendere in affitto un appartamento senza un contratto decente.</p>
<p>Anche per questo chiedono un nuovo modello di welfare, universalistico, che garantisca tutti e che sia finanziato dalla fiscalità generale. Un modello segnato dalla “continuità del reddito”, magari attraverso l&#8217;istituzione di un reddito minimo garantito, misura prevista in tutta Europa, eccezion fatta per Italia e Grecia (una risoluzione del Parlamento europeo sostiene che debba essere pari al 60% del salario mediano).</p>
<p>Un nuovo modello di welfare, dunque, ed estensione dei diritti e delle tutele che vengono negate a precari, atipici, disoccupati, partite iva senza mettere in discussione i diritti acquisiti in anni di lotte e conquiste sociali dei lavoratori a tempo indeterminato.</p>
<p>“Per riprendersi la vita”, dicono. Quella tolta a Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Federico Aldrovandi, ragazzi come tanti altri e morti ammazzati senza ragione. Quelle piazze parlavano anche di loro e per loro, perché erano ragazzi come tanti altri, condannati dalla giostra della vita a un copione scritto irresponsabilmente da qualcun altro. Persino nei luoghi d&#8217;eccellenza abbiamo lasciato terminare il respiro giovane dei nostri talenti. Come Norman. Laureato a pieni voti e in conclusione di un dottorando in filosofia del linguaggio. Ma l&#8217;Italia è un paese strano, spende soldi per l&#8217;istruzione pubblica, forma i propri giovani, li rende dei talenti, pur nelle mille difficoltà, e quando c&#8217;è da passare alla cassa per riscuotere l&#8217;investimento fatto li lascia andare all&#8217;estero. Anzi, li costringe ad andare all&#8217;estero. Questo sarebbe stato il destino di Norman, così gli era stato detto. Perché non c&#8217;era futuro per lui in questo strano paese per anime morte. E allora ha deciso di andarsene, lasciando sul ciglio di una finestra del settimo piano dell&#8217;edificio di Lettere dell&#8217;università di Palermo un biglietto per il padre e tanti rimpianti.</p>
<p>Da oggi, quei ragazzi non permetteranno più che accada. Perché in piazza, quelle maglie gialle e quei punti esclamativi, erano anche per loro.</p>
<p>Marco Furfaro</p>
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		<title>Delle date simbolo, dei relitti e delle pene</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 03:44:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 6 aprile è passato. Sembrava toccasse scrivere qualcosa sull&#8217;inizio del processo al capo del Governo, pareva che fossimo tutti lì in attesa di rimediare alla distrazione dei giorni precedenti, quando i fatti della storia ci hanno raggiunti di colpo, prima mediati dai resoconti giornalistici, poi non più mediati, ma vivi, alle porte di casa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 6 aprile è passato. Sembrava toccasse scrivere qualcosa sull&#8217;inizio del processo al capo del Governo, pareva che fossimo tutti lì in attesa di rimediare alla <em>distrazione</em> dei giorni precedenti, quando i fatti della storia ci hanno raggiunti di colpo, prima mediati dai resoconti giornalistici, poi non più mediati, ma vivi, alle porte di casa, la guerra, le rivoluzioni e le loro conseguenze.<span id="more-23136"></span></p>
<p>L&#8217;impressione era che attendessimo di essere nuovamente strumenti passivi di quello che uso chiamare il telecomando al contrario, ossia impegnati ad essere attenti a qualcosa, fintantoché qualcos&#8217;altro di un&#8217;attualità apparentemente più urgente non ce ne distoglie reintegrandoci nel ruolo di spettatori della questione del momento, di Berlusconi e il suo processo. Era stato persino creato un gruppo su facebook che aveva come platea chi attende con ansia&#8230;.cosa?</p>
<p>E invece no, non è successo, almeno non nei termini in cui avevo previsto e scongiurato. E anche se fosse successo mi sarei sottratta a questo rito malsano che devia dalla reale partecipazione civile, la quale è tutt&#8217;altro che attesa, in quanto nell&#8217;attesa si rimane inerti, seppur attenti a capire quand&#8217;è che &#8211; decideranno- sarà il turno di quelli che attendono, che presumibilmente sarebbero i giusti.</p>
<p>Vorrei invece scrivere di queste date, come il 6 aprile, che (ancora) non sono rosse sul calendario.  Rispetto alle commemorazioni nazionali più o meno condivise che bisogna sforzarsi di reinterpretare affinché non cadano nella retorica o nell&#8217;oblio di un popolo dalla memoria corta come quello italiano, quelle date  sono entrate da poco e con prepotenza nella storia e meritano di essere subito <em>rispettate.</em></p>
<p>6 aprile 2008. In questo giorno a El Mahalla, città industriale egiziana sul delta del Nilo, una manifestazione di tessili fu sedata nel sangue, e da questo episodio è nato il movimento giovanile 6 aprile, un gruppo fondato su Facebook dal blogger Ahmend Maher al fine di sostenere la sciopero degli operai attraverso la rete. Lo stesso movimento si è poi schierato apertamente contro il governo egiziano e a favore della resistenza del popolo palestinese, e per questo alcuni dei suoi componenti sono stati arrestati con l&#8217;accusa di incitamento alla protesta contro lo Stato, poi rilasciati, e poi nuovamente minacciati.</p>
<p>Esattamente un anno dopo, lo stesso giorno del 2009, il regime colpisce il movimento blindando in una volta sola siti web, sit- in di protesta e persone, arrestandole.</p>
<p>Di nuovo 6 aprile 2009. Italia.Perché nel momento in cui le case a L&#8217;Aquila si sbriciolavano è cominciata una nuova era di consapevolezza. Il terremoto de l&#8217;Aquila è stato un po&#8217; come l&#8217;11 settembre italiano, il punto di non ritorno in cui ognuno ha dovuto scegliere da che parte stare, se dalla parte delle menzogne di governo e l&#8217;edilizia pro vita mea/mors tua o dalla parte della giustizia sociale e morale.</p>
<p>C&#8217;è chi dice, anche a teatro, che la giustizia non esiste. Che esistono solo le debolezze umane: a ognuno trovare il modo per conviverci, a ognuno l&#8217;onere di scegliere se lottare o meno, se essere idealisti o pragmatisti, se prendere la pillola rossa o quella blu.  Ma se una figurante di Forum, per scelta, decide di essere usata come pianta -balle-di-Stato- à -porter della tv commerciale per dire che la ricostruzione è compiuta, che bisogna ringraziare gli stessi che sulla distruzione ci hanno riso su, allora c&#8217;è davvero qualcosa che non va in quest&#8217;impianto di laissez-faire/penser. Allora si pensa che occorre ricominciare tutto da capo e che è uno scandalo e che urge un&#8217;azione legale e che..e che.</p>
<p>Eppure di questa triste storia cos&#8217;è che fa più scandalo? Il fatto che ci sia una trasmissione Mediaset che prepara copioni come ricette di affabulazione? O il fatto che molte persone, come i finti coniugi in questione, passino giorni a fare provini per incassare qualcosa (&#8216;che mica 300 euro sono pochi, dico a te albatros dejakfollizzato&#8217;) , o, meglio o peggio non sta a me giudicarlo, a tentare di entrare nel mondo dello spettacolo- perché sei/ti senti artista, nel caso specifico imitatore- perché è la pappa che ti hanno preparato per dirti che il tuo <em>sogno, </em>l&#8217;unico per il quale vale la pena darsi da fare, è stare in trasmissione con noi, ricchi &#8220;dentro&#8221;. Ma alla fine penso, quali finti coniugi! Più uniti di così si muore, uniti dal medesimo destino di sopravvissuti a vent&#8217;anni di antiumanesimo mediatico iniettato goccia dopo goccia con metodo e costanza. Roba vista, rivista, già sentita che non fa che chiamare il grido Vergogna per un giorno e poi tutto tace di nuovo. I tempi, cavolo, prima di dire che c&#8217;è ancora molto da fare dovremmo prendere in controtempo il tempo di reazione. Siamo lenti.</p>
<p>6 aprile 2011, dunque. Il silenzio è calato sulla morte di 250 uomini e donne <em>vivi.</em> Nulla va detto se non nel nome del rispetto di quella disperazione che muove l&#8217;uomo, che lo rende coraggioso, che gli fa scegliere il rischio anziché il sopruso, che lo allontana dalla schiavitù per sperare di ricevere e dare qualcosa di diverso.</p>
<p>Non v&#8217;è nessun relitto da compiangere, né da esplorare, è tutto lì, nell&#8217;espressione <em>dispersi in mare.</em> Sono i  desaparecidos del Mediterraneo, i <em>dreamers </em>, gli esportatori del sogno collettivo del riscatto.</p>
<p>Di relitti però ce ne sono molti sulla terraferma. Ce li abbiamo in Europa, destabilizzata dal sogno incarnato dai migranti. Ce li abbiamo in Italia. Sono dei relitti e noi lo sappiamo, ma continuiamo a dire il loro nome, ogni giorno, seguiamo ogni parola pronunciata dalla loro bocca, come se sperassimo di ritrovarvi qualcosa, magari un tesoro, nascosto quasi più a lungo delle nostre stesse esistenze, degli scempi che commettono seguitiamo ad indignarci all&#8217;enoteca davanti ad un bicchiere di vino d&#8217;annata, anch&#8217;esso italiano doc, e ancora non siamo riusciti a dire che sono finiti, affondati e che occorre una nave nuova, ma soprattutto che è ora di contribuire tutti a costruirla e non più di stare a guardare. Per cui quando vorremmo affidare tutto alla giustizia  dovremmo ricordare quel che scriveva Beccaria, che tra gli elementi importanti all&#8217;efficacia della pena per un reato v&#8217;è la prontezza. Come la proporzionalità, anche la velocità con cui si commina una pena è determinante, specialmente per reati gravi e che offendono la cosa pubblica.  Nell&#8217;immaginario collettivo, secondo Beccaria,  l&#8217;immediatezza della pena serve a rinforzare il senso del giusto castigo, mentre il ritardare la pena può far percepire il castigo come una forma di spettacolo. Non aggiungerei altro.</p>
<p>Che ne vogliamo fare di questi relitti? Vogliamo recuperare parte del carico o demolirli per liberare il canale che occupa per renderlo nuovamente percorribile? Li conosciamo, resta il lavoro quotidiano di localizzarli e poi la parte più onerosa: agire.</p>
<p>Il 9 aprile una grande manifestazione nazionale ha visto riuniti a Roma e in altre città italiane i precari, gli universitari, i soggetti tutti del sogno nostrano, tutti coloro che sentono muoversi qualcosa dentro per cui agire. Come i rifugiati clandestini che hanno usato internet come unica arma per organizzare la propria liberazione ci stiamo muovendo e non è poco, ma non è ancora abbastanza. Perché il sogno politico odierno non è lanciato da King, né da Kennedy, né da Ghandi, né da Vendola. Non è identificabile in una data, nè in un anno, come il 48, il 68, non è un lampo destinato ad accecarsi.Il sogno politico odierno ha tutte le caratteristiche per essere un sogno partecipato ed ha bisogno di noi e di un giusto tempo, a partire da adesso, e per il più lungo tempo possibile.</p>
<p>Silvana Pollice</p>
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		<title>Video, Nichi alla manifestazione di Roma</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Apr 2011 23:10:39 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>The week ha intervistato Nichi Vendola alla manifestazione dei precari &#8220;Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta&#8221;<span id="more-23079"></span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="477" height="292" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Nv8wpVCBpZk?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="477" height="292" src="http://www.youtube.com/v/Nv8wpVCBpZk?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Qui l&#8217;intervista di RepubblicaTv</p>
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<p>Qui il video de Il fatto quotidiano</p>
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		<title>I giovani al tempo della precarietà</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Apr 2011 15:29:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono venuto qui, insieme alle giovani donne e uomini della manifestazione “Il nostro tempo è adesso”, per respirare aria pulita in un Paese in cui dalle classi dirigenti si promana cattivo odore. La generazione che oggi è in tutte le piazze italiane è considerata un vuoto a perdere. Il ministro  Sacconi e il premier  Berlusconi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono venuto qui, insieme alle giovani donne e uomini della manifestazione <strong>“Il nostro tempo è adesso”</strong>, per respirare aria pulita in un Paese in cui dalle classi dirigenti si promana cattivo odore.<br />
La generazione che oggi è in tutte le piazze italiane è considerata un  vuoto a perdere. Il ministro  Sacconi e il premier  Berlusconi si  affanano a dire che l’Italia è il Paese della cuccagna, è il Paese che  non ha lasciato nessuno abbandonato. Ma non è così.<span id="more-23077"></span><br />
Avere 4 milioni di precari in Italia significa che quasi in ogni  famiglia c’è un inquilino scomodo, un essere umano in lista d’attesa,  nelle sabbie mobili.  La precarietà è la paura di non guadagnare futuro.  E’ l’idea di essere imprigionati in un presente senza respiro, vivere  in apnea. Senza futuro, senza respiri larghi, non c’è possibilità di  pensieri lunghi, di progettare il domani, di guardare con ottimismo al  futuro: la politica ha lasciato una giovane generazione senza  prospettive.<!--more--></p>
<p>La precarietà non è una condizione fisiologica: la precarietà è lo  scandalo del nostro Continente e sopratutto del nostro Paese. Dal  governatore di Bankitalia perfino fino allo stesso Pontefice si segnala  che la precarietà minaccia la convivenza. Credo che la politica debba  smettere di immaginare che questo sia un fatto necessario e fisiologico.<br />
La lotta alla precarietà deve essere la bandiera fondamentale di un  nuovo ciclo della politica, soprattutto nel centrosinistra, e di una  pagina inedita della storia italiana.</p>
<p>Nichi</p>
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		<title>La vita non aspetta. Andiamo a prendercela</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 04:21:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 9 aprile, in tante, tantissime piazze d&#8217;Italia finalmente le ragazze e i ragazzi di questo paese scenderanno in piazza. E&#8217; una novità assoluta. Per la prima volta una generazione scende in piazza contro la precarietà. Una precarietà che si fa vita, che non riguarda “solamente” chi ha contratti a tempo o chi è disoccupato, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 9 aprile, in tante, tantissime piazze d&#8217;Italia finalmente le ragazze e i ragazzi di questo paese scenderanno in piazza. E&#8217; una novità assoluta. Per la prima volta una generazione scende in piazza contro la precarietà. Una precarietà che si fa vita, che non riguarda “solamente” chi ha contratti a tempo o chi è disoccupato, ma tutti coloro cui vengono tolti e negati ogni giorno diritti sul lavoro, coloro che vivono il diritto all&#8217;abitare o la mobilità come una guerra di sopravvivenza, che non riescono a vivere serenamente nemmeno i propri affetti.<span id="more-22987"></span></p>
<p>E&#8217; la generazione “senza futuro”, quella del “lavoro mai”. Quella sulla bocca di tutti, della politica, delle forze sociali, dei media. Per essere raccontati sempre da altri, senza mai che siano loro a farlo. La generazione delle statistiche impietose, che parlano di una disoccupazione giovanile senza eguali in Europa, quella della fuga dei cervelli. La generazione dove il lavoro è sempre sotto inquadrato e sotto pagato rispetto al titolo di studio acquisito. Ma anche quella che si trova nei call center, nelle fabbriche, che un lavoro lo trova, ma che vive in ogni caso la propria esistenza come all&#8217;interno di una porta girevole dove la vita è un giro continuo intorno all&#8217;incertezza.</p>
<p>C&#8217;è un filo rosso che lega gli studenti che hanno movimentato l&#8217;autunno, gli operai di Pomigliano e Mirafiori posti sotto ricatto, i giornalisti costretti a scrivere di gossip, i ragazzi dei call center o impiegati nei centri commerciali, i migranti che lavorano nei campi: la precarietà. Nel lavoro, nell&#8217;assicurarsi un reddito, nei tempi di vita, nelle scelte, nel presente e nel futuro.</p>
<p>Una precarietà che ti divora. Perché vivere l&#8217;incertezza del futuro, lavorare con l&#8217;idea di un lavoro a breve o brevissimo tempo, eternamente ricattati, con diritti che languono e il pensiero fisso che si possa essere cacciati via in ogni momento e senza nessuna protezione sociale rende le esistenze fragili. E&#8217; la strenua lotta per la conquista della stabilità, lavorativa, sentimentale, abitativa, che sottrae energie per le mobilitazioni, per le proteste, per le rivendicazioni.</p>
<p>Un appello, una decina di ragazze e ragazzi che si incontrano e finalmente qualcosa si smuove. Un grido, denso di rabbia giovane, che chiama il Paese a scendere in piazza. Con loro e per loro. Sarà, finalmente, una grande giornata di mobilitazione di una soggettività generazionale appena nata, ma piena di entusiasmo e prospettiva. Intorno alla mobilitazione di sabato si sono raccolte tante reti, tante parzialità, tante singole persone emerse dall&#8217;invisibilità di chi non fa parte dei soliti e, a volte, stanchi circuiti della politica e dell&#8217;attivismo. E&#8217; un dato importante, perché c&#8217;è l&#8217;esigenza di ritrovarsi con coloro che sembrano lontani, che non frequentano certi circuiti, che parlano altri linguaggi. Perché la “vita non aspetta”. Nemmeno loro.</p>
<p>Una protesta senza proposte? Non proprio. Li senti parlare e si vede subito che i loro occhiali da vista sulla società sono la precondizione per un nuovo modello di sviluppo, di relazioni sociali. Basterebbe chiederlo a questi ragazzi cosa ne pensano del reddito o di un nuovo modello di welfare universalistico, di cui troppo spesso la politica e sindacati non vogliono parlare o semplicemente non comprendono. Sono loro, che più di altri, sentono la necessità di rafforzare le forme tradizionali  di difesa del reddito, di istituire un reddito minimo per chi non ha un lavoro fisso, di estendere l&#8217;indennità di sostegno al reddito e alla disoccupazione agli atipici e ai precari. Non è una questione rivendicativa, ma un biglietto di ingresso nel futuro per un Paese che non vede e non promette più orizzonti.</p>
<p>Il 9 aprile rappresenta l&#8217;inizio della resa dei conti con una classe dirigente miope, che tenta di relegare una generazione nella &#8220;fabbrica&#8221; della precarietà e dell&#8217;ignoranza.  Una generazione persino sconosciuta al governo, che la etichetta come “inadatta all&#8217;umiltà”, come se vivesse su una realtà ovattata e imperscrutabile, senza che abbia mai incontrato, avvicinato le mille storie che parlano di noi, di come ci guadagniamo da vivere, di quante competenze abbiamo dovuto acquisire con i dieci, cento lavori e lavoretti fatti per sbarcare il lunario, per pagarsi gli studi, per pagarsi il mutuo.</p>
