A volte ritornano

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Ci risiamo. Abbiamo cambiato premier, abbiamo un nuovo governo tecnico, ministri con una lista impressionante di titoli accademici e di lauree “honoris causa”, ma la musica resta la stessa. L’università non funziona a dovere? Aboliamo il valore legale del titolo di studio, una risposta che appare in perfetta continuità con la ferrea logica dell’era berlusconiana: se i processi durano troppo, accorciamo la prescrizione.

Se non fosse la tragica rappresentazione di un’epoca in cui la politica ha abdicato al suo ruolo, come plasticamente ci mostra la cronaca giornaliera e l’esistenza stessa del governo Monti, sarebbe un ottimo canavaccio per uno spettacolo di cabaret.

Insomma i mali decennali dell’università italiana si curano con le “agenzie di rating”, immaginando una tripla A, provo a indovinare, per l’università Bocconi e, magari, un’inevitabile retrocessione in serie B, anche qui mi avventuro in una previsione, per le università del sud.

Così muore la politica, l’idea stessa di trasformazione della società, di progetto di cambiamento e di speranza di emancipazione sociale. Così si fotografa una realtà, peraltro determinata dagli errori della politica, e la si spaccia come verità immutabile: le università sono diverse e alcune lauree e specializzazioni sono più facili da ottenere. Perfino la Gelmini lo aveva capito, nonostante la sua idiosincrasia per i neutrini.

Dunque “tolleranza zero” per i furbetti, ex ministri esclusi, che vogliono prendersi un “pezzo di carta” magari per entrare nell’amministrazione pubblica. Aboliamo il valore legale e il problema è risolto. Mi verrebbe da chiedere e i diplomifici? I vari CEPU di cui la precedente maggioranza tesseva le lodi? Non sarebbe meglio cominciare dalla verifica dell’offerta formativa delle scuole e università private? Ma ormai il buon senso non abita più in questo paese.

Vorrei ribaltare, invece, il ragionamento del governo ed uscire dalle dispute ideologiche di chi parla di modernità, avendo in mente le ricette del secolo scorso. Parlare di centri di eccellenza, di valorizzazione del merito, fa molto “moderno” ma risulta un inutile esercizio di stile se non si chiarisce che l’eccellenza si raggiunge partendo da un tessuto sociale dove ci sono saperi diffusi, una scuola pubblica di qualità e un sistema formativo con professori motivati e valorizzati.

In un paese in cui il sistema universale di istruzione pubblica è stato smantellato, con tagli di decine di miliardi e con la precarizzazione di un’intera generazione di docenti, la priorità dovrebbe essere evidente a tutti: occorre urgentemente un massiccio programma di investimenti per rilanciare il sistema pubblico di istruzione e formazione di questo paese, per ridare concretezza al diritto allo studio sancito nella Costituzione, per dare slancio ad un diverso modello di sviluppo.

Questa sarebbe stata una “svolta epocale”, un progetto coraggioso e nobile a cui questo governo di professori poteva legare il proprio nome e il proprio destino.

Cimentarsi con vecchie ricette ideologiche, appare francamente una compito scopiazzato, un obiettivo mediocre che, forse, poteva andar bene per la vecchia compagine governativa. Significa non avere consapevolezza della gravità dei problemi, come Maria Antonietta che, di fronte agli sconvolgimenti della rivoluzione francese, affermava tranquillamente: «Se non hanno il pane dategli le brioches».

Umberto Guidoni

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Franco Astengo 1 febbraio 2012 - 10:44

