Ci risiamo. Abbiamo cambiato premier, abbiamo un nuovo governo tecnico, ministri con una lista impressionante di titoli accademici e di lauree “honoris causa”, ma la musica resta la stessa. L’università non funziona a dovere? Aboliamo il valore legale del titolo di studio, una risposta che appare in perfetta continuità con la ferrea logica dell’era berlusconiana: se i processi durano troppo, accorciamo la prescrizione.
Se non fosse la tragica rappresentazione di un’epoca in cui la politica ha abdicato al suo ruolo, come plasticamente ci mostra la cronaca giornaliera e l’esistenza stessa del governo Monti, sarebbe un ottimo canavaccio per uno spettacolo di cabaret.
Insomma i mali decennali dell’università italiana si curano con le “agenzie di rating”, immaginando una tripla A, provo a indovinare, per l’università Bocconi e, magari, un’inevitabile retrocessione in serie B, anche qui mi avventuro in una previsione, per le università del sud.
Così muore la politica, l’idea stessa di trasformazione della società, di progetto di cambiamento e di speranza di emancipazione sociale. Così si fotografa una realtà, peraltro determinata dagli errori della politica, e la si spaccia come verità immutabile: le università sono diverse e alcune lauree e specializzazioni sono più facili da ottenere. Perfino la Gelmini lo aveva capito, nonostante la sua idiosincrasia per i neutrini.
Dunque “tolleranza zero” per i furbetti, ex ministri esclusi, che vogliono prendersi un “pezzo di carta” magari per entrare nell’amministrazione pubblica. Aboliamo il valore legale e il problema è risolto. Mi verrebbe da chiedere e i diplomifici? I vari CEPU di cui la precedente maggioranza tesseva le lodi? Non sarebbe meglio cominciare dalla verifica dell’offerta formativa delle scuole e università private? Ma ormai il buon senso non abita più in questo paese.
Vorrei ribaltare, invece, il ragionamento del governo ed uscire dalle dispute ideologiche di chi parla di modernità, avendo in mente le ricette del secolo scorso. Parlare di centri di eccellenza, di valorizzazione del merito, fa molto “moderno” ma risulta un inutile esercizio di stile se non si chiarisce che l’eccellenza si raggiunge partendo da un tessuto sociale dove ci sono saperi diffusi, una scuola pubblica di qualità e un sistema formativo con professori motivati e valorizzati.
In un paese in cui il sistema universale di istruzione pubblica è stato smantellato, con tagli di decine di miliardi e con la precarizzazione di un’intera generazione di docenti, la priorità dovrebbe essere evidente a tutti: occorre urgentemente un massiccio programma di investimenti per rilanciare il sistema pubblico di istruzione e formazione di questo paese, per ridare concretezza al diritto allo studio sancito nella Costituzione, per dare slancio ad un diverso modello di sviluppo.
Questa sarebbe stata una “svolta epocale”, un progetto coraggioso e nobile a cui questo governo di professori poteva legare il proprio nome e il proprio destino.
Cimentarsi con vecchie ricette ideologiche, appare francamente una compito scopiazzato, un obiettivo mediocre che, forse, poteva andar bene per la vecchia compagine governativa. Significa non avere consapevolezza della gravità dei problemi, come Maria Antonietta che, di fronte agli sconvolgimenti della rivoluzione francese, affermava tranquillamente: «Se non hanno il pane dategli le brioches».
Umberto Guidoni
LA LETTURA DEI GIORNALI
La lettura dei giornali rimane la preghiera dell’uomo moderno, il momento più significativa del confronto con le idee degli altri al di fuori dal frastuono ridondante della canea televisiva e dall’ansia comunicativa del web, strumenti che pure siamo costretti a usare per relazionarci con il mondo.
Con questo spirito mi sono accinto anche oggi a sfogliare le pagine dei principali quotidiani italiani che ancora, ostinatamente, compro all’edicola rifiutandomi di consultarli on-line: una fredda mattinata di gennaio che conciliava la concentrazione sulle parole scritte.
Ho trovato, inavvertitamente, risaltare l’idea di questa nuova Italia messa in piedi dopo l’ubriacatura populista degli anni scorsi: un’Italia dominata davvero da un’élite, fredda, determinata, che ha in mente soprattutto ed essenzialmente la conservazione del potere per la propria casta di lontani e d’intoccabili, non più la “casta” arraffona e sconclusionata dei presunti “nominati” dal popolo, ma una sorta di “governo dei filosofi”, di nuovi mandarini, algidi chirurghi della dinamica sociale.
L’impressione più netta, in questo senso, si ricava dall’intervista di un professore, che si cimenta talvolta anche a scrivere editoriali scendendo provvisoriamente dal suo empireo, sul tema del riconoscimento legale del titolo di studio anzi della laurea, unico titolo di studio degno di essere riconosciuto come tale (le fatiche del maestro Manzi per insegnare a tutta l’Italia a leggere e a scrivere, il lavoro di formidabile acculturazione collettiva compiuto dai grandi partiti di massa nell’Italia del dopoguerra, la scuola media unica e l’accesso libero alle facoltà universitarie appaiono ormai spettri lontani della ricerca di un dannoso egualitarismo culturale).
Ebbene due passaggi di quell’intervista sono significativi.
Laddove si sostiene che la prima domanda da rivolgere a un laureato è: dove ti sei laureato? Presupponendo la risposta in Serie A, o B o C? Come se la scelta dipendesse dal merito o non dalle opportunità di partenza, dalle disponibilità logistiche, dalle condizioni economiche della famiglia, dalla posizione sociale di papà, insomma da tutte quelle che cose che sappiamo, che compongono materialmente le scelte dei nostri giovani, ben al di là della bravura soggettiva.
Si torna, quindi, alla distinzione di classe fin dentro l’Università, figuriamoci fuori nella concezione della idea del feroce darwinismo sociale che anima queste persone.
Senza contare il disprezzo che si esprime, sempre nelle parole di questo professore, per i vigili urbani che si iscrivono a scienze politiche e magari, aggiungo, anche per le bidelle che si laureano in psicologia.
Il secondo passaggio può essere così virgolettato “Il governo decida, non stia a sentire la gente”. E’ inutile commentare la concezione della democrazia che emerge da questa affermazione.
Dalla crisi emerge così questo nuovo notabilitato che ha preso in mano le redini del Paese guardando all’Europa dei tecnocrati, non tenendo in alcun conto la fatica del popolo, di chi suda il proprio lavoro, di chi cerca di ritrovare una propria dignità sociale nello studio: l’idea appare proprio quella di un’Italia divisa tra un ceto assiso, per meriti imperscrutabili, sulla loggia del potere e un’Italia situata in basso, china all’opra tacendo, senza possibilità di risalire, far sentire la propria voce, esprimere l’aspirazione alla solidarietà e all’eguaglianza.
Un’Italia senza voce e volto, dominata da una corte di professori in toga che decidono senza interrogare.
Su questo stato di cose, molto concreto, la sinistra italiana non ha nulla da opporre se non un chiassoso movimentismo o un pallido appoggio per tentare di mantenere comunque una fetta di apparente potere da spartire al tavolo dei nuovi dominatori?
Forse sarebbe il caso di ragionare nuovamente in termini di “classe”, perché da qualunque parte la si rigiri di questo trattasi, almeno fino a prova contraria.
Grazie per l’attenzione
Savona, li 28 gennaio 2012 Franco Astengo