«Innanzitutto: altro che “quarto polo”. Ambisco a costruire il “primo polo”, per vincere le elezioni e portare il paese a sinistra». Nichi Vendola risponde così alla domanda se vuole costruire un polo alternativo Sel-Idv, se se i rapporti con il Pd dovessero precipitare.
Ma nel Pd in molti spingono per rompere con voi e allearsi con il centro.
C’è da compiere l’opera immane della deberlusconizzazione del paese. Il berlusconismo non era una condizione di costume, un’idea di società. Ora, con il governo tecnico, c’è una messa in stand by della contesa fra programmi e valori alternativi. Ma quella di una grande sinistra di governo che rimescoli culture, radicale senza estremismi né tentazioni minoritarie, riformista e non genuflessa al mercato, non è esigenza di un ceto politico.
Si può deberlusconizzare insieme al Pd che oggi vota con Berlusconi?
Il nostro riferimento è il popolo del centrosinistra e la sua ben orientata domanda di cambiamento, che si è espressa nelle amministrative e nei referendum che hanno colpito al cuore le culture liberiste ovunque collocate. Mettevano al centro un’idea alternativa al modello berlusconiano: la pratica dei beni comuni. Il Pd ha subito queste vittorie. Ma io resto alle parole di Bersani, alla battaglia tentata per marcare con contenuti sociali il governo. Generosa, ma con scarsi risultati. In queste ore c’è una seria compromissione della credibilità dei tecnici sul terreno della sostenibilità ambientale, nominata ma poi violata nel concreto.
[Il decreto liberalizzazioni dà il via libera alla trivellazione delle coste. Il ministro Clini smentisce, ma così c’era scritto sul testo, fino a ieri.
Per noi pugliesi il vero petrolio è il mare, la bellezza, i valori d’uso di un paesaggio incantato. Se servirà, daremo battaglia fino alle estreme conseguenze. Non è la prima volta che il governo fa girare notizie e poi smentisce, per vedere l’effetto. Se è vero quello che dice il ministro, vuol dire che la mobilitazione immediata ha pagato.
Il Pd è un fan delle liberalizzazioni.
Tutti i parlamentari pugliesi hanno aderito alla manifestazione di sabato contro le trivelle. Chiediamo coerenza.
Chiedereste di non votarlo?
Chiederemmo di mandare sotto il governo. E ugualmente sulle privatizzazioni, se ci fosse un aggiramento dei referendum sull’acqua. Torno alle trivelle: se fosse, sarebbe in sintonia con la liberalizzazione della trivellazione dei fondali dei mari per la ricerca di greggio che vuole la Commissione europea. L’Europa che c’è oggi è schifosa, senz’anima, corrotta. È la piccola meschina Europa di Merkel e Sarkozy.
E ora anche di Monti.
Monti è una variante colta e illuminata. Ma fa difficoltà a capire che non esiste crescita che non assuma l’ambiente come contenuto anziché limite. È inadeguato, a prescindere dai meriti dei singoli, dentro un europeismo che salva l’euro e uccide l’Europa. Abbiamo chiamato l’assemblea di domenica a Roma ’per la giustizia sociale, una nuova sinistra per salvare l’Italia e l’Europa’. Oggi la sinistra deve prendere la bandiera degli Stati uniti d’Europa, rinnovando quel patto con i cittadini che ha fatto di noi dopo il nazi-fascismo il continente del progresso e dei diritti.
Sta pensando a portare Sel fra i socialisti europei, dov’è il Pd?
Apro una riflessione esplicita e senza sotterfugi sulla necessità di rimescolare le famiglie europee di ispirazione progressista. Se potessi, prenderei tre tessere in Europa: quella della Sinistra, che ho contribuito a costruire, quella del socialismo che oggi gioca una partita rilevante – in Francia, in Germania – per cambiare il segno al continente, e dei Verdi che su alcune questioni hanno colto in anticipo i nodi di fondo.
Napolitano chiede ai partiti la legge elettorale. Bocciato il referendum, voi quale sistema proponete?