LA LETTURA DEI GIORNALI
La lettura dei giornali rimane la preghiera dell’uomo moderno, il momento più significativa del confronto con le idee degli altri al di fuori dal frastuono ridondante della canea televisiva e dall’ansia comunicativa del web, strumenti che pure siamo costretti a usare per relazionarci con il mondo.
Con questo spirito mi sono accinto anche oggi a sfogliare le pagine dei principali quotidiani italiani che ancora, ostinatamente, compro all’edicola rifiutandomi di consultarli on-line: una fredda mattinata di gennaio che conciliava la concentrazione sulle parole scritte.
Ho trovato, inavvertitamente, risaltare l’idea di questa nuova Italia messa in piedi dopo l’ubriacatura populista degli anni scorsi: un’Italia dominata davvero da un’élite, fredda, determinata, che ha in mente soprattutto ed essenzialmente la conservazione del potere per la propria casta di lontani e d’intoccabili, non più la “casta” arraffona e sconclusionata dei presunti “nominati” dal popolo, ma una sorta di “governo dei filosofi”, di nuovi mandarini, algidi chirurghi della dinamica sociale.
L’impressione più netta, in questo senso, si ricava dall’intervista di un professore, che si cimenta talvolta anche a scrivere editoriali scendendo provvisoriamente dal suo empireo, sul tema del riconoscimento legale del titolo di studio anzi della laurea, unico titolo di studio degno di essere riconosciuto come tale (le fatiche del maestro Manzi per insegnare a tutta l’Italia a leggere e a scrivere, il lavoro di formidabile acculturazione collettiva compiuto dai grandi partiti di massa nell’Italia del dopoguerra, la scuola media unica e l’accesso libero alle facoltà universitarie appaiono ormai spettri lontani della ricerca di un dannoso egualitarismo culturale).
Ebbene due passaggi di quell’intervista sono significativi.
Laddove si sostiene che la prima domanda da rivolgere a un laureato è: dove ti sei laureato? Presupponendo la risposta in Serie A, o B o C? Come se la scelta dipendesse dal merito o non dalle opportunità di partenza, dalle disponibilità logistiche, dalle condizioni economiche della famiglia, dalla posizione sociale di papà, insomma da tutte quelle che cose che sappiamo, che compongono materialmente le scelte dei nostri giovani, ben al di là della bravura soggettiva.
Si torna, quindi, alla distinzione di classe fin dentro l’Università, figuriamoci fuori nella concezione della idea del feroce darwinismo sociale che anima queste persone.
Senza contare il disprezzo che si esprime, sempre nelle parole di questo professore, per i vigili urbani che si iscrivono a scienze politiche e magari, aggiungo, anche per le bidelle che si laureano in psicologia.
Il secondo passaggio può essere così virgolettato “Il governo decida, non stia a sentire la gente”. E’ inutile commentare la concezione della democrazia che emerge da questa affermazione.
Dalla crisi emerge così questo nuovo notabilitato che ha preso in mano le redini del Paese guardando all’Europa dei tecnocrati, non tenendo in alcun conto la fatica del popolo, di chi suda il proprio lavoro, di chi cerca di ritrovare una propria dignità sociale nello studio: l’idea appare proprio quella di un’Italia divisa tra un ceto assiso, per meriti imperscrutabili, sulla loggia del potere e un’Italia situata in basso, china all’opra tacendo, senza possibilità di risalire, far sentire la propria voce, esprimere l’aspirazione alla solidarietà e all’eguaglianza.
Un’Italia senza voce e volto, dominata da una corte di professori in toga che decidono senza interrogare.
Su questo stato di cose, molto concreto, la sinistra italiana non ha nulla da opporre se non un chiassoso movimentismo o un pallido appoggio per tentare di mantenere comunque una fetta di apparente potere da spartire al tavolo dei nuovi dominatori?
Forse sarebbe il caso di ragionare nuovamente in termini di “classe”, perché da qualunque parte la si rigiri di questo trattasi, almeno fino a prova contraria.
Grazie per l’attenzione
Savona, li 28 gennaio 2012 Franco Astengo

Luca_mrc 30 gennaio 2012 - 10:16

Dott. Guidoni,
la posizione espressa nell’articolo è sicuramente condivisibile, ma parlando di politiche nel settore dell’istruzione e del fenomeno della permanenza eccessiva all’interno del sistema formativo penso ad un paio di interventi che potrebbero sicuramente contribuire ad “alleggerire” il numero degli stuenti ritardatari. Se da una parte c’è sicuramente il problema dei tagli eccessivi alle risorse destinate agli atenei, dall’altra vi è come conseguenza la riduzione degli appelli per sessione che sicuramente non agevola gli studenti a tempo pieno e certamente penalizza gli studenti lavoratori. Pur nel mantenimento della semestralizzazione non sarebbe male re-introdurre una frequenza di sessioni d’esame più alta rispetto a quella attuale: almeno ogni 40 giorni. Nella realtà universitaria che conosco come studente lavoratore, una sessione d’esame a semestre con due soli appelli e calendarizzazione stretta in una settimana, non solo non agevola, ma costituisce ostacolo alla programmazione dello studio e incrementa la permanenza nella struttura.

