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Venerdì, 27 giugno 2014

La sfida più grande comincia da noi. Riflessioni solo parzialmente politiche

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Sono giorni di grandi interrogativi. Domande rivolte alla ricerca dei “perché”, dei possibili errori commessi, dei segni negli accadimenti dei mesi e anni passati. E domande sul futuro, sulle scelte da compiersi e che verranno.

Il primo nostro compito è costruire una lettura condivisa di quel che è accaduto, senza la quale ogni ripartenza rischia di porre le proprie fondamenta sulla sabbia.

Sotto l’increspatura di motivazioni non all’altezza della gravità delle legittime scelte compiute da chi se ne è andato, c’è forse un mondo di non detti, di sedimentazioni consce e inconsce che viene da molto lontano. La politica, si sa, è fatta principalmente di linguaggio, e com’è noto dai tempi della nascita della scienze psicologiche e della filosofia del linguaggio, sono proprio le parole che usiamo a strutturare la realtà e la sua percezione.

Ha destato in me molta attenzione l’affacciarsi in questi mesi nelle nostre riunioni di una ricerca sulle radici fondative della nascita di Sinistra Ecologia Libertà. Un parlare come si scavasse in un mito, con i suoi protagonisti e le sue narrazioni simboliche.

La nostra fondazione, dopo le alterne peregrinazioni di tutti i suoi protagonisti, è diventata così il tempo mitico in cui andare a ricercare le ragioni di tutto. Eppure questa ricerca sembra non dare frutti, se non quello di amplificare le divergenze e proiettarle sul futuro dell’esperienza politica comune: per alcuni Sel ha tradito le proprie ragioni fondative mettendo in discussione il rapporto con il Partito Democratico, per altri sarebbe invece proprio il rispetto della missione originaria del partito, cioè quella di ricostruire la sinistra italiana, a rendere necessaria la riarticolazione di un rapporto diverso e più autonomo, non tanto con il Pd quanto con il suo dominus Matteo Renzi

La verità, come sempre, non credo sia nell’assolutizzazione di nessuna di queste due tesi, ma nella necessità di collocare la lettura di quell’atto fondativo nel tempo e nel contesto. Scrive Remo Bodei , commentando un volume di Flavio Cassinari sulla “Dinamica di legittimazione nella storia e nel mito”: “Vi è in entrambe (l’esperienza storica e quella mitica) una carenza d’essere, una mancanza di senso che si tenta di colmare. Nell’ambito storico ciò avviene stabilendo un passato da abbandonare quale premessa di un libero proiettarsi nel futuro; in quello mitico, si abolisce, oppure si mette tra parentesi, l’irreversibilità degli eventi, per promulgare la rassicurante esistenza di un passato che, ripetendosi, abolisce sostanzialmente la morte. In entrambi i casi si occulta la relazione tra tempo e identità(1)”.

L’errore di entrambe è proprio guardare sulla scena sbagliata per cercarvi l’illusione di una rassicurazione che nessuno può realisticamente darci. Si capisce subito, rileggendo l’ultimo paragrafo di quel ‘Manifesto per Sinistra Ecologia Libertà’ con cui aprimmo il nostro primo congresso nel 2010. Dice così e, converrete con me, sono parole che oggi fanno quasi sorridere: “L’operazione tentata con la formazione del Partito democratico è fallita. Il Pd non è né maggioritario, né autosufficiente. Il sistema non è bipartitico, e non c’è al momento una coalizione di centrosinistra guidata da una riconosciuta leadership, armata di un’idea alternativa alla destra e competitiva elettoralmente. […] E’ tempo di muoversi. Per la leadership è impossibile immaginare un appalto ad una ristretta cerchia di ceto politico: occorrono le primarie. E presto. Il problema più urgente è quello della costituzione di una vasta coalizione, della nuova strutturazione di un campo democratico e di sinistra intorno ad un progetto per l’Italia, ad un programma alternativo alla destra e al suo blocco. […]

