Il professor Marco Doria, candidato indipendente appoggiato da Sel, ha vinto nettamente le primarie del centrosinistra a Genova con il 46% dei voti contro Marta Vincenzi (27%) e Roberta Pinotti (23%).
“Mi aspettavo – ha dichiarato davanti ai suoi sostenitori – una rispondenza a una candidatura seria che potesse cogliere sentimenti largamente diffusi. Da domani non cambia la sostanza, dobbiamo andare avanti con serietà perchè i cittadini hanno bisogno di un segnale di serenità”. Alla domanda su cosa possa aver fatto la differenza rispetto a Marta Vincenzi e Roberta Pinotti, Doria ha sottolineato che “la differenza sia arrivata grazie a un modo diverso di porgersi verso i cittadini che hanno bisogno di una politica diversa. Milano non c’entra, penso che sia un’onda che c’è nel paese che doveva essere percepita anche dal centrosinistra”.
L’errore più grave sarebbe prosegue Doria, “parlare di posti in giunta. Bisogna parlare invece ai cittadini perché il centrosinistra è fatto di un popolo che deve continuare ad avere la parola”. A questo punto, si apre il nodo su quello che accadrà alla colazione verso le amministrative: “Mi aspetto un appoggio anche da chi è stato sconfitto. Una vittoria che dedico a tutti quelli che mi hanno sostenuto, da don Gallo al professor Ferrari, e a tutti quelli che mi hanno sostenuto in maniera del tutto disinteressata. Genova non cambia volto con le primarie, però è possibilie interpretare in un modo diverso la politica. Vinceremo le ammnistrative senza fughe semagogiche, senza populismo, parlando un linguaggio comprensibile ai cittadini e dimostrando disinteresse per il potere, con una passione vera per la politica”.
In bocca al lupo Marco!
La vicenda delle “primarie genovesi” è emblematica e per alcuni aspetti sui generis anche rispetto ad altre vicende simili, che in questo ultimo anno e mezzo l’hanno preceduta.
Essa pone,infatti, tra le molte altre, tre questioni che a me sembrano particolarmente significative.
1) Chiamato a spiegare le ragioni della sua vittoria, Marco Doria ha affermato con molta chiarezza e, direi, perfino candore che il compito gli è stato di molto facilitato dalle sue due competitors principali.
Perché queste hanno impegnato molto del loro tempo e delle loro energie a farsi la “guerra” l’una contro l’altra o a parlare delle alleanze da fare (specie la Pinotti, che avrebbe voluto l’alleanza con l’Udc).
Così lui è stato l’unico a parlare dei problemi veri della città (del lavoro, innanzitutto, ma anche dei modelli di sviluppo, dell’ambiente, delle strade da costruire o non costruire, in una città strangolata dal cemento).
Ed in questo modo è apparso il più vicino al linguaggio della gente comune e, quindi, il più credibile.
Qui si pone una questione per la politica in generale.
Troppo impegnata, spesso, nelle alchimie dei rapporti tra i partiti o, meglio, tra i gruppi dirigenti di questi. E poco attenta ai contenuti e ai problemi reali.
La vittoria di Doria è una lezione esemplare per questo modo di fare politica.
2) La partita delle primarie a Genova è stata giocata sostanzialmente fra tre candidati: Doria (vincitore col 41,8% dei voti), la Vincenzi (giunta seconda col 28,8%) e la Pinotti (giunta terza col 26,8% dei voti).
Due donne, quindi, contro un uomo.
E, questa volta, non due donne deboli, due “davidi” che combattevano contro un “golia”. Ma esattamente l’opposto: due “golie” che combattevano contro un “davide” piccolo piccolo.
Le due donne erano, infatti, sostenute da pezzi corposi dell’apparato Pd. Inoltre la Pinotti è una senatrice. Mentre la Vincenzi è addirittura l’attuale sindaco di Genova.
Quindi, non due donne qualunque, deboli e indifese. Ma due donne forti, alle quali, infatti tutte le previsioni della vigilia assegnavano i favori del pronostico.
Doria, invece, è un professore universitario, fino all’altro ieri sconosciuto ai più.
C’erano, quindi, tutte le condizioni perché, questa volta, la competizione fosse vinta da una donna.
Perché, invece, anche questa volta, ha vinto un uomo?
La risposta non può essere che una: perché in questo caso l’uomo Doria rappresentava il cambiamento, il rinnovamento, mentre le donne, entrambe le donne, sia la Pinotti che la Vincenzi, rappresentavano il vecchio, la continuità con un vecchio modo di fare politica.