Inoltre il sistema 3 + 2 ha evidenziato tutti i suoi limiti. Avendo vissuto la realtà del passaggio dal “vecchio” ordinamento 504/1999 al 270/2004, come studenti abbiamo avuto modo di constatare quanto poca fosse la differenza in termini di articolazione dei programmi e percorsi formativi fra il sistema a 5 e quello a 9 crediti. A presunto peso specifico minore in termini di previsione d’impegno e dimensione dei programmi attribuito agli insegnamenti del 504 non corrispondeva la realtà che è, invece, quella di una brevissima distanza sia rispetto al “vecchissimo” ordinamento che a quello attuale, in contrasto con l’obiettivo “riformatore” di quel meccanismo. Sarebbe molto più efficace una rivisitazione del vecchissimo ordinamento (pre 504) con una rielaborazione dei percorsi formativi rendendoli maggiormente aderenti alla realtà contemporanea.

Questi due elementi impongono necessariamente una riflessione sull’ordinamento universitario e sulle esigenze di finanziamento delle strutture, cui le dinamiche descritte sembrerebbero aderire.

L.

Luca_mrc 30 gennaio 2012 - 10:16

Dott. Guidoni,
la posizione espressa nell’articolo è sicuramente condivisibile, ma parlando di politiche nel settore dell’istruzione e del fenomeno della permanenza eccessiva all’interno del sistema formativo penso ad un paio di interventi che potrebbero sicuramente contribuire ad “alleggerire” il numero degli stuenti ritardatari. Se da una parte c’è sicuramente il problema dei tagli eccessivi alle risorse destinate agli atenei, dall’altra vi è come conseguenza la riduzione degli appelli per sessione che sicuramente non agevola gli studenti a tempo pieno e certamente penalizza gli studenti lavoratori. Pur nel mantenimento della semestralizzazione non sarebbe male re-introdurre una frequenza di sessioni d’esame più alta rispetto a quella attuale: almeno ogni 40 giorni. Nella realtà universitaria che conosco come studente lavoratore, una sessione d’esame a semestre con due soli appelli e calendarizzazione stretta in una settimana, non solo non agevola, ma costituisce ostacolo alla programmazione dello studio e incrementa la permanenza nella struttura.

Inoltre il sistema 3 + 2 ha evidenziato tutti i suoi limiti. Avendo vissuto la realtà del passaggio dal “vecchio” ordinamento 504/1999 al 270/2004, come studenti abbiamo avuto modo di constatare quanto poca fosse la differenza in termini di articolazione dei programmi e percorsi formativi fra il sistema a 5 e quello a 9 crediti. A presunto peso specifico minore in termini di previsione d’impegno e dimensione dei programmi attribuito agli insegnamenti del 504 non corrispondeva la realtà che è, invece, quella di una brevissima distanza sia rispetto al “vecchissimo” ordinamento che a quello attuale, in contrasto con l’obiettivo “riformatore” di quel meccanismo. Sarebbe molto più efficace una rivisitazione del vecchissimo ordinamento (pre 504) con una rielaborazione dei percorsi formativi rendendoli maggiormente aderenti alla realtà contemporanea.

Questi due elementi impongono necessariamente una riflessione sull’ordinamento universitario e sulle esigenze di finanziamento delle strutture, cui le dinamiche descritte sembrerebbero aderire.

L.

Maurizio 29 gennaio 2012 - 17:33

Per Paolo Bianchi: sul fatto che LUISS e Bocconi siano ottime università non ci metterei la mano sul fuoco.

Maurizio 29 gennaio 2012 - 17:32

Persone intelligenti, o meglio, persone che hanno a cuore lo Stato e non gli interessi di bocconiani e confindustriali, proporrebbero e lavorerebbero affinché le università pubbliche italiane siano tutte allo stesso livello (ovviamente lavorando al rialzo). Ma questi pretendono che la mia laurea valga di meno della loro perché un’agenzia di valutazione non meglio identificata decide così. Agenzia di cui poi fanno parte guarda caso degli accademici le cui università stanno fra le “virtuose”…

Paolo Bianchi 29 gennaio 2012 - 13:52

Giusto verificare la bontà in primis delle università private: la Bocconi o la LUISS (anche se forse ideologiche nel loro liberismo e per questo pessime…) sono certamente ottime università. Molte altre no (Lumsa?).
Poi pero’ verificare anche la bontà di quelle pubbliche e di varie pubbliche del Sud che effettivamente formano meno. Questo e’ indubbio.
Superiamo il modello pubblico = buono e privato = cattivo (o viceversa)… “spulciamole” una ad una… Facoltà per facoltà… Altrimenti sarebbero tutte chiacchiere ideologiche.