<p>Per questo,  c’è veramente bisogno di una “rivoluzione culturale”. Ma di una rivoluzione che veda la politica tornare a occuparsi di politica e non di propaganda, che rimetta al centro le giovani generazioni, che le consideri un investimento per il futuro, e che faccia dimenticare a questo paese la perenne battaglia parlamentare e governativa per il destino di un uomo solo, disperato nelle sue paure e nei suoi patetici tentativi di esorcizzarle con i festini di Arcore. Una rivoluzione che parta da un dato certo: i giovani, tutti, di questo Paese sono sicuramente migliori di chi li rappresenta.</p>
<p>Perché hanno, abbiamo ragione: la vita non aspetta. E dal 9 aprile cominciamo a riprendercela.</p>
<p>Marco Furfaro</p>
<p>Per tutte le info: <a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it" target="_blank">http://www.ilnostrotempoeadesso.it</a></p>
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		<title>Ci volete morti viventi? E noi ci riprendiamo la vita!</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 11:13:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Le scalinate di Trinita&#8217; dei Monti a Piazza di Spagna sono state animate  da un flash mob organizzato da Sinistra Ecologia Liberta&#8217;. Le ragazze e  i ragazzi di SEL in vista della manifestazione nazionale di sabato  prossimo 9 aprile, hanno messo in scena una Zombie Walk.<span id="more-22783"></span></p>
<p>Consapevoli che la precarieta&#8217;, la mancanza di diritti e garanzie  non riguardano semplicemente il mondo del lavoro, hanno immaginato di  raccontarsi cosi&#8217;: £senza diritti e senza controllo sulla nostra vita, lo  stato italiano ci ha reso zombies: ne&#8217; morti, ne&#8217; vivi. Simbolo della  condizione che ormai caratterizza ben piu&#8217; di una sola generazione,  deboli da soli, inarrestabili quando si muovono in tanti. Gli zombie  scompaiono se ci si unisce tutti per affermare la centralita&#8217; delle  nostre vite&#8221;.</p>
<p>Per questo il 9 aprile saranno in piazza, perche&#8217; l&#8217;appello  a raccontarsi e non essere raccontati, a stare insieme e non da soli, a  credere che un&#8217;alternativa sia possibile, e&#8217; anche loro.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="452" height="276" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/i_Tmfo8w-9o?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="452" height="276" src="http://www.youtube.com/v/i_Tmfo8w-9o?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Le piazze del 9 aprile</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Apr 2011 19:26:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il 9 aprile sarà una grande giornata di mobilitazione in cui finalmente precari e non, disoccupati e occupati, lavoratori autonomi, studenti, noi giovani senza diritti scenderemo in piazza per manifestare, uniti, la nostra esistenza, per rivendicare i diritti che oggi ci sono negati, per far sentire la nostra voce e raccontare chi siamo, perché vogliamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il  9 aprile sarà una grande giornata di mobilitazione in cui finalmente precari e non, disoccupati e occupati, lavoratori autonomi, studenti, noi giovani  senza diritti scenderemo in piazza per manifestare, uniti, la nostra  esistenza, per rivendicare i diritti che oggi ci sono negati, per far  sentire la nostra voce e raccontare chi siamo, perché vogliamo un altro  paese, un paese che investa sulla ricerca e sulle giovani generazioni  invece di relegarle ai margini del sistema produttivo, mortificandone le  competenze e cancellando ogni possibilità di realizzazione personale.<span id="more-22685"></span></p>
<p>Per fare questo dovremo essere in tanti e dovremo essere ovunque.<strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Non una sola grande manifestazione a Roma, ma centinaia di piazze in tutta Italia</strong> da cui gridare la nostra esistenza e il nostro desiderio non più rinviabile di vivere la vita.</p>
<p><strong>I primi appuntamenti (con link evento fb&#8230;condividete e invitate!):</strong><br />
<a href="http://www.facebook.com/home.php#%21/event.php?eid=201077606576948" target="_blank">- ROMA Piazza Repubblica ore 15:00 street parade fino al Colosseo</a></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/home.php#%21/event.php?eid=190745367627675" target="_blank">- NAPOLI Piazza Mancini ore 9:00 corteo fino a Piazza del Gesù, ore 12:00 concerto finale</a></p>
<p>- BOLOGNA Piazza S. Francesco ore 17:00</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/search.php?q=9%20aprile&amp;init=quick&amp;tas=0.9344585202943394&amp;ref=ts#%21/event.php?eid=161013287286081">- PALERMO Piazza Indipendenza ore 17:00 fino a Piazza Bologni, ore 19:00 &#8220;I giovani siciliani si raccontano&#8221;</a></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/?ref=home#%21/event.php?eid=201918323162055&amp;notif_t=event_invite" target="_blank">- MILANO Colonne di San Lorenzo ore 15:30</a></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=212876822062782" target="_blank">- TORINO Piazza Vittorio ore 15:00</a></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/home.php#%21/event.php?eid=190745367627675" target="_blank">- FIRENZE Piazza S. Spirito ore 15:00<br />
</a><a href="http://www.facebook.com/home.php#%21/event.php?eid=190745367627675"><br />
</a><a href="http://www.facebook.com/pages/Il-nostro-tempo-%C3%A8-adesso-Bari/210623152283579" target="_blank">- BARI Piazza San Ferdinando ore 9:30</a></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/home.php#%21/event.php?eid=152994261430134" target="_blank">- GENOVA Via San Lorenzo ore 17:00</a></p>
<p>-TRIESTE ore 14:00 piazza da definire</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/search.php?q=IL%20NOS&amp;init=quick&amp;tas=0.38990263340882736&amp;ref=ts#%21/event.php?eid=152595314803190">- PADOVA Piazza Garibaldi ore 17:30</a></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/pages/il-nostro-tempo-%C3%A8-adesso/201822493179015#%21/event.php?eid=161334427256514" target="_blank">-   ANCONA Piazza del Plebiscito ore 10:00 il comitato marchigiano   partecipa alla Marcia per il Lavoro e si incontra presso lo stand del   Comitato Il nostro tempo è adesso</a></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/search.php?q=IL%20NOS&amp;init=quick&amp;tas=0.38990263340882736&amp;ref=ts#%21/event.php?eid=154240427968874">- NOVARA Piazza Matteotti ore 15:00</a></p>
<p>- CUNEO Piazza Audifredi ore 15:00</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/search.php?q=9%20aprile&amp;init=quick&amp;tas=0.9344585202943394&amp;ref=ts#%21/event.php?eid=214409131908696">- BERGAMO Piazza Matteotti dalle ore 16:30</a></p>
<p>- LECCO Piazza XX Settembre ore 14:30</p>
<p>- LODI Piazza Vittoria ore 15:00</p>
<p>- MANTOVA Piazza Mantegna ore 16:00</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/#%21/event.php?eid=120573724687562&amp;notif_t=event_invite">- PARMA Piazzale Corridoni ore 16:00</a></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/search.php?q=il%20nostro%20tempo%20%C3%A8%20adesso&amp;init=quick&amp;tas=0.680115982824162&amp;ref=ts#%21/event.php?eid=152008221529481" target="_blank">- MODENA &#8220;Precary Parata&#8221; ore 15:30 Facoltà di Economia di Modena fino a Piazza Mazzini</a></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=101827786569762&amp;notif_t=event_invite" target="_blank">- CESENA Piazza Almerici dalle ore 16:00</a></p>
<p>- POTENZA Piazza Duca della Verdura ore 18:00 Concerto</p>
<p>- TARANTO e BRINDISI Piazza Roma &#8211; Via del Faro 44 (San Vito) iniziativa e dibattito dalle 16:00 in poi</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/?ref=home#%21/event.php?eid=139645809438033&amp;notif_t=event_invite">- LECCE Piazza Castromediano dalle 19:00. A seguire concerto.</a></p>
<p><a href="http://www.facebook.com/search.php?q=9%20aprile&amp;init=quick&amp;tas=0.9344585202943394&amp;ref=ts#%21/event.php?eid=120331664707663">- CATANZARO Piazza Prefettura ore 17:30<br />
</a><br />
<a href="http://www.facebook.com/search.php?q=IL%20NOS&amp;init=quick&amp;tas=0.38990263340882736&amp;ref=ts#%21/event.php?eid=162829150442743">-CHIETI Piazza Giambattista Vico 10:30-13:00</a></p>
<p>- COSENZA Piazza XI Settembre ore 16:00</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=120768061331589" target="_blank">- SIRACUSA Tempio di Apollo ore 9:30</a></p>
<p>- POZZALLO (RG) Piazza Municipio ore 19<br />
Stanno nascendo comitati in molte città tra cui Milano, Bergamo, Padova, <a href="http://www.facebook.com/pages/il-nostro-tempo-%C3%A8-adesso/201822493179015#%21/pages/il-nostro-tempo-%C3%A8-adesso-Trieste/112965822116207" target="_blank">Trieste</a>, Torino, Cesena, Modena, Bologna, <a href="http://www.facebook.com/pages/il-nostro-tempo-%C3%A8-adesso/201822493179015#%21/home.php?sk=group_205084526186834" target="_blank">Firenze</a>, Pisa, Bari, Ancona, Taranto, Lecce, Napoli, Salerno, Catanzaro, Pistoia, Palermo..</p>
<p>C&#8217;è  bisogno dell&#8217;aiuto di tutti affinché il 9 sia una grande giornata:  contribuite partecipando ai comitati locali e laddove non ci sono a  costruirne di nuovi.</p>
<p>Vi aggiorneremo presto sulle altre iniziative in programma.<br />
Contattateci:</p>
<p>per Milano   <a href="mailto:milano@ilnostrotempoeadesso.it">milano@ilnostrotempoeadesso.it</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.</p>
<p>per Bologna   <a href="mailto:bologna@ilnostrotempoeadesso.it">bologna@ilnostrotempoeadesso.it</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.</p>
<p>per Firenze   <a href="mailto:firenze@ilnostrotempoeadesso.it">firenze@ilnostrotempoeadesso.it</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.</p>
<p>per la Campania   <a href="mailto:campania@ilnostrotempoeadesso.it">campania@ilnostrotempoeadesso.it</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.</p>
<p>per Palermo   <a href="mailto:palermo@ilnostrotempoadesso.it">palermo@ilnostrotempoadesso.it</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.</p>
<p>per Bergamo   <a href="mailto:toolbox.bergamo@gmail.com">toolbox.bergamo@gmail.com</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.</p>
<p>per Trieste    <a href="mailto:ilnostrotempoeadesso.ts@gmail.com">ilnostrotempoeadesso.ts@gmail.com</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.</p>
<p>per Torino   <a href="mailto:torino@ilnostrotempoeadesso.it">torino@ilnostrotempoeadesso.it</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.</p>
<p>per Padova   <a href="mailto:padova@ilnostrotempoeadesso.it">padova@ilnostrotempoeadesso.it</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.</p>
<p>per Venezia   <a href="mailto:venezia@ilnostrotempoeadesso.it">venezia@ilnostrotempoeadesso.it</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.</p>
<p>per Pisa   <a href="mailto:pisa@ilnostrotempoeadesso.it">pisa@ilnostrotempoeadesso.it</a>Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.<br />
Per Roma e per le altre città   <a href="mailto:info@ilnostrotempoeadesso.it">info@ilnostrotempoeadesso.it</a></p>
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		<title>Giovani e meno giovani. Ma in piazza il 9 aprile</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 04:13:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo l’onda del più grande movimento studentesco che si ricordasse da  anni, contrapposto alla riforma Gelmini, dopo il grande corteo dei  metalmeccanici contro i ricatti di Pomigliano e Mirafiori, dopo la  grande mobilitazione delle donne scese in piazza per difendere la loro  dignità, dopo il corteo per l’acqua pubblica e contro il nucleare, dopo  dunque una stagione di importanti risvegli di coscienze ed elaborazioni  di risposte collettive alle gravi mancanze, pigrizie e colpe della  politica (soprattutto quella espressa da questo governo Berlusconi, il  peggiore della storia repubblicana del nostro Paese), dopo tutto questo  il 9 aprile arriviamo noi. Chi siamo, direte?  E la risposta è una risposta semplice ed articolata allo stesso tempo.   <span id="more-22545"></span></p>
<p>Siamo i precari. Siamo giovani, e meno giovani. Siamo uomini e donne. Facciamo   spesso lavori che non richiedono qualifiche particolari, pur avendo in   tasca lauree, master, dottorati. Oppure facciamo lavori altamente   qualificati, a fronte di scarse e saltuarie remunerazioni. Pur essendo   la generazione più alfabetizzata della storia di questo paese veniamo   pagati meno e peggio dei nostri genitori; a loro confronto siamo   praticamente privi di garanzie contrattuali e previdenziali.</p>
<p>Siamo il  popolo delle dimissioni firmate in bianco, dei contratti rinnovati se va  bene una volta l’anno, dei soldi in nero, delle pacche sulla spalla.  Gli eterni ragazzi anche quando chi ti tratta come tale non ha né la tua  esperienza né le tue qualifiche. Perché, a forza di girare, abbiamo  fatto e facciamo tanti lavori insieme, abbiamo limato le nostre  ambizioni in tutti i modi in cui era possibile farlo, con l’unico scopo  di portare a casa quei soldi che ci consentano di pagare l’affitto, o il  mutuo nel caso dei più fortunati. Siamo quelli che vorrebbero avere  figli, ma che non riescono a volte neanche ad andare in vacanza.</p>
<p>Siamo  quelli che hanno fatto interviste, colloqui, concorsi, che li hanno  anche vinti ma che non vengono chiamati, perché intanto la nuova  amministrazione insediata aspetta che la vecchia graduatoria scada per  poter indire un nuovo procedimento e far vincere chi vuole. Siamo quelli  che erano stati cresciuti nel solco di una meritocrazia che, una volta  usciti dal proprio percorso formativo, non hanno più trovato da nessuna  parte.  Siamo il popolo delle partite IVA, costretti ad aprirle perché  non era possibile contrattualizzarci in altri modi. Siamo il popolo dei  consulenti, degli assistenti e  dei collaboratori, perché quando le  pubbliche amministrazioni, le Università e la Sanità pubblica non  assumono dal 1980 che altro potremmo essere? La precarietà dei nostri  stipendi, dei nostri contratti, della rete logistica e sociale che si  articola attorno a ciascun luogo di lavoro, dei nostri rapporti  sentimentali altamente influenzati dalla transitorietà dei nostri  ingaggi, l’incertezza e l’insoddisfazione del nostro vivere sono oggi  arrivati ad un punto di maturazione, ed hanno elaborato consapevolezze  collettive, testimonianze diffuse, rivendicazioni precise.</p>
<p>Il 9  aprile scenderemo in piazza non per presentarci, perché ormai ci  conoscete bene. Né per chiedere alla politica quello che ci ha tolto in  questi anni e che non potrà darci per interposta persona. Piano piano,  infatti, ce lo prenderemo da soli. Pacificamente, democraticamente e  soprattutto con l’autorevolezza e la competenza che molti di quelli che  ci hanno preceduto anagraficamente o gerarchicamente non hanno mai  avuto.</p>
<p>Che cosa vogliamo dunque? Vogliamo il superamento del  pacchetto Treu e della legge 30; vogliamo che chi lo sceglie possa avere  un lavoro flessibile ma che per tutti gli altri sia possibile averne  uno stabile; vogliamo la piena applicazione degli articoli 3 e 4 della  costituzione; vogliamo una riforma degli ammortizzatori sociali del   sistema di welfare, che garantisca una continuità di reddito a fronte  dell’intermittenza dei lavori; vogliamo che a ogni posto di lavoro  stabile corrisponda una forma contrattuale stabile; vogliamo la  detassazione sui contratti che le aziende decidono di trasformare a  tempo indeterminato; vogliamo che i nostri contratti tutelino gli  istituti della maternità e della paternità.</p>
<p>Che altro? Vogliamo  asili pubblici in cui mandare i nostri figli, vogliamo piani di edilizia  residenziale pubblica bloccati da trent’anni, vogliamo un fondo di  solidarietà nazionale per le giovani coppie (tutte) e per i separati (i  nuovi poveri), vogliamo un fondo straordinario per la compartecipazione  ai mutui e il calmieramento del mercato degli affitti. Vogliamo questo e  tanto altro. Per questo scendiamo in piazza il 9 aprile. Ma una cosa  sia chiara: queste rivendicazioni non sono la lettera che scriviamo ad  un babbo Natale parecchio taccagno, che da vent’anni si scorda di  rispondere. Queste rivendicazioni sono il manifesto sulla base del quale  oggi un’intera generazione prende consapevolezza del proprio ruolo,  della propria forza e si assume la responsabilità di cambiare questo  paese che è stato reso così ingiusto ma dal quale non abbiamo alcuna  intenzione di andarcene.</p>
<p>E siamo convinti che ce la faremo, perché siamo bravi e abbiamo ragione.</p>
<p>Enrico Sitta</p>
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		<title>9 aprile, tutte le piazze</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 05:57:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Grande manifestazione è prevista in molte piazze d&#8217;Italia, è una manifestazione di lavoratori che vogliono uscire la precariato. Partecipano diverse associazioni della società civile, fra cui: Uds, Link, Articolo 21, Prossima Italia, Valigia Blu, Pugliamo l&#8217;Italia, Errori di Stampa, Popolo Viola, Reset Italia, European Alternatives. Poi i Lavoratori Phonomedia in lotta di Catanzaro, Donne di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grande manifestazione è prevista in molte piazze d&#8217;Italia, è una  manifestazione di lavoratori che vogliono uscire la precariato.  Partecipano  diverse associazioni della società civile, fra cui:  Uds,  Link, Articolo 21, Prossima Italia, Valigia Blu, Pugliamo l&#8217;Italia, Errori di  Stampa, Popolo Viola, Reset Italia, European Alternatives. Poi i  Lavoratori Phonomedia in lotta di Catanzaro, Donne di Classe, Arte della  Resistenza e, tra i personaggi del mondo dello spettacolo, Silvia  Avallone, Valerio Mastandrea, Jasmine Trinca, Dario Vergassola, Ascanio  Celestini, Luciano Gallino, Giulia Innocenzi, Michele Serra, Umberto Guidoni e Margherita  Hack.<span id="more-22599"></span></p>
<p>Il comunicato de &#8220;il nostro tempo è adesso&#8221; ci spiega che &#8220;Il 9  aprile sarà una grande giornata di mobilitazione in cui finalmente noi  precari, disoccupati, lavoratori autonomi, studenti, noi giovani senza  diritti scenderemo in piazza per manifestare, uniti, la nostra  esistenza, per rivendicare i diritti che oggi ci sono negati, per far  sentire la nostra voce e raccontare chi siamo, perché vogliamo un altro  paese, un paese che investa sulla ricerca e sulle giovani generazioni  invece di relegarle ai margini del sistema produttivo, mortificandone le  competenze e cancellando ogni possibilità di realizzazione personale.  Per fare questo dovremo essere in tanti e dovremo essere ovunque. Non  una sola grande manifestazione a Roma, ma centinaia di piazze in tutta  Italia da cui gridare la nostra esistenza e il nostro desiderio non più  rinviabile di vivere la vita.&#8221;</p>