Se devo essere sincero, penso che le camere che hanno salvato Cosentino non abbia la legittimazione morale per fare una nuova legge elettorale. Meglio le elezioni anticipate.
Ma tutto il paese chiede di cambiare il Porcellum. E i partiti così vorrebbero dar un segno di ’autoriforma’.
A qualunque parlamento si può chiedere una buona legge elettorale. Ma stiamo parlando di questo parlamento. Di un percorso che deve passare per il consenso di Berlusconi e delle sue truppe. Per lui – l’ha detto – il Porcellum è il miglior sistema possibile. Chi può pensare che questo parlamento faccia una buona legge?
Nel caso, quale sistema preferisce?
Una buona legge deve salvaguardare il pluralismo e le coalizioni.
Domenica a Roma, insomma non nascerà il Quarto Polo. Allora perché alla vostra assemblea nazionale avete invitato Emiliano, Borsellino, De Magistris, Zedda e Landini?
Un’alternativa di governo non può che essere la costruzione di una rete di relazioni fra politica e società. Un’alternativa solo movimentista o solo politicista nascerebbe con la vocazione alla sconfitta. La sinistra non può rinascere per rese dei conti ideologiche ma come capacità di ricostruire un disegno per l’Italia e per l’Europa.
Per D’Alema le alleanze si fonderanno sul giudizio positivo su Monti.
Ma ne è sicuro? Persino gli apologeti di Monti cominciano a ridimensionarsi. Certo, non c’è paragone con Berlusconi che in Europa faceva cucù e le corna. Ma siamo sicuri che questo governo ci porterà fuori dalla crisi?
Daniela Preziosi
2 febbraio 2012
Riflessioni sulla settimana 22 gennaio-28 gennaio 2012.
di Giovanni Lamagna (Assemblea Provinciale di Sel Napoli)
La settimana scorsa è stata una settimana importante per SEL e, mi verrebbe di dire, per l’intera sinistra italiana.
Sono tre i fatti che l’hanno caratterizzata:
1) L’Assemblea nazionale generale di SEL a Roma di domenica 22 gennaio;
2) La conferenza stampa congiunta di Vendola e Di Pietro di giovedì 26 a Montecitorio;
3) Il forum dei Comuni per i beni comuni che si è tenuto a Napoli sabato scorso 28 gennaio.
C’è un filo che lega tra di loro questi tre avvenimenti?
Sicuramente si. Anzi, ce ne sono tre.
Quali?
1) Una ripresa di iniziativa di SEL, dopo alcuni mesi di quasi totale inerzia e afasia;
2) Questa ripresa segnala un minimo, se non altro un embrione di autonomia dal PD, che da mesi SEL aveva completamente smarrito; cosa che, secondo me, ne spiegava anche l’inerzia e l’afasia;
3) Si è costituito un asse preferenziale, un patto di consultazione, forse un inizio di coalizione tra SEL e IdV, tra Vendola e De Magistris.
Quali sono le ragioni che stanno a monte di questi tre avvenimenti e dei fili che li legano tra loro?
Direi che una le riassume tutte: il quadro politico che si è delineato con il governo Monti.
Perché?
Perché, fin quando era ancora in vita il governo Berlusconi ed il Pd era all’opposizione, la prospettiva di un’alleanza di centrosinistra aveva ancora fondate possibilità di realizzazione.
Per quanto, anche in quella situazione, il Pd non è che mandasse segnali univoci.
Anche nella fase precedente alla caduta del governo Berlusconi, fino alla fine, il Pd ha continuato a parlare di un’alleanza di centrosinistra, ma aperta all’incontro con la destra moderata e democratica dei Casini, Fini e Rutelli. E questo per bocca del suo segretario Bersani. Che da alcuni viene considerato esponente di “sinistra” del Pd.
Non parliamo poi degli esponenti più di destra del Pd (i vari Fioroni, Gentiloni, Letta e Veltroni), per i quali il Pd avrebbe dovuto allearsi direttamente con la destra moderata (che loro chiamano “centro”), rinunciando definitivamente all’alleanza con Vendola e Di Pietro.