Francesco P. 29 gennaio 2012 - 11:08

Mi ha decisamente seccato questa caccia alle streghe pugliesi: la regione Puglia viene descritta come Sodoma o Gomorra, e Vendola come colui che mantiene lo status quo. Ora tutti apprendo che tutti i dirigenti hanno false lauree..ma basta con queste balle!
Inviterei questi paladini dell’etica a fare un salto in Lombardia, regione in cui Formigoni domina: qui, essere di CL è un valore aggiunto, non c’è laurea che tenga, il posto di lavoro lo trovi subito. Persino le agenzie di collocamento private (tipo: Adecco, ecc..) raccolgono personale “segnalato”: io faccio un favore all’azienda che mi segnala qualcuno, e questa mi fa il favore di continuare ad utilizzarmi come suo reclutatore. Capisco che Vendola faccia meno paura di Formigoni, capisco anche il razzismo strisciante che fa immaginare il Sud come luogo delle clientele, e il Nord come quello che funziona alla perfezione, ma ricordo i recenti arresti per mafia tra gli assessori del pio Formigoni…
Ho paura che questa proposta di Monti e del suo governo di professori del Nord, non farà altro che seguire la falsa opinione delle università meridionali descritte come dei laureifici, e di quelle settentrionali viste come poli di eccellenza: spesso è esattamente il contrario…
Sarebbe stato meglio mettere le mani sulla formazione privata, sia quella universitaria, sia quella postuniversitaria-ad esempio, quella cui devono sottoporsi i docenti per guadagnare punteggi in graduatoria: falsi corsi di formazione, superati pagando 600-700 Euro,in cambio di 3 punti (che fanno la differenza)in graduatoria. Indovinate chi sta dietro questi corsi? Proprio la Compagnia delle Opere,cioè CL!
Sarebbe stato meglio, inoltre, considerare i corsi universitari prima e dopo l’autonomia: probabilmente, si sarebbe notata la scarsa qualità legata alle necessità delle università di accaparrarsi studenti pur di sopravvivere…

Carlo 29 gennaio 2012 - 00:28

provate a guardare tra i pseudo dirigenti della Regione Puglia, le lauree raccattate con i “crediti” accumulati grazie a documentazioni rilasciate dalla stessa Regione: La cosa funziona così: Il funzionario rilascia la documentazione che viene presentata alla università e con qualche esame si ottiene la laurea. La stessa laurea servirà poi a far carriera nella Regione. Un bel meccanismo che la corte dei conti ha bocciato retrocedendo decine di funzionari illegittimamente promossi. Ma Vendola si sta facendo in quattro per assicurare a questa gente ciò che la giustizia contabile ha negato. Naturalmente tutto a spese dei cittadini che si son già visti lievitare le imposte regionali. Vendola è il mago della parola che oscura i fatti reali. Il Berlusconi della sinistra, diciamo.

Alfredo 28 gennaio 2012 - 19:11

Quanto siete bravi voi … tutti veri comunisti … tutti con la Laurea con il pezzo di carta (magari preso a delle età improbabile) che fa felice papà operaio, e poi non te ne fai nulla perché le aziende se ne fregano…. perché l’università di Foggia (giusto per dirne una) è semplicemente un ricettacolo di clientele … e dovrebbe chiudere domani …………
Quando leggo queste cose mi viene da spensare siamo tutti degli sfigati…

Maurizio Salamone 28 gennaio 2012 - 18:54

Proposte come queste mi fanno sentire un imbecille….
Io che pur di laurearmi, pur di completare il mio percorso di studi rallentato dai problemi economici della mia famiglia, dalla necessità di un lavoro, dall’arrivo di una bellissima bimba, ho fatto le nottate….
Oggi sono laureato con 110 lode/110 in Sc. della Com., il mio lavoro non c’entra nulla con il mio percorso di studi ma spero ancora di mettere in pratica ciò che ho studiato con fatica e sacrifici.
Mi sono laureato a 35 anni e sono pure uno “sfigato”!!!!