<p>Si mobilitano anche gli studenti medi e  universitari: &#8220;Non potevamo non cogliere l’appello a questa  mobilitazione, non siamo più disposti ad aspettare, a delegare ad altri  il nostro presente, a berci ancora una volta la storiella del futuro che  prima o poi arriverà, quel lontano futuro in cui finalmente sarà il  nostro momento.Noi vogliamo poter contare ora e subito, vogliamo imporre  al Paese il dramma di più generazioni per cui ormai la precarietà si è  fatta vita, dimensione esistenziale.Questo autunno lo abbiamo  rivendicato dalle nostre piazza, con un grande movimento studentesco che  ha scosso l’Italia, ma ora non vogliamo fermarci, non siamo disposti a  scomparire ancora una volta dall’agenda politica di questo Paese,  chiediamo risposte e cambiamenti immediati.Questo governo sta  distruggendo il nostro presente e il nostro futuro. In un periodo di  crisi ormai cronica come questo distrugge scuole e università con tagli  indiscriminati e riforme scellerate, dequalifica il lavoro che non è più  un diritto ma un privilegio, condannandoci a una dipendenza a vita  dalle nostre famiglie, a dover vivere con l’angoscia di un contratto che  scade e una borsa di studio che non ci viene più data. Oppure ci  condanna all’esilio forzato, a cercare all’estero qualcun altro che  riesca ad apprezzare le nostre competenze e la nostra voglia di  impegnarci per il bene comune. Noi però abbiamo deciso di non  rassegnarci, di cambiare a tutti i costi questo Paese. Per questo il 9  aprile saremo in piazza, ancora una volta, per riprenderci le nostre  città, la nostra dignità, i nostri spazi e la nostra cittadinanza, in un  Paese che ha bisogno di noi e contro chi, invece, ci umilia e vuole  spingerci oltre confine. Vogliamo moltiplicare la partecipazione a questa giornata insieme a  tutte le studentesse e gli studenti che nelle proprie città vogliono  riprendersi uno spazio che ci hanno rubato.&#8221;</p>
<p>Alcune delle piazze interessante dalla manifestazione nazionale:</p>
<p>-ROMA piazza Repubblica ore 15:00 street parade fino al Colosseo,<br />
-MILANO Colonne di San Lorenzo ore 15:30<br />
-NAPOLI piazza Mancini ore 9:00 corteo fino a Piazza del Gesù, ore 12:00 concerto finale<br />
-PALERMO piazza Indipendenza ore 17:00 fino a Piazza Bologni, ore 19:00 &#8220;I giovani siciliani si raccontano&#8221;<br />
-TORINO piazza Vittorio ore 15:00<br />
-GENOVA Via San Lorenzo ore 17:00<br />
-MODENA &#8220;Precary Parata&#8221; ore 15:30 Facoltà di Economia di Modena fino a Piazza Mazzini<br />
-ANCONA Piazza del Plebiscito ore 10:00 il comitato marchigiano  partecipa alla Marcia per il Lavoro e si incontra presso lo stand del  Comitato Il nostro tempo è adesso<br />
-CATANZARO piazza Prefettura ore 17:30<br />
-TARANTO Piazza Roma San Vito via del Faro 44 iniziativa e dibattito dalle 16:00 in poi<br />
-CESENA Piazza Almerici dalle ore 16:00<br />
-BERGAMO Piazza Matteotti dalle ore 16:30<br />
-SIRACUSA Tempio di Apollo ore 9:30<br />
-NOVARA Piazza Matteotti ore 15:000</p>
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		<title>Bamboccioni, ritorniamo a fare politica</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 08:27:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I bamboccioni si sono svegliati? Dipende da cosa intendiamo per “bamboccioni” e cosa intendiamo per “svegliarsi”. Il 9 aprile la generazione precaria, fatta da ventenni e trentenni, scende in piazza in tutta Italia per reclamare attenzione. Una generazione, la nostra, che ha subito un&#8217;emarginazione nei luoghi di lavoro, negli spazi pubblici e culturali, e perfino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I bamboccioni si sono svegliati? Dipende  da cosa intendiamo per “bamboccioni” e cosa intendiamo per “svegliarsi”.  Il 9 aprile la generazione precaria, fatta da ventenni e trentenni,  scende in piazza in tutta Italia per reclamare attenzione. Una  generazione, la nostra, che ha subito un&#8217;emarginazione nei luoghi di  lavoro, negli spazi pubblici e culturali, e perfino nell&#8217;immaginario  collettivo, senza precedenti.<span id="more-22532"></span></p>
<p>Alcuni anni fa, l&#8217;allora ministro delle  Finanze Padoa Schioppa affibbiò ai giovani italiani un termine che  rimase nel lessico del paese: bamboccioni.</p>
<p>Se ripenso agli anni zero,  al decennio di ipnosi collettiva che ci ha portato ad assistere inermi  alla spoliazione dei nostri diritti di cittadinanza e del nostro stesso  futuro, rintanati nell&#8217;atomizzazione dei piaceri individuali e della  onanistica protesta via blog e social network, mi si stampa chiara in  mente una considerazione. Se tra i giovani ci sono stati bamboccioni,  paradossalmente sono proprio quelli che più si sono occupati del destino  di questo paese.</p>
<p>Bamboccioni sono stati gli attivisti che, tranne  rare eccezioni, hanno alzato i vessilli della pace,  dell&#8217;antimilitarismo, dell&#8217;antiberlusconismo, e anche dell&#8217;antimafia,  rinunciando alla politica.</p>
<p>Ingenuamente ci siamo convinti che  affermare i nostri diritti universali, puri e crudi come li intendevamo,  potesse bloccare la disastrosa avanzata dei tank nel neoliberismo  globale. Risultato: ridotti in macerie i nostri diritti, dispersi e  confusi noi.<br />
Se dunque oggi prendiamo su di noi la responsabilità di  essere stati noi quei bamboccioni e l&#8217;impegno a riprenderci il nostro  stesso futuro a partire dal presente, bisognerà riempire di sostanza la  parola “svegliarsi”. Non basterà il 9 aprile scendere il piazza a  gridare “il nostro tempo è adesso”, per svegliarci dal letargo di questi  anni.</p>
<p>Bisognerà riempire i nostri “basta” di politica. Cosa vogliamo  come generazione tradita? Cosa vogliamo che cambi, adesso? Provo a  indicare alcune battaglie che ritengo fondamentali per la generazione  precaria.</p>
<p><strong>Reddito di cittadinanza.</strong> Il mercato del lavoro negli ultimi quindici anni si è trasformato  irrimediabilmente. Tra i giovani italiani i contratti più diffusi sono  quelli atipici: a progetto, co.co.co, tempo determinato, e così via. Tra  un contratto e l&#8217;altro, c&#8217;è il baratro. Nessun ammortizzatore sociale,  nessuna indennità di disoccupazione. Secondo recenti dati Istat, lo  stipendio medio di ingresso nel mondo del lavoro per un under 30 è di  circa 800 euro. Cifra che scende anche sotto i 600 euro al Sud.<br />
Se  non fosse per la famiglia che fa da rete sociale, ogni volta che un  giovane precario perde il lavoro, rischia di trasformarsi in un  senzatetto nel giro di pochi mesi.</p>
<p>È una situazione insostenibile. Se  il mercato del lavoro è ormai basato su forte instabilità dell&#8217;impiego e  su salari da fame, va introdotto uno strumento che permetta una  continuità economico-sociale ad ogni individuo, e che gli permetta di  non rischiare l&#8217;espulsione verso una condizione di indigenza e  marginalità ad ogni scadere di contratto. A chi dice che è impossibile  trovare i fondi per introdurre nel nostro paese delle forme di reddito  di base, rispondiamo che l&#8217;Italia è uno dei pochissimi paese in Europa  che non l&#8217;ha ancora fatto.</p>
<p><strong>Diritti all&#8217;abitare.</strong> A  poco vale discutere di reddito e di lavoro se si bypassa il problema  della casa. In grandi città come Roma e Milano, per dormire sotto un  tetto un giovane spende circa 500 euro al mese. Poco meno in città come  Bologna, Torino, Firenze. Tutto ciò è indignitoso. In altri paesi  europei, esistono sussidi per gli studenti e i giovani lavoratori in  cerca di casa. Il governo italiano e gli enti locali non si preoccupano  di risolvere con legislazioni ad hoc il problema dell&#8217;abitare. Si  concentrano su fasulli piani casa destinati a non incidere, e intendono  l&#8217;edilizia popolare come il via libera a cinici palazzinari che  trasformano le campagne in in mostruosi quartieri dormitori nelle  periferie delle metropoli. Nessun progetto di recupero e riutilizzo  degli spazi pubblici abbandonati nei centri cittadini per l&#8217;emergenza  casa, per dare un tetto alle famiglie e ai giovani stremati dalla crisi  economica. A Roma, quindici caserme vengono regalate dallo Stato al  Comune per un debito pregresso, e il sindaco le vende perché diventino  alberghi. Ad Amsterdam o a Londra la legge prevede dei meccanismi di  contrasto all&#8217;inutilizzo degli immobili privati, tanto da avallare le  occupazioni, in certi casi. In Italia il diritto alla proprietà privata è  sacro, ma non altrettanto il diritto ad un tetto che non sia a prezzi  esorbitanti e rigorosamente in nero. Noi pensiamo che spendere un terzo  del proprio reddito per una casa basti e avanzi.</p>
<p><strong>Trasporti.</strong> Se l&#8217;epoca  cui siamo costretti a vivere è quella della instabilità e della  flessibilità, noi rilanciamo: vogliamo poterci muovere. In città e per  l&#8217;Italia. I prezzi dei treni per spostarsi da una città all&#8217;altra sono  diventati insostenibili. L&#8217;Italia è una repubblica fondata sui voli low  cost, con quel che comporta in termini ambientali. Nelle città,  spostarsi con i mezzi pubblici è una corsa ad ostacoli contro la propria  buona volontà. Sporcizia, ritardi, sovraffollamenti. Andare in giro in  bici, quasi una bestemmia. Vista con occhio globale, la generazione  precaria, secondo la politica e l&#8217;amministrazione pubblica, ha una sola  scelta: rinunciare a conoscere il proprio paese, rimanere incastrata in  città, comprarsi un&#8217;auto e aspettare di morire di nervi e di smog,  intrappolata in un ingorgo. L&#8217;alternativa c&#8217;è, ci sono tante  amministrazioni virtuose in Europa, e alcune anche in Italia, che  all&#8217;imperativo della stasi brutale, contrappongono una politica della  mobilità dolce.</p>
<p><strong>Accesso alla cultura.</strong> Da  una parte, il governo fa a pezzi l&#8217;industria culturale e l&#8217;istruzione  pubblica annientandone i fondi per sopravvivere, dall&#8217;altro entrare in  un museo, comprare musica, acquistare testi universitari, è una spesa  insostenibile per i lavoratori precari e per gli studenti. Si delinea un  paese che agonizza proprio nell&#8217;unico settore che può trascinarlo fuori  dalla crisi, la cultura. Intesa come industria cinematografica, come  sistema museale, ma anche in senso espansivo come consapevolezza  artistico-paesaggistico in grado di creare uno sviluppo turistico  sostenibile. Cultura intesa come formazione di alta qualità e pubblica,  che si trasforma in ricerca ed innovazione.</p>
<p>Rendere accessibile la  fruizione culturale e possibile la produzione culturale per le giovani  generazioni sono due imperativi a cui questo paese non può sottrarsi.</p>
<p>Questi sono solo alcune delle priorità  politiche su cui bisognerà costruire alleanze e fare reti a partire dal 9  aprile, senza dimenticare la difesa e il rilancio dei beni comuni.  L&#8217;Italia è un paese che si sta impoverendo, economicamente e  culturalmente, con ritmi vertiginosi. Dal Sud i giovani hanno ripreso a  emigrare verso il Nord e verso l&#8217;estero con cifre paragonabili al  dopoguerra. Le forze migliori del Meridione abbandonano il campo e si  trasformano in fuorisede sradicati nelle metropoli del Centro-Nord.  Scoprono che il sistema mafioso e clientelare da cui scappavano ha  infettato tutto il paese. L&#8217;Italia va ripresa tutta.<br />
Iniziamo dal 9  aprile. Iniziamo, però, abolendo una parola dal nostro vocabolario:  “Richiesta”. Quelle di sopra non sono richieste, perché chiedere  presuppone che a decidere sia un altro. Ma se il paese lo vogliamo  cambiare, mettiamoci in testa che gli anziani oligarchi che comandano  adesso non lo faranno per noi. Dobbiamo entrare nei posti di potere,  dobbiamo farci carico della guida del paese. Dobbiamo fare politica.</p>
<p>Lorenzo Misuraca</p>
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		<title>Ritratto di famiglia. Con Precario</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2011 04:05:20 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è una parte del paese che ha evidentemente riscoperto il bisogno e il piacere di scendere in piazza. E lo fa ormai ogni santa domenica. Per la scuola pubblica, per le donne, per la costituzione: la domenica come fosse una messa laica, oppure il sabato, per arrivarci con la settimana ancora nelle gambe. E così come sarà anche il 9 aprile. A convocarsi, questa volta, sono i giovani. La formula scelta è quella vincente della manifestazione delle donne – sempre senza i partiti, così inadeguati  ingombranti scomodi e d&#8217;impiccio (dannazione). Semplicemente si passa dal “se non ora quando” a “il nostro tempo è adesso”. La speranza è che l&#8217;uno completi l&#8217;altro, come critica e prospettiva.<span id="more-21898"></span></p>
<p>Le figurine dell&#8217;album di questa stagione di precariato ci saranno tutte. C&#8217;è l&#8217;operatore del call-center, ovviamente, e c&#8217;è l&#8217;assegnista di ricerca. C&#8217;è l&#8217;avvocato praticante e c&#8217;è la giornalista a cottimo. Scorrendo l&#8217;elenco dei promotori, l&#8217;album di una generazione si compila da sé. È un album di contratti a termine, innanzitutto. Ma non solo. È l&#8217;album di una generazione precaria sul posto lavoro, certamente, ma precaria anche a casa, precaria negli affetti, nelle passioni. Non è solo un problema di contratti. I promotori lo sanno e lo scrivono chiaro e tondo: «Siamo una generazione unita da una stessa condizione: la precarietà nel lavoro e nella vita». Niente fronzoli, nessuna leva pietista. Per chiamare l&#8217;adunata, per riempire la piazza, si punta sulla consapevolezza.</p>
<p>C&#8217;è il portuale interinale e c&#8217;è l&#8217;archeologo freelance. C&#8217;è l&#8217;avvocato praticante e c&#8217;è la sindacalista:  probabilmente precaria anche lei, come i lavoratori che difende. Sono promotori che fanno  paradigma: non c&#8217;è giovane di questo paese che non abbia appiglio per sentirsi parte in causa, per immedesimarsi, per scoprirsi simile. Sono tutti stanchi di vendere le loro ore a sei euro, di aspettare l&#8217;arrivo di un contratto, di convivere con l&#8217;ansia intima dell&#8217;incertezza. È una generazione provata. Non è la prima volta e non è la prima lotta. Dovrebbero essere stanchi, dovrebbero rinunciare. Ne avrebbero ogni ragione. Dovrebbero essere stravolti dall&#8217;incertezza. Eppure sembrano ancora convinti che il loro tempo debba arrivare, presto o tardi. E per questo si agitano e si contano. Si preparano perché il loro tempo arriverà presto, molto presto. Quasi ora. Adesso. Nonostante qui, oggi, non riescano né a lavorare né a studiare. A gennaio, secondo i dati dell’Istat, il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato al 29,4 per cento; e per Almalaurea, tra il 2007 e il 2009, dalle università escono meno laureati di prima. Meno 6% per la laurea triennale, meno sette per la specialistica, e meno 8,5 per i corsi a ciclo unico. Loro, nonostante tutto, sono perentori nella scelta di restare, scrivono «questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente». E rivendicano pretese degne della loro consapevolezza. La consapevolezza delle loro possibilità, delle loro capacità, dei loro meriti e dei loro diritti, prima del resto. E poi, evidentemente fortissima, la consapevolezza degli altri: l&#8217;unica vera ragione valida per cui, oggi che il mondo è tanto piccolo che non esiste neanche più il jet lag, si sceglie di restare qui, dove si è nati e si è vissuti senza scegliere, dove però s&#8217;è scelto di lottare, sudando per provare a vincere battaglie che altrove sono state vinte da altri. Sempre per altri. Per quelli che in piazza non ci vanno mai, e non ci saranno neanche questa volta. Quelli che non sanno neanche di possederla una piazza, non sanno cosa né dove sia. Non conoscono la piazza comune della città, né quella tutta individuale del desiderio di libertà. Quelli che non sono codardi, né quando restano chiusi in casa né quando vanno via all&#8217;estero: perché non si appartiene ad un posto solo, nessuno sceglie il luogo in cui nascere e nessuno è obbligato a sbattersi per renderlo migliore. Quelli che non lo sanno ancora ma, se vinci tu, staranno molto meglio loro. Loro e le loro mamme: le grandi assenti. Presenti nel condividere la croce, nel condividere la precarietà. Ma assenti nel rivendicare un futuro diverso, una prospettiva per i figli, che vuol dire una prospettiva per loro stesse. Quelle che dovrebbero trascinarli per le orecchie, i pargoli. Perché c&#8217;è di mezzo la loro emancipazione. L&#8217;emancipazione delle mamme, la libertà di invecchiare, di smontare la cameretta del pupo e di farci pure una bella sala hobby.</p>
<p>Luca Sappino</p>
<p><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it">&#8220;Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta&#8221;. Il 9 aprile tutt@ in piazza.</a></p>
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		<title>Il nostro tempo è adesso: tutti in piazza il 9 aprile</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Mar 2011 12:22:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esattamente un mese fa, il 14 febbraio, ci siamo incontrati nella libreria Rinascita a Roma, per un dibattito dal titolo “lavoro, amore, libertà”, cercando di declinare la festa di San Valentino seguendo ciò che ci spinge a impegnare le nostre vite nella ricerca di un modello di benessere diffuso. L&#8217;intento era riconnettere concetti troppo a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esattamente un mese fa, il 14 febbraio, ci siamo incontrati nella libreria Rinascita a Roma, per un dibattito dal titolo “lavoro, amore, libertà”, cercando di declinare la festa di San Valentino seguendo ciò che ci spinge a impegnare le nostre vite nella ricerca di un modello di benessere diffuso. L&#8217;intento era riconnettere concetti troppo a lungo tenuti distanti da un sistema che non prevede l&#8217;interazione tra la sfera economico-produttiva e quella delle relazioni, tra l&#8217;occupazione e la preoccupazione, tra la scelta e il ricatto. <span id="more-21771"></span></p>
<p>Avevamo attraversato la piazza del 13 febbraio, la manifestazione delle donne, il dibattito che aveva stimolato e le distanze tra le voci intervenute. Ci eravamo guardati negli occhi, mentre la piazza era invasa dalla voce di Patti Smith che ci ricordava “People have the power”, e ci eravamo detti: ora tocca a noi. Il giorno dopo in quella libreria le riflessioni sulla precarietà esistenziale, sulle difficoltà di generazioni che rischiano di saltare il turno nell&#8217;appuntamento con stabilità, serenità, vecchiaia dignitosa, scelte consapevoli, ci hanno riportato sul terreno dello scontro. Uno scontro con noi stessi, con le nostre piccole vite frammentate e individualiste, con gli altri, con i nostri predecessori, con la nostra classe dirigente, con i nostri genitori.</p>
<p>Abbiamo ragionato su un diverso modello di sviluppo, ancora possibile, ma ad oggi rivoluzionario, in un paese che ci consegna un debito pubblico crescente e garanzie zero, tutele zero, diritti zero. Siamo a mani nude davanti alla prova del fuoco dell&#8217;ingresso in un&#8217; adultità che continuiamo a non capire. Ma sappiamo che dobbiamo ripartire da un nuovo patto, non solo sociale, ma tra generazioni e soprattutto tra singoli, convinti che il “si salvi chi può” ha già fatto il suo tempo, che “da solo non ti salvi”, che fare tutti un passo indietro rispetto alle nostre singole possibilità di “cavarcela”, possa essere garanzia della vera riconversione.</p>
