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Lunedì, 24 marzo 2014

Il caso Russia/Crimea e il treno perso dall’Europa

Se le buone intenzioni e il politically correct della diplomazia fossero gli strumenti sempre vincenti in tutte le crisi internazionali – oggi è in ballo la vicenda Ucraina/ Crimea – potremmo accontentarci delle dichiarazioni rilasciate da Federica Mogherini, nuova ministra degli Esteri del governo Renzi, in un intervista al Corriere della Sera di domenica 23 marzo. La ministra ce la mette tutta per spiegare quanto sia importante lo sforzo di diplomatizzazione dell’aspro scontro che si è aperto con il Cremlino sulla crisi ucraina e spiega che “il punto di caduta finale della crisi deve essere il rientro della Russia nel suo ruolo di partner internazionale globale e responsabile.” Che gli auspici di soluzione pacifica della ministra si avverino è ovviamente auspicabile, che si riprenda la via del dialogo e Putin dismetta l’approccio da conquistatore sono condizioni essenziali perché i guasti già prodotti non si allarghino, magari deflagrando incontenibili all’improvviso, come troppo spesso è successo nella storia del mondo. Ma bisogna mettere in chiaro che le buone intenzioni non bastano affatto. Dichiarazioni di principio e buone intenzioni troppo spesso si accompagnano, in tutte le parti del mondo, compresa quella in cui noi, con la ministra Mogherini, ci troviamo collocati, a pessime pratiche, a negativi presupposti e sovente a una politica verso gli altri Paesi incapace intrinsecamente di rispondere alle difficoltà e risolvere le contraddizioni, inventando, ove necessario, nuove semantiche di confronto e scambio. L’Italia e l’Europa sono sulla scia di una politica estera europea che non c’è o, quando c’è, è talmente esile che non si coglie, perché priva di basi proprie e di spirito unitario. Basti pensare al ruolo centrale affidato in Europa alla Nato, il che significa ancora dipendenza strategica da Washington. E basti pensare alle nuove dinamiche di riequilibrio tra le grandi potenze, che vede da una parte la Germania guardare a oriente – da qui la sua cautela diplomatica verso Putin – dall’altra Gran Bretagna e Francia con lo sguardo ancora fisso all’Atlantico. L’Italia sta con la Germania. Cauta, almeno questo, per fortuna, e politically correct.

Una politica estera fondata sulla consapevolezza della fase nuova che si apriva proprio per l’Europa, e sulla necessità di trovare risposte all’altezza dei problemi, sarebbe stata invece necessaria all’Unione europea quando il colosso sovietico crollò e tutto cambiò. Finiva la geopolitica di Yalta e nuovi accordi, nuovi linguaggi, nuove politiche si rendevano necessari. Ma non successe e l’unica “vision” strategica avanzata fu quella di inglobare tutto quello che si frantumava sul fronte ex sovietico all’interno dell’Ue e della Nato. Una follia, ovviamente. Uno scacco, un’umiliazione per la parte stramazzata, che avrebbe diviso ancora di più ciò che la crisi aveva frantumato, senza garantire nessuna certezza per il futuro neanche alle parti che con più fiducia guadavano all’Occidente. Sarebbe stato necessario, in quella cruciale fase storica, che l’Europa si facesse interprete e soggetto attivo di un buon accordo intenzionale con Mosca, ispirato al criterio che, fermi restando gli interessi di una parte e dell’altra, si guardasse un po’ alle cose anche con gli occhi dell’altro, non si facessero mosse di supremazia e cose del genere.

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Il Patto di Varsavia non c’era più. Finito, dissolto. Perché acconsentire con gli Stati Uniti a spingere la Nato fino ai Carpazi, estendendone la frontiera fino ai confini nord occidentali della Russia e prevedendo di inglobare prima o poi, con forme propedeutiche di partenariato, anche l’Ucraina e la Georgia? Perché farsi guidare politicamente d’allora segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer che, al vertice di Bucarest del 2008 dichiarava che “la famiglia della Nato” avrebbe continuato ad allargarsi? E mentre si faceva questo si metteva in campo lo scudo spaziale, vissuto furiosamente da Mosca per quello che era: uno strumento di controllo virale nei suoi confronti? Sarebbe stato invece necessario per l’Europa fare un passo decisivo per esercitarsi in una politica estera in proprio, degna di una libera Federazione di Paesi europei, rivisitando le storiche relazioni con Washington alla luce dei formidabili cambiamenti in atto alla sua frontiera orientale. L’Europa perdeva un treno decisivo. Sarebbe il caso di prenderne coscienza.

Anche questo capitolo dovrà far parte dell’altra Europa, se di Europa si vuole davvero parlare, in vista delle elezioni per il nuovo Parlamento europeo.