Cosimo De Nitto 28 gennaio 2012 - 18:11

Anna Amaria Di Miscio scrive “di fatto l’abolizione del valore legale del titolo studio potrebbe, sì, avere effetti positivi sulla qualità della formazione”.
Come si può affermare ciò, come si può dimostrare? Mi torna alla memoria il teorema gelminiano secondo cui se si diminuivano le risorse alla scuola aumentava di conseguenza la qualità dell’istruzione. (Boh!)
Se la motivazione è il motore che spinge alla ricerca, allo studio, all’applicazione, al rigore e fa compiere sacrifici che altrimenti l’uomo non farebbe, cosa mai dovrebbe spingere i giovani a studiare per conseguire un titolo che non ha valore legale, non serve a niente, quanto meno non serve a collocarsi nel mercato del lavoro? Crollerebbero gli iscritti all’università, crollerebbe il numero dei laureati nel quale abbiamo già un triste primato. Abbiamo la maglia nera in Europa, siamo l’ultimo paese per numero di laureati nonostante gli ammonimenti dell’Eurostat e della Commissione Europea.
http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/scuola_e_universita/servizi/universita-2009-1/numero-lauree/numero-lauree.html

Cosimo De Nitto 28 gennaio 2012 - 17:33

Anna Amaria Di Miscio. “l’abolizione del valore legale del titolo studio potrebbe, sì, avere effetti positivi sulla qualità della formazione…” sulla base di quali certezze, ipotesi, deduzioni, attese, dimostrazioni si può affermare questo? Piuttosto chiediamoci: perché mai dovrebbe studiare un giovane, frequentare la secondaria superiore, l’università, spendere tempo, soldi, fatica, affrontare disagi da fuori sede, rimandare l’ingresso nel mondo del lavoro, pesare sulle spalle della famiglia se il titolo che conseguirà non servirà a niente? Con quali motivazioni studierà, visto che la motivazione è la molla primaria che spinge alla conoscenza, al rigore, all’impegno? L’Italia è all’ultimo posto come percentuale di laureati in Europa e la Commissione Europea ci fa presente che bisogna uscire da questo triste primato.
http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/scuola_e_universita/servizi/universita-2009-1/numero-lauree/numero-lauree.html

E poi, per il CEPU dovremmo eliminare il valore legale del titolo di studio? Basta eliminare il CEPU, si fa prima, e si qualifica la scuola e l’università.

Anna Amaria Di Miscio 28 gennaio 2012 - 16:26

abolire il valore legale del titolo di studio, in particolare la laurea, sarebbe, o vorrebbe essere, la fine di vari “cepu” che hanno fatto la loro fortuna sul valore del certificato di laurea, cmq sia, anche in assenza di un percorso formativo, di un apprendimento dei fondamentali di una disciplina…. e dall’altra parte quel che conta nell’immaginario collettivo, putroppo, non è tanto sapere e saper fare qualcosa di qualcosa, quanto piuttosto avere in mano una carta bollata (laurea) che consente l’accesso a questo o a qual concorso pubblico.
in questo quadro, onestamente, non so che dire.
di fatto l’abolizione del valore legale del titolo studio potrebbe, sì, avere effetti positivi sulla qualità della formazione, scoraggiare scappatoie facili, veloci, la corsa al certificato che attesta in assenza totale di peso e spessore, ma imprevisti, imprevedibili, possono essere altri e inaspettati esiti. io direi di sperimentare per 2 o 3 anni in una sorta di laboratorio (una provincia o una regione pr esempio)l’abolizione del valore legale e verificare che succede.

Gianna 28 gennaio 2012 - 16:24

Vorrei chiosare con la notizia appena appresa che quel simpaticone del viceministro Martone, si presentò ad un concorso a cattedra presso l’Ateneo di Siena con UNA SOLA PUBBLICAZIONE!!!
Un po’ raccomandatino?

Cosimo De Nitto 28 gennaio 2012 - 15:34

Ahi, mi scappa la similitudine!
Profumo mi ricorda la favola dell’asino di Buridano, chiedo scusa per l’irriverente accostamento. Mettiamo che il ministro sia l’asino, per pura ipotesi nel suo caso, non nel caso della sua predecessore/a, e che, affamato (bisognoso di fare qualcosa di utile per la scuola e l’università), si ritrovi da un lato un mucchio di fieno (migliorare il funzionamento, la qualità, elevare competenze, standard, compatibilità con il sistema produttivo, valorizzare la formazione e l’istruzione, valorizzare gli insegnanti e la valutazione di tutto, processi e prodotti, ecc.), dall’altro lato un mucchio di fieno (diminuzione degli anni di studio, abolizione del valore legale del titolo di studi ecc.). Il povero ministro non è un asino, ma come l’asino rischia di morire…digiuno.

