Il signor Berluschionne

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Sono state inviate tre lettere nelle ultime settimane. Si sono incrociate nell’etere, si sono forse sfiorate,non si sono intrecciate. Non sono entrate in comunicazione tra loro. Non hanno dato vita a quella sinergia dalla quale dipendono interamente, oggi, le sorti della sinistra e dell’intero paese.

Due di queste lettere sono state inviate dall’ex segretario del Pd Walter Veltroni e dal suo successore Pierluigi Bersani, la terza la hanno spedita quei tre operai della Fiat di Melfi che incarnano oggi la prima linea della resistenza non solo in nome dei diritti dei lavoratori ma anche della dignità stessa del lavoro e della persona umana contro il cinismo cieco del profitto e la sua ottusa logica.

E’ di per sé positivo che i dirigenti di quel partito abbiano scelto di affidarsi allo spessore della parola scritta e non alla futilità delle comparsate televisive o alla messinscena vacua delle mosse a effetto, dense di apparenza e spoglie di sostanza. E’ positivo nonostante la vaghezza che segna la lunga missiva dell’ex segretario e il lessico intriso di politicismo che penalizza la seconda. E’ però inquietante l’assenza, in queste due lettere, di qualsiasi riferimento al sentimento, alla denuncia, all’urgenza di giustizia che animano la terza, quella degli operai di Melfi.

Melfi non è una enclave arretrata, lasciata indietro dal luminoso progredire di democratiche relazioni industriali. E’ uno degli esperimenti pilota in cui viene messo a punto il futuro tempestoso che attende le generazioni più giovani. E’ il laboratorio finale di un lavoro senza diritti, della precarizzazione come condizione umana essenziale, di una logica della produttività e del profitto promossa a unica misura di valore.

Questo disegno non è altra cosa dal populismo mediatico in cui si risolve il berlusconismo: ne è l’altra faccia. Sono feroci gemelli che procedono appaiati, di volta in volta scegliendo quale mandare avanti. Coniugati, incarnano un’idea di società, una cultura diffusa, una visione della relazione fra le persone. Per sconfiggerli la sinistra deve saper mettere in campo un’architettura complessiva di segno opposto ma altrettanto coerente, altrettanto omogenea, altrettanto ambiziosa. Cercare rifugio nelle capanne fragili delle piccole furbizie, delle alleanze inconsistenti e di alchimie politiche esoteriche e incomprensibili non ci aiuterà. Non servirà a sconfiggere il populismo berlusconiano. Non fermerà la precarizzazione globale e onnivora della società italiana.

Se il centrosinistra, qualsiasi nome scelga di darsi, vorrà competere per vincere nelle prossime elezioni, poco importa se tra un mese o tra un anno, dovrà farlo dimostrando di saper creare una nuova connessione fra quei due linguaggi che hanno oggi perso ogni capacità di comunicare fra loro: quello della politica e quello del paese reale, quello dei nostri palazzi e quello dei mille luoghi dove si sta consumando la degradazione del lavoro in una forma di moderna schiavitù, spogliata di ogni diritto. Nessuna formula convincerà mai il nostro popolo se l’alleanza di centrosinistra non sarà fondata, anziché sull’ipocrisia dei “programmi” scritti solo per essere sventolati e poi disattesi, sulla solidità di un progetto comune e di un’idea condivisa di società e di civiltà, sulle fondamenta profonde di valori unitari.

Hanno ragione tutti quelli che chiedono di affrontare la prossima prova elettorale con regole diverse. Cambiare questa legge elettorale ignobile sarebbe doveroso. Ma le leggi elettorali non sono prodotti di sartoria, che si possano ridisegnare di volta in volta prendendo le misure a seconda delle circostanze e della convenienza immediata. Modificare la legge elettorale, senza ricadere negli errori e nei puntuali fallimenti degli ultimi due decenni, deve significare oggi misurarsi senza reticenze con il fallimento del bipolarismo e con una crisi profonda della democrazia, partendo non dal microscopico e spesso errato calcolo del vantaggio a breve ma da un’idea della democrazia sostanziale, della rappresentanza dei criteri con cui ripristinare il potere reale dei cittadini, degli elettori, del popolo. Di tutto possiamo aver bisogno, oggi, tranne che delle miopi furbizie.

