Le primarie del centrosinistra in Puglia non sono state un incontro di pugilato: pensarle nei termini abusati di vincitori e vinti significa inoltrarsi, più che mai alla cieca, nel labirinto in cui ci siamo smarriti.
A saperle interpretare, quelle primarie indicano invece la sola via che possa portarci, tutti, fuori da quel labirinto. Sono un’occasione, unitaria e preziosa, per tutta la sinistra. Per la sinistra che non si rassegna al ruolo esangue della testimonianza e che vuole vincere. Per la sinistra che ricorda come una vittoria spogliata dei suoi concreti obiettivi, pagata rinunciando alla sostanza del proprio progetto, non sia diversa dalla più cocente sconfitta.
La partecipazione generosa e massiccia alle primarie pugliesi, la richiesta tranquilla ma a modo suo imperiosa di potere decisionale dal basso che le ha connotate, non sono uno dei tanti composti venefici che la cattiva politica ricava dalla pianta del plebicitarismo. Sono l’antidoto a quei veleni. Il plebiscitarismo mediatico grazie al quale Silvio Berlusconi tiene da anni in ostaggio questo paese non prevede repliche o interventi. Si fonda su una comunicazione a senso unico che relega il popolo nel ruolo passivo e inerte dello spettatore acquiescente, incaricato solo di amplificare a dismisura i messaggi del grande comunicatore. Non c’è nulla che quel modello perverso tema più di una presenza attiva, dialettica e dotata di poteri reali del popolo. Perché solo questa partecipazione reale è in grado di incepparne il funzionamento, svelando la truffa su cui si fonda.
Oggi non c’è abbaglio più esiziale di quello che attribuisce al popolo responsabilità che gravavano invece tutte sulle nostre spalle e scambia l’afasia della sinistra politica per sordità della sua base. Non è il popolo a non saper più ascoltare. Siamo noi a non disporre più di un vocabolario con cui interpellarlo. E’ nostro l’obbligo di saperlo reinventare e riscrivere.
E’ conseguenza diretta di questo abbaglio la tendenza a considerare la partecipazione popolare come un impaccio: ostacolo che impedisce alle strategie dei vertici politici di dispiegarsi per intero e ne mette pertanto a rischio la riuscita. La vicenda pugliese ha raccontato un’altra verità. Ha dimostrato che l’appello alla partecipazione diretta è il più potente fattore di aggregazione politica, molto più efficace, rapido e trasparente di mille estenuanti vertici nelle segrete stanze, e allo stesso tempo è il più possente moltiplicatore della mobilitazione sul territorio, forse il solo in grado di contrastare con successo l’onnipotenza mediatica della destra.
Il primo a cogliere in tutto il suo significato questo messaggio è stato proprio Silvio Berlusconi, che ha stretto d’assedio quell’Udc che appare sempre più insofferente dell’estremismo della destra e che ha messo in campo il terzo polo con la candidatura di tutto rango di Adriana Poli Bortone. Il premier non è riuscito né a imporre la Poli alla Pdl pugliese – una ricomposizione quasi contronatura – né a ottenere da Casini un passo indietro. E così il leader supremo di tutte le destre si trova a giocare una partita difficile su un terreno scivoloso. Non si tratta solo di conquistare una regione in più e neppure esclusivamente di eliminare un’anomalia che rischia, altrimenti, di contagiare le altre regioni del Meridione e addirittura di diffondersi oltre la cortina di ferro che separa il Nord dal Sud dell’Italia. Si tratta anche e soprattutto di abbattere subito, prima che sia tardi, un originale modello (di governo e di politica) che cerca di minare la supremazia comunicativa e l’egemonia culturale della destra non nella sola Puglia ma in tutta Italia.
Contrastare comunque le invenzioni elettorali dei berluscones, e soprattutto le loro immense risorse finanziarie, non sarà una passeggiata. Tanto più assurdo sarebbe dunque, per la sinistra, perdersi seguendo il filo logoro di antichi dissidi. Oggi è l’intera sinistra – il Pd e Sel, la Federazione e l’Idv – che deve stringersi in difesa non di una candidatura o di una giunta, ma di una fertile e feconda anomalia politica, del laboratorio pugliese e di quel che può significare per tutto il Sud che non intende somigliare a Gomorra.
Da questa alleanza, cementata dalla partecipazione e dal consenso attivo della nostra gente, è assente l’Udc. Con questa formazione politica è necessario avviare un dialogo e un confronto non superficiale. Si tratta di guardare in ciascuna delle crepe che si aprono tra la destra e le culture moderate del Paese. L’Udc, con la sua coraggiosa scelta del 2008, ha avuto il grande merito di rompere la compattezza del blocco berlusconiano e di provocare così una prima, e ben visibile, incrinatura nel berlusconismo. Quell’incrinatura deve però essere ora portata alle sue logiche conseguenze, tradursi nella costruzione di un percorso di alternativa.
Per noi alternativa non è solo un orizzonte di governo ma anche e soprattutto una diversa maniera di intendere l’agire politico e di contrastare quella “fabbrica di paure” in cui si producono le culture della conservazione. La politica dei due forni adottata dall’Udc rischia di offuscare quello che può essere un percorso innovativo nella politica e capace di dare speranza a tanta gente. Si tratta di un errore a cui dobbiamo contrapporre un’offensiva del dialogo programmatico e una gara delle idee, chiamandoci fuori da ogni forma di riduzione della politica a rissa e degenerazione polemica. Per questo chi ha lavorato e lavora per una futura alleanza con l’Udc fondata non sul politicismo e sui veti ma sulla ricerca di strategie di fondo comuni non può oggi che impegnarsi al massimo per la riconferma dell’anomalia pugliese.Ma assolutamente decisivo, in questo quadro, è rimettere sul tavolo della politica le carte della sinistra, delle sinistre.
Tante frammentate sinistre che devono sentire l’urgenza della loro possibile unità. Ma che dovrebbero, soprattutto, intendere fino in fondo la necessità di una radicale innovazione, di un cambio di passo ma anche di un cambio di vocabolario. Una sinistra che interroga il futuro e che attraversa il presente col coraggio di agire la politica e non solo di testimoniare un’alterità.
da Gli Altri del 5 febbraio
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