Laradman 28 gennaio 2012 - 14:36

Sono d’accordo con Alfredo. Non è con il valore legale di lauree che non valgono niente che si dà a tutti le stesse opportunità. le opportunità si danno dando strumenti misurabili. Ci sono università che succhiano soldi nostri assolutamente per niente, soldi che potrebbero utilmente essere sfruttati per migliorare l’istruzione ai livelli precedenti. Università che non danno opportunità agli studenti, ma solo ai professori da piazzare

Francesco 28 gennaio 2012 - 13:50

Penso che smetterò di contribuire,chiuderò la mia impresa artigiana e diverrò improduttivo.Perchè mai contribuire a uno Stato che schiavizza i suoi cittadini?Perchè mai mantenere al loro posto grassi burocrati di Stato con stipendi che umiliano ogni lavoratore?Perchè mai essere contribuente di uno Stato che attraverso un apparato burocratico brucia ogni risorsa per una diversa e possibile socialità culturale condivisa?

Francesco 28 gennaio 2012 - 13:39

Da tutto quel che ho potuto capire,da decreti fatti in fretta apposta per non far capire,da leggi bollate come assolutamente necessarie,evince solo che io,42enne,dovrò lavorare netti(caso personale)almeno 20 anni più di chi oggi è in pensione..a distanza di una sola generazione.Credetemi,andare in pensione a 69 anni con 638 euro di valore al 2038,questo è il vero dramma di chi oggi contribuisce e produce.

Lore Guidetti 28 gennaio 2012 - 13:39

Abolire il valore legale del titolo di studio vuol dire che conterà quello che hai studiato e non il semplice pezzo di carta che si può anche comprare.
Quindi chi studia sarà avvantaggiato e chi compra gli esami sarà penalizzato.
Mi sembra un’ottima idea !

Filippo Ottone 27 gennaio 2012 - 15:48

Il fatto che la permanenza media nelle università sia troppo elevata è per l’appunto un fatto che andrebbe corroborato da dati statistici per comprenderne i tanti motivi. Gli interventi prodotti negli ultimi anni, anche dai governi amici, ( crediti, laurea breve)sono stati spesso suggeriti e poi gestiti da una vasta parte del mondo accademico e ci hanno portato ad un mezzo disastro. Si devono riprendere le fila del ragionamento complessivo sull’intero ciclo di istruzione.
Per rimanere al problema sollevato brunettinamente dal mezzo ministro si potrebbe ipotizzare il rilascio della maturità a 18 anni al termine del quarto anno delle superiori. Dopo gli studenti potrebbero scegliere tra un anno di preparazione all’indirizzo universitario in cui vorranno iscriversi ( anno da tenere nelle scuole) e studiare solo quelle tre o quattro materie fondamentali. tale misura, ove realizzata ha diminuito significatamente il periodo di permanenza e quindi si sono realizzati notevoli risparmi.
Gli studenti che non volessero andare all’università potrebbero frequentare dei bienni o trienni post maturità ove acquisire una solida preparazione relativa a figure medie del mondo del lavoro inteso in senzo lato e non ristretto come previsto da sua ignoranza la ex ministro gelmini.

Pasquale Videtta 27 gennaio 2012 - 08:11

E’ uno schifo. Non solo significa svalutare anni di studio e di fatiche (per studenti e genitori), ma in questo modo verranno senza dubbio avvantaggiate le università private che aumenteranno gli investimenti (al contrario di quelle pubbliche che ricevono tagli lineari di 8 miliardi di euro) e significherà massacrare il Mezzogiorno, con i giovani del Sud costretti ad emigrazioni di massa per tentare la scalata di un’università “prestigiosa”.

Abolire il valore legale del titolo studio è una misura classista ed elitaria. Oggi un figlio di un imprenditore, un figlio di un commerciante, un figlio di un impiegato (e così via) possono fare Giurisprudenza (ad esempio) sapendo che nel mondo del lavoro (raccomandazioni a parte) saranno valutati non in base al fatto che il primo ha fatto l’università X perché se la poteva permettere mentre il secondo ha fatto l’università Y, ma in base a quello che valgono, proprio perché i loro due titoli di studio hanno lo stesso valore legale. Non cancellate il sogno dell’operaio che vuole il figlio dottore.