‘Sinistra, ecologia e libertà’ nasce per rendere più credibile e incalzante l’opposizione al governo della destra, perché si possa subito aprire il cantiere dell’alternativa al berlusconismo, perché una nuova alleanza di progresso possa candidarsi credibilmente al governo del paese. […]Siamo in campo perché possa rinascere nel cuore dell’Europa e dell’Italia una nuova grande speranza, una nuova grande sinistra.(2)”

E a queste parole fondative ne seguirono altre, anche queste in Sel oggetto di una singolare esaltazione mitologica. Parole che non condivisi, ma che silenziosamente influirono sullo strutturarsi delle convinzioni politiche di gran parte del gruppo dirigente circa la prospettiva, più di tante altre. Esse erano contenute nel manifesto per Italia Bene Comune. Un manifesto totalmente coerente con le intenzioni dichiarate da Sel nel suo primo congresso, ma con un passo in più, racchiuso in un dispositivo che prospettava di fatto il superamento del neonato soggetto politico , da sempre, credo non casualmente, definito ‘transitorio’. Eccole: “Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a: vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta(3)”. Un passo quindi verso la fusione con il Pd di Bersani, in caso di vittoria e dentro il governo del paese. Un passo ritenuto possibile in virtù non certo delle pessime prove date da quello stesso Pd nella fase precedente (sostegno al governo Monti, voto favorevole all’introduzione del pareggio di bilancio in costituzione e al fiscal compact etc etc) ma dalle intenzioni, celate più che manifestate, di Bersani di portare il Pd sul terreno della socialdemocrazia attraverso lo strumento del governo. Un sogno, o forse un’illusione, nostra e di Bersani, infrantasi in parte contro la freddezza con cui venne accolta dagli italiani, e in parte sugli errori nella conduzione della campagna elettorale, attribuibili al tentativo di arginare l’evidente diffidenza dei poteri italiani nei confronti del progetto di Italia Bene Comune.

Quindi un atto fondativo, il nostro, completamente sconquassato prima dalla sconfitta di Italia Bene Comune e poi dall’avvento di Matteo Renzi e del suo nuovo Pd.

Per recuperare la nostra presenza al mondo è proprio sul giudizio che diamo di questo nuovo fenomeno della politica italiana che con cautela e attenzione dobbiamo rivisitare i nostri miti e sottoporli al vaglio della critica.

Il mito è nel nostro caso chiaramente una trappola. Quel mito fuori dal suo tempo è morto, e chi voglia salvare la sinistra deve oggi essere capace di accettare la fine di ogni identità mitologica, recente o lontana nel tempo, per poter utilmente usare il passato al fine di darsi una nuova identità e un nuovo senso nel presente, nell’attualità politica del paese.

Siamo quindi nel deserto, soli e senza bussola? Non credo. Dobbiamo ‘decostruire’ per ricostruire. Darci una nuova ‘mission’ e una nuova lettura dell’oggi. Rispondere insieme a domande come “Per quanto tempo ancora lo spazio politico italiano sarà dominato dalla leadership di Renzi? Quali sono le caratteristiche che gli hanno consentito di consegnare definitivamente all’opacità la figura di Silvio Berlusconi, sfondare nell’elettorato centrista, attrarre una parte degli elettori di centro-destra, arginare l’avanzata di grillo, galvanizzare l’elettorato di sinistra?

Può bastare una lettura che dica “è il fronte democratico contro il populismo, è il dinamismo, è il fare e la velocità’?”. Per onestà intellettuale penso proprio di no. Penso cioè che per sostenere questa tesi dovrebbe essere necessario accompagnarla con la sconfessione di tutte le parole che negli ultimi 20 anni abbiamo pronunciato sui nefasti cambiamenti sociali, culturali e perfino antropologici a cui la società dello spettacolo e il berlusconismo imperante hanno dato grande spinta. Nessun sociologo ha su questo terreno segnalato l’inversione di tendenza che sola può ridare fiato alla buona politica, nessun segnale è venuto dal punto di vista della mobilitazione sociale che sorregga l’esito delle elezioni europee. Non è un segnale in tal senso l’indice dell’astensione, non lo è la quantità e qualità della violenza che pervade le relazioni sociali e personali, non lo è l’approfondirsi della gamma dei razzismi, non lo è la modalità con i media raccontano il mondo, non lo sono i dati economici, i dati sul ‘disagio dei sani’ (solitudine, ludopatia, dipendenze vecchie e nuove), quelli sulla corruzione (oltre e al di là del mediatico ‘corrotta è la vecchia guardia, non la nuova’) e nemmeno quelli che riguardano l’aumento costante dei neet, vera asticella del declino su cui scivola l’Italia che vorremmo (4).