<p>Non siamo una categoria sociale, non siamo una generazione ma più di una oramai. Siamo le donne delle dimissioni in bianco e dei contratti in nero, siamo precari di ogni genere, foggia e tipo, siamo migranti dal Sud al Nord di un&#8217;Italia che vorrebbero divisa, dall&#8217;Italia all&#8217;Europa, dall&#8217;Africa all&#8217;Italia, che ci sfrutta e ci respinge. Siamo quelli che covano dentro una “rabbia giovane”, quelli stufi di sentirsi dipingere come “senza voce”, mentre non ne abbiamo quasi più per lanciare questo grido, solo dobbiamo farlo diventare un coro. Siamo consapevoli che non è facile.</p>
<p>Dopo quella sera in libreria ci siamo incontrati per scrivere un appello, rendendoci conto anche delle nostre differenze, abbiamo cercato di usare parole chiare per tutti, anche se insufficienti per ognuno. Il compromesso non è al ribasso, è un terreno comune, è un passo indietro alla ricerca del balzo in avanti. È difficile perché ci hanno fatto crescere lontani, privi di luoghi reali di condivisione, di socialità, di politica. Ci hanno insegnato che la politica è lontana dalla vita, mentre siamo convinti che essa stessa sia vita. Vogliamo raccontarci e non essere raccontati, come scriviamo nell&#8217;appello (<a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it" target="_blank">http://www.ilnostrotempoeadesso.it</a>).</p>
<p>E&#8217; la pretesa di essere artefici di un discorso pubblico che non ci appartiene. I ministri del nostro governo ci ritraggono come bamboccioni, privi di umiltà, come se le ambizioni fossero un delitto e non la molla della scala sociale e della crescita collettiva, come se non fossimo quelli dei mille lavoretti sottopagati o non-pagati. Come se volersi occupare di cultura fosse una scelta presuntuosa, come se essere le prime generazioni dal dopoguerra che hanno la prospettiva di star peggio dei propri genitori fosse una condizione da accettare, con umiltà!</p>
<p>Non possiamo rinnegare chi ha sostituito il welfare che non c&#8217;è, dandoci le possibilità che lo Stato ci ha progressivamente sottratto, ma non possiamo pensare che sia giusto. Oltre ad essere fortemente iniquo (non possiamo ancora scegliere in quale famiglia nascere), crea un meccanismo paradossale, per cui il familismo e il clientelismo che tanto vituperiamo diventano la nostra unica ancora di salvezza. Non possiamo immaginare di ricevere doni, non se questi sono frutto di un ricatto.</p>
<p>Vogliamo scegliere, vivere, dare voce alle speranze negate che rischiano di trasformarsi in conflitti. E non possiamo più rimandare, accettare i discorsi di chi, dall&#8217;alto di una posizione raggiunta tende a conservare. Trovare l&#8217;alternativa è possibile, ma bisogna rischiare ed essere pronti ad assumersi delle responsabilità. Presto sarà anche colpa nostra. Il nostro tempo è adesso, costruiamo insieme un percorso che ci porti tutte e tutti in piazza il 9 aprile.</p>
<p>Maria Pia Pizzolante</p>
<p><a href="http://www.ilnostrotempoeadesso.it" target="_blank">Qui il sito de &#8220;Il nostro tempo è adesso&#8221;</a></p>
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		<title>Collegato lavoro: tutte le info per impugnare i contratti</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jan 2011 13:43:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 23 gennaio 2011 scade il termine di 60 giorni previsto dalle legge n. 183 del 2010 (cd. Collegato lavoro) per impugnare i contratti precari stipulati nel periodo precedente all’entrata in vigore della legge. L’art. 32 prevede, infatti, un termine di 60 giorni per l’impugnativa stragiudiziale del contratto precario e un termine successivo di 270 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>23 gennaio</strong> 2011 scade il termine di 60 giorni previsto dalle legge n. 183 del 2010 (cd. <strong>Collegato lavoro</strong>) per impugnare i contratti precari stipulati nel periodo precedente all’entrata in vigore della legge. L’art. 32 prevede, infatti, un termine di 60 giorni per l’impugnativa stragiudiziale del contratto precario e un termine successivo di 270 giorni per il deposito del ricorso.<span id="more-18265"></span></p>
<p><strong>DAL 24 NOVEMBRE 2010, CI SONO 60 GG. (FINO AL 23 GENNAIO 2011, QUINDI) DI TEMPO PER IMPUGNARE TUTTI I CONTRATTI A TERMINE GIÀ CESSATI PENA LA PERDITA DEL DIRITTO PER I LAVORATORI AD IMPUGNARNE LA ILLEGITTIMA CESSAZIONE  DEL RAPPORTO LAVORATIVO.</strong></p>
<p>Rientrano, in particolare, nel regime della doppia decadenza tutti i casi disciplinati dall’art. 32 ed in particolare:</p>
<p>1) i lavoratori licenziati;</p>
<p>2) i collaboratori coordinati e continuativi o a progetto, nel caso in cui il datore receda dal contratto; 3) i lavoratori “falsi autonomi” a cui viene interrotto l’incarico;</p>
<p>4) i lavoratori trasferiti di sede;</p>
<p>5) tutti i lavoratori assunti a termine;</p>
<p>6) i lavoratori a cui è stato fraudolentemente ceduto il contratto di lavoro simulando una falsa cessione di ramo d’azienda;</p>
<p>7) i lavoratori somministrati e/o interinali;</p>
<p>8 ) i lavoratori vittima del caporalato che vogliano chiedere la sussistenza di un rapporto con il reale utilizzatore e denunciare la speculazione sulla loro forza lavoro.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>LE CONSEGUENZE DELLA MANCATA IMPUGNAZIONE</strong></p>
<p>Qualora non si impugni <span style="text-decoration: underline;">entro 60 giorni</span> dall’entrata in vigore della norma il contratto precario, il trasferimento, ecc., si perderà il diritto di rivalersi per tutti i contratti stipulati precedentemente al 24 novembre 2010 che presentino vizi. Si verificherà, di fatto, una generale ed illimitata sanatoria di tutti i contratti stipulati.<strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>COME IMPUGNARE IL CONTRATTO PRECARIO</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>La cosa che va fatta <strong>entro i 60 giorni</strong> (prima, quindi, del 23 gennaio 2011) è semplicemente l’invio da parte del lavoratore di una raccomandata con ricevuta di ritorno al datore di lavoro, con la quale si impugna il provvedimento contestato. Al fine di agevolare i lavoratori precari, pubblichiamo dei fac – simile, da utilizzare nel caso in cui vogliano impugnare il recesso datoriale, i contratti precari, l’illegittimo trasferimento, ecc. da inviare, debitamente sottoscritti, con raccomandata a/r, tenendo una copia della lettera inviata.</p>
<h2><a href="http://www.sinistraeliberta.eu/vademecum_precari.doc" target="_blank"><strong>Scarica il vademecum con i facsimile per poter effettuare il ricorso</strong></a></h2>
<p>per info: diqualcosadisinistra@libero.it</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/pages/CGIL-Nazionale/92505448987?v=app_4949752878" target="_blank">Qui tutte le info della Cgil</a></p>
<p><a href="http://www.fiom.cgil.it/sindacale/politiche/10_11_25-vademecum.pdf" target="_blank">Qui il libretto informativo della Fiom</a></p>
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		<title>Tutelare i lavoratori</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 15:17:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha scritto una lettera aperta al Ministro Raffaele Fitto, sollecitando la riapertura del dialogo riguardo le internalizzazioni del personale sanitario proposte dalla Regione Puglia e bloccate dal governo nazionale.Se le ASL avessero la possibilità di produrre autonomamente i servizi che negli anni erano stati esternalizzati a costi inaccettabili, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Il Presidente della Regione Puglia, <strong>Nichi Vendola</strong>, ha scritto una lettera aperta al Ministro Raffaele <strong>Fitto</strong>, sollecitando la riapertura del dialogo riguardo le internalizzazioni del <strong>personale sanitario</strong> proposte dalla Regione Puglia e bloccate dal governo nazionale.Se  le ASL avessero la possibilità di produrre autonomamente i servizi che  negli anni erano stati esternalizzati a costi inaccettabili, né  guadagnerebbe sia il bilancio regionale, sia i lavoratori che vedrebbero  finalmente riconosciuti il loro sacrosanto diritto ad un lavoro  stabile, retribuito e sicuro. L’internalizzazione è uno dei casi in cui  si coniugano buona amministrazione ed estensione dei diritti dei  lavoratori; miglioramento della qualità dei servizi offerti e risparmio  per la pubblica amministrazione. Riaprire il dialogo sarebbe quindi  urgente per tutelare gli interessi dei lavoratori, e offrirebbe un  segnale di buona politica.</p>
<p>Ecco il testo della <a href="http://www.regione.puglia.it/index.php?page=pressregione&amp;id=9481&amp;opz=display">lettera</a></p>
</div>
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		<title>Nichi: &#8220;La Rai siamo noi!&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 15:55:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono al fianco degli operai, degli impiegati e dei quadri della RAI, che oggi scioperano. I lavoratori della RAI scioperano perché non vogliono assistere al declino della loro azienda. I lavoratori della RAI scioperano contro il Piano Industriale che, di fronte ai problemi di bilancio dell’azienda, non trova migliore soluzione se non quella di scaricare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Sono al fianco degli <strong>operai</strong>, degli i<strong>mpiegati </strong>e dei<strong> quadri</strong> della <strong>RAI</strong>, che oggi <strong>scioperano</strong>. I lavoratori della RAI scioperano perché non vogliono assistere al declino della loro azienda.  I lavoratori della RAI scioperano contro il Piano Industriale che, di  fronte ai problemi di bilancio dell’azienda, non trova migliore  soluzione se non quella di scaricare i costi della crisi sui lavoratori,  mortificando chi quella azienda l’ha costruita. Il Piano Industriale  pensato dai vertici aziendali, infatti, non guarda alla possibilità di  conquistare nuovi mercati o di costruire nuovi format, puntando sulle  tante e validissime professionalità presenti nell’azienda; non pensa ai  lavoratori come a risorse importanti, tramite le quali uscire dalla  crisi.<span id="more-16618"></span></p>
<p>Al contrario, esternalizza il lavoro, cede i settori strategici della  Rai, e chiudendo la porta in faccia a molti lavoratori, rinuncia a  produrre nuove idee, rinuncia all’innovazione e alla creatività. Il  Piano Industriale mette una pietra sul futuro dell’azienda culturale più  importante del nostro paese.</p>
<p>E non è un caso che anche l’UsigRai, il sindacato dei giornalisti  RAI, abbia aderito oggi allo sciopero delle maestranze. Evidentemente le  preoccupazioni degli operai, dei costumisti, degli sceneggiatori, dei  falegnami, sono condivise anche dai giornalisti, ben consapevoli di come  la RAI sia ormai da tempo occupata dai partiti e dalle lobby, e non sia  più purtroppo un bene comune.</p>
<p>E allora, credo che lo slogan <em>La RAI siamo noi</em> utilizzato  dai lavoratori in sciopero, sia la giusta risposta a un Piano  industriale che mette in serio pericolo la crescita della RAI e che la  costringe ad abdicare al ruolo di più grande industria culturale del  paese; credo sia il riassunto puntuale di un futuro migliore per il  servizio pubblico, restituito ai cittadini, ai lavoratori e alle loro  competenze.</p>
<p>Nichi</p>
</div>
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		<title>Nichi: &#8220;Con i lavoratori delle Asl&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 07:50:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Voglio esprimere solidarietà ai lavoratori delle Aziende sanitarie locali che chiedono la stabilizzazione e voglio dire loro, con molta franchezza, che la partita politica si è appena aperta. Sarò al loro fianco. Vorrei ricordare a quegli esponenti del centrodestra che si dicono vicini anch’essi alla causa dei precari, che se proprio vogliono, hanno la possibilità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Voglio esprimere solidarietà ai lavoratori delle <strong>Aziende sanitarie locali</strong> che chiedono la stabilizzazione e voglio dire loro, con molta franchezza, che la partita politica si è appena aperta. <strong>Sarò al loro fianco.</strong> Vorrei  ricordare a quegli esponenti del centrodestra che si dicono vicini  anch’essi alla causa dei precari, che se proprio vogliono, hanno la  possibilità di agire in Parlamento, affinché sia modificata la norma del  piano di rientro che blocca le assunzioni.<span id="more-16580"></span></p>
<p>Ma il modello della destra è il precariato: perché i precari si  possono utilizzare in campagna elettorale, mentre gli assunti garantiti  dalla legge non devono chinare il capo davanti ai caporali. E se poi  questo modello prende piede su tutto il territorio italiano e le  internalizzazioni diventano un esempio nazionale, ecco che allora per la  destra arrivano altri problemi.</p>
<p>Per il piano di rientro per ora abbiamo subito una sconfitta, la  abbiamo accettata ma non ci fermeremo qui per il riconoscimento dei  diritti dei lavoratori sanciti anche da sentenze.</p>
<p>Nichi</p>
</div>
<p><strong><a name="jump-16"></a></strong></p>
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		<title>Non sparate alla ricerca. Dalla base al tetto: cronaca di una lotta</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Nov 2010 07:07:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono passati 365 giorni. Un anno fa i lavoratori dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, scendevano in piazza… pardon: salivano sul tetto. Il piano sembrava chiaro da tempo: i tre enti di ricerca confluiti in ISPRA ad agosto 2008 (ICRAM, INSF e APAT) dovevano chiudere, o quasi. Il vantaggio della precarietà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono passati 365 giorni. Un anno fa i lavoratori dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, scendevano in piazza… pardon: salivano sul tetto. Il piano sembrava chiaro da tempo: i tre enti di ricerca confluiti in ISPRA ad agosto 2008 (ICRAM, INSF e APAT) dovevano chiudere, o quasi. Il vantaggio della precarietà senza regole, che assume di volta in volta il nome di CoCoCo, Assegno di Ricerca, Borsa di Studio o  tempo determinato è che la pratica è semplice: non si rinnovano i contratti in scadenza, punto.<span id="more-15527"></span></p>
<p>Erano nell’aria duecento ulteriori esuberi, in aggiunta ai 200 licenziati a giugno 2009: il momento di dire  basta. Un gruppo di lavoratrici e lavoratori dell’Ente, <span style="text-decoration: underline;">non solo precari</span>, salì sul tetto con l’idea di farsi sentire, di far conoscere la mattanza che uno dei migliori istituti superiori del Paese subiva giorno dopo giorno. A farne le spese era soprattutto la parte migliore delle risorse nazionali: quei giovani tanto nominati come il “futuro” da tutte le parti politiche quanto ostacolati nei fatti.</p>
<p>L’idea funzionò, specie dopo la decisione di installare una webcam che mostrasse la quotidianità della lotta a chiunque fosse interessato. Arrivarono i giornalisti e lì, forse, si decisero le sorti della battaglia; logorante, di certo. 59 giorni tra novembre e gennaio sono cosa che disincentiverebbe i più; per fortuna loro non mollarono, aiutati dal sostegno forte e continuo di una società civile che si pensava in letargo da tempo e che, invece, si rivelò  una sorpresa, per tutti.</p>
<p>Il 20 gennaio 2010 la trattativa USI/RdB portò ad un protocollo di intesa che bloccava il processo di smantellamento e creava percorsi di assunzione e valorizzazione delle competenze dei lavoratori ISPRA; il 21 gennaio 2010 quegli stessi lavoratori scesero dal tetto da vincitori, dimostrando che non sempre tutto è perduto, non sempre il potere contrattuale si ha solo per concessione divina; ce lo si può anche conquistare e se si è uniti, si vince.</p>
<p>Il tetto, in quei 59 giorni, è così diventato un nuovo “ecosistema”, un luogo di scambio ed arricchimento sociale sia per chi lo ha vissuto direttamente, sia per chi dalla strada o da uno schermo ha assistito a questa lotta senza armi e senza pause. Alcuni dei “protagonisti” hanno deciso di raccontare quella esperienza in un libricino, edito dall’Unione Sindacale di Base, presentato il 24 novembre alla Libreria Altroquando di Roma: <em>“Non sparate alla ricerca. Dalla base al tetto: cronaca di una lotta”</em>. Come hanno tenuto a sottolineare, c’è, tuttavia, ancora molto da fare e da conquistare in un istituto appena emerso da una gestione commissariale di due anni e fiducioso che le parole del presidente De Bernardinis (stabilizzazione, ricerca, rilancio dell’ISPRA) si consolideranno presto in un concreto piano operativo.</p>
<p>Si tratta, comunque, di un testo importante, una bella favola reale in un Paese sempre più stanco e rassegnato, con un governo ogni giorno più imbarazzante, lontano dalla vita e dai problemi delle persone comuni, preoccupato solo degli interessi di un uomo che farebbe più pena che rabbia, non fosse l’Imperatore del Consiglio.</p>
<p>Nell’Italia di oggi il tetto è la nuova piazza: l’agorà mediatica da cui farsi sentire, da cui mostrare di essere vivi. Ce lo insegnano le lavoratrici ed i lavoratori dell’ISPRA, attraverso le storie contenute nel libro: tanti sguardi ed emozioni diverse, una sola trama ed un solo obiettivo: giustizia. Quel giorno di gennaio hanno vinto loro ed abbiamo vinto tutti noi.</p>
<p>Leggiamo la loro “avventura” e saliamo sul tetto d’Italia; per dire basta.</p>
<p>Arco Jannuzzi</p>
<p>Per chi fosse interessato ad aiutare la diffusione del libro, si prega di contattare:</p>
<p>Michela Mannozzi: <a href="mailto:michela.mannozzi@isprambiente.it">michela.mannozzi@isprambiente.it</a></p>
<p>Pierpaolo Giordano: pierpaolo.giordano@isprambiente</p>
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		<title>Fabbriche e università: l’Italia dalla seria A alla serie B dell’Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 08:58:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le vicende dell’industria metalmeccanica italiana e quelle di scuola e università, apparentemente distanti tra di loro, sono in realtà espressioni dello stesso problema di fondo. Il nostro Paese, alla vigilia delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità e ancora alle prese con una devastante crisi economica iniziata nel 2007, sta inesorabilmente passando dalla serie A [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le vicende dell’industria metalmeccanica italiana  e quelle di scuola e università, apparentemente distanti tra di loro,  sono in realtà espressioni dello stesso problema di fondo. Il nostro  Paese, alla vigilia delle celebrazioni per il 150° anniversario  dell’unità e ancora alle prese con una devastante crisi economica  iniziata nel 2007, sta inesorabilmente passando dalla serie A alla serie  B dell’Europa. A  partire dagli anni Ottanta l’Italia ha smantellato e privatizzato buona  parte delle sue grandi imprese pubbliche oramai governate malamente  dalla politica con il risultato che in alcuni settori industriali, come  la chimica, le capacità e l’esperienza italiana sono sostanzialmente  scomparse.</p>