Se il problema è “ma ci sono università penose che sfornano laureati che non valgono 100″ allora la soluzione è “si migliorano e si controllano quelle facoltà”, non “si spala merda sulla laurea di chi invece se la merita”. Arrendersi all’evidenza di avere molti atenei scadenti è ammettere la sconfitta dello Stato davanti ad una semplice necessità di riforme. Anziché risolvere il problema, lo si ufficializza?

Mettiamo caso che io sia un cittadino di Foggia. I miei genitori fanno già sacrifici per consentirmi l’accesso all’università di Foggia (ricordo che l’Italia è al terzo posto per tassazione universitaria, 1100 euro all’anno). Mettiamo che che valgano i dati del CENSIS per misurare la qualità di un’università (la Gelmini non ha utilizzato gli invalsi per la ripartizione dei fondi e non c’è scritto da nessuna parte che verranno usati questi [gli invalsi] per misurare le università di serie A e le università di serie B): Foggia è quindicesima su 18 negli atenei medi. Significa che io sarò penalizzato, perché la mia università “non vale”. Allora le cose sono due:
1)Fare pagare ai miei genitori il costo del viaggio, l’affitto e l’università, sobbarcando ulteriori spese e sacrifici;
2)Rinunciare all’università perché i miei genitori non possono garantirmi i fondi necessari.

Il diritto allo studio deve essere universale e non un privilegio per pochi. Non siamo tutti figli di papà.

Mary 26 gennaio 2012 - 19:15

Io come “sinistra” chiederei al Governo il ripristino del valore reale dei titoli di studio, dal diploma specialistico a quello professionale, e della laurea. Negli ultimi 10/15 anni le aziende richiedono la laurea a prescindere…anche se la paga offerta non combacia col titolo richiesto. Si richiede un ottimo inglese anche se devi fare il benzinaio e una esperienza pluriennale che non si capisce dove si può acquisire. Insomma mi sembra ch’è tutta una marea di cose da cambiare.

Giuliano Garavini 26 gennaio 2012 - 18:40

La questione dell’abolizione del valore legale del titolo di laurea è comprensibile solo nell’ottica e come specchio per le allodole dell’aumento esponenziale delle tasse studentesche.
Per chi volesse approfondire la questione segnalo questo link dove si possono trovare una serie di interventi sul merito:
http://coordinamentoprecariuniversita.wordpress.com/2012/01/22/abolire-il-valore-legale-del-titolo-di-studio/

Alfredo 26 gennaio 2012 - 18:23

Io trovo questo discorso molto puerile.
Diciamo la verità che in italia le Università pubbliche si sono moltiplicate nel corso di questi anni, spesso diventano un parcheggio di studenti fuori corso ma che pagano le tasse universiarie per tenere in piedi delle università che servono solo a pagare gli stipendi a professori che non producono nulla. Il tutto togliendo risorse indispensabili ad altre Università pubbliche efficienti.
Noi ci offendiamo se un vice ministro, stra raccomandato, dice che chi si Laurea a 28 anni è uno sfigato.
Però è giusto pure far sapere che si Laurea a 28 anni in Economia, Giurisprudenza, scienza della comunicazione ha delle ridottissime percentuali di probabilità di andare a lavorare in un’azienda perché, con l’abbondanza di laureati che ci sono, non li chiamano neanche a fare un colloquio.
forse è il caso che cambiamo mentalità. Forse è il momento che capiamo che per difendere l’istruzione pubblica dobbiamo mettere fino allo spreco di risorse pubbliche.
Io sono di sinistra e sono per la scuola pubblica, per la sanità pubblica ecc ecc . Ma inorridisco quando vedo gli sprechi che ci sono nel pubblico solo per mantenere Baronie, rendite personali. Non è una questione ideologica, ma una questione mentale che noi Italiani dobbiamo imparare

