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Venerdì, 25 aprile 2014

25 aprile. Il bisogno di memoria di un paese sospeso

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Se l’identità di un Paese, della sua comunità, si misura col metro della memoria che ha di sé stesso, quella che ci attraversa in questo tempo di eterno presente è fatta di una bassa intensità dentro cui il passato si perde e infine si annulla. Ma la memoria di un popolo è la strada maestra dove si traccia il cammino del suo futuro e non possiamo, non dobbiamo, farne a meno. Veniamo da una lunga stagione nella quale abbiamo fatto di tutto per cancellarla. Revisionismi privi di senso reale della storia, reducismi di sterili nostalgie, inconcludenti conciliazioni nazionali costruite sui tatticismi del momento hanno scandito un calendario che più non segnava il tempo da cui proveniamo e anche per questo non poteva dirci alcunché di quello verso cui stavamo andando.

Lo smarrimento di questo nostro presente reca il segno di conti mai fatti con la storia che abbiamo alle spalle e che proprio per questo oggi ci portiamo dentro come un ingombro da depositare alla prima occasione in qualche anfratto del nostro incerto girovagare di paese sospeso. Sospeso nel riconoscersi unito e unico nel suo territorio fatto insieme di nord e di sud. Sospeso nel suo essere parte di un’Europa che è da ripensare dalla radice. Sospeso nella ricchezza che più di altri paesi può esprimere esercitando la sua vocazione mediterranea all’accoglienza e alla convivenza. Ma senza trasmissione di memoria non si costruisce identità di un Paese.

Senza condivisione di una storia vissuta, attraversata nei suoi contrasti, quella che si apre dinanzi è la prospettiva di un paese e di una comunità segnata dal perpetuarsi di antiche e nuove contrapposizioni, di piccole patrie rinchiuse, di ceti sociali separati, di culture tra di loro incomunicanti. La memoria della nostra storia, lontana o recente che sia, non smette di porre domande e le risposte che riusciamo a dare ci riconducono sempre a quel che oggi siamo, ci dicono quel che stiamo diventando.

La memoria del 25 aprile, la memoria della Liberazione, dalla guerra, dal fascismo, dall’Europa sottomessa dal nazismo, dipana uno di quei fili della storia che giunge sino a noi oggi per interrogarci sulla qualità delle nostre libertà, delle nostre democrazie, della nostra stessa civiltà in un tempo lungo e profondo di crisi che tutto sta mettendo in discussione, senza più sponde certe e sicure. In questo, soprattutto, essa è viva ed è fertile, se la sappiamo ritrovare per quel che essa fu in quel lontano giorno del suo compimento. Il giorno del bisogno e della speranza di un nuovo inizio, un giorno così simile a quelli di questo nostro tempo di paese sospeso.
Liberiamoci.

 

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