Per questo credo che non si possa scommettere, né sul fatto che con Renzi si sia inaugurato un nuovo ventennio dopo quello berlusconiano, né sul fatto che la sua leadership abbia la durata breve che ha caratterizzato tutte le altre nel centro-sinistra.

E nemmeno va sottovalutato che – per dirla con Ida Dominijanni – “Il trionfo di Renzi tuttavia è di tale entità da mettere in difficoltà i suoi più accesi sostenitori, e non solo perché il risultato fa piazza pulita del ”duello” con Grillo montato dai media e smontato dalle urne. Ma perché il problema vero è quello della configurazione che il sistema politico prenderà. L’avvento di Renzi, e l’accordo del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, era stato salutato dai più come garanzia di ricostituzione di un bipolarismo di cui Berlusconi era stato creatore e garante , e di cui col declino di Berlusconi avrebbe dovuto diventare perno e garante il ”conquistatore” del Pd. Una prospettiva tranquillizzante, di sostanziale continuità con la cosiddetta seconda Repubblica, assunta come premessa dai due stessi contraenti del patto del Nazareno sulle riforme e sulla legge elettorale. Non era tuttavia imprevedibile –[…] che si stesse delineando tutt’altro scenario, con un Pd pigliatutto saldamente piazzato al centro del sistema politico, a vocazione più totalitaria (uso questo termine depurandolo dai suoi connotati tragici novecenteschi) che maggioritaria, un partito-Stato senza nessuna alternanza bipolarista e nessuna necessità coalizionale all’orizzonte. Si parla adesso, per questo, di nuova Dc, ma è bene sapere che il Pd non è la Dc, è un animale nuovo figlio della seconda repubblica e non della prima, della società forgiata dal berlusconismo e non di quella plasmata dal dopoguerra. L’effetto di ritorno segnala al contempo quanto sia stata fragile la costruzione della seconda repubblica sul piano istituzionale, e quanto sia stata forte sul piano della trasformazione antropologica, sociale e delle identità politiche. Sono i miracoli delle rivoluzioni passive, che restano la caratteristica più singolare di questo singolare paese(5).

Possiamo quindi considerare la transizione italiana ancora aperta e i suoi esiti ancora incerti. Dobbiamo correre, ma senza fretta. Considero un atto di impazienza (e di personale insicurezza) correre verso la resa per entrare fare parte del nuovo partito Stato, come se bastasse il voto europeo a consolidarlo. E considero imprudenza scommettere sulle future difficoltà di Renzi, nonostante molti osservatori avvertiti ne segnalino l’avvento: “nel breve periodo ha davanti a sé il campo abbastanza sgombro: infatti alla prospettiva di un ampliamento della privatizzazione e della deregulation gli spiriti animali del business italiano si rianimano e danno vita a una ripresa degli investimenti, mentre Bruxelles e Francoforte si assicurano che abbia abbastanza denaro contante per installarsi stabilmente al potere. Alla fine, però, i limiti generali del neoliberismo – un regime di accumulazione incapace di mantenere ovunque in occidente i tassi di crescita e occupazione del dopoguerra – entreranno in azione. Allora comincerà la disillusione popolare cui si assiste altrove(6)”. Scommettere su Renzi è difficile e sostanzialmente ingenuo. Renzi può e deve essere sfidato, senza mai cristallizzare il nostro giudizio in un pregiudizio. Per farlo: dobbiamo scommettere su noi stessi, sulla sinistra ormai dispersa più che diffusa. Serve un nuovo corso, fuori dalle rassicurazioni e dalla scorciatoie, e serve il lavoro di nuove intelligenze e nuovi protagonisti.