<p>Altre aziende, come la Telecom nelle telecomunicazioni, hanno  generato lauti profitti per gli imprenditori cui sono state vendute ma  sono divenute del tutto secondarie sul piano della competizione  internazionale, non meno burocratiche che in passato e facili prede di  imprese straniere. Solo Eni e Finmeccanica resistono tra le grandi. Per  il resto, le esportazioni italiane e la persistenza di un tessuto e una  cultura industriale dipendono per il 90 per cento da piccole aziende,  spesso a conduzione familiare, molto suscettibili agli umori dei mercati  internazionali e non in grado di trainare da sole, anche culturalmente,  un sistema Paese.</p>
<p>L’unica  grande azienda manifatturiera privata italiana resta dunque la Fiat che  produce già oggi la maggior parte delle sue vetture fuori dall’Italia.  Essa è pronta ad impegnarsi a 20 miliardi di nuovi investimenti nel  Paese solo a condizione che la conflittualità nelle fabbriche venga  azzerata tramite una cessione in favore diritti dei suoi manager, e che  ritmi e modalità di lavoro vengano induriti. La sfida della “Fabbrica  Italia” è quella della quantità di prodotto, e cioè di dare il proprio  contributo alla produzione di 6 milioni di macchine in tutto il mondo  entro il 2014, feticcio al quale viene subordinato ogni elemento della  strategia industriale di Marchionne.</p>
<p>Anche  nella scuola e nell’università il processo non è dissimile. Fino agli  anni Settanta avevamo mantenuto un sistema scolastico e universitario di  una qualità tale da consentirci un confronto alla pari con i grandi  Paesi dell’Europa continentale, dalla Francia alla Germania. Alla sfida  dell’allargamento di tali sistemi educativi oltre un ridotto numero di  privilegiati che ne avevano beneficato fino agli anni Sessanta abbiamo  tuttavia sostanzialmente fallito. Prima assunzioni in massa di personale  non sempre sufficientemente motivato e preparato e poi, in questi  ultimi anni dopo la riforma del tre più due nell’università, utilizzo in  massa di precari giovani e meno giovani, volenterosi e spesso preparati  ma sottopagati e sottoposti a continui ricatti. Sia nella scuola che  nell’università il feticcio sembra diventato quello del numero dei  diplomati e laureati senza alcuna attenzione alla qualità di diplomi di  scuola secondaria e di laurea, nonché alle condizioni di chi lavora  nelle istituzioni educative.</p>
<p>Produttività prima della qualità, con il  risultato che la scuola è in realtà diventata spesso più elitaria perché  costringe le famiglie a ricorrere agli insegnanti privati, e  l’università produce meno laureati che all’inizio della riforma del tre  più due e di qualità peggiore. Il  parallelismo tra un’industria dell’auto che si occupa prevalentemente  di disciplinare il lavoro e ridurne gli spazi di libertà e di creatività  piuttosto che di proporre nuovi modelli e tecnologie in grado di  trovare i propri mercati; e un’università quasi esclusivamente  concentrata sulla sua sopravvivenza espandendo le aree del lavoro  precario e sottopagato a discapito della qualità dell’insegnamento e  della ricerca è sconsolante.</p>
<p>Da  questa analisi certamente troppo schematica ne deriva che le sfide non  consisteranno solo nel mettere toppe – difendere con le unghie contratti  e diritti acquisiti nell’industria, pianificare le assunzioni dei  precari nel mondo della scuola e università –, ma nel tentare di  ribaltare un modello di economia e di politica. Alla produttività  bisognerà riuscire ad anteporre il prodotto: cioè alla quantità di  prodotto bisognerà anteporre cosa si produce e come lo si produce.</p>
<p>E  allo stesso tempo alla questione della difesa dei posti di lavoro e dei  salari bisognerà affiancare (e forse anteporre) la questione  dell’eguaglianza nei posti di lavoro tra precari e non, della  partecipazioni democratica alle scelte nei luoghi di lavoro, della  ricerca di nuove motivazioni per chi lavora in situazioni di  preoccupante isolamento umano. Non  è detto che una battaglia politica e sindacale basti a riportare  l’Italia a dialogare alla pari con le altri grandi nazioni che oramai  stanno acquisendo un vantaggio strutturale sulle più deboli dell’Unione  europea.</p>
<p>Un’azione interna dovrà certo poi essere accompagnata da misure  strutturali a livello di Unione europea che consentano una perequazione  tra le aree più avvantaggiate e quelle più svantaggiate dalla moneta  unica e una democratizzazione generale del sistema. Di queste misure  l’Italia ha certamente tutta l’autorevolezza per farsi portavoce.  L’importante però è che oggi si ragioni sul futuro e si ribaltino errori  nei quali oramai si susseguono da oltre venti anni Governi di  centrodestra e centrosinistra concentrati esclusivamente sulla  produttività, la flessibilità, il controllo del bilancio e gli altri  feticci di una macroeconomia che ha impoverito sia culturalmente che  economicamente il nostro Paese.</p>
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		<title>Umberto Guidoni: scuola – manifestazione precari davanti a Montecitorio</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 08:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siamo in qui in piazza con i lavoratori precari della scuola non solo per sostenere la loro giusta e legittima battaglia a difesa dei posti di lavoro, ma anche perche&#8217; stanno lottando in tutte le piazze d&#8217;Italia  per il futuro del nostro Paese e dei nostri figli. E&#8217; quanto afferma Umberto Guidoni, della segreteria nazionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo in qui in piazza con i lavoratori precari della scuola non solo per sostenere la loro giusta e legittima battaglia a difesa dei posti di lavoro, ma anche perche&#8217; stanno lottando in tutte le piazze d&#8217;Italia  per il futuro del nostro Paese e dei nostri figli.<br />
E&#8217; quanto afferma Umberto Guidoni, della segreteria nazionale di Sinistra Ecologia Liberta&#8217;, che insieme a Gennaro Migliore e a Simonetta Salacone, ha portato il sostegno di Sel alla manifestazione dei precari della scuola davanti alla Camera dei Deputati.<br />
La riforma &#8216;epocale&#8217; della Gelmini e di Tremonti &#8211; prosegue Guidoni -  risulta un&#8217;idea semplificata, che torna pesantemente indietro nel tempo. Il progetto berlusconiano disegna una scuola meno: meno istruzione, meno cultura, meno obbligo scolastico, meno autonomia, meno partecipazione, meno collegialita&#8217;. Si riporta la scuola indietro di un secolo<strong>.<br />
</strong>Il rapporto dell&#8217;Ocse di ieri, &#8211; conclude l&#8217;esponente di Sel -  se mai ce ne fosse stato il bisogno,  e&#8217; il giudizio piu&#8217; limpido, piu&#8217; netto ed esauriente della situazione comatosa il cui si ritrova il sistema della formazione italiana. Situazione a cui il ministro Gelmini   negli ultimi 24 mesi ha dato un contributo  determinante.</p>
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		<title>Post di Nichi: Verso l’Europa carolingia</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 07:53:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La manovra finanziaria del Ministro Tremonti non è neanche emendabile. Deve essere rovesciata perchè è un colpo al cuore delle classi popolari, del ceto medio, delle persone che vivono nella fragilità. Sancisce la fine delle Regioni e della loro possibilità di funzionare efficientemente, di gestire il sistema dei servizi sociali. Viviamo un passaggio drammatico e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>manovra finanziaria</strong> del  Ministro Tremonti non è neanche emendabile. Deve essere rovesciata  perchè è un colpo al cuore delle classi popolari,  del ceto medio, delle persone che vivono nella fragilità. Sancisce la  fine delle Regioni e della loro possibilità di funzionare  efficientemente, di gestire il sistema dei servizi sociali.<span id="more-9273"></span></p>
<div>
<p>Viviamo un passaggio drammatico e non tutti i cittadini hanno contezza  che siamo alle lacrime e sangue. Dentro questa manovra economica c’è  l’idea che tutto il Sud e la Puglia debbano andarsene verso la Grecia e  il Nord verso la Germania. C’è la ricostruzione dell’Europa carolingia.  Questa è un’idea che combatto accanitamente.</p>
<p>Il Governo ha dilapidato risorse importanti: perchè privare i Comuni  dell’Ici, perchè togliere svariati miliardi di euro ai cittadini per  finanziare coloro che hanno cominciato l’avventura dell’Alitalia, con  una specie di ammortizzatore sociale per oligarchie? Hanno negato la  crisi che è drammatica e che quando finirà lascerà un morto: una intera  generazione che perde l’appuntamento con il lavoro. Quella generazione,  ormai non più così connotata anagraficamente, di ragazzi e ragazze che  ancora chiamano, insultandoli brutalmente, bamboccioni.</p>
<p>Nichi</p>
</div>
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		<title>Precario e migrante: «Sapete che vi dico? Io scappo in Puglia»</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 05:00:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Caro Presidente della Repubblica sono una cittadina di questo paese, mi chiamo Igiaba Scego, classe ‘74 e volevo informarla che mi sto arrendendo. Tempo fa Lei ha rincuorato i precari, i disoccupati, i ricercatori senza affiliazione a non gettare la spugna. Ci ha detto «Coraggio non vi arrendete. Non uscite dall’Italia». Purtroppo Signor Presidente io [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Presidente della Repubblica sono una cittadina di questo paese, mi  chiamo Igiaba Scego, classe ‘74 e volevo informarla che mi sto  arrendendo. Tempo fa Lei ha rincuorato i precari, i disoccupati, i  ricercatori senza affiliazione a non gettare la spugna. Ci ha detto  «Coraggio non vi arrendete. Non uscite dall’Italia». <span id="more-9271"></span>Purtroppo Signor  Presidente io mi sto arrendendo. Faccio parte, e non è una vuota  statistica, di una generazione a cui sono state tarpate le ali. Sono una  precaria della cultura. Sto diventando una precaria della vita». Il 30  aprile su l’Unità la scrittrice Igiaba Scego ha scritto una lettera a  Napolitano. Il presidente l’ha ricevuta pochi giorni dopo al Quirinale.  Ne è seguito un lungo e appassionante dibattito. Quella che segue è il  messaggio che lo scrittore croato Maksim Cristan ha inviato a Igiaba.</p>
<p>Tutti  noi intellettuali precari, immigrati e non, abbiamo letto con molta  attenzione la lettera aperta della nostra collega Igiaba Scego al  Presidente Napolitano, dove gli chiede aiuto per tutti. Il presidente è  buono e ha invitato Igiaba ad incontrarlo. Lei gli ha detto: Faccia il  garante per noi affinché questo tema (che poi sono due: 1. Immigrazione e  2. fuga dei cervelli) non esca dall’agenda politica.</p>
<p>Personalmente  ho conosciuto molti esuli culturali a Berlino, arrivati lì perché dopo  aver perso la fiducia nel futuro in Italia. Ho conosciuto anche alcuni  giovani bresciani, che quando nella loro città il sindaco offriva 500  euro per ogni immigrato regolare che decideva di tornare nel suo paese,  dissero: magari dessero anche noi 500 euro per andarcene. Igiaba, mi  chiedo come diavolo ti è venuto in mente di importunare il Presidente.</p>
<p>Se  volevi davvero risolvere qualcosa, avresti dovuto scrivere, appunto, al  Presidente del Governo. Hai già dimenticato come Egli accolse a braccia  aperte la richiesta di quella ragazza, che quando lamentò la propria  precarietà, il Premier le disse: «Signorina, lei è carina, sposi uno dei  miei figli e ha risolto tutti i problemi». E tu, Igi, sei certamente  ancor più carina di quella ragazza.<br />
Ah già, dimenticavo che, tu,  anche se italiana, sei nera come il carbone e visto che il premier non  vuole un’Italia multietnica, probabilmente non ti vorrebbe a tavola in  famiglia e magari finirebbe per proporti a uno dei figli del suo amico  colonnello Ghedaffi.</p>
<p>È un casino Igi, lo ammetto, e anche se io  ti voglio tanto bene, non posso nemmeno dirti sposa me! Dato che sono  messo peggio di te. Che fare? Se il signor Vitor fosse ancora vivo,  conoscendolo, probabilmente ci direbbe: «Ma andatevene tutti fuori dai  coglioni in Puglia a pretendere una vita dignitosa per i vostri  scarabocchi e i vostri volontarismi per le razze inferiori! Che lì il  governatore comunista costruisce gli alberghi gratuiti pure per gli  immigrati braccianti!»<br />
Però, ridendo scherzando, potrebbe essere  un’idea per noi Igi. E anche se la politica di Nichi al resto d’Italia  sembra Marte, per ora sempre l’Italia è. Che fai, vieni anche tu?</p>
<p>Cristian Maksim</p>
<p>fonte L&#8217;Unità</p>
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		<title>Dall&#8217;economia della conoscenza alla povertà dell&#8217;ignoranza</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 03:55:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;economia della conoscenza è stato lo slogan dei più progrediti governi dell&#8217;Unione Europea, spesso solo slogan, neanche slogan nel nostro paese. Il suo senso, il legame stretto tra produzione della ricchezza e crescita della qualità e della quantità del sapere, e della sua necessaria diffusione, era semplice e chiaro. Non si può stare bene in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;economia della conoscenza è stato lo slogan dei più progrediti governi  dell&#8217;Unione Europea, spesso solo slogan, neanche slogan nel nostro  paese. Il suo senso, il legame stretto tra produzione della ricchezza e  crescita della qualità e della quantità del sapere, e della sua  necessaria diffusione, era semplice e chiaro. <span id="more-9278"></span>Non si può stare bene in  questo mondo mentre si sta a guardare. Non si può pensare che l&#8217;unica  spesa sia quella per la difesa egoistica, spesso militare, del nostro  benessere.</p>
<p>L&#8217;Italia, anche quando governata dal centro sinistra, al massimo lo  slogan lo ha enunciato credendo che gli unici investimenti degni di nota  fossero quelli per le infrastrutture materiali voraci di territorio,  ambiente e futuro. Il futuro delle nostre generazioni e di quelle che  verranno consumato per difendere un ordine sociale e materiale ingiusto.  Investire in sapere e ricerca è sempre stato visto come un costo, come  un costo sociale improduttivo.</p>
<p>Ed ora è arrivata la manovra lacrime e sangue de Il Gatto e la Volpe,  come giustamente il Manifesto ha titolato l&#8217;infausta coppia Berlusconi  Tremonti. La finanziaria viene dopo i precedenti interventi del governo  contro scuola, università e ricerca. E la finanziaria blocca il  turn-over nei settori della conoscenza, unica risorsa rimasta per  mantenere almeno invariata la situazione corrente, già devastata. Per  assurdo la finanziaria segue di poche ore, era il 25 maggio,  l&#8217;approvazione di una norma per detassare i redditi dei cervelli  fuggiti. Già ma quali saranno le opportunità per ritornare? Ed a coloro  che ancora sono in Italia quali opportunità offre la manovra? Nessuna.</p>
<p>La sostanza è proprio l&#8217;opposto. Una delle ricchezze del nostro paese,  il patrimonio di idee e saperi diffusi, la formazione, vengono ignorati e  dissipati. Tagliati, con il nome di spesa inutile ed improduttivi. E  già. Cosa e come pensano di produrre lorsignori? Lorsignori sembrano  intenzionati a continuare a produrre povertà ed ignoranza. Era invece il  tempo di investire in un grande programma nazionale per la formazione  di base linguistica e scientifica, era il tempo di investire nella  ricerca. Hanno deliberato e scelto l&#8217;opposto perché le loro manovre  strutturali hanno il segno della povertà e dell&#8217;ignoranza. E non ce  l&#8217;hanno per caso ma per scelta.</p>
<p>In questi giorni sono previste in tutta italia manifestazioni dei  lavoratori del settore della conoscenza e specificatamente dei  lavoratori, molti dei quali precari, che operano negli Enti Pubblici di  Ricerca. Essi non difendono solo il loro lavoro, le loro vite, essi  provano ad arrestare una manovra il cui obiettivo è di condurci al  disastro e Sinistra Ecologia e Libertà sarà al loro fianco consapevole  che questo paese cambierà con il coinvolgimento delle sue energie.</p>
<p>David Lognoli</p>
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		<title>CNR, precari in bilico</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 05:00:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I precari del CNR cominciano a mobilitarsi: nella rimodulazione dei concorsi di accesso per i prossimi anni, sono stati incredibilmente previsti un numero pari di concorsi per ricercatori di terzo livello (il più basso) e di dirigenti o ricercatori di primo livello. Prima ancora che a discapito dei ricercatori precari del CNR (molti dei quali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I precari del CNR cominciano a mobilitarsi: nella rimodulazione dei  concorsi di accesso per i prossimi anni, sono stati incredibilmente  previsti un numero pari di concorsi per ricercatori di terzo livello (il  più basso) e di dirigenti o ricercatori di primo livello.</p>
<p>Prima ancora che a discapito dei ricercatori precari del CNR (molti dei  quali hanno tutte le carte in regola per aspirare ad un contratto  dignitoso), questa politica affossa l&#8217;Ente stesso: lo sbilanciamento già  esistente a favore di dirigenti e primi ricercatori non potrà che  portare ad un ulteriore invecchiamento dell&#8217;ente, contribuendo anche  alla frantumazione delle linee di ricerca, senza un adeguato sistema (e  finanziamenti) a supporto e quindi con la implicita idea che la ricerca  nel CNR debba basarsi su lavoro iperqualificato e contemporanemanete  sotto-pagato di precari con molti anni di esperienza -e pubblicazioni-  alle spalle.<span id="more-8181"></span></p>
<p>Uno deghli Enti Pubblici di Ricerca storicamente più prestigiosi in  Italia, sembra quindi inseguire l&#8217;Università nelle sue pratiche  peggiori.</p>
<p>Si contesta in questo caso sia il contenuto, per i  motivi appena spiegati, che il metodo, dato che diverse “voci di  corridoio” hanno preceduto la decisione ufficiale e non è dato sapere  quale sia la strategia a lungo termine del presidente del CNR Maiani.  Alcuni di noi stanno già pensando di fare le valigie verso lidi  migliori. Chi invece vuole restare, cerca di organizzarsi: qui di  seguito la lettera aperta di protesta scritta dai ricercatori precari  dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione.</p>
<p>L’appello è rivolto anche a tutti gli altri istituti, perché  facciano sentire la propria voce.</p>
<p>Gentile Prof. Maiani,</p>