Nichi Vendola

da Gli Altri

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Francesco 7 settembre 2010 - 22:54

tutto sommato è una buona occasione, questa che ci offre finmeccanica dando la disdetta al contratto del 2008 con il beneplacito gongolante di cisl e uil. ci vogliono tutti morti, silenti, dispersi e ricattabili. perché non dovrebbe essere così, i padroni, soprattutto nell’italia provinciale e bestiale di oggi, che cos’altro potrebbero essere? allora perché non andarci a questa guerra? con forza, coraggio e determinazione, ormai il peggio che ci possa capitare è perderla, ma non sarebbe comunque peggio perderla un poco tutti i giorni, morire così senza nemmeno combattere? il paese è disperato e afflitto non ha bisogno di eroi, ma di gente seria, arrabbiata, determinata e coerente.

Toto 6 settembre 2010 - 20:54

Caro Nichi, hai sempre giustamente detto che è ora di combattere il berlusconismo e non solo Berlusconi. Occorre combattere quindi una cultura, un modello che si manifesta per quello che è in tre direzioni: ambiente (nucleare), economia (tagli alla spesa pubblica), lavoro (precarietà). Ma c’è un campo dove il Berlusconismo sta trovando la sua piena soddisfazione che è quello della scuola. Domanda: come fa il centro sinistra (e le donne e gli uomini di cultura di questo paese) ad essere tiepido su un tema così cruciale? Questo è un tema di civiltà che se giustamente considerato in un paese “normale” determinerebbe le sorti di un governo. Probabilmente larga parte dl centro sinistra ha paura delle elezioni e soprattutto di prospettare modelli sociali ed economici alternativi.

Pellegrino Guerriero 6 settembre 2010 - 11:19

E’ per questo che bisogna lavorare per costruire prima un’alleanza programmatica e solo successivamente candidarsi a leader della coalizione.
Oggi Nichi Vendola si candida a fare il leader di cosa? E soprattutto: per cosa?
Si è chiuso finalmente il ciclo berlusconiano, ma la sinistra non è maggioranza nel paese. Come fare? Cosa fare? Bisogna essere una minoranza organizzata, con serie politiche che si occupino di lavoro, giovani e sociale: queste sono le tre parole magiche di sinistra. Abbiamo bisogno che si torni a parlare costantemente di queste tre parole e di tutto quello che vi è connesso (diritti, libertà, futuro, etc.).

Mario 5 settembre 2010 - 11:44

In questi giorni si sta parlando della possibilità secondo la quale Nichi Vendola si candidi alle Primarie che eleggeranno l’aspirante Premier per il CS. Su questo sono d’accordo e spero pure che le vinca, ma spero anche che oltre a dire qualcosa di sinistra, Vendola faccia qualcosa di Sinistra.

Da troppo tempo in Puglia i GIOVANI sono lasciati allo sbaraglio, lo dico anche per esperienza personale, e nulla si sta facendo per arginare questo problema condito da un immane stillicidio di emigrazione giovanile verso regioni più “accoglienti” per noi giovani: Regioni dove ai giovani viene data la possibilità di lavorare dopo tanto lavoro passato sui libri e non solo!

Io sono d’accordo sul fatto che Vendola abbia tutte le carte in regola e le possibilità per sconfiggere il satrapo Berlusconi e i suoi “dottrinari”, ma per fare questo occorrono contesti credibili che si costruiscono formando il terreno che funga da strumento di persuasione nell’opinione e nella critica nazionale: sviluppare e varare un piano occupazionale serio per i giovani pugliesi, facendolo il prima possibile e dai caratteri improcrastinabile e non residuale. Una volta fatta questo, una volta evitato che i giovani pugliesi emigrino, le promesse e gli intendimenti di Vendola saranno credibili: in caso contrario le sue affermazioni saranno parole senza alcun peso.

Domenico Da Enna 5 settembre 2010 - 04:20

La sinistra nasce per combattere questa degradazione,che oggi si ripropone con connotazioni ancora più inquietanti che nel passato. Purtroppo il PD è sempre più un partito di centro dove predomina oramai l’anima della vecchia Margherita,dove la logica e il linguaggio per molti versi sono simili a quelli della destra berlusconista e leghista. Come faremo a rintuzzare questa rozza rivincita capitalistica di Merchionne e compari se quella che dovrebbe essere il raggruppamento maggiore del centrosinistra rappresenta in effetti una forza di centro,sorda al grido di dolore di una classe lavoratrice oramai stabilmente precarizzata e senza diritti? Mi vengono in mente certi cervelloni fioriti,esperti di diritto del lavoro,collocati nell’area del PD,che certamente non sono per niente preoccupati di questa moderna chiavitù. Anzi mi pare che continuino a ricamare -purtoppo per noi-su una condizione del lavoro ritenuta perfettamente normale.