Non è una sfida facile, non solo per le difficili condizioni in cui operiamo, ma anche perché richiede la revisione di importanti dinamiche interne. Per tornare alle ragioni fondative di Sel, esse portarono con sé anche una modalità di gestione del partito: quella del patto, tra culture politiche e sensibilità diverse. E’ stata per tanti anni una modalità che ha obiettivamente raggiunto gli obiettivi che ne erano il sottinteso. Eppure il patto ha significato anche il progressivo costruirsi di un allontanamento, di un partito che spesso è sembrato a democrazia limitata. Non perché lo fosse dal punto di vista delle regole o del dibattito, ma perché lo è stato dal punto di vista dei reali processi decisionali. Più volte questa modalità pattizia di gestione è stata da tanti vissuta come mortificante o immobilizzante, più volte è stata informalmente denunciata, e proprio quando è venuta meno lo è stata anche pubblicamente. E’ paradossale che sia accaduto così, eppure è nel paradosso la chiave di lettura più giusta della crisi che la sinistra italiana attraversa in queste giornate.

Scrisse Celeste Costantino, a pochi giorni dal Congresso nazionale che avrebbe sancito l’esaurirsi della funzione del patto di governo del partito, nel momento in cui dichiarava insufficiente il documento congressuale che da quel patto era scaturito: “E quindi ci ritroviamo con quei bei capannelli di testosterone, con questi quarantenni che vogliono incarnare il rinnovamento della politica usando però lo spirito dei dirigenti ‘vecchio-Pci'(7)”. E scrive ieri Claudio Fava parole che sono spietate e ingenerose, ma illuminanti della dinamica nuova e per noi sconosciuta apertasi con il congresso di Riccione: “Sinistra Ecologia e Libertà, è doloroso dirlo, è stata privatizzata. Finché dentro SEL ha retto il riconoscimento e il rispetto delle diverse culture politiche originarie, questa vocazione proprietaria è stata in qualche modo contenuta. Adesso appare irreversibile. Abbiamo accettato (e di questo, io per primo faccio ammenda) che nel nostro partito si consolidasse un partito parallelo, un cenacolo che discuteva altrove e altrove decideva, lasciando agli organismi la mera ratifica di quelle scelte. Lo abbiamo saputo, lo abbiamo tollerato e oggi ne paghiamo tutti le conseguenze(8)”.

La Sel privatizzata a cui Fava fa riferimento è la Sel che ha rotto l’accordo pattizio, consegnando fino in fondo nelle mani del suo Presidente il compito di articolare la linea politica del partito, nella transizione apertasi, prima ancora che si intravedesse una modalità nuova e diversa di composizione delle plurali opinioni interne e alle porte di una essenziale campagna elettorale. Liberatasi dei suoi riti, da molti di noi ritenuti non più tollerabili, Sel ha scoperto di non saper navigare in mare aperto senza sfaldarsi, senza cioè che i suoi protagonisti più noti si sentissero espropriati del proprio potere decisionale.

Il resto è cronaca e lo conoscete già.

Per questo non credo, come ha invece scritto Ciccio Ferrara, che questa sia stata “una ferita che tutti insieme dovevamo e potevamo risparmiare a noi stessi, a partire dalla modalità con cui si è compiuta (9)”. Potevamo evitarla solo a costo di tenere Sel nella gabbia del patto, solo a costo di tollerare i conciliaboli maschili (ancora non del tutto estirpati a dire il vero) e una gerarchia astratta e paradossalmente disincarnata.

Fuori da quello schema, con la cura di far sì che la sua rottura venga vissuta come apertura di nuovi spazi di partecipazione e valorizzazione – e non come il prevalere di qualcuno su altri – comincia la nuova Sel e la nuova sinistra. Con la continuità che serve, con lo spazio adeguato per vecchi e nuovi protagonisti, ma con l’ambizione grande di raccogliere la sfida dell’innovazione. Proprio Renzi ci insegna che le rendite di posizione non sono più utili a coloro che vogliano interpretare la domanda di cambiamento che vive nel paese. Mettiamoci tutti in gioco, con intelligenza e senza ‘rottamazioni’, con il senso dei nostri limiti e la capacità di riconoscere i pregi del fare squadra e del lavoro collettivo, dimensioni in cui la’ funzione’ non necessariamente deve essere confusa con il ‘ruolo’. Fare politica insieme è diverso dallo stare insieme in virtù di un patto. Non abbiamo poteri da conquistare e non abbiamo nulla da perdere: apriamoci, facciamo spazio reale e non figurato, diamo vita a partire da noi ai processi di cui in molti sentono la necessità.

