Manifesto contro la precarietà. L’inizio di un percorso

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Un tempo era argomento per sociologi del lavoro, economisti, giuslavoristi. Discussione accademica per professori che predivano il futuro. Oggi la precarietà è la drammatica realtà quotidiana di tutti, giovani e non, donne, migranti, dei milioni di disoccupati, di chi ha contratti a tempo, o saltuari, di chi è “a scadenza” come cibo da supermercato.

In questi anni, in Italia e non solo, i diritti sociali e del lavoro sono stati progressivamente sacrificati sul piatto e nel nome della competizione globale e dell’abbattimento dei costi. Tutto questo ha determinato l’aumento della disuguaglianza, causa strutturale della crisi nella quale siamo immersi.

Il “Manifesto contro la precarietà”, che presenteremo sabato 21 gennaio a Roma, nasce dalla convinzione che la lotta alla precarietà in tutte le sue forme debba essere punto di partenza necessario e imprescindibile per la costruzione dell’alternativa, a partire da una riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali più inclusiva, che non contrapponga i diritti acquisti a quelli invisibili. Una riforma che ponga al centro il tema della giustizia sociale.

Un’alternativa che sappia coniugare le parole economia, ecologia e democrazia, rimettendo al centro il rapporto con gli altri e con l’ambiente, con un altro tipo di sviluppo, un’altra idea di società.

Ricomporre il puzzle dei diritti frammentati o assenti per sostenere l’autonomia delle persone, il valore del lavoro, la loro libertà. E’ questo il compito da cui ripartire, la sfida che ci siamo posti, agendo su più livelli.

Lotta alla precarietà nell’accesso al lavoro: oggi esistono oltre 40 forme contrattuali. L’85% delle assunzioni avviene con contratti precari e il tasso di disoccupazione giovanile è al 30%. Bisogna ridurre all’osso le tipologie di contratti possibili, ripristinando la normalità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato e facendo costare di più i contratti atipici.

Lotta alla precarietà nel lavoro: leggi diverse (dal collegato al lavoro fino alle ultime finanziarie Berlusconi) hanno modificato ciò che il diritto del lavoro e la Costituzione avevano garantito, ossia che leggi e contratti potessero riequilibrare i rapporti di forza tra lavoratrici, lavoratori e impresa. Bisogna tornare alla certezza dei diritti, a partire da due strumenti fondamentali: l’abrogazione dell’art. 8 che consente la deroga a leggi e contratti sulla base di accordi siglati a livello locale e quindi determina lo svuotamento del contratto nazionale, dello statuto dei lavoratori ecc e il ripristino della legge contro le dimissioni in bianco. Così come il tema dei tempi e degli orari, in un mercato del lavoro dove la piena occupazione è di là da venire, torna ad essere centrale insieme ad una discussione vera ,di cui non si vede traccia, su cosa e come produrre.

Lotta alla precarietà nell’uscita dal lavoro: di fronte alla perdita temporanea o peggio ancora definitiva del lavoro solo la metà dei disoccupati usufruisce di forme di sostegno al reddito. Dobbiamo rivedere radicalmente il sistema di ammortizzatori sociali, da estendere a tutte le tipologie di rapporti di lavoro.

Restituire autonomia e libertà alle persone: la precarietà diffusa è il risultato di processi di deregolamentazione del mercato del lavoro sempre più incontrollati e di uno Stato sociale che lascia sole le persone, scarica sulle donne il peso dell’assenza dei servizi, non riconosce diritti di cittadinanza. La negazione dell’autonomia delle persone è determinata dal non poter accedere a prestazioni fondamentali quali servizi, mobilità, formazione, cultura, e diritto all’abitare. Tutto questo si traduce in assenza di prospettive e di possibilità di costruzione autonoma del proprio futuro per milioni di ragazze e ragazzi. Per combattere questo stato di cose pensiamo che sia necessario introdurre misure fondamentali in grado di restituire dignità, autonomia e libertà di scelta ai giovani, come ad esempio il reddito minimo, lo sviluppo di politiche di housing sociale, di investimenti pubblici per il recupero di aree dismesse a fini abitativi e imprenditoriali, e lotta al caro affitti.

Quattro obiettivi da cui ripartire per cambiare la rotta della crisi drammatica in cui siamo immersi e che rischia di inghiottire un’intera generazione e il futuro del Paese. Quattro obiettivi declinati in un manifesto che è solo l’inizio di un percorso che vogliamo intraprendere e che ci porterà nei prossimi mesi ad attivare momenti di ascolto e confronto con soggetti diversi, con i sindacati, le associazioni, i lavoratori, con chi vorrà partecipare e dire la propria.

