Non ce la caveremo con qualche flebile motto di solidarietà, né con qualche convegno sui mali dell’attuale gestione tecnocratica e conservatrice dell’Unione europea. Da domenica scorsa, da quando il parlamento greco, umiliato dai custodi dell’ortodossia monetaria e assediato da un popolo disperato e in collera, ha approvato le misure di austerità, l’Europa non è più un sogno da realizzare ma, per moltissimi europei, un incubo da temere.
Ci sono tre questioni che, ancora nel pieno della drammatica vicenda greca, ci debbono far riflettere.
La prima questione è quella democratica. Chi comanda in Europa? Non lo chiedo retoricamente, so benissimo che in questo momento esiste una centrale decisionale che staziona tra Francoforte e Berlino. Eppure, la realtà esiste ed è per questo che considero indecente far finta che la decretazione dello stato di povertà di un intero popolo possa essere considerata un dato oggettivo dei tempi nuovi che viviamo. La voce soffocata dai lacrimogeni di piazza Syntagma di Mikis Teodorakis, il grande artista e partigiano antifascista, ci racconta molto bene come sarà impossibile frenare l’insorgenza degli uomini e delle donne cui stanno dicendo di morire per salvare gli interessi delle banche e dei grandi circuiti finanziari. Non solo in Grecia. Quando fu impedita la celebrazione del referendum indetto dall’allora primo ministro Papandreu, in molti, anche in Italia, tirarono un sospiro di sollievo. Una decisione vergognosa, che stava minando il fondamento democratico della civiltà europea, raccontato come una richiesta impropria di un popolo che debba essere punito. Ecco, qui c’è un nodo, si è trasformato l’errore, persino la cattiva e corrotta politica dei governi precrisi, in peccato. Gli errori vanno corretti, invece i peccati vanno puniti, come ben ricorda il ministro Wolfgang Shauble: <<non dobbiamo dare loro l’impressione di non doversi sforzare>>. Sì, herr Shauble, abbiamo capito che volete spezzargli le reni! Abbiamo capito anche che avete imposto l’austerità a due mesi dalle elezioni per evitare che i greci possano decidere qualcosa della loro vita. La questione democratica è quindi la prima pietra per immaginare di riedificare il processo politico di unificazione europea.
La seconda questione riguarda l’efficacia delle scelte fin qui adottate. Il caso greco non è isolabile, come continuano ad esorcizzare in molti, compreso il presidente Napolitano. Il fallimento della Grecia poteva essere evitato se si fosse intervenuti in tempo e con spirito solidale, già due anni fa. Invece, fin da subito si è preferito associare il Fmi e i suoi perversi piani di aggiustamento strutturale. Non devo certo ricordare che in tutta l’America latina questi piani hanno portato al default intere nazioni, a partire dall’Argentina, e che a oltre dieci anni di distanza lì si è usciti dalla crisi proprio contro le politiche imposte dall’Fmi. Con le ricette di austerità economica (e per favore non parliamo più della buona austerità berlingueriana, quella era una profezia contro il consumismo mentre questo è un autodafé di massa) la crisi ingoierà letteralmente ogni stilla di sudore e sangue dei greci, per poi passare a tutti gli altri europei. Il piano greco prevede, tra le altre cose, il licenziamento di 15mila dipendenti pubblici, che dovranno diventare 150mila entro il 2015, l’abolizione del contratto nazionale di lavoro, l’abbassamento del salario minimo mensile a 400 euro, il taglio ulteriore delle pensioni e degli stipendi pubblici, il tutto dopo le misure draconiane prese in materia di lavoro e privatizzazioni forzate nel corso degli ultimi due anni. Pensiamo davvero che dopo una “cura” del genere un paese possa rialzarsi? La cura, il neoliberismo, è in realtà la malattia. Negli altri paesi, a partire dal nostro, questa “cura” si sta già avviando ed essa verrà sancita dalla firma sotto il nuovo trattato dell’Unione il prossimo primo marzo, che prevede l’applicazione del famigerato Fiscal compact e l’obbligo di adottare il pareggio di bilancio nelle costituzioni nazionali. È come vedere il trailer del film che stanno proiettando in Grecia: sembra solo pubblicità, ma prima o poi arriverà con una forza d’urto devastante.
La terza questione riguarda l’atteggiamento delle forze politiche e dell’opinione pubblica di casa nostra. Tranne alcuni esempi, in pochi si sono posti il problema di solidarizzare con i greci e criticare le scelte della Troika (Bce, Commissione e Fmi). Quasi nessuno, poi, ha collegato quelle scelte a ciò che sta già accadendo in Italia ed in altri paesi in crisi. Di questa laconicità, di questa insopportabile afasia italiana, soffre l’intero campo delle forze democratiche europee, che a partire da alcune forze legate al Pse e ai Verdi europei (Hollande in Francia, la Spd e i Grunen in Germania), aprono un fronte di contestazione e, soprattutto, una concreta prospettiva di cambiamento. Lo voglio dire in particolare al Pd ma ancor con più forza all’Idv, vista la sua posizione di opposizione parlamentare: non si faccia l’errore di considerare la Grecia lontana, di votare il pareggio di bilancio in Costituzione e poi immaginare che a casa nostra quelle immagini di disperazione non si vedranno. Oggi, l’alternativa in Italia ed in Europa si potrà costruire solo con un’operazione di verità, togliendo il velo del nuovo stile alle vecchie e tragiche politiche di austerità liberiste. La Grecia chiama, non lasciamola sola.
Gennaro Migliore
Nazismo e fascismo non erano contro il capitalismo, ma solo contro la sua forma libero-concorrenziale. Credo che la CdN sia il paese più triste al mondo, vorrei solo pormi in modo critico rispetto al modo in cui i paesi non capitalisti vengono rappresentati. Sugli ideali di eguaglianza e libertà, la questione è annosa: è giusto che chi campa sul lavoro produttivo di altri abbia lo stesso potere decisionale nel determinare la quota di produzione, ovvero di lavoro che gli altri debbono sobbarcarsi? Abbiamo bisogno di questa eguaglianza? Lenin in un noto passo si fa beffe dei borghesi antioperai che, in seguito alla rivoluzione socialista, si scoprono improvvisamente paladini della libertà e si attestano su parole d’ordine quasi anarchiche…l’anarchismo del nobile signorotto (Edelanarchismus). Negare la libertà operaia è una cosa, negare la libertà del capitalista è un’altra. Poi ogni ordinamento nega alcune libertà, si basa su certe esclusioni qualificanti, costituzionali. Nessuno spera nella reincarnazione di polizia politica, lager, aumento forzato dei ritmi di produzione e varie aberrazioni controrivoluzionarie. Il tema è se, deposta la fede nella necessità storica del comunismo, nel mezzo politico della rivoluzione violenta; se accettata una pratica democratico-parlamentare, etc…sto comunismo continuiamo a volerlo configurare oppure abbiamo rinunciato.