Abbiamo fatto tanti passi in questi in questi anni, anche grazie all’intelligenza politica dei fondatori di Sel. Il più grande di questi lo abbiamo fatto grazie a Nichi Vendola,: è a lui che dobbiamo la sostanza e concretezza che oggi possiamo associare alle parole ‘sinistra di governo’. A parte i desiderata di molti, che hanno meritoriamente preceduto di molto la realtà dei fatti, prima della vittoria pugliese e della sinistra ‘radicale’ alla prova della guida complessiva di un governo , anche in Italia a farla da padrone era stata la teoria delle ‘due sinistre’. Non solo per i bisogni narcisistici e identitari delle forze politiche in campo, che in quella definizione hanno a lungo trovato la misura della propria esistenza e separazione. Ma per il fatto incontestabile che a divaricarsi era stata la lettura di importanti problemi nuovi e reali, in primis quelli sorti dalle mutazioni del sistema capitalistico dentro la globalizzazione neoliberista. Come ci ha ricordato Mario Tronti la nascita delle due sinistre coincise con la caduta del muro di Berlino; sarà quindi sembrato facile e ragionevole, a Mario Tronti e a tanti protagonisti della sinistra italiana, vedere nel tramonto della Seconda Repubblica l’occasione di unificare le due famiglie in Italia.

Nell’estate 2012, mentre si preparava la coalizione di centrosinistra, fondata sull’accordo Pd- Sel, Tronti scriveva: “Il dopo ’89 ha consegnato alla cosiddetta seconda Repubblica – e questa ne ha fatto un motivo quasi costituente – la teoria e la pratica delle ‘due sinistre’. Se è vero che queste due cose – seconda Repubblica e due sinistre – stavano insieme, allora insieme cadono. Il terremoto che ha devastato l’Italietta berlusconiana ha messo a nudo anche queste rovine. Ma direi di più. È tutta la fase neoliberista del capitalismo-mondo che ha prodotto e tenuto in piedi quella teoria e quella pratica. Da un lato la radicalizzazione movimentista no-global e new-global, dall’altra le Terze Vie e il neue Mittel. Nemmeno antagonisti e riformisti, piuttosto contestatori e liberisti. Fallimentari sia lo scontro nelle piazze, sia la coalizione al governo. Due entità, infatti, imprecise, e provvisorie, non autonome, incapaci di vera autonomia, culturale e politica, sia l’una che l’altra, vittime o delle proprie parole d’ordine o dei propri atti gestionali. Chiediamoci, realisticamente, se questa separatezza, con queste conseguenze, abbia ancora senso. E chiediamoci se il popolo della sinistra è ancora disposto a sopportarla10”.La risposta era chiaramente no, ma non in ipotesi, bensì già accertata nella realtà.

Quello stesso popolo della sinistra aveva già, in casi numerosi, decretato l’insussistenza di quella separazione, ogni qual volta gli era stata fornita una reale occasione per farlo. A conquistare tanta grazia era stato per primo in Italia Nichi Vendola, probabilmente grazie a un mix di doti politiche e umane che abbiamo poi imparato a conoscere meglio. Ma ciò che ha reso quella conquista così importante è stato che non si trattò solo di guadagnare la fine dell’antagonismo tra le due sinistre, ma una condizione più grande, quella del superamento di quel dualismo non nella direzione di un ammutolirsi del pensiero critico, ma in quella della sua trasformazione in ‘governo critico dei processi’.

