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Martedì, 21 luglio 2015

Gli immigrati e noi

Immigrazione: a Catania pattugliatore Gdf con 220 migranti

La domanda posta domenica da Alessandro Portelli sul “perché c’è Casa Pound e non la sinistra nelle strade in cui i cittadini si scagliano contro i migranti” è l’occasione per una riflessione seria, che coinvolge tutti. Non parla del presente sconosciuto, ma di un passato sedimentato: quello che sta accadendo infatti cova da tempo e corrisponde alla crisi della sinistra. Nessuno può sentirsi escluso. Il punto allora non è individuare oggi la presenza di Sel nei territori, ma capire piuttosto con quali strumenti e con quali linguaggi bisogna porsi in alternativa allo “schifo” creato ad arte da Casa Pound, Lega e Forza nuova con la complicità di alcuni cittadini.

Recentemente ci si è mossi sulla difensiva troppo spesso: per paura di andare contro il “popolo” e contro il populismo. Ci si affretta a non dare l’etichetta di razzista a nessuno (tranne ai soggetti politici organizzati), cercando sempre giustificazioni alla rabbia di certe proteste. È stata definita una nuova “guerra tra poveri” delle periferie disagiate. Un paradigma che cade davanti a Casale San Nicola, non certamente una delle zona più complicate di Roma, dove forse piuttosto è in atto una “guerra ai poveri”.

Forse bisogna ammettere che in Italia – come in Europa e negli Usa – siamo di fronte a un pericolosissimo razzismo di ritorno. Certo, possiamo dire che c’è la crisi, che la criminalità controlla il territorio, che c’è povertà, ma dobbiamo dire anche che c’è razzismo. Lo respiriamo ovunque, ogni giorno.

Per questo, se vogliamo misurarci con la realtà ed esprimere una cultura politica alternativa, dobbiamo avere il coraggio di essere anche impopolari e di dire, a chi ci racconta che non arriva a fine mese, che stiamo lottando per il lavoro e il reddito minimo garantito ma dobbiamo aggiungere che chi sta scappando da una guerra sta peggio di lui e che no, non è vero che vengono “prima gli italiani”.

La sinistra ha il coraggio di dire la verità? Vuole farlo? Se sì, possiamo attrezzarci e affrontare questa situazione. Siamo di fronte a un’inadeguatezza politico istituzionale e a una regressione culturale sociale da brivido, persino il Papa su questo tema non ha consenso tra i fedeli. Cercare scorciatoie vorrebbe dire rimanere muti. Né possiamo cavarcela con la retorica vuota dello “stare tra la gente”.

Serve un piano. E intellettuali capaci di usare il “noi”, come ha fatto Portelli. Perché l’assenza non è solo della sinistra politica ma anche di quella sociale. Dobbiamo imparare a parlare con chi sbraita in strada contro i profughi, ma dobbiamo anche arrivare a chi sta chiuso dentro casa imbarazzato per il teatrino che va in scena sotto casa sua. La sfida è troppo importante. È civiltà o barbarie. A noi la responsabilità della scelta.

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