Se sei una donna che lavora alla MaVib

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Se sei una donna e ti annunciano che sei licenziata è un dramma. Non c’è però da aggiungere molto per capire i “perché” e i “per come” di quell’annuncio, per funereo che sia. Lo scenario sociale è crudelmente pieno di drammi di questo genere, di episodi di licenziamenti che ci parlano di donne e uomini in rottamazione, di un disagio sociale che non conosce tregua. Bastano i numeri della casa integrazione per capirlo. E la precarietà dei giovani che dilaga. Ma se ti dicono, sempre a te che sei donna: “ Ti licenzio perché sei una donna, perché il tuo è un secondo stipendio, perché così puoi stare a casa e curare i bambini”, questo non è più lo stesso annuncio. C’è ben altro in quelle parole.

Succede alla MaVib di Inzago, che produce motori elettrici per impianti di condizionamento nella fiorente Lombardia. Dieci mesi fa alla MaVib tutte le donne più un uomo erano state messe in cassa integrazione ma, allo scadere della cassa integrazione, la direzione ha fatto la mossa del cavallo. Le donne sono state licenziate perché donne e gli uomini sono rimasti al loro posto perché uomini. Effetto del degrado culturale che ha avvelenato l’Italia e la misoginia ne fa parte.

Lì per lì sembra davvero difficile che una cosa simile possa succedere in un Paese come il nostro, in una regione come quella. Lì per lì, però, perché la crisi oggi è anche una crisi di civiltà, non solo economico-sociale e politico-istituzionale. E nella civiltà, se c’è, le relazioni tra gli uomini e le donne contano e vanno in crisi se quella declina. L’annuncio della direzione della MaVib sembra venire dagli oscuri meandri della storia: è un annuncio odioso e inaccettabile, da stramazzo. Vi si addensano tutte le più arcaiche contraddizioni dell’essere donna: i suoi non sempre facili rapporti con l’altro sesso, il suo essere cittadina non sempre adeguatamente tutelata dalla Costituzione, il suo essere, nella crescente indifferenza dello Stato che non è più sociale, doppiamente lavoratrice, alla MiVab o dove sia, e a casa sua, per chi ci abita.

Nell’annuncio dell’azienda, in particolare, si manifestano, in pieno 2011, i dispositivi punitivi che da sempre hanno caratterizzato i rapporti patriarcali tra uomini e donne e contro i quali le donne hanno mosso la loro rivoluzione. Tornano la discriminazione, l’umiliazione, la colpevolizzazione. La fatica delle donne per scrollarseli di dosso è durata tutta la storia. Ti licenzio perché sei una donna, che ci fai qui? Non è il tuo posto, sei nata per stare a casa. Questo è il posto degli uomini. E quello stipendio che hai percepito fino ad oggi, lo sai che sono soldi rubati? Ecco che cosa sono. Non ti spettano. Spettano agli uomini, caso mai. E i bambini a casa chi li accudisce, chi li cura? Sei una bella egoista con la tua voglia di competere con gli uomini, uscire sempre da casa. Dovresti stare con i bambini, anziché stare in posti che non ti competono.

Nel secondo dopo guerra, tanto per non andare troppo indietro nel tempo, erano gli argomenti di moda per buttare fuori le donne dai posti di lavoro dove erano state assunte al posto degli uomini in guerra. Cominciarono allora, le donne, con una determinazione che dura fino ad oggi, a non starci.

Discriminazione, umiliazione, colpevolizzazione: come da manuale di un ordine sociale e simbolico che fa acqua da tutte le parti, che ha prodotti guasti di ogni genere e che le donne hanno messo sotto attacco, contribuendo con le loro lotte, saperi, parole a civilizzare il Paese e a rafforzare la democrazia. Il tuo posto per destino naturale è la casa. Qui sei un’aggiunta e se sei in soprannumero puoi togliere le tende.

Può succedere ancora perché spesso le cose ritornano. A Inzago, come altrove. In Lombardia, dove il movimento operaio, anche grazie alla sua baldanzosa parte femminile guadagnò sul campo molte gloriose medaglie in difesa del diritto al lavoro e dei diritti del lavoro, e in altri luoghi.

Alla MaVib intanto i sindacati hanno protestato, si sono opposti, la Fiom con forza, ma al momento di scioperare, giovedì 30 giugno, tutti gli uomini, salvati dal padrone delle ferriere perché uomini, sono rientrati in fabbrica, lasciando sole e isolate le donne. Forse quegli uomini hanno avuto solo paura di perdere anche loro il posto, forse non sanno che fare, forse aspettano che il sindacato risolva il problema.

Ma forse pensano anche che in fondo la scelta, certo ingiusta, sia però il male minore. Forse solo alcuni pensano così ma bastano alcuni per rendere difficile recuperare il terreno perso.

Un bel tema della politica, se si vuole pensare a una politica per cambiare il nostro Paese. Una politica del governare prima che di governo.

Elettra Deiana

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Massimiliano Friscia 2 luglio 2011 - 13:01

A quegli uomini, come a tutti gli uomini, potrei da uomo dire moltissime cose e fare moltissime considerazioni del perchè l’egoismo è controproducente, come per esempio che non bisogna mai dimenticarsi del sentimento di solidarietà, che è reciproco (domani può capitare a me ciò che oggi capita a qualcun altro), che la strategia di dividere i lavoratori ha come fine quello di isolarli e indebolirli (uomini contro donne, italiani contro stranieri, settentrionali contro meridionali, solo per citare gli esempi più noti). Mi limiterò solo a sottolineare il fatto che non difendendo il diritto delle donne al lavoro, quando siamo chiamati a difenderlo, come nell’occasione citata nell’articolo, non si fa altro che condannare le proprie mogli, le proprie sorelle, a non poter contribuire alla sopravvivenza delle rispettive famiglie, in tempi in cui l’uomo da solo, con il proprio lavoro, non può più garantire. Lottando a favore del diritto delle donne al lavoro, da uomo si lotta anche per il dovere delle donne a contribuire anche economicamente alla sopravvivenza della famiglia. Oggi è utopistico ed economicamente impensabile, oltre che sconveniente, pensare di ritornare ad un sistema sociale contraddistinto dalla divisione dei ruoli per sesso. Lo è per la donna, per l’uomo, per la società.

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