Fu quel passo ad aprire realmente la porta alla nascita di Sel. Senza di esso nessuno dei passi che seguirono poteva risultare credibile e possibile. E da questa angolazione va riletto il difficile dibattito sulle famiglie europee a cui il nostro soggetto politico potrebbe aderire: un dibattito che era cominciato tenendo fede al necessario superamento delle due sinistre ( e si aggiunga della famiglia verde) anche in Europa e che ha – in seguito alla debolezza di Hollande, alle sconfitte italiane e tedesche, e all’esito tragico delle elezioni greche – subito lo stesso inaspettato sconquasso che ha tramortito i progetti italiani. Le divisioni interne, anche su questo punto, sono figlie della disfatta e di una rilettura più mitica che storica delle nostre origini d’appartenenza. Lo schiacciamento su una delle famiglie in questo senso non può che essere foriero di un ulteriore arretramento.

Oggi, guardando a ritroso quel percorso, mi dico: non smettiamo proprio ora di guadagnare passi in avanti, non ora che i nostri passi divengono decisivi.

Alcuni hanno pensato all’inizio di questa crisi che un fallimento di tale portata delle politiche neoliberiste, avrebbe portato ad una radicale revisione del ruolo del pubblico nell’economia europea. Alcuni hanno addirittura parlato di fine del capitalismo . Non è accaduto, com’era prevedibile, anzi si può senza esagerazioni dire che dopo la crisi abbiamo assistito ad una vera e propria offensiva anti-keynesiana. E in Italia, il paese che tanta forza ha consegnato al leader del partito democratico, non si vede neppure ora una proposta organica di politica economica alternativa.

Questo mi pare debba essere il fulcro della proposta che avanziamo per il futuro. Non so se chiamarla costituente. Forse – per non essere fraintesa – preferisco di no. Ma di certo sta a noi oggi aprire un grande dibattito e svelare l’incanto che copre col sapore del cambiamento modelli politici sempre più primitivi. I numeri della disoccupazione giovanile gridano al nostro cospetto: gridano perché hanno necessità di parole e azioni politiche che li interpretino, che li rendano leggibili, che li sollevino dalla forma del destino, per portarli nel campo di una critica radicale della politica economica e sociale. Non solo si può fare, ma è questa credo la principale ragione per non sciogliere nel nulla volatile delle correnti del Partito Nazione un punto di vista organizzato sul mondo come il nostro. Serve un agenda di mobilitazione e pensiero, aperta a tutti, che polarizzi le contraddizioni vive nella società. Chi meglio di Sel, che custodisce quel poco di autorevolezza che è rimasto alla sinistra italiana, può farsene promotore nei confronti dei tanti che hanno sostenuto la lista Tsipras, dei tanti che guardano con diffidenza alla rivoluzione renziana nel Pd, ma sopratutto di quel popolo disorientato che aspetta che qualcuno pronunci a voce alta la parola ‘giustizia’?

Una precondizione però c’è: usare quell’autorevolezza per accompagnare, e non – come abbiamo fatto fin qui – per puntare il dito. Da tempo ormai abbiamo smesso di interessarci al tema della connessione sentimentale e politica con chi è stato privato di strumenti interpretativi e culturali fondamentali dalla crisi della scuola pubblica, dal declino del sistema di informazione, dalle disuguaglianze sociali . Abbiamo smesso di farlo – va detto per onestà intellettuale – con supponenza, usando la parola ‘populismo’ più come una clava che come un’analisi, finendo per parlare soltanto ad un ceto medio colto e altamente politicizzato e per rinchiuderci nello spazio delle istituzioni. Spazio in cui , credo non a caso, sono precipitate in questi giorni tutte le nostre difficoltà. E’ tempo di cambiare, non di semplificare ma di imparare a tradurre . Non serviranno a nulla altrimenti il rinnovamento generazionale e la fatica intellettuale di immaginare proposte innovative connesse ai mutamenti della società (sui temi classici come il lavoro, il welfare, l’ambiente e diritti civili, e sopratutto sui temi nuovi come la concorrenza, lo start-up d’impresa,le tecnologie, il lavoro autonomo).