<p>apprendiamo che il CNR, per il triennio 2010-2012 ha intenzione di bandire (utilizzando i fondi resi disponibili dal <em>turn over</em> degli anni 2009-2011) complessivamente 872 nuove posizioni. Di queste,  <strong>390 unità sono dedicate a</strong> <strong>tecnici e amministrativi</strong>, <strong>mentre solo una minima parte (185 unità) corrisponde a figure di ricercatore con posizione di III livello</strong>. Notiamo inoltre che ben <strong>170 posizioni sono riservate ad assunzioni su posizioni di alto livello</strong> (dirigente di ricerca e primo ricercatore) a scapito del reclutamento di giovani ricercatori. Le motivazioni addotte in favore di questa prospettiva (promuovere la mobilità dei ricercatori tra enti di ricerca, istituzioni internazionali di ricerca e imprese; garantire azioni di interscambio di competenze ed esperienze tra pubblico e privato; ecc.) ci appaiono inconciliabili con le reali esigenze di reclutamento di questo Ente. Infatti:</p>
<ul>
<li>le 	nuove assunzioni realizzate ad oggi non sono nemmeno riuscite 	nell’intento di ripristinare il numero dei dipendenti di ruolo in 	servizio prima del deleterio blocco delle assunzioni del 2001.</li>
<li>questa 	presa di posizione dell’Amministrazione si rivela quantomeno 	imbarazzante alla luce della condizione di <strong>precarietà</strong> che caratterizza numerosi ricercatori del nostro Ente.</li>
</ul>
<p>Consideriamo ad esempio il nostro Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione (ISTC) che crediamo emblematico di una situazione generale che coinvolge gli altri Istituti del CNR. Nel nostro istituto si contano 21 dipendenti inquadrati come dirigente di ricerca o primo ricercatore, e solo 19 come ricercatore di livello III e 4 come tecnologo. Il resto del personale (circa il <strong>50% del totale</strong>) ha contratti a termine di varia natura (generalmente, assegni di ricerca e contratti a tempo determinato). Con l’attuale programma di reclutamento, <strong>si favoriscono posizioni amministrative e dirigenziali a scapito di coloro che effettuano la ricerca in prima persona</strong>. Inoltre, si trascura il fatto che gran parte delle energie dei giovani ricercatori si perde nella ricerca di fondi necessari per la propria attività.</p>
<p>Torniamo all’ISTC. Pochi giorni fa abbiamo avuto modo di conoscere gli esiti della valutazione del nostro Istituto operata nel settembre scorso. I risultati di questo processo ci riempiono di orgoglio perché quei risultati appartengono primariamente a noi ricercatori con contratti a termine. Siamo proprio noi “precari” che, in un contesto di totale definanziamento dell’attività scientifica, abbiamo continuato con caparbietà, energia e passione, a fare il nostro mestiere aggiungendo alla quotidiana attività di ricerca scientifica quella altrettanto stringente di ricerca dei fondi (e non si tratta pur sempre di ricerca!). Non parliamo di “precariato evanescente”, ma di un numero consistente di ricercatori che nell’ultimo decennio hanno dato il loro contribuito affinché la ricerca in questo Paese andasse avanti anche in assenza di quelle condizioni che in tutti i Paesi avanzati (e non solo) vengono considerate imprescindibili: un finanziamento adeguato.</p>
<p>È per questi motivi che la proposta di utilizzare una grossa fetta delle risorse disponibili per <strong>il reclutamento di numerose posizioni amministrative e di livello superiore al III ci trova fortemente contrari</strong>. Come si può pensare di creare nuove figure dirigenziali in assenza di una politica che, attraverso lo strumento concorsuale, dia delle chance ai giovani ricercatori, a quella massa critica che ha permesso che l’impatto scientifico dell’Ente non colasse a picco a fronte di una situazione di desolante disinvestimento? O forse si sta mettendo in conto che i più giovani possano, e vogliano, continuare a colludere a qualunque costo con le politiche dell’Ente facendo leva sulla propria passione per la ricerca, nella precarietà e in assenza di alcuna prospettiva? Si vuole forse far passare l’idea che l’attività di ricerca possa continuare a procedere attraverso logiche di casta, in cui trovano spazio gli avanzamenti di carriera e le posizioni dirigenziali, a scapito di chi quotidianamente si scontra con l’assenza di risorse e prosegue nell’intento di non lasciare che quel filone di ricerca di eccellenza &#8211; su cui ha speso tutte le energie con grandi riconoscimenti nella comunità scientifica &#8211; debba chiudere per cause di forza maggiore?</p>
<p>L’ipotesi messa sul tappeto dall’Amministrazione è una provocazione inaccettabile che tradisce le reali intenzioni e le rappresentazioni che gli stessi addetti ai lavori hanno del contesto in cui lavorano e che noi conosciamo bene.</p>
<p>Per questo chiediamo al Presidente, al Direttore Generale e al Consiglio di Amministrazione di valutare attentamente le conseguenze che questa scelta potrebbe determinare in termini di:</p>
<ul>
<li><strong>ulteriore 	innalzamento dell’età media dei ricercatori strutturati</strong> del nostro Istituto e dell’Ente tutto che è già fortemente 	superiore alla media di tutti i Paesi dell’UE e non solo;</li>
<li><strong>sbilanciamento 	della forza lavoro verso posizioni amministrative e dirigenziali</strong>, 	rafforzando un sistema già caratteristico dell’Ente (come nel 	caso dell’ISTC), in cui il numero dei ricercatori di I livello e 	dirigenti di ricerca è pari a quello dei ricercatori di 	III livello.</li>
</ul>
<p>Parallelamente ribadiamo con forza l’assoluta necessità che tutte le risorse economiche che sono e/o si renderanno disponibili vengano gestite con la massima trasparenza e siano finalizzate all’apertura di bandi di concorso per il reclutamento di Ricercatori di III livello.</p>
<p>Ricercatori precari dell’ISTC-CNR</p>
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		<title>SELTv, intervista a Guglielmo Epifani</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 13:52:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il diritto al lavoro sta subendo un altro, ennesimo, attacco da parte del governo e della coalizione di destra. L&#8217;articolo 18 viene messo in discussione tentando di aggirare la giurisdizione sul lavoro mentre la crisi sociale, la questione salariale e il pericolo licenziamenti sono, sebbene oscurati dai principali mezzi di comunicazione,  la quotidianità che vivono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il diritto al lavoro sta subendo un altro, ennesimo, attacco da parte del governo e della coalizione di destra. L&#8217;articolo 18 viene messo in discussione tentando di aggirare la giurisdizione sul lavoro mentre la crisi sociale, la questione salariale e il pericolo licenziamenti sono, sebbene oscurati dai principali mezzi di comunicazione,  la quotidianità che vivono le lavoratrici e i lavoratori italiani.<span id="more-5396"></span>SELTv ha intervistato Guglielmo Epifani sulla crisi in atto, la chiusura degli stabilimenti, la questione salariale e fiscale, la rappresentanza e la democrazia sindacale e il rapporto della sinistra con i lavoratori.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/B0jXJ_5IB-A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/B0jXJ_5IB-A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/Azas0Yd8t3A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/Azas0Yd8t3A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>SEL aderisce allo sciopero generale della Cgil</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 11:02:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sinistra Ecologia Libertà invita tutte le lavoratrici e i lavoratori ad aderire allo sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 12 Marzo, e invita i cittadini a partecipare alle manifestazioni territoriali convocate in molte piazze d’Italia nella stessa giornata. Rilanciare un piano per la piena occupazione e sostenere il reddito dei disoccupati e degli inoccupati; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sinistra Ecologia Libertà invita tutte le lavoratrici e i lavoratori ad aderire allo sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 12 Marzo, e invita i cittadini a partecipare alle manifestazioni territoriali convocate in molte piazze d’Italia nella stessa giornata. <span id="more-5170"></span>Rilanciare un piano per la piena occupazione e sostenere il reddito dei disoccupati e degli inoccupati; ridare dignità al lavoro a partire dall’aumento dei salari e delle pensioni; ristabilire una giustizia fiscale in modo che l’economia pubblica non sia sostenuta solo dalla tassazione dei redditi fissi, da lavoro dipendente e da pensione; combattere il lavoro nero e l’evasione fiscale e contributiva; combattere lo sfruttamento dei lavoratori più deboli, siano essi giovani, donne, immigrati.</p>
<p>Sono queste le priorità della nostra azione politica per le quali SEL è solidale con la Cgil e sarà nelle piazze insieme con le lavoratrici ed i lavoratori in sciopero ed i pensionati in lotta.</p>
<p>Segreteria Nazionale Sinistra Ecologia Libertà</p>
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		<title>Appello: &#8220;Fermiamo la controriforma del diritto del lavoro&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 10:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il disegno di legge n. 1167-B, in corso di esame al Senato della Repubblica, tende a realizzare, attraverso alcune sue disposizioni (artt.30-32), una vera e propria controriforma del diritto del lavoro, altrettanto grave ed incisiva di quella portata a termine con la legge n. 30/2003 ed il d. lgs. n. 276/2003. Nonostante la rubrica del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il disegno di legge n. 1167-B, in corso di esame al Senato della Repubblica, tende a realizzare, attraverso alcune sue disposizioni (artt.30-32), una vera e propria controriforma del diritto del lavoro, altrettanto grave ed incisiva di quella portata a termine con la legge n. 30/2003 ed il d. lgs. n. 276/2003.<span id="more-5228"></span></p>
<p>Nonostante la rubrica del disegno di legge faccia riferimento alle “controversie di lavoro”, il testo introduce delle modifiche che, in verità, vanno al di là della disciplina meramente processuale, mirando a destrutturare la stessa effettività dei diritti dei lavoratori. In buona sostanza il Governo, pur omettendo di intervenire direttamente sull&#8217;articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e di procedere ulteriormente nel percorso di precarizzazione dei rapporti contrattuali, mira tuttavia a svuotare dall’interno l’impianto normativo di tutela dei lavoratori: il risultato, in linea con i precetti cardine del “Libro bianco”, è quello di lasciare il lavoratore ancora più solo nella “libera” dinamica dei rapporti di forza con il datore di lavoro, cui viene attribuita la facoltà di  deroghe peggiorative rispetto a leggi e contratti collettivi.</p>
<p>Da questo punto di vista, la norma “manifesto”, il cui contenuto può essere considerato a ragion veduta assolutamente “eversivo” rispetto all’intero ordinamento giuslavoristico, è il comma 9 dell’art. 31, laddove prevede la devoluzione all’arbitrato delle controversie insorte in  relazione ai contratti di lavoro certificati dalle apposite commissioni, così sottraendo, in una molteplicità di casi, la tutela dei diritti dei lavoratori alla giurisdizione ordinaria, nel cui ambito la specializzazione del giudice del lavoro era stata da sempre considerata un valore primario. Per di più questa disposizione, per un verso, consente che gli arbitri decidano secondo equità (ossia senza il doveroso rispetto di leggi e contratti collettivi) e, per altro verso, stabilisce che la clausola compromissoria possa essere inserita anche all’atto della stipulazione del contratto individuale di lavoro (sia pur certificato), vale a dire nel momento in cui è evidentemente più debole la posizione del lavoratore che aspiri all’occupazione.</p>
<p>D’altra parte il giudice, anche qualora dovesse continuare residualmente a svolgere la propria funzione, vedrebbe depotenziati i propri poteri in quanto limitati al solo “accertamento del presupposto di legittimità” dei provvedimenti datoriali, escludendo quindi in radice ogni indagine sulla ragionevolezza degli stessi. Inoltre, in una materia particolarmente delicata come quella dei licenziamenti, il giudice potrà sentirsi condizionato nella sua autonomia, dovendo egli tener conto delle nozioni di giusta causa e giustificato motivo espresse dalle parti in sede di certificazione; nozioni che, qualora fossero definite nel contratto di assunzione, finirebbero per capovolgere i fondamenti del diritto del lavoro, nato per tutelare il contraente debole nel rapporto di lavoro.</p>
<p>Il disegno di legge n. 1167-B contiene, inoltre, una discutibile ridefinizione dei termini per l’impugnazione dei licenziamenti, dei contratti di collaborazione e dei contratti a termine, rendendo assai difficile al lavoratore la tutela giurisdizionale dei propri diritti (art. 32).</p>
<p>Se a tutto ciò si aggiunge che nella legge finanziaria 2010 è stata prevista una vera e propria “gabella” per il caso in cui il lavoratore voglia far valere i propri diritti davanti alla Corte di Cassazione (un contributo che potrà raggiungere i 500 euro), appare ancor più urgente e necessaria una presa di posizione netta e precisa di fronte a questa serie di provvedimenti che minano alla radice l’ispirazione costituzionale del nostro diritto del lavoro.</p>
<p>hanno sinora aderito:</p>
<p>1) Prof. Umberto Romagnoli; 2) Prof. Luciano Gallino; 3) Prof. Massimo Paci; 4) Prof. Andrea Proto Pisani; 5) Pres. Sergio Mattone; 6) Prof. Tiziano Treu; 7) Prof. Piergiovanni Alleva; <img src='http://www.sinistraecologialiberta.it/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> Prof. Amos Andreoni; 9) Prof. Vittorio Angiolini; 10) Prof. Massimo Roccella; 11) Avv. Sergio Vacirca; 12) Avv. Sante Assennato; 13) Prof. Michele Miscione; 14) Prof. Luigi Mariucci; 15) Avv. Giuseppe Fontana; 16) Dott. Saverio Toffoli; 17) Dott.ssa Linda D’Ancona; 18) Dott. Fabrizio Amato; 19) Dott.ssa Carla Ponterio; 20) Avv. Alberto Piccinini; 21) Avv. Antonella Gavaudan; 22) Avv. Bruno Pezzarossi; 23) Prof. Lorenzo Gaeta; 24) Prof.ssa Fausta Guarriello; 25) Avv. Mario Berruti; 26) Centro studi Diritti e lavoro Firenze; 27) Avv. Gianfranco Magalini; 28) Prof.ssa Donata Gottardi; 29) Avv. Milena Garoia; 30) Avv. Alberto De Grandis; 31) Prof. Gianni Ferrara; 32) Prof. Antonio Di Stasi; 33) Avv. Nyranne Moshi; 34) Avv. Giorgio Albani; 35) Avv. Stefano Giampietro; 36) Avv. Ottorino Bressanini; 37) Prof. Gianni Loy; 38) Avv. Mario Fezzi; 39) Avv. Filippo Aiello; 40) Avv. Vincenzo Martino; 41) Avv. Dario Belluccio; 42) Avv. Vincenzo Russo; 43) Dott. Gualtiero Michelini; 44) Prof. Giovanni Orlandini; 45) Avv. Elena Poli; 46) Prof. Gianguido Balandi; 47) Avv. Paola Fontana; 48) Prof. Giuseppe Ferraro; 49) Avv. Marina Capponi; 50) Avv. Gloria Pieri; 51) Prof. Mario Giovanni Garofalo; 52) Prof.ssa Monica Mc Britton; 53) Prof. Andrea Lassandari; 54) Avv. Pierluigi Panici; 55) Avv. Sergio Boldrini; 56) Avv. Giovanna Fava; 57) Prof. Valerio Speziale; 58) Prof. Massimo Pallini; 59) Avv. Franco Berti; 60) Avv. Carlo Guglielmi; 61) Avv. Giovanni Sertori; 62) Avv. Giovanni Naccari; 63) Prof. Sergio Chiarloni; 64) Prof. Franco Focareta; 65) Avv. Nino Raffone; 66) Avv. Fausto Raffone; 67) Avv. Vincenzo Varcasia; 67) Avv. Tullio Buzzelli; 68) Avv. Maurizio Foffo; 69) Prof.ssa Stefania Scarponi; 70) Avv. Alvise Moro; 71) Avv. Paolo Lando; 72) Avv. Cristina Allegro; 73) Avv. Marco Ceresani; 74) Avv. Giovanni Finocchiaro; 75) Avv. Valeria Menegazzo; 76) Avv. Michela Piva; 77) Dott.ssa Irene Tramontan; 78) Prof. Luca Masera; 79) Avv. Laura D’Amico; 80) Avv. Massimo Di Celmo; 81) Prof. Bruno Veneziani; 82) Avv. Francesco Fabbri; 83) Prof.ssa Carmen La Macchia; 84) Avv. Giancarlo Moro; 85) Avv. Fabio Fonzo; 86) Avv. Paolo Boer; 87) Avv. Dino Bravin; 88) Avv. Giorgio Stani; 89) Avv. Paolo Teodoli; 90) Prof. Vincenzo Bavaro; 91) Avv. Nadia Gobessi; 92) Prof.ssa Franca Borgogelli; 93) Avv. Enzo Augusto; 94) Prof. Francesco Liso; 95) Avv. Raffaella Ballatori; 96) Dott. Antonio Manna; 97) Dott.ssa Rita Sanlorenzo; 98) Dott. Bruno Variale; 99) Dott.ssa Laura Curcio; 100) Dott. Roberto Riverso; 101) Dott. Roberto Santoro; 102) Dott.ssa Margherita Leone; 103) Dott.ssa Amelia Torrice; 104) Dott.ssa Anna Terzi; 105) Prof. Gianni Arrigo; 106) Prof. Enrico Pugliese; 107) Avv. Emanuele Ricci</p>
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		<title>La vicenda Eutelia, risultato di un mercato senza regole</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 06:03:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giugno 2009: per tutto il settore dell’Information Tecnology di Eutelia, quasi 2000 dipendenti, arriva la cessione di ramo d’azienda ad Agile, una scatola vuota di famiglia, e nello stesso giorno la poco chiara vendita ad Omega.  Che Eutelia avesse difficoltà di bilancio era cosa nota. Che avesse acquisito Bull e Getronic, la vecchia Olivetti, solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giugno 2009: per tutto il settore dell’Information Tecnology di Eutelia, quasi 2000 dipendenti, arriva la cessione di ramo d’azienda ad Agile, una scatola vuota di famiglia, e nello stesso giorno la poco chiara vendita ad Omega.  Che Eutelia avesse difficoltà di bilancio era cosa nota.<span id="more-4270"></span> Che avesse acquisito Bull e Getronic, la vecchia Olivetti, solo per fare il salto di qualità necessario per acquisire delicate commesse pubbliche (Ministero degli Interni, Servizi Segreti) lo si era capito subito. Che le banche, con il Monte dei Paschi di Siena in testa, si fossero esposte troppo con la famiglia Landi di Arezzo ha preoccupato tutti.</p>
<p>Ma il peggio è arrivato subito dopo la vendita.</p>
<p>Omega non paga nemmeno uno stipendio, e siamo a luglio. A fine ottobre risulta chiaro che i 1800 dipendenti sono fuori dai piani dei vecchi e dei nuovi proprietari. E difatti viene aperta una procedura di licenziamento collettivo per tutte le lavoratrici ed i lavoratori.</p>
<p>All’incontro presso il Ministero dello Sviluppo Economico l’azienda non si presenta, cosa che ormai accade quasi sempre in tutte le vertenze aperte: gli imprenditori italiani e stranieri sanno che questo Governo lascia fare qualsiasi operazione, anche la più drammatica dal punto di vista occupazionale, mandando agli incontri funzionari rassegnati, magari ex consulenti di grandi imprese del settore.</p>
<p>Si decide in assemblea di occupare la sede di Roma, mentre l’obiettivo diventa l’apertura di un tavolo alla Presidenza del Consiglio. La   Fiom Cgil decide di presentare una denuncia alla Procura della Repubblica di Arezzo e di avviare una causa per comportamento antisindacale rispetto alla procedura di cessione di ramo d’azienda. Passano le settimane, nessuno stipendio viene ancora pagato, così si giunge anche a chiedere la dichiarazione di stato di insolvenza.</p>
<p>Oggi sono 112 giorni dall’inizio dell’occupazione, quattro mesi difficili da descrivere, anche per chi ha vissuto insieme alle lavoratrici ed i lavoratori lunghissime ore fatte di alti e bassi, di lotta, discussioni, rabbia, stanchezza. Anche di paura, come quando l’ex amministratore delegato Angelo Landi fa irruzione di notte nella sede di via Bona con quindici guardie del corpo, spacciandosi per la polizia davanti alla telecamera del giornalista di Rai Educational, testimone casuale di un bliz violento e sfrontato, forse messo in atto per recuperare in qualche stanza documenti compromettenti. Giornalista che subirà nei giorni successivi minacce di morte.</p>