Massimiliano Smeriglio

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Ciccio 19 gennaio 2012 - 11:43

un’importante iniziativa come questa meritava spazio nella giornata del 22. si contano sulle dita delle mani le proposte di sel.

Vanni Maltoni 19 gennaio 2012 - 00:15

Costa Concordia: la “Movida” galleggiante (di Sergio Bologna)

Strano che nessuno si sia chiesto quale bandiera batte la “Costa Concordia”. Strano che nessuno si sia chiesto chi stava sul ponte di comando della nave al momento dell’incidente. Strano che nessuno abbia ricordato che ai primi di ottobre del 2011 la nave portacontainer “Rena” della MSC è andata a sbattere contro l’Astrolabe Reef in Nuova Zelanda, uno dei più preziosi paradisi marini del globo, e che da allora (sono passati tre mesi e mezzo) sputa petrolio su quelle acque incontaminate, creando il più grave disastro ecologico in quell’emisfero. Strano che nessuno ricordi come l’Italia abbia a che fare in questi incidenti, per più motivi.

Costa Crociere, nata italiana come dice il nome, è controllata dal gigante americano del settore. Ma chi la gestisce? Le navi, è bene si sappia, sono di proprietà, di norma, di una holding la cui prima preoccupazione è di metterle al riparo dal fisco e dalle norme sulle tabelle d’armamento presso certi paradisi fiscali ( da cui le cosiddette “bandiere ombra” o flag of convenience). Ma sono gestite da Ship Management Societies specializzate che decidono le assunzioni di personale e lo fanno di solito in base al principio del minor costo.

Sulla “Rena” c’erano 15 filippini su 20 uomini di equipaggio. I filippini hanno pessima fama, ma ingiustamente, da “paria” del settore sono diventati oggi tra quelli meglio preparati, perché negli anni hanno imparato che la loro vocazione era quella ed hanno investito in scuole professionali, che rilasciano i diplomi ed i certificati necessari per l’imbarco. Purtroppo oggi il mercato dei certificati falsi è fiorente, oggi i “paria” sono altri, ucraini, vietnamiti, turchi, bielorussi.

1. Sabato c’è stata una manifestazione sul Canale della Giudecca a Venezia contro il passaggio delle grandi navi da crociera. Stava uscendo in quel momento la “MSC Magnifica”. MSC sta per Mediterranean Shipping Company ed è la creatura di un geniale italiano di Sorrento, Gianluigi Aponte, che ha trasferito le sue attività in Svizzera, a Ginevra, dove sembra abbia preso moglie con tanto di banca in dote. Ha una flotta di circa 150 navi portacontainer (è la seconda al mondo) ed una flotta sempre più consistente di navi da crociera. I suoi comandanti e, spesso, anche i suoi ufficiali, sono di Sorrento o dintorni. Anche quello della “Costa Concordia” viene da Sorrento, si legge, e con il suo comportamento ha coperto di disonore una categoria di validissimi uomini di mare. MSC è famosa nel mondo per la sua mancanza di trasparenza.

Non comunica informazioni relative ai suoi traffici, in particolare sui volumi di merce trasportata, non conferma né smentisce le notizie che le pubblicazioni insider sfornano ogni giorno sulle loro costosissime newsletter. MSC si è fatta largo con una politica di prezzi assai aggressiva, al limite del dumping, possibile quando si riducono i costi al massimo e magari quando si dispone di grande liquidità (gli invidiosi o i malevoli dicono di sospetta origine).

2. Ma torniamo alla nave naufragata. Chi era sul ponte di comando? Il comandante e, si suppone, qualche ufficiale erano a cena con gli ospiti che si erano messi in ghingheri apposta. Che il personale fosse addestrato all’emergenza è probabile, ma per quanto riguarda il core manpower, il 10/15% del totale quindi, le centinaia di precari a bordo, che spesso parlano un paio di parole d’inglese al massimo, certo non lo erano. Chi aveva verificato il funzionamento dei verricelli delle scialuppe di salvataggio? Nessuno. La “Rena” era una nave substandard, sottoposta ad ispezioni almeno una quarantina di volte negli ultimi anni, in genere era stata fermata e rilasciata solo dopo giorni. Troppo costoso per il signor Aponte ritirarla dal servizio. Le navi da crociera invece sono recenti, dotate delle più sofisticate apparecchiature di bordo. Se causano disastri è per cause diverse da quelle destinate al cargo. E quali sono queste cause?