Nadia 26 gennaio 2012 - 17:48

segnalo un appello contro l’abolizione del valore legale del titolo di studio, questione che sembrerebbe andare all’esame del Consiglio dei Ministri già venerdì (domani).
Il documento può non essere condiviso, ed è ovviamente perfettibile, ma il tempo manca.
Vi invito a sottoscrivere l’appello, se lo ritenete, e a far circolare anche fuori dell’Ateneo.
Le prime adesioni sono prevalentemente di ricercatori: per farlo arrivare a Monti perchè si ricordi che nell’Università italiana non esistono solo Giavazzi, Alesina, e i fratelli Ichino, avremmo bisogno di un numero di sottoscrittori molto più elevato, ed è inutile dire che firme di illustri accademici darebbero maggior visibilità all’appello.
E’ possibile sottoscrivere l’appello al link:
http://laureati.economia.unige.it/SelectSurveyASPAdvanced/TakeSurvey.asp?SurveyID=342765KK3mlKG
oppure a questo secondo link:
https://docs.google.com/document/d/1B094NG8J0XU1ESuXntNsB6DDriuMD1HaKYxFvPGWTGg/edit?hl=en_US
L’abolizione del valore legale del titolo di studio è contro i figli dei lavoratori a favore dei figli di papà che possono permettersi università private. E’ poi contro l’università statale a favore di quelle private. Fioriranno ulteriormente le università telematiche, scadentissime ma che portano molti profitti e poca spesa. I fratelli Ichino hanno il compito di introdurre le peggiori ideologie della desta nella sinistra (modello il “mentitore” Tony Blair).

Marco Possanzini 26 gennaio 2012 - 13:55

L’articolo di Umberto Guidoni è la sintesi eccellente della violenza che si è abbattuta sull’Istruzione Pubblica, sia essa Universitaria, Secondaria o Primaria. Quando il “sultano di Arcore” ha traformato, semplificando dice lui, il Ministero della Pubblica Istruzione in Ministero dell’Istruzione e lo ha affidato prima a Letizia Moratti e poi a Maria Stella Gelmini, il disegno distuttivo è divenuto progressivamente sempre più evidente. Togliere la parola “Pubblica” ha segnato il via alla demolizione dell’istruzione e della cultura. Sono un Ingegnere Meccanico quinquennale, oggi si direbbe “specialistico”, ho studiato in un Ateneo Pubblico della città di Roma e come tantissimi ragazzi ho sudato e non poco prima di raggiungere il titolo di studio. Abolirne il valore legale è un delitto perchè si uccidono, in un sol colpo, tutti i sacrifici fatti. I precedenti Governi Berlusconi hanno finanziato, con soldi pubblici, i vari CEPU e ne hanno portato in Parlamento anche i dirigenti. Università mediatiche, diplomifici con sedi nei posti più “ambigui” del pianeta, queste sono le metastasi da curare e distruggere, e non sarà certo la tripla A della Bocconi o la B+ di qualche Ateneo del Sud che renderanno giustizia a questa violenza culturale. Ad esempio abbiamo l’Onorevole Mario Cutrufo che vanta di essersi laureato nell’Ateneo di Berkley, attenzione non si tratta della celeberrima Università Californiana di Berkeley ma si tratta invece di un Ateneo virtuale il quale vende titoli di studio all’ombra di un nome simile ( manca una “e” fra la “k” e la “l” ) alla blasonata Università statunitense. La Gelmini come Mario Cutrufo, hanno saputo ben sfruttare la demolizione progressiva della cultura e dei saperi. Un paese che non investe nella cultura dei suoi cittadini, che non investe nei saperi, è un paese che non vuole avere un futuro. Abolire il valore legale del titolo di studio significa voler curare un tumore con l’aspirina. Del resto da un banchiere della Bocconi non potevamo aspettarci di più, di meglio. Anche Berlusconi si propose come paladino contro le mafie. Sappiamo bene come è andata. Buon Lavoro e Buona Fortuna a Tutti Noi

Claudio 26 gennaio 2012 - 13:24

ditelo a tutti: c’è un nuovo corso di laurea breve alla bocconi anzi brevissima il cui titolo è “risanamento dell’economia mondiale mediante l’eutanasia di massa” ovviamente vista la semplicità dell’argomento gli sfigati raggiungeranno la laurea prima dei 28 anni basta ammazzare un’ altro sfigato, se poi è pensionato disoccupato o indigente di danno anche la lode!

Cosimo De Nitto 26 gennaio 2012 - 12:21

” occorre urgentemente un massiccio programma di investimenti per rilanciare il sistema pubblico di istruzione e formazione di questo paese, per ridare concretezza al diritto allo studio sancito nella Costituzione, per dare slancio ad un diverso modello di sviluppo.”
E invece:
http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/25/news/fondi_scuole_azzerati-28696764/
E invece:
http://www.corriere.it/politica/12_gennaio_26/la-doppia-poltrona-del-ministro-gian-antonio-stella_77d4d6ae-47ef-11e1-9901-97592fb91505.shtml

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