L’Europa e la Grecia

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Negli ambienti diplomatici europei circola la seguente storiella: Obama ha urgenza di conoscere quale è il punto di vista dell’Europa sulla crisi greca e ciò che ne consegue. Raduna i suoi collaboratori, ma nessuno è in grado di fornirgli indicazioni precise. “Chiamerò l’Europa al telefono” dice esasperato il presidente statunitense. Gli risponde un disco automatico che prima di passargli il presidente di turno chiede il motivo della telefonata. Saputolo, la voce metallica ingrana: “Per la posizione tedesca premere il tasto 2, per la posizione francese il 3 , per la posizione inglese il 4 …”. Più o meno le cose stanno ancora così. Tuttavia quanto è accaduto in questo week end di passione al capezzale della Grecia, rende il quadro assai più mosso.

La decisione dei ministri delle finanze della Ue di varare un piano anti-crisi di 750 miliardi di euro – dei quali 60 provenienti da Bruxelles, 440 dagli stati della zona euro, 250 dal Fondo monetario internazionale – rappresenta pur sempre il più grande piano di salvataggio mai varato nella storia. Difficilmente potrà lasciare le cose come prima, qualunque sarà il suo esito ai fini del contenimento della crisi in corso. Intanto la reazione dei mercati è stata – e non avrebbe potuto essere altrimenti – entusiastica. Dopo i crolli della fine della scorsa settimana i rialzi non si sono fatti attendere alla riapertura delle Borse del lunedì mattina, anche se non si può ancora dire se potranno compensare interamente le perdite precedenti. Milano è volata a +11, il secondo miglior rialzo di sempre, ma anche la Borsa di Atene ha detto la sua con un +9 in spregio al precipitare delle condizioni di vita presenti e future del popolo greco.

Come si sa il piano è stato frutto di complicatissime mediazioni. La Commissione europea aveva chiesto di più e meglio. D’altro canto la situazione era peggio che drammatica: era seria. Si è dovuto arrivare al limitare – e il pericolo non è definitivamente scongiurato – dell’implosione dell’euro e della stessa Unione europea, oltre che del default greco, per spingere i capi di stato europei a qualche mossa. Poi gli interventi inglesi e tedeschi, in particolare modo, hanno ridotto, più per qualità che per quantità, la portata dell’intera operazione. I dissensi hanno ruotato attorno alla questione dell’autonomia del bilancio dei singoli stati.

Su questo tema si è esercitata soprattutto la resistenza tedesca, forte della famosa sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe che ha recentemente ribadito la sovranità del bilancio dello stato tedesco su ogni altra cosa, quindi anche sulle decisioni assunte in sedi europee. Non è stato quindi solo per la preoccupazione di perdere le elezioni in Westfalia – cosa poi puntualmente avvenuta – che la Merkel ha cercato di mettersi di mezzo, ma perché accettare un’impostazione che in pratica per la prima volta costringeva i singoli paesi a ragionare in termini di bilancio europeo, significava sciogliere la famosa alternativa di Khol – andiamo verso una Germania europea o un Europa tedesca? – nella prima direzione, quando finora Berlino si era sempre mossa nel secondo verso. Certamente l’Europa non si è trasformata in una notte da unione monetaria a unione economica e tantomeno politica. Ma non è neppure regredita al livello di stati nazionali in aperto contrasto tra loro, come alcuni temevano.

Soprattutto un altro tabù della costruzione neoliberista e monetarista dell’Europa ha cominciato a vacillare. Dopo quello della intangibilità dei limiti e dei parametri di Maastricht, ridicolizzati da tutti; dopo quello della immodificabilità delle loro regole – si parla apertamente di riforma, anche se in direzione di un maggiore rigore – comincia a venire meno un presupposto essenziale delle politiche economiche neoliberiste, cioè quello della separazione tra governi e banche centrali e segnatamente della Bce dagli organi di governo politico della Ue. L’imbarazzo di Trichet era evidente in quelle ore. Non si contano le sue dichiarazioni sul fatto che in ogni caso la Bce avrebbe deciso in piena autonomia, secondo la più classica delle excusatio non petita accusatio manifesta. La stessa missione della Bce subisce una torsione notevole. Nata esclusivamente per fare da guardia ai livelli dell’inflazione, si trova ora nella posizione di chi ha un ruolo attivo e di tutto rilievo nella difficile gestione del debito. Fosse passato il disegno originario della Commissione, la trasformazione di ruolo sarebbe apparsa ben più netta. In questo modo invece viene conservato dal punto di vista formale il principio della sovranità dei bilanci nazionali, poiché il rapporto con la Grecia e con gli altri paesi che dovessero necessitare di analoghi interventi di sostegno avviene sempre su base bilaterale. In più c’è l’intervento del Fondo monetario internazionale. Non siamo quindi alla creazione di uno specifico Fondo europeo che avrebbe potuto gestire le crisi in proprio.