Franco Astengo 4 settembre 2010 - 19:30

ANCORA SULLA DISTINZIONE TRA DESTRA E SINISTRA: NOTA SULLA PERSONALIZZAZIONE DELLA POLITICA
Coloro i quali, a sinistra, osteggiano e diffidano della dilagante “personalizzazione della politica” sono fatti oggetto, da più parti e in particolare da coloro che si credono investiti da una sorta di “missione del nuovo”, di una sorta di dileggio che prende le mosse dall’idea di un legame con il “vecchio”, con i riti di una “antica politica” che si vuol ripristinare per soffocare le voci libere, indipendenti, “nuove”, carismatiche.
Sarebbe il caso di ricordare come quella che viene definita “vecchia politica” piena di bizantinismi e di riti, quella degli antichi partiti di massa aveva prodotto, nel secolo scorso, un complessivo, formidabile avanzamento delle forze del movimento operaio anche qui, nell’Occidente capitalistico, contribuendo a migliorare le condizioni di vita, a far crescere la cultura, ad emancipare socialmente i soggetti più deboli: le contraddizioni furono, e sono, formidabili ma crediamo che a quel bilancio non ci si possa sottrarre.
Non è questo, però, il punto che intendevamo toccare in questa occasione: anzi il nostro raggio d’azione sarà molto più limitato.
Stiamo lavorando da tempo cercando di ricordare la distinzione di fondo che, sul piano dell’agire politico continua ad esistere tra destra e sinistra, ed il tema della “personalizzazione”, dell’ uomo (o della donna) solo al comando, dell’”unto del signore” è un tema assolutamente decisivo: a destra ci si può permettere di muoversi in quella direzione; anzi la destra “vera” ha bisogno di un’unica leadership carismatica e va in crisi ogni qual volta questa viene a mancare.
L’ideale per la destra è, tra l’altro, la leadership populistica (nel caso italiano l’egemonia culturale della destra nasce proprio dall’esistenza di questo tipo di “modello di comando”, ed è una egemonia profondamente installata nel cuore di un paese dalla società sfrangiata, percorso da pulsioni diverse la maggior parte dedicate ai tratti più negativi – almeno dal nostro punto di vista – dell’agire politico), mentre solo casualmente, in situazioni di pericolo estremo, la destra si affida a “modelli di comando” posti su di un terreno di affinità con un uso razionale del concetto di dominio (penso alla Francia di De Gaulle, una situazione che fra l’altro coincideva ancora con un momento “alto” del nazionalismo).
La sinistra non può permettersi leadership populistiche, ma soprattutto non può permettersi una collocazione sulla linea di una agire politico fondato sul “leaderismo” direttamente rivolto al popolo.
La fragilità estrema di questa opzione finirebbe, in un sistema politico come quello italiano (e comunque europeo, contraddistinto da una irriducibile pluralità di opzioni, che possono essere contenute dai meccanismi elettorali sul terreno dell’accesso alle istituzioni, ma che poi inevitabilmente nel confronto sociale e culturale tornano fuori, riproponendo appieno la “questione politica”) a portare direttamente ad una caduta rovinosa.
La distinzione tra destra e sinistra passa, ancora una volta, tra l’individuale ed il collettivo anche in questo senso e la formazione del PD in Italia (soggetto anomalo, non fondato sul tentativo di fusione tra culture diverse ma, originariamente, è bene ricordarlo, su la ricerca di leadership individuali attraverso il meccanismo delle primarie) ne dimostra ancora una volta la validità: l’esempio di queste ore è banale, ma serve a far riflettere.
La presidente del PD, on.Rosi Bindi, si è resa protagonista di una uscita incauta e deleteria proponendo una alleanza con i post-fascisti che stanno uscendo (vedremo se e come) dal PDL.
Il punto non sta nella dabbenaggine evidente dell’uscita (salvo non si volesse provocare l’immediato diniego degli interpellati, al fine di chiudere la porta alla deprecabile eventualità).
Non affrontiamo poi il tema delle dichiarazioni a raffica di amministratori locali che intervengono “ad alzo zero” sulla politica nazionale, con toni distruttivi oppure di auto-candidatura, sempre in nome del cosiddetto “nuovo” (in alcuni casi si tratta di personaggi che hanno compiuto, per intero, tutta la scala burocratica all’interno, e nei tempi, di quelle organizzazioni che adesso disconoscono e deprecano quali fonte di tutti i mali).
Torniamo, però, all’argomento:i grandi partiti di massa (m anche quelli piccoli, strutturati però su quel modello) disponevano sicuramente di personalità di elevato livello, in competizione fra di loro all’interno del partito, provvisti di dati politici, culturali diversi: ebbene, grazie proprio al tipo di organizzazione, a quei “riti” così deprecati, esistevano luoghi politici nei quali la discussione era aperta, il confronto serrato e la posizione era quella degli “organismi politici” e non dei singoli (un altro conto era quello del dissenso al riguardo di queste scelte collettive: l’errore fu quello, ma erano altri tempi, dell’impossibilità di avanzamento “esterno” di posizioni di dissenso, che sarebbero state comunque espresse, non in forma individualistica, ma rispetto alla posizione elaborata da un organismo collettivo, in un quadro dialettico molto diverso dalla odierna“leggerezza dell’apparire”).
Aver impedito quella possibilità di intervento in dissenso sul piano pubblico, fermo restando il concetto di “posizione collettiva” ha rappresentato un limite di fondo nell’azione dei grandi partiti di massa che, altrimenti, in altre situazioni rispondevano con l’organizzazione correntizia, sulla quale comunque molto ci sarebbe da analizzare, prima di consegnare il tutto al concetto di deleteria incubatrice della “partitocrazia”.
Una sinistra che intenda far valere la propria presenza nel paese, ricostruendo un tessuto unitario autonomo, avanzando proposte di alleanze destinate a fronteggiare la difficile situazione in cui stiamo vivendo e della quale ci stanno sfuggendo i contorni sul piano della crisi più evidente della democrazia repubblicana, potrebbe cercare di ripensare a questi elementi, tentando di ritrovare l’insieme di quei fattori di distinzione tra la destra e la sinistra che hanno fatto la storia del nostro sistema anche sul terreno, delicato ed importantissimo della “qualità dell’agire politico”.
Grazie per l’attenzione
Savona, li 4 Agosto 2010 Franco Astengo