3. La principale è di carattere culturale, di costume si potrebbe dire. Non è tanto problema di preparazione del personale, di controllo del funzionamento delle apparecchiature, di competenza degli ufficiali, è prima di tutto la cultura della “movida” a determinare certi comportamenti irresponsabili. Una nave da crociera è un’oscena “movida” galleggiante, che, a differenza di quella che ha devastato città come Barcellona ed altre, coinvolge vecchi e bambini, donne incinte e suore, paraplegici e malati cronici, tutti ammucchiati nella spensieratezza e nello shopping, con cabine costruite per essere scomode in modo che i passeggeri vadano in giro a comperare. Gli introiti all’armatore provengono dallo shopping in egual misura che dalla tariffa di passaggio. E poi lo spirito della “movida” è quello che fa avvicinare questi mostri pericolosamente alle coste più belle, alle acque protette dei pochi e non presidiati parchi marini.

Chi abita a Camogli e dintorni è ormai abituato a vedere le navi da crociera uscire dal porto di Genova e puntare diritte sul parco marino di Punta Chiappa, passandoci sfiorando le boe fatte per barche e motoscafi. Le sente lanciare l’urlo delle sirene e allora la gente del posto spiega: “I comandanti sono di Camogli ed è usanza che vengano a salutare le mogli e le mamme. Camogli viene da Ca’ delle mogli”. All’inizio ci cascavo anch’io e magari ripetevo questa sciocchezza a dei bagnanti inquieti per l’avvicinarsi del mostro, ma oggi so che non è così. Perché le grandi navi passano per il Canale della Giudecca?

Per permettere ai passeggeri di scattare una foto di piazza San Marco dal bacino. E questa “esperienza” pare che valga l’intera crociera. Altrimenti perché i tour operator minaccerebbero di boicottare Venezia se le navi non passano più per il canale della Giudecca?

4. Era troppo tardi all’Isola del Giglio per scattare le foto. La “movida” si era trasferita ai tavoli delle mense. Ma la “movida” da sola non basta a spiegare le modalità dell’accaduto. Un fattore strutturale è il cosiddetto “gigantismo” navale. Perché si costruiscono navi da 100 mila tonnellate, in grado di portare anche 6.000 persone? Per risparmiare sui costi, punto. Non è che la vacanza è più bella se a bordo si è in 6 mila invece di mille, anzi il servizio rischia di essere peggiore. Una simile nave in caso di incidente è governabile assai meno di una nave più piccola, fosse pure perfettamente esperto tutto l’equipaggio in evacuazioni d’emergenza.

E’ il gigantismo in sé la pura follìa, perché innesca il circolo vizioso. Quanto più grande la nave, tanto inferiori i costi unitari per l’armatore che può offrire prezzi a portata di tutte le tasche. Tanto più basse le tariffe tanto più difficile la concorrenza da parte di navi più piccole, con costi unitari maggiori.

Le barriere d’ingesso al mercato si alzano, la situazione diventa di oligopolio e magari su certi segmenti di mercato diventa monopolio, allora le tariffe possono riprendere a crescere, ma nel frattempo è il disastro. Nelle navi portacontainer la logica è la stessa ed i danni all’ambiente sono costanti. Oggi sono in ordine ai cantieri navi da 18.000 TEU, per entrare in un porto hanno bisogno di alti fondali. Se chiedete a un Presidente di un qualunque porto italiano, che non sia Trieste, in quali attività investe le maggiori risorse, vi sentirete rispondere: scavare i fondali. Anche a Venezia è così e se non ci si ferma in tempo sarà la morte della laguna, che già è agonizzante. Con la costruzione del MOSE le bocche di porto si sono ristrette ed i conducenti dei vaporetti vi diranno che razza di velocità hanno preso le correnti in uscita ed in entrata a seconda delle maree, roba da render difficile il governo di un vaporetto.

5. La Ship Management Society della “Rena”, la portacontaienr che sta ancora devastando il reef neozelandese, è la Costamare, con sede in Grecia. Se andate sul sito, troverete che si considera la migliore del mondo nel trattamento degli equipaggi. Possiamo anche crederle ma il problema oggi è che ci si trova ormai nello shipping in una situazione, come nella finanza, sfuggita ad ogni controllo. Per disastri di proporzioni inimmaginabili le multe pagate dalle società sono ridicole, qualche problema in più lo hanno semmai le assicurazioni, la colpa comunque è sempre dell’uomo, cioè di quel disgraziato a bordo che si è fatto magari un turno di 16 ore. Si dice che il comandante della “Rena” fosse ubriaco, forse era fatto di coca o forse il suo secondo al timone, chissà. Non esiste un’Autorità Internazionale che abbia giurisdizione sulle acque, in mare ciascuno fa il cazzo che vuole, l’International Maritime Office può fare solo raccomandazioni e le sue Direttive debbono essere ratificate dagli Stati…campa cavallo.