<p>Ma ci sono stati e ci sono anche momenti di gioco, spettacolo, assemblee cittadine e incontri con tutti i partiti della sinistra, iniziative culturali  e pranzi raffinati, vissuti con la strana sensazione di conoscere per la prima volta colleghi di lavoro di una vita. La visita di Mario Monicelli, la spaghettata di mezzanotte nel mezzo di via del Corso, il risveglio all’alba in una piazza Barberini deserta ed affascinante.</p>
<p>Mesi che rimarranno per sempre nel cuore delle persone, un ricordo di emozione e solidarietà che vivremo perfino con nostalgia, al di là di come finirà questa difficilissima vertenza.</p>
<p>Già, perché tuttora non è possibile prevedere una conclusione, possiamo solo andare avanti tenendo accesi i riflettori su una vicenda losca ed intricata, per la quale la Procura di Arezzo ha appena deciso il rinvio a giudizio di tutti i vecchi amministratori guidati dalla famiglia Landi. Abbiamo vinto anche il procedimento contro la falsa cessione ad Agile, il giudice ci ha dato ragione ed ha annullato la procedura per vizio di forma, richiamando in causa Eutelia.</p>
<p>Così il primo febbraio Eutelia ha pagato gli stipendi di agosto. Il resto non si sa quando arriverà. E allora si continua a vivere di solidarietà, sottoscrizioni, raccolte straordinarie della Coop, perfino la vendita di uno splendido calendario che, mese per mese, riesce a fissare con le immagini una quotidianità veramente speciale.</p>
<p>Il 17 febbraio il Tribunale di Roma prenderà una decisione, fallimento o commissariamento. Il 23 febbraio ci sarà il prossimo incontro alla Presidenza del Consiglio. Sono convocati anche gli Enti Locali interessati ed i committenti, come le Poste, per capire quale futuro avranno i 1800 dipendenti, che hanno sempre continuato ove possibile a lavorare presso i clienti, mentre si perdevano commesse importanti perché l’azienda non era in regola con i documenti necessari.</p>
<p>Stiamo chiedendo un percorso assistito, che utilizzi gli ammortizzatori sociali -come la cassa integrazione- per sostenere economicamente i dipendenti mentre si cerca di scongiurare una mobilità pura e semplice, che vorrebbe dire, in questo settore, l’espulsione definitiva dal mondo del lavoro.</p>
<p>Si va avanti quindi, con le lotte e le iniziative,  la Fiom Cgil  quasi sempre unico sindacato sempre a fianco dei lavoratori.</p>
<p>Sarà una settimana intensa, e per tenere su il morale l’appuntamento è per il 22 sera al Circolo degli Artisti, con il concerto dei Modena City Ramblers il cui incasso verrà devoluto alle lavoratrici ed i lavoratori di Eutelia.</p>
<p>Lucia Triches</p>
<p>Segretaria Generale Fiom Cgil Roma Sud-Ovest</p>
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		<title>Portovesme, non solo Alcoa</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 04:28:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il piu’ grande nucleo industriale nella costa sud occidentale della Sardegna si chiama Portovesme. A caratterizzarlo non e’ solo la presenza del comparto alluminio con Alcoa, ma anche dalla Portovesme srl che, da circa quarant’ anni, e’ presente con l’unica produzione di zinco e piombo in Italia. Va ricordato che tale attività nasce grazie alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il piu’ grande nucleo industriale nella costa sud occidentale della Sardegna si chiama Portovesme.</p>
<p>A caratterizzarlo non e’ solo la presenza del comparto alluminio con Alcoa, ma anche dalla Portovesme srl che, da circa quarant’ anni, e’ presente con l’unica produzione di zinco e piombo in Italia.<span id="more-3874"></span></p>
<p>Va ricordato che tale attività nasce grazie alle lotte del movimento dei minatori degli anni sessanta, che stanchi di vedere il frutto del loro duro lavoro nelle miniere dell’Iglesiente andare oltre mare, per trasformare la blenda minerale da cui si estrae lo zinco, e la galena da cui si estrae il piombo, decisero di avviare una grande rivendicazione del territorio che ha portato alla nascita di Portovesme.</p>
<p>Ancora oggi si producono 120 mila/ton. di zinco che soddisfa il 40% del fabbisogno nazionale, e 90 mila/ton di piombo il 50% di cui l’Italia necessita.</p>
<p>Attività industriali da sempre in mano alle partecipazioni statali sino al 1992 anno della privatizzazione che ha visto il passaggio dal gruppo Eni alla svizzera Glencore tutt’ora in attività.</p>
<p>La crisi dell’auto del 2009 ha travolto le nostre produzioni di primario in quanto il settore automobilistico assorbe la quasi totalità delle nostre produzioni, la crisi si e’ maggiormente aggravata per effetto di una storica debolezza del sistema che genera diseconomie maggiori rispetto ai concorrenti europei, parliamo di produzioni fortemente energivore.</p>
<p>E’ risaputo che l’Italia non avendo mai deciso una politica energetica a sostegno delle produzioni del primario come alluminio, zinco, piombo, espone, chi produce, a concorrere con il resto dei paesi della Comunità Europea che da anni applicano tariffe sul costo del KW/h in misura del 50% in meno rispetto all’Italia.</p>
<p>Per questo siamo impegnanti come organizzazioni sindacali in una vertenza energetica dal 2003, che richiami il governo a rivendicare in Europa una tariffa sul KW/h uguale in tutti i paesi europei, sempre sul versante energia costringere la stessa Glencore a produrre una parte consistente del fabbisogno energetico ricorrendo alle fonti rinnovabili come l’eolico.</p>
<p>Il convincimento di tale scelta, vede la stessa Glencore presentare un progetto che sarebbe l’unico caso in Italia di autoproduzione e consumo di energia elettrica nei propri impianti.</p>
<p>I continui rinvii alle autorizzazioni che si protraggono da circa un anno insospettiscono molto le organizzazioni sindacali e in particolare la CGIL del Sulcis, perché se è vero che a “ pensar male si fa peccato, è vero anche che qualche volta ci si azzecca”, allora ci chiediamo: perché tanti ritardi sulle rinnovabili in un territorio dove sono concentrate le produzioni più energivore del paese?</p>
<p>Perché forse è meglio esasperare le popolazioni col bisogno di lavoro per dover essere costretti a subire una dannatissima centrale nucleare al centro della Sardegna che soddisfi tutti i fabbisogni e oltre? No, noi non ci stiamo e lotteremo con tutte le nostre forze per non dover lasciare alle future generazioni la nostra isola molto peggio di quanto l’abbiano lasciata a noi i nostri padri.</p>
<p>Pietro Granara  e Salvatore Cappai della RSU CGIL della Portovesme</p>
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		<title>La visibilità della classe operaia</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 08:22:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel Paese che “meglio degli altri ha saputo affrontare la crisi” è tornata visibile, dopo decenni d&#8217;oblio, la classe operaia: quella, antica, delle cosiddette “tute blu” che sta di nuovo manifestandosi in varie forme, mettendo a nudo il dramma della disoccupazione di massa. Qualche avvisaglia, in verità, l&#8217;avevamo avuta a partire dall&#8217;estate con la salita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel Paese che “meglio degli altri ha saputo affrontare la crisi” è tornata visibile, dopo decenni d&#8217;oblio, la classe operaia: quella, antica, delle cosiddette “tute blu” che sta di nuovo manifestandosi in varie forme, mettendo a nudo il dramma della disoccupazione di massa.<span id="more-3719"></span></p>
<p>Qualche avvisaglia, in verità, l&#8217;avevamo avuta a partire dall&#8217;estate con la salita sui tetti di lavoratori di diverse aziende in difficoltà: una forma di protesta estrema che si era già intrecciata con quella di altre categorie, dai precari della scuola ai ricercatori dell&#8217;ISPRA.</p>
<p>Perché questa, a voler fare proprio del pessimismo così aborrito dalla maggioranza di governo e dal suo Premier, è una palese dimostrazione di crisi del lavoro vivo che si intreccia con altre forme, dal precariato imperante al lavoro nero (ragione “fondativa” di un&#8217;altra crisi: quella che, per brevità, definiremmo “razzistica”).</p>
<p>Insomma le ragioni, apparentemente antiche del “lavoro stabile” che si collegano a quelle delle “nuove forme” di occupazione dando vita ad un momento acutamente drammatico, come quasi mai nel passato più recente.</p>
<p>Mentre, nel procedere della crisi internazionale, tornano di moda elementi che parevano ormai superati nel sublimarsi della “modernità”: dal ruolo dello stato nazione, all&#8217;intervento pubblico in economia, alla difesa dalla privatizzazione insensata dei beni pubblici essenziali, l&#8217;Italia appare debole, indifesa, un Paese in cui si è avuto un particolare processo di finanziarizzazione dell&#8217;economia ed una progressiva distruzione dell&#8217;apparato industriale, avvenuta essenzialmente in nome della dismissione del già citato intervento pubblico in economia giudicato fonte massima dello spreco e della corruzione e dell&#8217;adozione di un modello “Made in Italy” che, alla prova, non appare proprio reggere all&#8217;impatto con il meccanismo di delocalizzazione della produzione di beni e manufatti che sta  alla base dello spostamento di ricchezza e di crescita verso i cosiddetti “stati emergenti”.</p>
<p>La debolezza politica dell&#8217;UE, il ruolo che, sul terreno della produzione industriale, giocano Francia e Germania costituiscono cause non secondarie della situazione in cui ci troviamo. L&#8217;Italia, infatti, è più o meno priva di capacità produttive importanti nei settori-chiave: la siderurgia è stata dismessa a causa di valutazioni sbagliate sul suo futuro; la chimica è stata mangiata dalla “questione morale”; l&#8217;elettronica, sacrificata da altri interessi; l&#8217;agro-alimentare finito sull&#8217;altare della speculazione finanziaria; l&#8217;industria dell&#8217;auto assistita ed incentivata ha vissuto sulle spalle del “pubblico”, ben al di là di qualsivoglia proclamazione “liberista”; lo stato delle infrastrutture è precario, quello dell&#8217;assetto idrogeologico pessimo; intere aree già industriali sono state cedute alla speculazione edilizia, in un quadro di ruolo delle Regioni e degli Enti Locali che davvero fornisce elementi negativi per una analisi del “federalismo all&#8217;italiana” (la condizione del nostro regionalismo, lo vediamo proprio esaminando la partenza di questa campagna elettorale è di vera e propria, deplorevole, confusione).</p>
<p>Così dal profondo Sud al Nord-Est sviluppato la classe operaia è tornata a farsi sentire, in una chiave assolutamente difensiva (dalla politica non arriva nemmeno un segnale di capacità nella valutazione delle diverse poste in gioco nelle varie situazioni: ad esempio al riguardo della strategicità del mantenimento della produzione di alluminio), senza trovare sponde  concrete, capacità progettuale da parte delle istituzioni, l&#8217;apertura di una grande stagione di battaglia politica  attorno a nodi di fondo, a partire da una seria autocritica da parte della sinistra, per aver accettato, a suo tempo, lo scorrere inesorabile dell&#8217;ondata “neo-liberista” senza dimostrare la capacità d offrire una alternativa (ripeto quando già affermato all&#8217;inizio: ruolo dello Stato Nazione, programmazione ed intervento pubblico).</p>
<p>Una nota finale riguardante la CGIL: trovo, francamente, poco significativa in questa fase la divisione congressuale. La CGIL dovrebbe, a mio modesto avviso, puntare su due elementi: il primo rappresentato dal recupero del tavolo contrattuale; il secondo dal lancio di una idea complessiva al riguardo dello sviluppo economico, in questi tempi di crisi ancora tutta affrontare. Il modello del “Piano del Lavoro” di  Di Vittorio (1949) forse potrebbe ancora offrire qualche utile spunto per il futuro.</p>
<p>Franco Astengo</p>
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		<title>Azienda Fervet, SEL scrive a Tremonti</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 08:12:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il testo della lettera aperta che alcuni componenti di Sinistra Ecologia Libertà del trevigiano hanno scritto al ministro Tremonti per chiedere un intervento risolutivo che non causi danni ai lavoratori e  all&#8217;occupazione. Treviso, 6 febbraio 2010 Lettera aperta al Ministro per L’Economia Dott. Giulio Tremonti Egr. Ministro, le scriviamo per sottoporle la situazione della FERVET [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il testo della lettera aperta che alcuni componenti di Sinistra Ecologia Libertà del trevigiano hanno scritto al ministro Tremonti per chiedere un intervento risolutivo che non causi danni ai lavoratori e  all&#8217;occupazione.<span id="more-3713"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="RIGHT">Treviso, 6 febbraio 2010</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Lettera aperta al Ministro per L’Economia  Dott. Giulio Tremonti</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;">
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;">Egr. Ministro,</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">le scriviamo per sottoporle la situazione della FERVET di Castelfranco, si tratta di un’azienda che opera nel campo della costruzione di carrozze ferroviarie.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Come tante imprese si trova in condizioni di crisi, ma non si tratta di una mancanza di commesse, anche se aveva subito l’annullamento di parte di una commessa di Trenitalia, bensì di una difficoltà all’accesso al credito nonostante una commessa da 350 carrozze a due piani modello Vivalto capace di garantire 2 anni di lavoro continuativo; commessa che vede la Ansaldo-Finmeccanica come soggetto capofila.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">La questione è stata sollevata anche dai sindacati Fiom e Uilm, che hanno denunciato il paradosso di un&#8217;azienda  che avrebbe il lavoro, ma che si trova senza il necessario supporto da parte del sistema finanziario; con la conseguenza della messa in cassa integrazione per circa 200 operai.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Il rischio è che per il perdurare di queste condizioni porti alla chiusura di un’impresa storica, con la perdita del know-how dell’impresa e delle professionalità accumulate dai lavoratori.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Per poter operare l’azienda ha necessità di un mutuo quantificato in circa 5 milioni di Euro, per la concessione del quale il sistema bancario non ritiene sufficienti le garanzie presentate dalla FERVET.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Noi riteniamo che vi sia il bisogno di un’assunzione precisa di responsabilità da parte sua e del suo Ministero, anche in funzione del fatto che Finmeccanica, la controllante di Ansaldo, è partecipata al 37% dal suo Ministero, e quindi chiediamo che possa esserci un suo intervento al fine perlomeno di fornire al sistema bancario la garanzie, anche fideiussorie, che possano garantire la prosecuzione dell’attività della FERVET e il conseguente mantenimento dei posti di lavoro dei dipendenti.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Vogliamo inoltre evidenziare che la FERVET è un impresa che fornisce lavoro altamente qualificato, garantito dalla forte specializzazione delle maestranze; in un settore, quello dei trasporti, che è cruciale per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 che il nostro Paese ha preso nelle Sedi Internazionali e Comunitarie.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">La perdita di occupazione in questa azienda segnerebbe un grave colpo, per il mercato del lavoro locale, sia sul piano quantitativo che qualitativo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Cordiali saluti,</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: normal;" align="JUSTIFY">Stefano Dall’Agata (SEL &#8211; Consigliere Provincia di Treviso), Luca De Marco (Coordinatore Provinciale SEL Treviso e Consigliere Provinciale), Andrea Dapporto (Coordinatore Regionale SEL), Barbara Ferrazzo e Mario Bertolo (SEL Castelfranco Veneto)</p>
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		<title>Post di Nichi: &#8220;con gli operai Fiat&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 15:05:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lo scorso 23 maggio, mentre Marchionne era impegnato nel chiudere trattative in giro per il mondo, avevo denunciato come il piano aziendale della FIAT prevedesse un taglio di 10mila persone. Avevo denunciato come il Governo italiano si fosse limitato ad attendere la chiusura delle trattative con Chrysler e Opel prima di vedere le carte del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 23 maggio, mentre Marchionne era  impegnato nel chiudere trattative in giro per il mondo, avevo denunciato  come il piano aziendale della FIAT prevedesse un taglio di 10mila  persone. <span id="more-3490"></span></p>
<p>Avevo denunciato come il Governo italiano  si fosse limitato ad attendere la chiusura delle trattative con  Chrysler e Opel prima di vedere le carte del piano FIAT. Avevo  denunciato come in un periodo di crisi, le ristrutturazioni aziendali,  se devono avvenire anche grazie al contributo pubblico, devono essere a  bilancio zero per i licenziamenti.</p>
<div>
<p>E oggi, purtroppo, quell’allarme lanciato quasi un anno fa trova la sua  collocazione malvagia nelle carte di Marchionne che vogliono la chiusura  di Termini Imerese, mentre la produzione continua a ritmi incalzanti in  Polonia e in Brasile.<br />
Dietro la frase “Capacità produttiva in eccesso” ci sono famiglie, vite  che saranno spazzate via dal mondo produttivo, e non solo. Ed è per  questo che oggi gli operai FIAT sono in sciopero. Ed è per questo che  vanno supportati.</p>
<p>Mi auguro che il governo italiano faccia quello che in questi mesi non  ha osato fare: chiedere conto alla FIAT e a Marchionne di quanto è stato  loro dato in questi anni dall’Italia e bloccare quindi i licenziamenti,  rilanciando piuttosto la produzione e puntando su ricerca e  innovazione.</p>
<p>Nichi</p></div>
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		<title>Post di Nichi: &#8220;Ho chiesto il commissariamento di Omega&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 20:45:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho scritto al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi chiedendo il commissariamento della società Omega, il nuovo Gruppo che ha rilevato il call center Phonemedia, intervento peraltro già richiesto dai sindacati. Dal luglio scorso i 500 lavoratori di Phonemedia vivono senza salario e senza diritti. Una situazione molto simile a quella di Eutelia-Agile, dopo l’arrivo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho scritto al Presidente del Consiglio Silvio  Berlusconi chiedendo il commissariamento della società Omega, il nuovo  Gruppo che ha rilevato il call center <strong>Phonemedia</strong>, intervento peraltro già richiesto dai sindacati. <span id="more-3457"></span></p>
