Alcoa: fuga dalla Sardegna

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Il canovaccio è quello classico degli ultimi anni, tutto inserito nelle dinamiche del liberismo spinto. C’è una multinazionale che chiude in un paese occidentale per delocalizzare stabilimenti e produzione in territori dove tutto costa meno.

E ci sono lavoratori da mandare a casa, foraggiati per un po’ di tempo con la cassa integrazione. Nel caso specifico l’azienda è l’Alcoa, multinazionale statunitense, tra i leader mondiale nella lavorazione dell’alluminio; il territorio da abbandonare è il Sulcis, profondo sud-ovest della Sardegna con un disoccupato su tre fra gli abitanti: dove si producono 100mila tonnellate di alluminio primario l’anno. I lavoratori, duemila tra diretti e dell’indotto. Parliamo solo della Sardegna: a Fusina, in Veneto, la situazione è pressoché la stessa.

C’è il canovaccio classico, e ci sono le variabili. Numerose e non solo economiche. Anzi: la storia dell’Alcoa e di quegli operai – ma anche quella della Vinyls, di Eurallumina, della Rockwool per fare solo qualche esempio tra le 600 aziende sarde in crisi – è tutta fatta di promesse, rinvii e rilanci buoni per far passare il tempo e sfiancare le attese. È il lato politico, questo. Per conferma servirebbe andare a rivedere i filmati della campagna elettorale per le regionali in Sardegna: con il premier Silvio Berlusconi impegnato come non mai a sostenere il proprio candidato Ugo Cappellacci nella corsa contro il presidente uscente Renato Soru. Una battaglia, soprattutto mediatica, in cui il premier vantava le sue amicizie internazionali: buone per evitare la chiusura delle multinazionali presenti nell’isola. «La Sardegna», era lo slogan elettorale, «torna a sorridere». Ci avevano creduto, nel Sulcis: parlano i risultati di quella tornata elettorale.

Tutto appena un anno fa, mica una vita. Cosa ci sia da sorridere, oggi, è presto detto. Niente e, se possibile, anche meno. I lavoratori di Eurallumina vedono la loro cassa integrazione prorogata di un altro anno, la Rockwool chiude i battenti nonostante l’attivo in bilancio, destinazione Croazia. Gli operai della Vinyls occupano da giorni la torre aragonese a Porto Torres.

E l’Alcoa?se ne andrà, quasi certamente. A poco serviranno le azioni eclatanti degli operai come i blocchi sulle principali arterie dell’isola, o l’occupazione dell’aeroporto di Cagliari-Elmas; o il sit-in a Roma sotto Montecitorio in occasione dell’ennesimo vertice tra Governo, Regione, Azienda e Sindacati: con ottocento lavoratori a protestare sotto, per una giornata ed una notte intera, a riscaldarsi con i falò e con tende montate alla buona. Risultato di quella giornata?la richiesta di una sospensione di mezz’ora, da parte della multinazionale, durata invece oltre quattro ore: e il conseguente aggiornamento dell’incontro ad oggi, poi spostato a giovedì in attesa dell’arrivo di uno dei Caporioni americani direttamente da Pittsburgh. A poco è servito anche lo sciopero generale della Sardegna, con 50mila persone in piazza a Cagliari per un corteo lungo oltre due chilometri. Uno sciopero non politico, dicevano i sindacati prima della manifestazione: oggi, a tre giorni dalla straordinaria mobilitazione, il Presidente della Regione non ha ancora convocato le Segreterie confederali per un incontro che vorrebbe essere decisivo. E, puntuale, arriva il richiamo alla massima istituzione Regionale.

Il punto è proprio questo. Nella vicenda Alcoa, come in quella delle altre aziende isolane, si è andati talmente tanto in là che i lavoratori non contano più niente: tutto per inseguire promesse mai mantenute. Eppure il lato umano c’è ancora. Sta tutto nella presa di coscienza di quei lavoratori: «Siamo disperati», dicono, «e sfiniti. Ma, con Alcoa o no, vogliamo tutelare il nostro lavoro e le nostre famiglie e i nostri figli». L’idea, in questa direzione, potrebbe essere l’esproprio degli stabilimenti: la via, in questa direzione, è una proposta di legge nazionale di iniziativa regionale studiata da Luciano Uras, Massimo Zedda e Carlo Sechi, esponenti di Sinistra Ecologia e Libertà in Consiglio regionale.

Intanto, è notizia di oggi, negli stabilimenti del SUlcis arriva qualche tonnellata di materia prima, abbastanza per non fermare gli impianti subito. Ce n’è per 15 giorni. Troppo pochi pure per abbozzarlo, quel sorriso.

Marco Murgia

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Alfonso Di Tullio 10 febbraio 2010 - 00:09