La deregulation è totale ed è iniziata con la deregulation del lavoro. Per questo sono nate le bandiere di comodo, non tanto per pagare meno tasse ma per aggirare gli standard dell’organico di bordo, cioè delle tabelle d’armamento. Le caratteristiche fisiche e tecniche di ogni nave richiedono un organico ben definito in termini di numero e di qualifiche, di ufficiali e di crew. Gli armatori registrano la nave a Panama, alle Isole Caimane, in Liberia per poter avere la mano libera sulle caratteristiche dell’equipaggio. Nel mirino si dovrebbero tenere quindi non solo gli armatori ma le Ship Management Societies.

In Italia si è trovata una via di mezzo, il cosiddetto Secondo Registro Navale, la nave rimane sotto bandiera italiana e le tasse l’armatore le paga in Italia (non è il caso qui di soffermarsi sulle agevolazioni fiscali concesse all’armamento, i sacrifici si sa debbono farli solo i lavoratori, dipendenti, precari e freelance che siano). Ma l’equipaggio può essere formato secondo pratiche che non sono molto dissimili da quelle concesse alle flag of convenience.

Non esiste salvezza dunque? Non è solo per antico operaismo, ma per una considerazione fredda ed obbiettiva che ritengo l’unica possibilità di salvezza la lotta multinazionale dei lavoratori. Purché se ne tenga conto. Nessuno ci fa caso, nelle cosiddette pubblicazioni antagoniste o di sinistra ancora non opportunista non c’è traccia di quel che accade nel mondo della portualità e dello shipping. Invece ci sono fermate, scioperi e proteste ogni giorno nel mondo, soprattutto nei porti. Forse qualcuno ricorderà che un paio d’anni fa sui giornali è venuta fuori la notizia che c’era un porto nuovo in Marocco che avrebbe stracciato tutti i concorrenti, Gioia Tauro in primo luogo. Da mesi è semiparalizzato dagli scioperi. Il problema non è quello di essere informati, ma quello di esser presenti nell’opinione pubblica con ragionamenti che spostino delle rivendicazioni dal terreno della pura sopravvivenza (di questo si tratta e non di presunti “privilegi” dei portuali) al versante della lotta per la salvezza dell’ambiente e di una civiltà del lavoro degna di questo nome.

Sergio Bologna è autore de “Le Multinazionali del mare”, Egea Editore, Milano 2010.

Alessio 18 gennaio 2012 - 21:43

stefano è vero che ferrero ultimamente si è visto un po di più in tv, però è anche vero che x tre anni la FDS è stata oscurata totalmente. anche SEL è stata oscurata fino al 2010, poi l’anno scorso ha avuto un po più di presenza sui media, xke i programmi di finta sinistra credevano che berlusconi sarebbe caduto e si sarebbe andati alle elezioni anticipate e quindi ai media filo-PD servive coprire il PD a sinistra tramite SEL. adesso però che i piddini sostengono monti guai a danneggiarli, quindi meglio far scomparire SEL, FDS e IDV. se ci pensi bene ferreo e diliberto non sono stati invitati dai programmi filo-PD cioè da floris, gruber e fazio, ma sono stati invitati da paragone e vespa. è bene metterci in testa che quando si da fastidio al sistema, il sistema ti oscura. Stai sicuro che se SEL, la FDS o l’IDV per un caso ipotetico aprissero al governo monti scommetti che inviterebbero di nuovo i loro esponenti ai programmi televisivi?

Stefano 18 gennaio 2012 - 21:19

Alessio però per esempio Ferrero da quando c’è il governo Monti lo chiamano a Porta a Porta, Agorà, Servizio pubblico come se fosse il rappresentante dell’opposizione di “sinistra”.
Quando non è cosi, è un pezzo ma non può rappresentare di certo tutti quelli a sinistra del Pd.