<p>Dal luglio scorso i 500 lavoratori di Phonemedia vivono senza salario e  senza diritti. Una situazione molto simile a quella di Eutelia-Agile,  dopo l’arrivo di un nuovo gruppo, Omega, che prima li ha rilevati e poi  si è volatilizzato. I 500 lavoratori sono, formalmente, ancora  dipendenti ma non lavorano. Le commesse in scadenza non vengono più  rinnovate, non possono utilizzare gli ammortizzatori sociali perché la  nuova proprietà non li richiede, non hanno più dirigenti e assistono al  progressivo depauperamento dell’azienda.</p>
<p>A fronte dell’inadempienza al  rispetto degli accordi da parte della nuova società proprietaria, la  Regione Puglia ha dovuto avviare procedure di blocco e di recupero di  finanziamenti regionali concessi e anche in questo iter è stato  impossibile trovare una interlocuzione con un manager responsabile.</p>
<p>Il  progetto distruttivo del gruppo Omega è talmente evidente da averlo  portato persino a rifiutare i finanziamenti previsti dalle misure  regionali per il sostegno alle imprese. Una situazione che vede nelle  stesse condizioni altri 6000 lavoratori, tutti appartenenti ad aziende  rilevate dal Gruppo Omega.</p>
<p>Nichi</p>
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		<title>Una scelta consapevole e matura</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 10:28:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Una bella  festa di popolo quella di domenica 24 gennaio in Puglia. Il primo straordinario dato è stato proprio quello della partecipazione. Cosa ha spinto duecentomila persone, in un  freddo particolare e insolito per questa terra,  ad affrontare,  con convinzione e allegra ostinazione, lunghe code per poter votare alle primarie per la scelta del candidato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una bella  festa di popolo quella di domenica 24 gennaio in Puglia. Il primo straordinario dato è stato proprio quello della partecipazione. Cosa ha spinto duecentomila persone, in un  freddo particolare e insolito per questa terra,  ad affrontare,  con convinzione e allegra ostinazione, lunghe code per poter votare alle primarie per la scelta del candidato alla presidenza della Regione?<span id="more-3039"></span></p>
<p>In primo luogo  io credo, al di là degli schieramenti &#8211; senza considerare gli episodi abbastanza irrilevanti di ‘truppe cammellate’- la possibilità di dire finalmente la propria, di riappropriarsi del diritto di scegliere e decidere con la propria testa. Se questa volontà era forte nelle primarie di cinque anni, questa volta è stata addirittura travolgente. Complice da una parte l’espropriazione della libertà di scegliere i propri candidati dopo la riforma elettorale del 2006, dall’altra una “danza immobile” durata tre mesi sulla scelta del candidato presidente. Con la volontà di porre un veto su Nichi Vendola, prima ancora del ragionamento su come, perché e su quali contenuti allargare la coalizione. Una campagna che occultava volutamente i contenuti di un’esperienza  di governo con forti caratteri di originalità , capace, malgrado alcune zone d’ombra affrontate peraltro con tempestività ed efficacia,  di misurarsi concretamente con la condizione di vita delle persone, col loro presente e col loro futuro.</p>
<p>C’è oggi in Puglia proprio rispetto a questa esperienza di governo regionale ma anche di governo di città e province un’opinione pubblica popolare  fatta di associazioni, di movimenti, di volontariato, di partiti, a partire dalla maggioranza del Pd pugliese, in grado di essere interlocutrice  e protagonista di questo progetto di innovazione e di cambiamento. Che non intende cancellare l’esperienza di quello che è stato definito il ‘laboratorio pugliese’.</p>
<p>Se tanti giovani si sono sentiti chiamati a difendere questa storia, a lavorare per queste primarie, a riempire i pullman per tornare a votare in Puglia   è  anche perché la politica realizzata dalla giunta Vendola si è rivolta a loro, li  ha chiamati in causa, li ha resi protagonisti di  progetti finalizzati a favorire il  diritto all’apprendimento, il diritto a una formazione di qualità, a sconfiggere il precariato, a sviluppare politiche per il lavoro inedite e di qualità, a costruire in una politica ambientale attenta alla salute, alla vita, al futuro di ogni persona. Se tanti sindaci hanno partecipato  a queste primarie votando convintamente per Nichi Vendola è stato perché hanno condiviso  le politiche di  sviluppo urbano e di difesa dell’ambiente e del territorio portate avanti in questi anni. E se tante anziane e anziani hanno affrontato la “difficoltà delle primarie”, le code, il freddo, la ricerca del seggio è stato perché si sono sentiti protetti dalle politiche sociali di questa giunta.</p>
<p>Se, insomma,  tante cittadine e cittadini, un’opinione pubblica trasversale ha deciso di scegliere Nichi come candidato presidente è solo per un innamoramento collettivo (che pure c’è) o perché si è  riconosciuta in una politica attenta ai temi della legalità, della questione morale, insomma in una politica “pulita”? Una ‘connessione sentimentale’ costruita su fatti concreti, su progetti di trasformazione che riguardano vita e speranza di futuro, in particolare delle giovani generazioni, dal lavoro, alla cultura, alla garanzia del diritto ai beni comuni, come l’acqua, il lavoro, la conoscenza.</p>
<p>Una politica  per cui val la pena battersi, che viene fatta propria e diventa già memoria storica di una regione. Solo un’anomalia o anche un tema  politico nazionale? La storia di questa giornata pugliese del 24 gennaio parla di questo. E’ possibile oggi costruire una politica diversa a partire  dalla concretezza delle persone, dei loro bisogni, delle loro aspettative, dalla capacità di interpretare, organizzare, rappresentare  tutto questo, piuttosto che dalla costruzione astratta di formule politiche che sulla carta sembrano funzionare ma che franano paurosamente alla prova dei fatti? Il popolo delle primarie ha risposto anche su questo.</p>
<p>Comincia già da queste ore una campagna elettorale che parlerà di programmi, di proposte, di scelte e di strategie ma che non potrà eludere questo  tema politico.</p>
<p>Alba Sasso</p>
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		<title>Ispra, Guidoni (SEL), Bene accordo, adesso governo investa in ricerca</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 18:39:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Roma, 21 gennaio 2009 “Ci sono voluti 59 giorni passati sulla terrazza dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale, per arrivare ad un accordo che soddisfasse le legittime richieste delle ricercatrici e dei ricercatori dell’Istituto. I ragazzi sono stati costretti ad allontanarsi dalle loro famiglie per rivendicare il loro sacrosanto diritto al lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Roma, 21 gennaio 2009</p>
<p>“Ci sono voluti 59 giorni passati sulla terrazza dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale, per arrivare ad un accordo che soddisfasse le legittime richieste delle ricercatrici e dei ricercatori dell’Istituto. I ragazzi sono stati costretti ad allontanarsi dalle loro famiglie per rivendicare il loro sacrosanto diritto al lavoro per 2 mesi: una cosa che dovrebbe farci vergognare di fronte al mondo.</p>
<p>Fortunatamente, è stato raggiunto un accordo positivo, che risponde alle esigenze dei lavoratori, ma è uno scandalo che questo governo pensi al processo breve piuttosto che a investire sul futuro, puntando sulla professionalità e la qualità dei nostri ragazzi. Mi auguro che ci sia un cambio di rotta del governo e che finalmente il governo italiano cerchi di invertire la rotta che ci vede fanalino di coda per quanto investe e per come tratta i nostri ricercatori&#8221;.</p>
<p>Lo dichiara in una nota Umberto Guidoni, responsabile Università e Ricerca di Sinistra Ecologia Libertà.</p>
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		<title>Precari ISPRA: Fiaccolata di Capodanno</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 11:55:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sinistra e Libertà del Diciottesimo Municipio di Roma promuove e sostiene la fiaccolata unitaria di Capodanno in solidarietà con i precari dell&#8217;ISPRA, organizzata insieme alle altre realtà politiche e sociali che hanno fin qui sostenuto la loro lotta.Da più di un mese i ricercatori dell&#8217;ISPRA sono costretti ad un presidio permanente sul tetto dell&#8217;Istituto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Tahoma;">Sinistra e Libertà del Diciottesimo Municipio di Roma promuove e sostiene la fiaccolata unitaria di Capodanno in solidarietà con i precari dell&#8217;ISPRA, organizzata insieme alle altre realtà politiche e sociali che hanno fin qui sostenuto la loro lotta.<span id="more-2032"></span></span><span style="font-family: Tahoma;"><span style="font-size: 11px;"></span></span>Da più di un mese i ricercatori dell&#8217;ISPRA sono costretti ad un presidio permanente sul tetto dell&#8217;Istituto a Casalotti, per difendere il proprio lavoro e la propria dignità contro centinaia di licenziamenti.</p>
<p>Tra rinvii e silenzi è ormai chiaro che la strategia del Ministro Prestigiacomo e del prefetti Grimaldi, ex poliziotto chiamato a dirigere l&#8217;ISPRA, è quello di prendere i lavoratori per stanchezza, puntando sul fatto che il 31 dicembre scadranno la maggior parte dei loro contratti, e di conseguenza la maggior parte degli occupanti non avrà la titolarità di entrare nell&#8217;Istituto.</p>
<p>Inoltre, lo smantellamento dell&#8217;ISPRA potrebbe essere funzionale agli interessi del Partito dei Costruttori, che non fa mistero di voler edificare nell&#8217;area del Parco della Cellullosa, attualmente riconosciuta da una legge regionale come Monumento Naturale.</p>
<p><strong>L&#8217;appuntamento è alle ore 16.00 del 1 Gennaio, a Piazza Ormea (zona Casalotti), Roma<span style="color: #ff0000;"><br />
</span></strong></p>
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		<title>Ispra: Tibaldi (Sel), Vicina ai ricercatori. Il governo rinnovi i contratti in scadenza</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Dec 2009 20:30:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Sono qui per essere vicina alle 230 lavoratrici e lavoratori dell’ISPRA, che da un mese stanno dando vita ad una straordinaria azione di protesta in difesa del posto di lavoro e di un settore della ricerca scientifica strategico per lo sviluppo del Paese e la fuoriuscita dalla crisi”. Lo ha dichiarato l’assessora al Lavoro, Pari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Sono qui per essere vicina alle 230  lavoratrici e lavoratori dell’ISPRA, che da un mese stanno dando vita ad una  straordinaria azione di protesta in difesa del posto di lavoro e di un settore  della ricerca scientifica strategico per lo sviluppo del Paese e la fuoriuscita  dalla crisi”. Lo ha dichiarato l’assessora al Lavoro, Pari opportunità e  Politiche giovanili della regione Lazio Alessandra Tibaldi che stamattina si è  recata alla manifestazione dei  precari che dal 24 novembre stanno sul tetto della sede dell&#8217;Istituto Superiore  per la Protezione e la Ricerca  Ambientale.</p>
<p>“Nei  confronti di questi ricercatori - continua &#8211; il Governo desista  dall’assumere dei provvedimenti repressivi, come la ventilata minaccia di  sgombero, ed assuma invece, con grande senso di responsabilità, il problema del  rinnovo dei contratti in scadenza  e delle loro successiva trasformazione in contratti a tempo indeterminato, così  come previsto dalla normativa degli enti di ricerca. Il ministro Prestigiacomo  dica chiaramente quanti dei contratti in scadenza verranno rinnovati  al 1° gennaio 2010”.</p>
<p>“Le autorità nazionali - conclude  Tibaldi &#8211; non siano sorde verso questo ennesimo grido di allarme proveniente dal  mondo del lavoro e della ricerca scientifica e trasformino l’appello del  ministro in concreti provvedimenti di tutela occupazionale. E’ il miglior regalo  che possano fare alle ricercatrici e ricercatori dell’ISPRA in questi giorni di  festa e all’intero Paese per il prezioso contributo da loro fornito allo  sviluppo. La valorizzazione delle competenze scientifiche in ambito ambientale  può sviluppare la <em>green economy</em> ed  essere un valido antidoto alla recessione  globale in corso&#8221;.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sinistra Ecologia e Libertà incontra i lavoratori dell&#8217;Ispra &#8211; il video dell&#8217;incontro</title>
		<link>http://www.sinistraecologialiberta.it/vetrina/sinistra-ecologia-e-liberta-incontra-i-lavoratori-dellispra/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 12:42:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questa mattina una delegazione di Sinistra Ecologia e Libertà composta da Umberto Guidoni, astronauta ed esponente del Coordinamento Nazionale di SEL, e da Marco Furfaro, del coordinamento regionale di SEL Lazio, ha fatto visita ai lavoratori dell&#8217;Ispra che dal 24 novembre presidiano il tetto dell&#8217;istituto per protesta contro il previsto licenziamento di 200 persone.Sinistra e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina una delegazione di Sinistra Ecologia e Libertà composta da Umberto Guidoni, astronauta ed esponente del Coordinamento Nazionale di SEL, e da Marco Furfaro, del coordinamento regionale di SEL Lazio, ha fatto visita ai lavoratori dell&#8217;Ispra che dal 24 novembre presidiano il tetto dell&#8217;istituto per protesta contro il previsto licenziamento di 200 persone.<span id="more-1016"></span>Sinistra e Libertà, già qualche mese fa, aveva manifestato al fianco dei lavoratori dell&#8217;Ispra, chiedendo al governo di stabilizzare i 430 precari che rischiavano di perdere il lavoro. Negli ultimi giorni, al contrario, la situazione è notevolmente peggiorata, costringendo i lavoratori a salire sul tetto dell&#8217;istituto per manifestare le loro legittime proteste.</p>
<p>Adesso per recuperare quel capitale umano che il nostro paese non può permettersi di perdere, serve una trattativa vera tra le parti e, sopratutto, un passo indietro del governo.</p>
<p>Un passo indietro necessario per due ordini di ragioni, la prima è che bisogna valorizzare la risorse umane legate al mondo della ricerca, già troppo svilito dalle politiche di questo governo. In secondo luogo, mettere alla porta tanti ricercatori significa che l&#8217;Italia vedrà messa in discussione l&#8217;ottemperanza ad una serie di norme in campo ambientale stabilite a livello europeo.</p>
<p>Si tratta di una situazione inaccettabile per un Paese che guarda al futuro. Il rilancio della ricerca italiana deve passare, necessariamente, per la valorizzazione del fattore umano, a cominciare proprio dai ricercatori precari, lavoratori qualificati che svolgono la loro attività professionale in un perenne stato di insicurezza.</p>
<p><strong>Il video dell&#8217;incontro</strong></p>
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<a class="trk" style="padding: 2px 0px 4px; display: block; width: 320px; font-weight: normal; font-size: 10px; text-decoration: underline; text-align: center;" href="http://www.justin.tv/s/em/mbUbRdc/precariispra">Watch live video from Precari ISPRA on Justin.tv</a></p>
<p><strong>Sito internet</strong></p>
<p><a href="http://www.nonsparateallaricerca.org/">http://www.nonsparateallaricerca.org/</a></p>
<p><a href="http://precariispra.blogspot.com/">http://precariispra.blogspot.com/</a></p>
<p><strong>Firma la petizione:</strong> <a href="http://www.firmiamo.it/nonsparateallaricerca">http://www.firmiamo.it/nonsparateallaricerca</a></p>
<p><strong>Il video &#8220;Non sparate sulla ricerca&#8221;</strong></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/BPLRIfalRhw" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/BPLRIfalRhw"></embed></object></p>
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		<title>Guidoni (SL), ISPRA: inascoltato l&#8217;appello di Napolitano</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 21:05:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati stampa]]></category>
		<category><![CDATA[guidoni]]></category>
		<category><![CDATA[precari]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra e libertà]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra ecologia e libertà]]></category>

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		<description><![CDATA[INASCOLTATO L’APPELLO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA,DA GELMINI E BRUNETTA PROCLAMI BEFFARDI SUL MERITO E SULLA RICERCA SL A FIANCO DELLE BATTAGLIE DEI PRECARI DELLA RICERCA Dopo i licenziamenti dei precari dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), arrivano quelli dei ricercatori dell’ISPRA. 250 giovani ricercatori hanno ricevuto la lettera di licenziamento e altrettanti sono in procinto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: 10pt;">INASCOLTATO L’APPELLO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA,</span></strong><strong><span style="font-size: 10pt;">DA GELMINI E BRUNETTA PROCLAMI BEFFARDI SUL MERITO E SULLA RICERCA </span></strong></p>
<div><strong><span style="font-size: 10pt;">SL A FIANCO DELLE BATTAGLIE DEI PRECARI DELLA RICERCA </span></strong></div>
<div><strong><span style="font-size: 10pt;"><br />
</span></strong></div>
<div><span style="font-size: 11pt;">Dopo i licenziamenti dei precari dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), arrivano quelli dei ricercatori dell’ISPRA. 250 giovani ricercatori hanno ricevuto la lettera di licenziamento e altrettanti sono in procinto di riceverla entro la fine dell’anno. In tutto una decurtazione del 40% della forza lavoro e probabilmente l’espulsione della totalità delle nuove leve. </span></div>
<div><span style="font-size: 11pt;">Lo afferma <strong>Umberto Guidoni</strong>, del <strong>Coordinamento Nazionale</strong> di <strong>Sinistra Ecologia Libertà</strong>.</span></div>
<div><span style="font-size: 11pt;">E’ la risposta – prosegue l’esponente di SL &#8211;  del governo all’appello del Presidente Napolitano sulla valorizzazione della ricerca. Ancora una volta le esigenze di cassa vengono anteposte alla qualità della investigazione scientifica. </span></div>
<div><span style="font-size: 11pt;">Suonano beffardi i proclami di Brunetta e della Gelmini sulla meritocrazia e sulla valorizzazione delle competenze. </span></div>
<div><span style="font-size: 11pt;">Il Governo penalizza la ricerca pubblica ed umilia le ambizioni dei giovani ricercatori. </span></div>
<div><span style="font-size: 11pt;">Una scelta ideologica che reca grave danno alle prospettive future del nostro Paese. </span></div>
<div><strong><span style="font-size: 11pt;">Sinistra, Ecologia Libertà</span></strong><span style="font-size: 11pt;"> &#8211; conclude Guidoni &#8211; è solidale con i ricercatori licenziati ed è al fianco delle battaglie dei precari della ricerca.</span></div>
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