Putin è quello che è ma anche le cose sono quelle che sono e producono problemi che non possono essere certo affrontati e risolti con l’accetta del bene da una parte del male dall’altra.

La frontiera euro-atlantica che si snoda lungo la direttrice Bieolorussia-Ucraina-Georgia-Azerbaigian è densa di tutte le storiche contraddizioni e i potenziali – e non solo potenziali – conflitti che un tipo di contiguità così contrassegnata mette in evidenza. L’aspra vicenda della Crimea lo testimonia senza ombra di ambiguità e d’altra parte la partita non è affatto conclusa né da parte occidentale né da parte russa. Si vedrà che cosa uscirà dagli incontri tra il segretario di Stato Kerry e il ministro degli Esteri Lavrov, previsti al vertice sulla sicurezza nucleare in programma ad Amsterdam. Forse non uscirà proprio niente. L’idea che Putin, dopo il successo in Crimea, punti ad allargare in forma diretta la propria sfera d’influenza in alcune zone dell’Ucraina orientale, non è affatto peregrina. Glielo chiedono le parti russe di quelle popolazioni, contrarie a essere inglobate nella sfera dell’Occidente, sostiene il presidente russo, e c’è ovviamente del vero in queste sue affermazioni, come il successo pro-russo – senza rilevanti contestazioni – del referendum in Crimea ha dimostrato. Ovviamente c’è dell’altro nella partita messa in atto dal Cremlino in Ucraina. Interessi di ogni tipo.

La Russia è un Paese che ha assunto sempre più nettamente la fisionomia di grande potenza e la globalizzazione si va riempiendo di grandi potenze con cui la Russia intende competere. Il futuro politico della Russia corre lungo quella direttrice che non è solo geografica ma storico-simbolica, carica del portato euroasiatico dell’identità russa. Il destino della Russia, per dirla col linguaggio imperiale da autocrate che piace a Putin, sta nella certezza che il potere politico del Cremlino si eserciterà pienamente sull’intero Caucaso e ne terrà sotto controllo l’incandescente materia multiculturale e multietnica che abita quel territorio, vero crogiuolo di popoli, lingue, tradizioni, culture. Anche con le armi, ovviamente. In Crimea al momento è successo in modo soft, ma non sempre è stato così nella storia di Putin, nei suoi rapporti con le ex repubbliche sovietiche, e non è detto che possa essere sempre così. Di fronte alla questione della Crimea, ai suoi sviluppi e al suo esito, l’Occidente si è appellato al diritto internazionale, non ammettendo secessioni, invasioni di campo, cambi della guardia per via delle armi. E prevedendo sanzioni e ritorsioni, allontanamenti di personalità del campo avverso e via elencando. Ma Il problema del richiamo al diritto internazionale, se vogliamo parlarne all’altezza della nobiltà di un tale concetto, rimanda subito al deficit di fondo che tutte le guerre, i conflitti, le invasioni di campo degli ultimi anni hanno evidenziato. Fatte spesso dall’Occidente, come ben sappiamo. Chi si fa carico di garantire che il richiamo al diritto produca diritto e non invece conceda formula assolutoria a vantaggio di una parte contro l’altra o di una parte, per nascondere i suoi atti di violazione proprio del diritto internazionale? Chi stabilisce che cosa, dopo che l’Onu ha perso ogni forza e le cose vanno come vanno, dovunque si scateni un conflitto, e non c’è più cura da parte della cosiddetta comunità internazionale a che un soggetto terzo, riconosciuto e autorevole su scala mondiale, sia legittimato e autorizzato per davvero a far valere il diritto internazionale? Mai come in fase storiche di faticoso assestamento, dopo esplosive convulsioni prodotte da grandi cambiamenti storici – come fu in questo caso la caduta dell’impero sovietico, con gli strascichi che abbiamo di fronte – la rotta di collisione tra il principio di legalità e quello di legittimità produce nuovi conflitti e inedite questioni. Il caso Ucraina/Crimea è da manuale. Sarebbe meglio affrontare le inedite questioni prima di risolvere i conflitti, proprio per capire insieme in che modo muoversi e non combinare altri peggiori guai.

La ministra Mogherini, nell’intervista al Correre, alla domanda fatale dell’intervistatore, se ci siano stati errori da parte dell’occidente nella vicenda Ucraina, risponde in modo vago, insistendo però sulla bontà delle scelte dell’Ue e della Nato nell’operare per l’inglobamento dell’Ucraina nell’Ue e per il suo partenariato con la Nato. Non ci sono neanche per la nuova ministra inedite questioni. La Nato è sempre ok: per nascita, identità, pedigree.

 

Commenti

  • Augusto Rivery

    La Nato no deve entrare in Ukraina perche sarevve una probocazione per la Russia