Alessio 18 gennaio 2012 - 19:54

a stefano: purtroppo non chiamano più esponenti di SEL non perchè vendola è impegnato e si “dimenticano” di fava e mussi, giordano, migliore ecc.. la verità è che mettono il silenziatore all’opposizione sociale. adesso anche i programmi di finta sinistra come ballarò (floris è veramente odioso) fanno a SEL quello che x 3 anni hanno fatto a PRC e PDCI, semplicemente li ignorano. da quando c’è monti i media di finta sinistra (cioè filo-PD) come ballarò, otto e mezzo, che tempo che fa ecc.. fanno di tutto x evitare un travaso di voti dal PD alla sinistra radicale. Se ci fai caso anche L’IDV è molto + censurata di prima anche nei tg. da tg e talk show sono scomparsi tutti quelli a sinistra del PD

Felice Di Giandomenico 18 gennaio 2012 - 14:29

Dal sito della rivista MicroMega un intervento molto interessante che vorrei condividere con i compagni.

Più precarietà uguale più crisi
di Guglielmo Forges Davanzati
Università del Salento
16 gennaio 2012

La drammatica crisi dell’eurozona è, in larghissima misura, una crisi indotta da politiche economiche del tutto irrazionali, fondate sulla convinzione che il perseguimento del rigore finanziario debba essere contestuale all’adozione di misure per accelerare la crescita economica. Con ogni evidenza, si tratta di un ossimoro: è davvero arduo, se non logicamente impossibile, immaginare che una ripresa significativa del tasso di crescita possa derivare da provvedimenti a costo zero. D’altra parte, l’evidenza conferma che le politiche recessive messe in atto non producono altri effetti se non l’aumento del rapporto debito pubblico/PIL, ovvero il risultato esattamente opposto rispetto a quello che ci si attende. Ciò a ragione del fatto che l’aumento della pressione fiscale (e la riduzione della spesa pubblica) riduce i consumi, la domanda e l’occupazione – così che riduce il PIL – e, al tempo stesso, riducendo l’occupazione, comprime la base imponibile, dunque il gettito fiscale, rendendo “necessarie” ulteriori misure restrittive per recuperare risorse per pagare gli interessi sui titoli del debito pubblico.

In questo scenario, e con riferimento al caso italiano, il dibattito ruota intorno alla necessità di mettere mano a un’ulteriore “riforma” del mercato del lavoro in nome della “modernizzazione” delle relazioni industriali con la clausola del no-tabu. Come ha chiarito il Presidente Monti, infatti, le riforme del mercato del lavoro devono essere fatte senza alcuna preclusione di sorta, assumendo che ogni diritto possa essere negoziabile.

E’ ampiamente dimostrato, sul piano teorico ed empirico, che le politiche di ‘flessibilità’ del lavoro non accrescono l’occupazione e tendono ad associarsi a una riduzione della quota dei salari sul PIL. Per dar conto della reiterazione di provvedimenti di precarizzazione del lavoro, quando questi si sono rivelati del tutto controproducenti per gli obiettivi che si dichiara di voler perseguire, e della loro accelerazione negli ultimi anni in Italia, si può partire dalla constatazione stando alla quale il principale problema strutturale dell’economia italiana consiste nella modesta crescita della produttività. L’OCSE registra che i differenziali di produttività fra l’Italia e gli altri principali Paesi membri sono aumentati nel corso dell’ultimo biennio, attestandosi al 25%. E’ opportuno considerare che la produttività cresce soprattutto a seguito dell’avanzamento tecnico. Ma, con ogni evidenza, non è questa la strada che si intende percorrere, se solo si considerano i rilevanti tagli alla ricerca scientifica messi in atto nell’ultimo triennio. Questi provvedimenti non fanno altro che accentuare la crisi, per le seguenti ragioni.

1) Per un dato assetto tecnico, la produttività del lavoro aumenta se la minaccia di licenziamento diventa più efficace e credibile. In tal senso, l’accelerazione delle politiche di precarizzazione del lavoro non serve ad accrescere l’occupazione, ma semmai ad accrescere l’intensità del lavoro, il che si rende possibile solo a condizione che esista un ampio bacino di disoccupati che renda efficace e credibile la minaccia di licenziamento (o di non rinnovo del contratto di lavoro). E, tuttavia, gli effetti della precarietà del contratto di lavoro sulla produttività sono ambigui. Sebbene, infatti, la maggiore credibilità del licenziamento derivante dalla somministrazione di contratti flessibili possa ‘disciplinare’ i lavoratori, accrescendone il rendimento, questo effetto può essere controbilanciato dalla minore motivazione che un lavoratore ha nel caso in cui percepisca come probabile il non rinnovo del contratto. Si tratta di eventualità frequenti in contesti di alta disoccupazione e di facile sostituibilità dei lavoratori (a sua volta riconducibile alla bassa dotazione di capitale umano richiesta), dal momento che – in queste condizioni – le imprese possono attingere a una platea ampia di disoccupati, disponibili ad accettare salari bassi e peggioramento delle condizioni di lavoro. In ogni caso, poiché la dinamica della produttività del lavoro dipende in massima misura dall’avanzamento tecnico, le politiche di precarizzazione del lavoro hanno l’ulteriore effetto negativo di comprimere il tasso di crescita.