E nei mesi precedenti la caduta di Berlusconi gran parte della strategia di Di Pietro e, soprattutto, di Vendola è consistita, dunque, nel corteggiare il Pd affinché questo partito scegliesse innanzitutto l’alleanza con loro e poi, ma solo in seconda istanza e date certe condizioni di fattibilità programmatica, quella con la destra moderata.
Con la nascita del governo Monti questo quadro è radicalmente cambiato.
Perché il Pd è passato da un’ipotesi di alleanza ad un’alleanza praticata nei fatti, diventata realtà. Con una “piccola” differenza: che l’ipotesi di alleanza (di centrosinistra aperta alla destra moderata) è diventata nella realtà “alleanza con la destra moderata (anzi, pure con la destra peronista di Berlusconi) aperta (eventualmente) alla sinistra (?) di Di Pietro e a quella di Vendola”.
Di fronte a questa radicale inversione di prospettiva e, soprattutto, di fronte alle misure assunte dal governo, che della nuova maggioranza era espressione, Vendola e Di Pietro hanno oscillato per un po’, tra “minacce di rottura” e “dichiarazioni di fedeltà”.
Ma poi, di fronte alla realtà cruda dei fatti, non hanno potuto rimanere prigionieri di quella che si era rivelata oramai una patetica illusione: la foto di Vasto, a cui entrambi avevano legato molto delle proprie prospettive strategiche, era oramai stata strappata unilateralmente da uno (anzi dal principale) dei soggetti ritratti ed occorreva prenderne atto.
Da questa presa d’atto è derivata naturalmente la domanda: e adesso che fare?
Rimanere ad aspettare “il ritorno” del Pd? Limitarsi ad invocarne “il rinsavimento”? Andare ognuno per fatti suoi?
Tutte e tre queste strade devono essere apparse (giustamente) perdenti, forse addirittura mortali, ai nostri due leaders, Vendola e Di Pietro.
Che hanno pensato così di costruire un asse preferenziale tra di loro, un vero e proprio polo alternativo al Pd, che non chiudeva definitivamente all’ipotesi di alleanza col Pd, anzi continuava ad auspicarla come quella migliore per il paese, ma non intendeva allo stesso tempo rimanere paralizzato di fronte alle scelte diverse (anzi opposte) del Pd.
Asse preferenziale, polo alternativo, di cui si è fatto promotore soprattutto Vendola, mi pare di capire. Se è vero che egli è presente in tutte e tre le “foto” di cui parlavo prima: quella dell’Assemblea nazionale di SEL (ovviamente), quella della conferenza stampa congiunta a Montecitorio e quella del Forum di Napoli.
Mentre Di Pietro è presente solo nella seconda e De Magistris solo nella prima e nella terza.
Né si può sostenere che l’uno era rappresentato dall’altro nelle occasioni in cui era assente. Perché è da ritenere (con buona certezza) che né Di Pietro si senta in questo momento rappresentato da De Magistris né che De Magistris voglia rappresentare Di Pietro (o viceversa).
Che giudizio dare di quanto successo? Il giudizio non può che essere articolato.
1) Di fronte alla scelta del Pd di appoggiare il governo Monti, SEL non aveva (secondo me) altra opzione che quella di marcare una netta distanza. Fare altrimenti avrebbe significato svendere non solo i (pochi) contenuti politici sui quali ci siamo spesi in questi mesi, ma le nostre stesse ragioni fondative;
2) Semmai sorprende che posizioni simili alle nostre (anzi in certi momenti anche più dure e radicali delle nostre) le abbiano assunte Di Pietro e IdV. Segno che questo partito e il suo leader hanno attraversato in questi anni un percorso che li ha portati a diventare, oltre che i difensori intransigenti (almeno a parole) della legalità (come era all’inizio della loro storia politica), anche i rappresentanti di istanze sociali molto affini a quelle della sinistra storica;
3) Ho la sensazione che SEL abbia ripreso una sua iniziativa politica e la sua autonomia più perché costretta dalla forza delle cose (quasi da ragioni di sopravvivenza), più come conseguenza delle opzioni del Pd, che per scelta autonoma.