Di qui una lezione per il movimento delle donne. Non sempre la presenza di una donna ai vertici delle istituzioni è di per sé garanzia del nuovo e di un modo diverso di fare politica.
Ci sono, infatti, donne e donne. Come ci sono uomini e uomini.
Ci sono donne che si comportano né più e né meno che come gli uomini. Hanno gli stessi difetti che molte donne (giustamente)contestano alla maggioranza degli uomini.
Sono cioè competitive, litigiose, autoreferenziali, politicanti.
Queste donne non fanno bene alle donne. Non ne rappresentano bene l’ immagine.
Ed è forse questo il motivo per cui molte donne genovesi non hanno votato né la Pinotti né la Vincenzi . E si sono riconosciute di più in un uomo: Marco Doria.
3) Marco Doria è un uomo che viene dalle fila del vecchio PCI (nonostante le origini nobiliari).
Nel 1989 non condivide la svolta della Bolognina e aderisce a Rifondazione Comunista.
Nel 2009 si avvicina a Sinistra Ecologia e Libertà ma non vi aderisce formalmente.
Alla fine del 2011 si presenta alle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato a sindaco di Genova, ma come indipendente. Appoggiato da SEL ma non come iscritto a SEL.
Qui c’è una lezione per il mio partito, SEL.
Che cosa impedisce a una persona come Doria, con il curriculum culturale e politico di Doria, di aderire pienamente a SEL, di iscriversi a SEL e di non esserne solo simpatizzante?
Provo a trovare delle risposte (ovviamente solo ipotesi di risposta) ripercorrendo la biografia umana, professionale e politica del personaggio:
- Doria è una persona che, pur provenendo da una famiglia dell’alta borghesia genovese (anzi addirittura della sua aristocrazia) ha fatto la gavetta che avrebbe fatto un qualsiasi altro cittadino genovese di più umili origini: ha cominciato a insegnare lettere presso un Istituto Tecnico; solo nell’anno 2000 (quindi a 43 anni) è diventato professore associato presso l’Università di Genova; solo nel 2010 (quindi a 53 anni suonati) è diventato professore ordinario.
Non ha mai, dunque, cercato scorciatoie di tipo professionale nella politica, non è mai entrato a far parte dell’apparato politico di un partito. Pur essendo figlio di un vecchio esponente del PCI genovese, a suo tempo vicesindaco della città doriana. Pur avendo egli fatto parte prima del consiglio di circoscrizione del quartiere genovese di Albaro (tra il 1978 e il 1985)e poi di quello comunale (tra il1990 e il 1993).
Questo forse lo rende distante da tutto ciò che sa di apparato, di burocrazia e di politica politicante?
- Doria parla un linguaggio che sa poco di politichese. Anzi ne è del tutto estraneo. Parla il linguaggio delle cose concrete, della gente comune.
Non è un politico di professione, ma non dichiara neanche simpatia per l’antipolitica demagogica e qualunquista alla Grillo.
Non vuole parlare di poltrone e di assessorati. Almeno per ora. Non lo considera il problema centrale e prioritario.
E’ abbastanza radicale. Tanto da criticare apertamente, nella sua campagna durante le primarie, le misure prese dal governo Monti (soprattutto rispetto ai tagli dei fondi da destinare agli Enti Locali); governo appoggiato, invece, senza se e senza ma dal PD.
Ma è anche sufficientemente pragmatico e riformista (nel senso nobile del termine), oltre che non interessato a conquistarsi consensi e popolarità facili. Tanto da non escludere un aumento delle tasse locali, se si rendessero necessarie per finanziare i servizi sociali.
Insomma Doria è una persona che, per le sue caratteristiche, non trova facilmente spazio in un partito. Anche in un partito come SEL.
E SEL ne dovrebbe trarre insegnamento.
Per sburocratizzare il suo apparato, che, per quanto esiguo, comunque pesa e molto. Anzi, troppo.
Per aprirsi ancora di più, più di quanto non faccia già, alla società civile, al lavoro, al sindacato, ai movimenti, al mondo delle professioni e agli intellettuali.
E per coltivare l’ambizione e il coraggio di sfidare il PD, di conquistare l’egemonia nel suo elettorato e non rassegnarsi ad esserne un alleato subalterno.
Giovanni Lamagna
(Assemblea Provinciale di SEL Napoli)