E’ rilevante osservare che le politiche di precarizzazione esercitano effetti negativi anche sull’attività di ricerca del lavoro, sia perché contribuiscono a ridurre salari e occupazione, sia perché orientano la domanda di lavoro proveniente dalle imprese verso occupazioni di bassa qualità, proprio a ragione del fatto che disincentivano modalità di competizione basate sull’introduzione di innovazioni e, dunque, sul miglioramento della qualità della domanda di lavoro. La quota dei lavoratori ‘scoraggiati’ sul totale della forza-lavoro si assesta oggi, in Italia, al 3.5% ed è stata in costante aumento nel corso dell’ultimo decennio, e riguarda prevalentemente lavoratori nella fascia d’età compresa fra i 20 e i 30 anni, soprattutto donne. Si tratta di individui che hanno smesso di cercare occupazione. Il fenomeno è imputabile a due circostanze: in primo luogo, alla bassa probabilità di trovare impiego (o un impiego coerente con le qualifiche acquisite), così che al crescere del tasso di disoccupazione aumenta la platea di lavoratori scoraggiati; in secondo luogo, è imputabile alla possibilità di garantirsi un reddito di sussistenza senza lavorare, possibilità che si determina nel caso in cui i consumi sono garantiti dai risparmi delle famiglie d’origine, o da redditi derivanti da occupazioni irregolari.

Si tratta di un fenomeno preoccupante per due ordini di ragioni. In primo luogo, l’esistenza di un’ampia platea di lavoratori scoraggiati può segnalare il fatto che è ampia l’occupazione nell’economia sommersa, ovvero che chi smette di cercare lavoro nell’economia regolare lo fa perché ottiene reddito da attività illecite. Si può ritenere che si tratta, in questo caso, di individui con basso reddito e con basso livello di istruzione. In secondo luogo, i lavoratori scoraggiati traggono risorse per i propri consumi prevalentemente dai risparmi delle loro famiglie. Il che genera progressiva compressione dei risparmi e, nella misura in cui, l’accumulazione di risparmi è una precondizione per il finanziamento degli investimenti, ciò determina riduzione degli investimenti, della domanda aggregata e dell’occupazione. In più, poiché ad alta disoccupazione è associata bassa propensione a cercare occupazione, da ciò segue un ulteriore aumento della quota di lavoratori scoraggiati sul totale della forza-lavoro. Si può osservare che questa dinamica acuisce il problema dell’assenza di mobilità sociale in Italia, in quanto rende possibile l’inattività solo a giovani la cui sussistenza è garantita dalla ricchezza accumulata dalle famiglie d’origine. In tal senso, un elevato tasso di disoccupazione, associato a inattività volontaria, contribuisce a perpetuare le differenze di status, in un Paese – l’Italia – che, stando alle ultime rilevazioni OCSE, è, con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, il Paese con la minore mobilità sociale fra i Paesi principali industrializzati.

2) Le politiche di precarizzazione del lavoro, inoltre, incentivano le imprese a competere mediante compressione dei costi di produzione (salari e costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori in primis), disincentivando le innovazioni. Ciò a ragione del fatto che, potendo ridurre i prezzi mediante riduzioni del costo del lavoro, le imprese non hanno interesse a introdurre miglioramenti organizzativi e/o innovazioni di processo e di prodotto, soprattutto laddove l’introduzione di innovazioni richieda spese ingenti ed elevato indebitamento nei confronti del sistema bancario.

Si torna, così, al punto di partenza. La precarizzazione del lavoro, riducendo occupazione, salari e produttività, riduce il tasso di crescita e la base imponibile. Il che rende “necessarie” ulteriori manovre recessive, in una spirale viziosa che impoverisce soprattutto le famiglie con redditi più bassi, le aree periferiche e le piccole imprese, e che, soprattutto, diventa sempre più socialmente insostenibile.