Lasciamoci andare, lasciamo che questo partito cambi, si trasformi, si rinnovi. Non lo farà in una ridotta identitaria, né verso la resa alla peggiore realpolitik. Ce lo dicono le storie e le culture politiche di ognuno di noi. Quando viene meno il patto interno, ognuno perde garanzie ma conquista il momento della responsabilità singolare, della politica e della fiducia reciproca. Solo così possiamo uscirne. Solo così possiamo regalare all’Italia di domani la sinistra che serve.

 

1) Remo Bodei . Prefazione a ‘Tempo e identità’ di Flavio Cassinari – Franco Angeli 2005
2) Manifesto per Sinistra Ecologia e Libertà – I Congresso, 2010
3) Manifesto per Italia Bene Comuni –      elezioni politiche 2013
4) Cfr. Ilvo Diamanti – Effetto Renzi. Fiducia al premier non ai partiti  
5) Ida Dominijanni – L’europa ferita e il partito-Stato italiano – pubblicato il 26 maggio 2014
6) PerryAnderson, Parla il guru della NewLeft “Renzi Premier thatcheriano e neoliberista”Intervista di L.Clausi–Espresso23/06/2014
7) Celeste Costantino – Sel e la cultura del testosterone – Il manifesto 14/01/2014
8) Claudio Fava – Risposta alla lettera aperta di Fabio Mussi del 21/06/2014
9) Ciccio Ferrara – Il progetto da costruire né minoritario né schiacciato sul Pd – Il manifesto 21/06/2014
10) Mario Tronti – ‘E’ ora di superare le due sinistre’. Unità 5/07/2012

 

Commenti

  • Tommaso Cenvinzo

    Un documento molto bello, manca però l’analisi sulla forma partito e sulle dinamiche che portano alle elezioni dei gruppi dirigenti

  • Marco

    Concordo.

  • Luigino Garattoni

    Forse queste proposte, che in parte condivido, erano utili nel dibattito congressuale. Le parole di Fava :” Finché dentro SEL ha retto il riconoscimento e il rispetto delle diverse culture politiche originarie, questa vocazione proprietaria è stata in qualche modo contenuta. Adesso appare irreversibile. Abbiamo accettato (e di questo, io per primo faccio ammenda) che nel nostro partito si consolidasse un partito parallelo, un cenacolo che discuteva altrove e altrove decideva, lasciando agli organismi la mera ratifica di quelle scelte. Lo abbiamo saputo, lo abbiamo tollerato e oggi ne paghiamo tutti le conseguenze”….mi sembrano parole usate per giustificare la sua decisione, perchè altrimenti avrebbe dovuto fare una battaglia politica nel partito, lo dico io che provengo dai Verdi non avendo visto discriminazioni e la vocazione propietaria di cui parla e di cui ha comunque beneficiato. Io condivido le considerazioni di Ferrara e Mussi, le prime sulla prospettiva di Sel, le seconde sull’errore politico di Migliore e degli altri. Nella discussione con i compagni quà in periferia, sulla scelta di andarsene da Sel da parte di Migliore e degli altri, la stragrande maggioranza giudica questa scelta sbagliata e dettata esclusivamente da interessi personali. Certo le difficoltà di Sel e di Vendola sono evidenti, ma la riconoscenza in politica è una virtù sconosciuta. Certo si possono criticare gli errori ma forse Fava e Migliore il primo in Sicilia ed il secondo a Napoli non ne hanno commessi? Da ultimo chiedo ai fuoriusciti se l’impegno che ogni parlamentare ha sottoscritto di versare a Sel verrà mantenuto, perchè questo oltre a tradire la parola data inibisce la capacità organizzativa di tutti noi.

  • Nino Costa

    Bello scritto, a tratti condivisibile, lascia intravedere la
    luce alla fine del tunnel.
    Onestamente credo che il percorso politico innovativo di SEL
    si sia arrestato, forse regredito, nel suo “apparato partito” privo di idee,
    non inclusivo, figlio di alchimie percentuali da fare invidia al mitico manuale
    Cencelli, apparato a volte, prigioniero di quel “….. mito fuori dal suo tempo…”
    di cui parla Elisabetta Piccoletti, incapace di “…accettare la fine di ogni
    identità mitologica…..al fine di darsi una nuova identità e un nuovo senso nel
    presente, nell’attualità politica del paese”

  • Franco

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  • CIAO E SCUSATE

    MA PARLA COME MANGI GRAZIE!!! MA DOVE SIETE FINITI??? SOLO AUTOREFERENZIALI???