Socialista Eretico 4 settembre 2010 - 14:16

caro Nichi (e caro staff),

il problema è che siamo sempre sulla difensiva!

occorre anche contrattaccare proponendo nuovi modelli che vanno a soddisfare il tradizionale elettorato di berlusconi.
provo a proporre qualcosa , con molta umiltà, a proposito di tre settori tradizionalmente berlusconiani:

PROFESSIONISTI
1) la liberalizzazione delle farmacie , per dare ai laureati in farmacia (ma non titolari/proprietari) la possibilità di aprire un’attività. tra l’altro i farmacisti non titolari sono in numero maggiore di quelli titolari. si potrebbe ad esempio iniziare a rendere le parafarmacie delle vere e proprie farmacie.
2) una parziale liberalizzazione della professione notarile
3) la possibilità per i neoiscritti(<5 anni?) agli albi dei professionisti di posticipare(e poi rateizzare) le spese richieste dall'albo per alcuni anni(5-7 ?)

PADRI SEPARATI E RAGAZZE MADRI:
1) creare una serie di centri di accoglienza per i padri separati
2) appoggiare la riforma dell'affido condiviso
3) creare una serie di centri per le ragazze madri in collaborazione con i consultori ed i centri anti-violenza

AREE SOGGETTE A SPOPOLAMENTO
1) detassazione per la compravendita di immobili civili, commerciali, industriali in quelle aree
2) abrogazione dell' ici anche per le seconde case in quei territori
3) detassazione (per un tot di anni) delle attività economiche, ad alto tasso di lavoro, che si aprono in quelle aree

oltre che opera sociale giusta, sarebbe anche la possibilità di sfondare nell'elettorato tradizionalmente berlusconiano.
altrimenti si rimane sempre rinchiusi nel nostro elettorato.
cordialmente,
socialista eretico

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