Marco Coghe 18 gennaio 2012 - 14:09

Condivido il senso di questo manifesto ed i 4 punti su cui è articolato. Penso che fra i primi punti di discussione e proposta debba esserci un “progetto di sviluppo” che identifichi, specifichi e spieghi, il più dettagliatamente possibile i campi nei quali investire per avviare un rilancio economico e sociale.
Penso che, contestualmente all’ impegno nella lotta alla precarietà, dobbiamo impegnarci e formulare proposte concrete su cosa vogliamo produrre, (in termini di beni e servizi), come e dove produrli, come distribuirli; privilegiando, nella produzione di beni, le produzioni locali, a km 0, compatibili con il territorio in cui vengono prodotti; diversificando i mezzi di stoccaggio e di trasporto e privilegiando, anche qui, i mezzi meno inquinanti ed efficienti (ferrovia e trasporto marittimo anziché gomma e autostrade). Nella produzione di servizi, puntare molto nel recupero di efficienza nella scuola e nelle università, garantendo maggiore spazio ed investimenti alle scuole di indirizzo tecnico-scientifico che abbiano, come obiettivo, la creazione di brevetti ad alto valore aggiunto da “spendere” nel mercato globale. Per alleggerire il problema della mancanza di abitazioni pensare ad un massiccio intervento di recupero dei centri storici delle nostre città e paesi, oggi, molto spesso, desolatamente vuoti, abbandonati, fatiscenti e diroccati. Proponendo un intervento deciso nella classificazione, recupero e messa in sicurezza, a fini conoscitivi e turistici, del nostro immenso patrimonio storico, artistico ed archeologico. Impegnarsi a fondo nel proporre, quale alternativa allo scempio ambientale in atto, un progetto di recupero e messa in sicurezza del sistema idrogeologico del Paese che comprenda anche le coste (sempre più selvaggiamente cementificate).Tanto lavoro da fare e tante occasioni di lavoro vero da proporre quale alternativa ad una manovra lacrime e sangue e tagli e tasse.

Edoardotrotta 18 gennaio 2012 - 13:55

Bello. Ma quando ci sono queste iniziative non sarebbe bello avere un volantino che richiami l’articolo (mettendo in risalto l’indirizzo internet).
Grazie.

Alessandro 18 gennaio 2012 - 12:28

Anche le Amministrazioni locali devono farsi carico del dramma della precarietà dando la possibilità ai giovani di creare un loro futuro, restituendo dignità.
Riguardo il caro affitto bisogna stipulare accordi con i proprietari di abitazioni per favorire la locazione di alloggi rimasti inutilizzati.
Questo per aiutare quei giovani e famiglie meno agiate. Naturalmente il canone deve conciliare con i loro reddito e nei casi più gravi il comune deve intervenire col pagamento dello stesso.

Michele 18 gennaio 2012 - 10:20

Concordo pienamente con Stefano, avanti con gli altri compagni. Niki non può reggere tutto da solo.

Ambri 18 gennaio 2012 - 09:31

Occorre immediatamente dire che non c’è futuro senza memoria.
Se non teniamo conto degli errori passati non possiamo progredire, anzi…….
Detto questo, proviamo a capire quali sono state le principali cause della grande crisi del 1929:
1 cattiva distribuzione del reddito;
2 cattiva struttura, o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie;
3 cattiva struttura del sistema bancario;
4 eccesso di prestiti a carattere speculativo;
5 errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale considerato un fattore penalizzante per l’economia).

Fatte queste considerazioni, trovo veramente curioso e stupido il comportamento dell’attuale governo ( destra/lega – cx/sx – 3 polo) e della UE/BCE, in quanto non c’è proprio motivo di ripetere gli stessi errori del passato, anche perchè tutti sappiamo che la pratica ideologica neo – liberista ha grossi limiti democratici ed è stata la principale causa della grande crisi del 1929.
Allora viene da chiedersi perchè?? cosa c’è sotto??? l’ideologia dominante, cioè il capitalismo o neo liberismo, che obiettivi hanno??….
Detto questo, credo sia facilmente intuibile che il problema maggiore è il basso livello salariale delle famiglie italiane, principale motivo della fortissima contrazione dei consumi e voce fondamentale per una ripresa della produttività nazionale.
A questo dobbiamo sommare le gravi condizioni in cui operano le aziende medio/piccole, vero motore di spinta della nostra economia, in quanto creano ricchezza interna, nazionale, aumentando il benessere di tutte le famiglie Italiane.
L’economia, non è una scienza tanto difficile, l’importante è garantire un equilibrio fra “domanda e offerta”.
Stabilito questo, dobbiamo creare le condizioni migliori per una competitività aziendale impostata sulla qualità, su un tipo di produttività che ben si concilia con l’ambiente, elaborando nuove regole e un vero programma industriale per il paese.
Per fare ciò si dovrebbe cambiare anche lo scopo della TOBIN TAX, utilizzata solo per reperire maggiori introiti ma non come disincentivo alla pratica finanziaria speculativa.
Il progetto originale di Tobin e keyns è che la tassa sulle operazioni finanziarie fosse molto più elevata proprio per scoraggiare la pratica speculativa del sistema finanziario a tal punto da non essere conveniente, costringendo le imprese a investire sull’economia reale.
Concludo il mio intervento auspicando un cambiamento di strategia e metodi da parte di tutto il parlamento/governo, in caso contrario, la Grecia non rimarrà un fatto isolato.
un saluto

