Addio a David Bowie, un rocker/pop che ha segnato la musica e l’immaginazione del nostro tempo
Gianni Lucini
A proposito di David Bowie. Nove anni fa parlavo del suo sessantesimo compleanno in un pezzo apparso sul quotidiano “Liberazione”. Lo ripropongo per salutarlo a modo mio:
L’uomo dalle mille trasformazioni sta invecchiando e non lo nasconde. L’abbiamo visto mostrare tranquillamente i segni del tempo sul suo volto nella recente interpretazione su grande schermo dello scienziato Nikola Tesla nel film “The Prestige” di Christopher Nolan. In un’epoca in cui il passare degli anni è considerato una sorta di malattia da nascondere lui, il signore dei travestimenti, il re del make up e delle illusioni, ha deciso di essere se stesso, senza infingimenti né ritrosie. Da tempo ha chiuso nella sua scatola colorata il mutante androgino Ziggy Stardust, epigono di quell’epoca sospesa tra vanità, esagerazioni e fantasia la cui musica era stata definita non si sa quanto benevolmente “glam rock” da John Lennon.
Come Mick Jagger e altri attempati protagonisti delle varie stagioni del rock rifiuta di trasformarsi in un patinato cartone animato senza età e mostra la sua ragnatela di rughe con noncuranza, indossando la vecchiaia con la stessa alterigia e quel pizzico di spocchia che ne ha caratterizzato l’intera esistenza. Non ha neppure nascosto i problemi di cuore che un paio d’anni fa l’hanno fatto ricoverare precipitosamente in ospedale interrompendo il suo “Reality Tour”. Ha lasciato che i suoi mille volti si sciogliessero come maschere di cera. Da qualche anno sembra aver nascosto in qualche vecchio baule anche l’altezzosità da spocchioso e aristocratico dandy per la quale si era meritato il brutto soprannome di “Duca Bianco” che qualcuno in questi giorni utilizza ancora probabilmente per abitudine. D’altronde il suo mito è ormai scritto. Scolpito nella pietra dura della memoria collettiva da una serie di brani che hanno cambiato la storia del pop internazionale è destinato a sopravvivere a tutto, anche a un decennio in cui la sua produzione non ha più toccato le vette dell’eccellenza.
In occasione dei suoi sessant’anni Bowie ci regala una rinnovata e tranquilla interpretazione di quello che per ora sembra essere il suo nuovo e più amato personaggio: l’uomo tranquillo e appagato al punto da definirsi «…un vecchio musicante che la sera vuole tornare a casa presto e stare con la sua famiglia, con i figli». È inutile stimolarlo con la politica, chiedergli un impegno testimoniale al fianco delle altre rockstar che hanno scoperto le ingiustizie del mondo. Si rischia il silenzio e, nelle poche occasioni in cui arriva, la risposta è lapidaria: «… queste cose le lascio volentieri a Bono. Lui ha grande energia, si mette in prima linea e quasi sempre con risultati positivi. Ha tutta la mia ammirazione per questo…» ma non è roba per lui…«…i miei figli, sono la mia passione, non la politica».
Il provocatore di un tempo conosce troppo bene l’arte della provocazione per cadere nelle trappole. Per questa ragione rischia di perdere del tempo chi volesse ricordargli le sue simpatie per la croce uncinata, il braccio teso alzato nel saluto nazista alla Victoria Station di Londra in un lontano 2 maggio 1976 con quel secco «Heil Hitler» rivolto ai fans che l’attendevano. Sciocchezze di gioventù, mai rinnegate, ma anche mai più rivendicate. Il suo nuovo personaggio è un uomo che evita di farsi infiammare dalle passioni, compagne di vita poco indicate per chi soffre di problemi cardiaci e la tranquillità per lui ha i colori rassicuranti della bandiera a stelle e strisce. Da una quindicina d’anni, infatti, vive negli Stati Uniti e sembra che per nulla al mondo accetterebbe di riportare le sue radici nella vecchia e natìa Gran Bretagna. Neppure adesso che, a sessant’anni, si potrebbe cominciare a guardare con più serenità alle antiche pietre che ci hanno visto crescere? «Avere un obbiettivo puntato ogni mattina sulla mia faccia o su quella di mia moglie e dei miei figli è un deterrente sufficiente a farmi passare la voglia di tornare a vivere stabilmente in Gran Bretagna» ha confessato quasi con candore alla BBC, dimenticando i tempi nei quali le sue invenzioni musicali andavano di pari passo con i colpi di scena in grado di attirare l’interesse dei media sulla sua persona.
È paradossale notare come molte delle critiche rivoltegli, anni fa, dai punk finiscano per risultare oggi meno ingenerose di allora. Il suo personaggio appare un po’ consunto e sempre più uguale a se stesso, chiuso nell’aristocratica freddezza di chi sa di non avere più bisogno di invenzioni per sopravvivere. Gli ultimi album sono un po’ la rappresentazione di questa filosofia e lui dà l’impressione di rendersene conto: «…da giovane, parlavo dei vecchi tempi come se avessi tanti anni alle spalle. Vivevo la sensazione di chi pensa alla sua esistenza “in divenire”. Oggi, invece, sono nella fase dell'”essere”. E, purtroppo, tra non molto, cercherò di sopravvivere». Non è obbligatorio che una rockstar sia simpatica, anzi in qualche caso la simpatia finisce per corrodere la carica provocatoria di un personaggio, ma in questi anni David Bowie ci è diventato più simpatico di un tempo. Consapevoli che le nostre impressioni possano essere assolutamente irrilevanti per lui uniamo volentieri i nostri auguri a quelli di milioni di fans per i suoi sessant’anni.
Sinistra Ecologia Libertà