come si fà a non condividere questa esposizione
la cosa che mi lascia molto perplesso è una sola,come mai una crisi finanziaria ha collassato un sistema produttivo Europeo solido
e abbastanza in crescita a detta degli economisti studiosi del settore,sè la crisi ha avuto origine finanziarie cosa c’entra il povero operaio,il muratore, il contadino,il pensionato,il pescatore,la casalinga etc,etc.ra
in tutto questo marasma,che si chiama bolla speculativa?le classi dirigenti europee e mondiali come mai tacciono o fanno finta di non capire da dove arriva la malattia,forse è proprio vero quello che qualcuno ha detto:i politici sono i vassalli dei banchieri,
sè difronte a questo disastro economico e sociale non si ha la forza di regolamentare una forma di pensiero contorta e predatoria come quella del liberismo illiberale voluto dalle multinazionali con la scusa della globalizzazione sè i governi europei difronte a questa macelleria economica e sociale non prendono una posizione nei confronti di coloro che hanno generato questa catastrofe,che hanno un nome e cognome: speculatori finanziari,cioè parassiti multimiliardari o manager senza scrupoli che giocano sulla pelle di intere popolazioni,mettendo sul lastrico stati sovrani con le loro manovre scellerate sè non si prendono misure drastiche adesso, ma quando,cosa stanno aspettando i nostri governanti,dove stanno tutti quei professoroni di economia,di diritto internazionale,dove stanno quelle menti pensanti e ben remunerate,perchè non si adottano leggi adeguate per arginare questo schifo,una per tutte mettere in galera chi specula, sciogliere le società che si macchiano di tali crimini, confiscare tutti i loro averi e ridistribuirle alle nazioni che sono stati oggetti di attacchi speculativi,cosi verra eliminata alla radice questo sistema predatorio che altro non è che latrocinio legalizzato ai danni di intere popolazioni. mi si obbietterà che questi sono metodi comunisti bene,VI domando coloro che hanno messo in opera questo sistema e creato questa ingiustizia mondiale cosa sono? un caro saluto,alfonsodt mil/te SEL.

Stefano 9 febbraio 2010 - 21:29

09 febbraio 2010, 19:59 VALSUSA CARICHE DELLA POLIZIA AL PRESIDIO NO TAV. A SUSA C’E’ STATO CONTATTO CON CARICHE MOLTO DURE. CI SONO FERITI FRA I PRESIDIANTI ANTITRIVELLE E FORZE DELL’ORDINE. LO SPIEGAMENTO DI FORZE DELL’ORDINE IN ASSETTO ANTISOMOSSA E’ INGENTE.

In questo sito la questione TAV é magicamente inesistente…

Antonello Natali 9 febbraio 2010 - 18:24

Di tutto il tuo ottimo resoconto, di cui condivido tutto, la cosa che più mi interessa e dovrebbe interessare i lavoratori in lotta, è la proposta dell’esproprio degli stabilimenti; ho creato un gruppo su facebook proprio con questo titolo. Potresti darci i riferimenti per leggere la proposta di legge regionale studiata dai nostri compagni consiglieri?
il mio indirizzo di posta elettronica è : antonellonatali@libero.it

Fil De Fer - Verona 9 febbraio 2010 - 18:06

IL MERCATO.
LA GLOBALIZZAZIONE.
IL LIBERISMO.
IL COMUNISMO.
IL FASCISMO.
IL NAZISMO.
Tutte queste ideologie, perchè tali sono hanno tutte fallito in modo miserevole.
Di chi la colpa? Certamente non dei popoli, ma delle loro classi dirigenti.Infatti questa ultima crisi…profonda e grave è stata inventata dalle banche con i governi a guardare e magari guadagnare in consensi.
La bolla ( le balle ) è finita e con essa le illusioni di poter guadagnare facendo…nulla.
Adesso o si governa la globalizzazione seriamente..inutile sfruttare i paesi poveri ed impoverire quelli “ricchi” o la Cina, l’India e molti altri ancora ci costringeranno a delocalizzare in massa e invertire tutto come predisse Gesù Cristo…gli ultimi saranno i primi!! Meditate gente mentre non riuscite ad arrivare a fine mese o addirittura manca poco a perdere il lavoro.
Se pensiamo e riflettiamo un momento ci accorgeremmo che il contenitore “ITALIA” è pieno di buchi…forati da dove escono le nostre ricchezze prodotte a fini di mantenimento puro e semplice dello status quo.
La soluzione è lì che stà aspettando ma nessuno la vuole cogliere o attuare.
RIFORMA DELLA COSTITUZIONE e creazione di un nuovo STATO FEDERALE ITALIANO in cui ogni regione fà stato a sè e federata alle altre come si coviene in uno stato moderno e non ottocentesco. Le regioni virtuose potranno vincere la scommessa…e poi aiutare le più povere o “ferme”…nei limiti che loro decideranno. E’ impensabile poter continuare così. Bisogna che il Sud cambi mentalità o saranno guai seri per tutti quanti.
VIVAT SEMPER SANCUS MARCUS, PROTECTOR VENETORUM

Alberto M 9 febbraio 2010 - 18:02

Più in generale è un discorso di scelte industriali vecchie, sbagliate e gettate in un territorio prescindendo da qualsivoglia pianificazione e rispetto delle risorse e culture locali. Poi i soliti elementi: il ricatto occupazionale per ottenere altri voti e mantenere uno status quo che non può essere eterno… e prima o poi i nodi vengono al pettine…

Suggerisco la lettura di questo post:
http://irs.sr/forum/viewtopic.php?t=5071

Mauro Rossi 9 febbraio 2010 - 14:01

Tutto ciò è frutto della nuova religione: il mercato.
Se il mercato non funziona (come evidentissimo) la colpa è delle “storture” dello stesso. La religione non può essere messa in discussione…
Ma il mercato altro non è che il “luogo dello scambio”. Come, in possibilità, luogo di scambio è il luogo di una rapina (io non ti uccido, tu mi dai il portafogli).
Anche una rapina è, dunque, mercato.
Se assumiamo questo punto di vista, ci si chiarirà il PERCHE’ un mercato ha bisogno di regole (la prima delle quali è impedire che uno dei soggetti dello scambio faccia valere la propria Forza).
Il problema non è dunque nelle storture del mercato. Il problema è NEL mercato.

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