In un momento come questo le elezioni sono una vera e propria necessità. Ma è del tutto evidente che questo sbocco sarà tutt’altro che facile. Ed è altrettanto evidente che è assai complessa la definizione dei modi, in termini di schieramenti e programmi, con cui ci si potrà eventualmente andare. E la terza evidenza è che il risultato è tutto aperto. Sarà bene dunque adoperarsi al massimo perché ci sia chiarezza mettendo in campo con forza le nostre idee come abbiamo già cominciato a fare. Partiamo dal primo punto: perché servono le elezioni.
Naturalmente c’è la condizione particolare in cui versa Berlusconi, sempre più incompatibile con una normale vita democratica. Anche da qui discende uno stato di crisi permanente ed acuta tra i poteri istituzionali che rischia di degenerare. Ma già qui si pone la necessità di un approfondimento sulla natura di questo rischio degenerativo e quanto esso sia imputabile al singolo, il Presidente del Consiglio, e quanto invece sia inscritto in quel processo avventuristico che ha prodotto la cosiddetta seconda repubblica.
Di processo avventuristico è necessario parlare se consideriamo che a colpi di mezze riforme si è prodotto un quadro in cui è saltata ogni idea di valori ed equilibri condivisi. Se è sicuramente vero che Berlusconi ci mette un di più di suo, non si può non vedere come tutto ciò che si è determinato in questo sciagurato ventennio contribuisce a rendere la situazione a rischio. Il cosiddetto assetto maggioritario realizzato a suon di riforme di leggi elettorali ha dato un colpo serio addirittura alla condivisione di un principio di sovranità che si realizzi nelle forme costituzionali. E basta guardare ora l’attacco all’art. 41 della Costituzione per vedere come è il contenuto stesso della Costituzione nei suoi valori sociali che si mette in discussione, a partire, non a caso, dal rapporto tra interessi privati e pubblici. Se consideriamo poi una idea di federalismo che mina l’unità repubblicana, il cerchio si chiude.
Se la vediamo così, l’anomalia berlusconiana pur rimanendo tale, diviene più comprensibile ed inquietante in quanto espressione di un sovvertimento generale dei valori e degli equilibri realizzati intorno al dettato costituzionale. Berlusconi diviene allora l’interprete italiano di un processo più generale che da tempo tende a realizzare i portati di quella che abbiamo chiamato globalizzazione liberista che ha sconvolto ovunque assetti sociali ed equilibri democratici.
Qui viene la seconda ragione della necessità delle elezioni. Siamo in una crisi profonda e prolungata, prodotta proprio da questa globalizzazione. Tutto lo scenario mondiale ne è scosso, e l’ Europa, come il Mediterraneo, ne sono un apice. La partita sul chi paga la crisi è durissima. Ed è una partita fondamentale perché riguarda anche la possibilità di uscirne da questa crisi. L’Europa ha scelto un profilo quanto mai conservatore. Ha rafforzato enormemente la governance tecnocratica messa al servizio dei vecchi equilibri. Anche per questo è muta di fronte alle fiamme che lambiscono i suoi confini mediterranei, perché la crisi del Nord Africa, e dei Balcani, parla di lei e della sua incapacità di ripensare un’altra globalizzazione. Se la governance tecnocratica rafforzata mostra un effettivo salto politico, la direzione di questo salto è inaccettabile perché conferma e tiene in vita tutti gli elementi della crisi.
Per l’ Italia il problema è serissimo. La stretta sul debito imposta dal nuovo patto di stabilità è feroce e significa alcune decine di miliardi euro da tagliare in una manciata di mesi. E’ su questa nuova situazione che si è consumata la rottura nelle forze della coalizione berlusconiana e si vanno cimentando i tentativi di ricomposizione di un assetto di dominio moderato. Tremonti e la Lega, il terzo polo, il marchionnismo, si cimentano e si contendono su questo crinale. Non a caso Berlusconi usa ora il rilancio sulla crisi economica per provare ad uscire dall’angolo, evitando le elezioni o posizionandosi per esse. Democrazia vuole che una situazione così drammatica e diversa da quella delle precedenti elezioni chieda un nuovo mandato elettorale.
Qui viene la seconda evidenza: la complessità del come andare alle elezioni. Non c’è dubbio che ciò che deve guidarci è la analisi del perché andarci e cioè del che cosa serve al Paese in questa fase. Per dirla in estrema sintesi serve uscire dal berlusconismo come metafora dell’uscita dalla crisi della seconda repubblica e di questa globalizzazione. Se non si capisce che le cose stanno insieme, si fa una fatica enorme.
Come una fatica enorme la si fa se non si ha un punto di vista diverso sulla crisi. Il politicismo degli schieramenti non ci fa fare nessun passo in avanti, anzi. L’idea di mettere insieme contro l’ “anomalia” Berlusconi tutti quelli che lui farebbe presto a definire i resti della prima repubblica, e di farlo nel nome della realizzazione di una “vera” seconda repubblica che non fa i conti con l’avventurismo di questi anni ed anzi lo continua a colpi di mezzi modelli da importare, non appare particolarmente felice. E in realtà la ragione di questo politicismo sta tutta nella perdurante subalternità alle idee dominanti di questa lunga stagione della globalizzazione e della sua crisi. Ragione per cui in Italia una parte grande dell’opposizione è subalterna contemporaneamente a Tremonti e a Marchionne, eletto quest’ultimo addirittura modello della modernità. Il punto è che per l’Italia, e per l’Europa, occorre una strada diversa da quella di Tremonti e di Marchionne, ma anche della Merkel. E non basta dire che oltre il risanamento serve lo sviluppo.
Risanamento e sviluppo non sono neutri, tecnici e chiedono scelte. Chi paga e come si riparte sono domande cardine per rilanciare la democrazia. E non è un caso che siano quelle che si vogliono espungere in un’Europa che conosce varie forme di riduzione della democrazia. C’è la tecnocrazia di Bruxelles; ma c’è anche l’esperienza che è stata ed è tutt’altro che felice delle grandi coalizioni a partire da quella che in Germania ha prosciugato la SPD. E c’è quella italiana dell’anomalia berlusconiana ma anche dei grandi contenitori politici incapaci di espressione di reale autonomia dal leader o di reale alternatività. L’alternativa è proprio il punto necessario. Ce lo dicono gli sconvolgimenti mediterranei. Ce lo dicono i movimenti che ripartono anche da noi, “uniti contro la crisi per non pagare noi i vostri errori”.
Qui la terza evidenza: non è scontato l’esito. Ma si può vincere. Lo si può se sapremo darci un po’ di quello spirito di cambiamento che soffia nel Mediterraneo e cioè la volontà di tornare ad unire democrazia e giustizia. Così si può vincere e provare anche a durare con un governo che interpreti il bisogno di una fase veramente nuova.
Roberto Musacchio