Stefano 17 gennaio 2012 - 23:08

Ottimo, prima la contro-manovra dettagliata e dai contenuti molto convincenti, poi il manifesto sul mercato del lavoro e domenica l’assemblea nazionale con importanti interventi ed ospiti per il riposizionamento politico.

FORZA SEL ! Servirebbe oltre al lavoro sul territorio (che comunque i compagni delle federazioni tentano di portare avanti nel migliore dei modi) anche un pò più di presenza mediatica.

Possibile che se non c’è Vendola disponibile non ci chiama più nessuno ? Secondo me Claudio Fava o Fabio Mussi sarebbero molto efficaci.

Possibile che da Monti in poi è in tv più Ferrero che noi ?

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La Puglia come locomotiva del Mezzogiorno

I dati Istat sul prodotto interno lordo consolidano la posizione della Puglia come locomotiva del Mezzogiorno, cresce quasi ai livelli del nord del Paese. In questi anni la Puglia è riuscita a coniugare le proprie tradizioni, la propria storia e le vocazioni produttive con l’innovazione e la tecnologia. Ha toccato buoni livelli di specializzazione grazie [...]

Istat: in Puglia 25mila occupati in più. Miglior dato in Italia

Tempi bui per l’economia e per l’occupazione in particolare, ma secondo l’Istat, che in qualche maniera rafforza il quadro congiunturale illustrato dal presidente Nichi Vendola nel corso della conferenza stampa di fine anno, la Puglia è in controtendenza al punto da guidare il plotone (esiguo) di regioni con un segno più davanti alla voce nuovi [...]

Immigrazione. In Puglia fa rima con accoglienza

Lecce. E’ quella salentina la provincia più ambita dai migranti in Puglia. Lo rivela il rapporto “Sprar 2010 – 2011″ che fotografa i progetti di accoglienza. LECCE – Il Salento è la provincia pugliese preferita dai migranti in cerca di salvezza. Merito dell’accoglienza che vi trovano. Si sofferma proprio sul tema centrale dell’accoglienza, il rapporto [...]

Cascina, via libera al registro delle coppie di fatto

La maggioranza di centro sinistra approva un ordine del giorno in cui si prevede anche la promozione di politiche di sostegno “alle famiglie fondate sul matrimonio, di fatto o naturali”. E’ stato approvato ieri, in occasione della seduta del Consiglio comunale di Cascina, da tutte le forze politiche del centro-sinistra che sostengono il sindaco Antonelli, [...]

La serra fotovoltaica

A Villasor, in provincia di Cagliari, creati 90 posti di lavoro Investiti 70 milioni da multinazionali indiane e americane: 26 ettari coperti su 134 di serre produrranno 20 MW elettrici MILANO – Unire l’agricoltura alla produzione di energia elettrica, creando anche 90 posti di lavoro in una regione, la Sardegna, da anni alle prese con [...]

Sono Lucia, ho la sclerosi. Ma ora cammino

Casarano. Una giovane donna ammalata, si alza dalla sedia a rotelle grazie alla cannabis. Che si sperimenta a Casarano. Oggi un ‘caffè’ diverso da tutti gli altri, per scuotere gli animi disfattisti e diffidenti che purtroppo troppo spesso popolano questo quotidiano on line: una storia di ottimismo, scritta prima da un’amministrazione illuminata, come quella di [...]

Cagliari, così si fa

Stop agli affitti per il comune di Cagliari. La Giunta comunale taglia le locazioni passive, d’ora in poi gli uffici si trasferiranno dagli edifici in affitto a quelli di proprietà: “Si risparmierà oltre un milione di euro”. Ecco cosa cambia. Un risparmio di oltre 1.100.000 euro l’anno per le casse dell’amministrazione. E’ quanto prevede l’atto [...]

Buone notizie

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