E ciò è la logica conseguenza del fatto che in questi mesi nella nostra azione politica ha spesso prevalso la tattica sulla strategia; o (peggio) spesso la tattica e lo strumento (il governo e il rapporto col Pd) sono state praticate come fine e come strategia.
E la cosa non mi piaceva (prima) e non mi piace (adesso); anzi mi dispiace decisamente;
4) La nascita del governo Monti ha rivelato in tutta la loro evidenza le contraddizioni congenite al Pd.
La sua anima più moderata ha colto al volo l’occasione politica che le si presentava per assumere la egemonia culturale del partito ed ha parlato del nuovo governo come di una vera e propria primavera per la politica italiana.
La sua corrente un po’ più (vagamente) socialdemocratica, intimorita dalla gravità della crisi e incapace di proporre una vera uscita a sinistra, si è rapidamente adeguata alla “necessità” (evocata con forza dal capo dello Stato) di un governo di salvezza nazionale.
5) In questa vicenda il Pd ha gettato la maschera, che lo faceva apparire ancora a qualcuno un partito di sinistra (anche se moderata) e ha dimostrato la sua vera natura, che è quella di un partito di centro, con una consistente componente al suo interno di vera e propria destra, anche se (potremmo dire) democratica.
Di questa realtà (che ad alcuni di noi, a dire il vero, è evidente da tempo; praticamente da quando il Pd è nato) SEL, però, fa ancora fatica a prendere atto.
Tanto è vero che nel suo orizzonte strategico continua a rimanere l’ipotesi di un’alleanza organica con “questo” Pd. Come se fosse possibile un’alleanza anche con la componente di destra del Pd (con i Veltroni, i Letta, i Fioroni, gli Ichino…). Anzi come se fosse possibile (a certe condizioni programmatiche, si dice) la stessa alleanza con la destra (ancorché moderata e democratica) dei Rutelli, dei Casini e dei Fini.
6) A me francamente questo orizzonte strategico appare del tutto infondato. Una alleanza con “questo” Pd non è al momento praticabile per SEL. E, secondo il mio pensiero, non sarà possibile un’alleanza col Pd almeno fino a quando le sue due anime principali , quella di destra e quella di centro, continueranno a rimanere unite, insieme nello stesso partito. Sarà possibile (forse; e neanche ne sarei così sicuro) solo se e quando queste due anime si separeranno e prenderanno strade diverse: l’una per situarsi chiaramente (e senza più equivoci) a destra; l’altra per situarsi al centro (con la speranza che sia un centro con lo sguardo, almeno lo sguardo, rivolto a sinistra);
7) Io condivido la metafora che ha adoperato Vendola nelle conclusioni dell’Assemblea romana del 22 scorso: “SEL è il viaggio”.
Ma, proprio perché la condivido, ritengo che nello scegliersi i compagni di viaggio bisogna chiedersi e chiedere loro (e prima di iniziare il viaggio): “Dove vogliamo andare? In quale direzione?”
Il viaggio è possibile assieme solo se si condivide la meta. Allora io mi chiedo e chiedo a Vendola: è possibile condividere il “viaggio” con chi ritiene che la lettera agostana della BCE possa costituire il suo programma di governo? La mia risposta è scontata. E quella di Vendola?
Il punto, però, è che non basta evocare questa necessità; occorre poi praticare concretamente questo rapporto.
Cosa che negli ultimi tempi SEL ha fatto ben poco: Cosa che molti suoi militanti hanno quasi dimenticato. Anzi cosa che forse qualcuno dei suoi militanti vede come vero e proprio fumo negli occhi.
E questo è un nodo politico di prima importanza da sciogliere dentro SEL.
9) A Roma Vendola, nelle sue conclusioni, ha detto che noi con De Magistris abbiamo fatto un grave errore di valutazione.