  • Guido Conti

    Penso che questa sia un’analisi di chi ha vissuto da vicino questo corso e cerca di rilanciare quest’impresa perché lo spazio politico esiste ma non ancora le persone che lo possano riempire.
    Ho deciso di re-iscrivermi ad un partito dopo anni, perché il congresso di SEL mi ha convinto sulla direzione prospettica che ha intrapreso in maniera autonoma…e successivamente decidendo di darsi un programma e un’organizzazione innovativa che consentano di attraversare questa stagione politica tutta controcorrente ma col suggello, aggiungo finalmente, di essere una sinistra di governo senza altri “odiosi” aggettivi anche perché non ce n’è necessità, data la torsione verso destra del PD a guida Renzi, oltre che alla manifesta debolezza politica di coloro che si ostinano a testimoniare un mondo che non c’è più, denunciando, ma senza vedere e comprendere le trasformazioni capitalistiche per quello che sono e che comportano nel reale (PRC)….Sarebbero tante le cose su cui commentare questo lungo scritto, ma è la frase finale che mi persuade maggiormente, perché sono pensieri che condivido da molto tempo, con la sola differenza che a mio parere non siano di uscita, ma di entrata nella coscienza politica e/o anche civica, di un pezzo di paese che manifesta dolore, disagio ecc….e o non vota, o vota male, ma in ogni caso non prende in considerazione attiva la nostra cultura politica in divenire….
    Un saluto speranzoso!

  • claudio

    Riconosco all’autice la passione e la sincerità delle sue buone intenzioni.
    Buone intenzioni che tuttavia non sono molto di più di un ulteriore tratto di pavimento che lastrica la via per l’inferno (politico) di SEL.
    Certamente occorre che SEL cambi e si trasformi, che trovi una sua strada ed una sua collocazione chiara e stabile, come serve – adesso e non domani – chiarire una volta per tutte il nostro rapporto con il PD: dentro/con o fuori/alternativi.
    Perchè altrimenti continuiamo con l’errore di pensare/agire non sulla base del contesto reale ma delle noster aspirazioni e dovrebbe essere chiaro che se si sogna di essere egemoni non è comportandosi come tali che lo si diventa, anzi così si finisce (proprio come SEL stà facendo) con lo sbattere i denti contro un muro insormontabile, oltre ad essere talmente ridicoli da finire con l’essere (elettoralmente) disprezzati. Andava bene come interlocutore un PD debole (quello di Bersani) ma non và più bene un PD forte (quello di Renzi) che invece poterbbe (almeno sulla carta) offrire un tererno di confronto molto più fattivo e fecondo. Forse non ci rendiamo conto (o fingiamo di non comprenderlo) ma questo atteggiamento denota, anzi palesa, l’ipocrisia di chi vorrebbe comandare, essere primo inter-partes non per meriti (anche in termini di consenso elettorale) ma per diritto divino (quello che ci fà erroneamente suppore di essere migliori degli altri), senza fatica ma perchè accecati dal nostro ego. Misuriamoci con il PD, da dentro o da fuori che sia, assieme o contro, ma accettiamo la sfida di dimostrare di essere migliori, di essere più capaci e più bravi invece che darlo per assodato solo perchè ci auto-nominiamo di sinistra. Partendo dalle alleanze che servono a fare massa cirica. Con Tsipras o con Renzi ma non in una terra di mezzo che non esiste se non nelle nostre teste (che forse prprio così lucide non sono).

  • francesco

    E se ti liberassi della camicia di forza che ti hanno cucito addosso e provassi a misurarti con le forze antagoniste e alternative al sistema capitalistico? O si è con il liberismo di Renzi o si è per la lotta di classe contro la borghesia. Tutto il resto è “terra di mezzo” dove semina il Capitale…