Malgrado queste novità, sarebbe temerario affermare che le misure pur così consistenti adottate da Ecofin basteranno per risolvere la situazione greca, la evidente crisi dell’euro e della stessa Unione europea nel suo complesso. Innanzitutto perché non è affatto detto che le decisioni assunte dal parlamento greco, sotto il ricatto del default, vengano poi accettate da un popolo che sta radicalizzando la propria opposizione a quelle misure. Ma soprattutto perché le cause della crisi mondiale, di cui quella greca è stata solo un punto di precipitazione, sono tutt’altro che rimosse, dal momento che affondano le loro radici nel modello di sviluppo imposto dal capitalismo globalizzato e dal modo con cui si è venuta costruendo la Ue, con il predominio franco-tedesco nei confronti dei paesi dell’area mediterranea.

I governanti europei proclamano ora la loro fiducia nel successo nella lotta alla speculazione finanziaria sulla base delle misure prese. Ma la speculazione, come ha scritto con insolita radicalità Eugenio Scalfari, altro non è che il mercato stesso. Se quindi non vengono poste almeno delle regole a quest’ultimo, tali da spuntargli un poco le unghie, c’è ben poco da fare. E di queste misure non si vede l’ombra.

Una scelta in tale direzione, sul terreno degli indirizzi fondamentali dell’economia, potrebbe essere un abbattimento delle spese militari. Una simile misura potrebbe trovare un’applicazione efficace proprio nel caso greco. Il paese ellenico infatti, a causa del suo contenzioso plurisecolare con la Turchia, spende circa tre volte la media degli altri paesi europei in termini di difesa e di armamenti. La pacificazione, la soluzione della questione cipriota – che la Ue potrebbe aiutare e sostenere anche finanziariamente – permetterebbe alla Grecia di riportare le spese militari almeno entro la “normalità”, destinando a scopi sociali le somme così risparmiate. E’ una proposta che ho avanzato qualche settimana fa sulla base di un accurato uno studio operato da un istituto francese e che anche Daniel Cohn Bendit ha recentemente rilanciato.

Sul piano finanziario sarebbe necessaria l’introduzione di una tassazione dei flussi internazionali di capitale sul modello ideato da James Tobin. Ma di questo i governanti europei parlano solo nelle rispettive campagne elettorali, ma se ne dimenticano prontamente quando si siedono ai tavoli decisionali.

Per evitare che interi stati siano in balia delle valutazioni di quelle agenzie di rating che hanno allegramente accompagnato il mondo dentro la più grande catastrofe economica dal ’29 in poi, sarebbe utile dare vita a un’agenzia europea di carattere pubblico. Vi è chi dice che tale proposta sarebbe impraticabile perché troppo casalinga, dal momento che dovrebbe esprimere giudizi sulla emissione di titoli pubblici, ma tale obiezione mi pare priva di fondamento, dal momento che sarebbe interesse comune che nessuno stato inguai l’altro e soprattutto il conflitto di interesse c’è già e risiede proprio nelle attuali agenzie di rating che valutano obbligazioni emesse da società che detengono quote della loro proprietà.

Ma soprattutto la condizione cui l’Europa è giunta, gli allarmi che sono stati giustamente lanciati da più parti – si pensi, tra gli altri, a Joseph Stiglitz, a Paul Krugmann, a Nouriel Roubini, a Moises Naim, a Robert Castel, a Jean Paul Fitoussi – sulla sopravvivenza dell’euro, dovrebbero spingere le forze di sinistra e progressiste a un passo deciso verso la richiesta della ridiscussione degli obiettivi e dei vincoli dei trattati, nel senso di porre al centro la questione occupazionale, nonché della funzione della Bce. Che questi non siano immodificabili è ormai chiaro. Bisognerebbe evitare che venissero cambiati da destra. Quello che l’attuale crisi greca – peraltro appena al suo inizio – ci dimostra è che anche l’Europa non può rimanere uguale a quello che è stata e a quello che non ha saputo essere. O cambia, diventando un attore positivo sulla scena politica ed economica mondiale, o implode. Se non altro per coincidenze geografiche, questa volta è più che mai il caso di dire: hic Rhodus, hic salta.

Alfonso Gianni

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