Io mi permetto di aggiungere (e, in parte, correggere) che noi l’errore, più che con De Magistris, lo abbiamo fatto con tutto quel mondo di cittadinanza attiva diffusa che si è mobilitata attorno a De Magistris e che abbiamo completamente sottovalutato, semplicemente perché lo ignoravamo (e ancora, in larga misura, lo ignoriamo). Persi come eravamo (e come ancora siamo) nelle logiche, tutte politichesi, delle alleanze coi partiti, anzi con il Partito (il Pd), di cui inseguivamo l’alleanza come un feticcio, a prescindere (dagli uomini e dai contenuti).
E’ questo il vero errore che abbiamo commesso e di cui molti compagni (soprattutto napoletani, ma non solo napoletani) ho l’impressione ancora non sono diventati consapevoli;
10) Tanto è vero che questi compagni non riescono a farsi capaci di come sia possibile che alcuni di noi siano stati a suo tempo fautori convinti della candidatura di De Magistris a sindaco di Napoli e non rinneghino oggi quella scelta, ma allo stesso tempo siano molto critici con alcune operazioni e soprattutto con lo stile di governo di De Magistris.
Col risultato paradossale che i compagni che a suo tempo appoggiarono De Magistris oggi si sentono molto liberi di criticarlo e di prendere le distanze da lui; mentre proprio i compagni che all’epoca ne contrastarono la candidatura oggi sono i più timidi e guardinghi nel criticarlo;
11) Questo (apparente) paradosso si spiega col fatto che alcuni di noi (come del resto una parte significativa della cittadinanza attiva) critica oggi De Magistris per gli stessi motivi per i quali lo ha appoggiato mesi fa in campagna elettorale.
In altre parole perché De Magistris non sta mantenendo (del tutto) fede agli impegni presi in campagna elettorale e perché (talvolta) ai suoi proclami e alle sue dichiarazioni non corrispondono fatti e azioni concrete.
Si potrebbero fare vari esempi di ciò. Ma uno li può rappresentare tutti. De Magistris ha fatto in campagna elettorale della espressione “democrazia partecipata e trasparenza” uno dei suoi slogan preferiti. E ancora oggi lo fa. Poi su una vicenda come quella dell’Asia e di Rafhael Rossi tutto dimostra tranne che di praticare “democrazia partecipata e trasparenza”.
12) Lo stesso “forum sui beni comuni e la democrazia partecipata”, organizzato sabato 28, in parte contraddice gli intenti.
Ci sono stati, infatti, quattro tavoli di lavoro, dove la discussione è stata partecipatissima e molto articolata. Ma i report conclusivi (illustrati non a caso tutti da suoi quattro assessori) hanno reso ben poco della ricca articolazione del dibattito che c’era stato.
A tale proposito mi viene spontaneo usare l’espressione adoperata da Paul Ginsborg nel suo intervento: “Attorno al concetto di democrazia partecipativa c’è un’insopportabile retorica”.
Essa rende bene e in maniera sintetica l’esperienza che abbiamo vissuto sabato al Forum;
13) Io condivido molto la linea che Vendola ha dato a SEL nei tre appuntamenti, che hanno segnato la settimana scorsa: opposizione chiara al governo Monti; asse preferenziale con Di Pietro e De Magistris; ripresa di interlocuzione coi movimenti.
Ma lamento una cosa: essa è, appunto, la linea che Vendola ha dato a SEL; non è la linea che il Partito si è data attraverso una discussione partecipata, diffusa, allargata agli iscritti e ai simpatizzanti; è una linea (come da sempre avviene in SEL, da quando è nata) calata dall’alto; e manco da una discussione avvenuta nel suo gruppo dirigente (ad esempio, dopo un’Assemblea nazionale); è una linea che discende direttamente da Vendola; e questo non mi sta bene; anche se (questa volta) la condivido; perché non è questo il tipo di partito nel quale io vorrei vivere, non è questo il tipo di partito che auspico; perché io auspico un Partito che sia (per usare un’espressione antica, ma per me sempre valida) un “intellettuale collettivo”; “un Partito che abbia un leader” (meglio ancora se più leaders), ma non “un partito del leader”.
Spero che i prossimi mesi segnino un’inversione di tendenza anche da questo punto di vista.