Renzi, la “grande riforma” e la vera partita della democrazia
Il giudizio di Gustavo Zagrebelsky sulla “grande riforma” che Renzi si è intestato è radicale e senza possibilità di mediazioni. Nell’appello reso pubblico in questi giorni, con Stefano Rodotà e altre personalità, si legge che è in atto un progetto di stravolgimento della Costituzione “da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale”, con l’obiettivo di dar vita a “un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali”. Il patto tra Renzi e Berlusconi, prosegue l’appello, rende possibile l’attuazione del piano che era di Berlusconi, dal Pd persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto”.
La “grande riforma” di Renzi ha senza dubbio caratteristiche di questo tipo, se la cogliamo, come va colta, non in questo o quell’aspetto ma nell’insieme delle mosse che stanno caratterizzando la marcia a tappe forzate impressa dal premier al percorso “riformatore”. La parola riforma, come poche altre, appartiene oggi al campo degli slittamenti semantici, della perdita di senso, dell’obnubilamento di alcuni fondamentali significati storico-sociali e simbolici che il linguaggio politico della modernità aveva attribuito ad alcune parole chiave. Il suo significato è ormai trasversale alle parti politiche, mette insieme la destra che ancora c’è e la sinistra che latita sempre più. Riforma in che senso?
In questo quadro, parlare di riforme costituzionali vuol dire intanto parlare non dell’intreccio “caotico” provocato da troppe e incongrue sovrapposizioni istituzionali, come viene argomentato spesso da parte dei sostenitori del premier, per dimostrare la necessità di razionalizzare velocemente le cose. L’Europa ce lo chiede, è il mantra. Razionalizzare ove ci siano inciampi e ingrippi andrebbe ovviamente fatto, già da tempo, se di questo si trattasse. Affrontare il tema delle riforme significa invece, come l’appello di Zagrebelsky mette in chiaro, misurarsi con la reale posta in gioco che la partita politica di Renzi prevede, cioè la ridefinizione del rapporto tra i poteri dello Stato, sapendo che essa sta procedendo secondo la linea politica prevalente, incarnata plasticamente dal nuovo leader del Pd, anche capo del governo, e dal suo sodalizio col capo di Forza Italia. Una linea che tende ad accelerare e “costituzionalizzare” il sostanziale svuotamento, già in corso d’opera, del peso, del ruolo del potere della rappresentanza democratica.
Esecutivo versus Parlamento, governance ademocratica e tecnocratica europea versus governo nazionale. Né più né meno. Infatti ormai la vera partita per la democrazia, se una partita c’è ancora da giocare, si gioca in Europa. Per il resto, il declino della democrazia rappresentativa appare ineluttabile, stretta e impotente com’è tra la crisi della politica, il cupio dissolvi dei partiti, l’assedio della rete e delle spinte antisistema e soprattutto l’affanno della crisi economica e sociale, che rende intollerabile a vasti settori di opinione pubblica e popolare il blablare inutile e dannoso della politica. Esecutivo forte e simulacro della rappresentanza: questa l’obiettivo.
La “grande riforma”va vista per queste ragioni nel suo insieme e nelle articolazioni dell’insieme messo in pista da Renzi. Ben al di là del pastrocchiato restyling di un Senato che dovrebbe essere trasformato in un organismo di secondo livello, non elettivo quindi e ridotto di numero, che non voterà più né fiducia né legge di bilancio, più o meno un notabilato residuale senza costi (così si lascia intendere), composto di presidenti di regioni, sindaci, senatori a vita superstiti e nuovi “senatori”, nominati per sette anni dal capo dello Stato -– ben 23 per volta, come da prerogativa di un re ottocentesco. I compiti sostanzialmente replicherebbero quelli della Conferenza Stato Regioni mentre gli altri ipotizzati – giudizio su materie costituzionale ed elettorale, soprattutto – non si capisce perché dovrebbero essere affidati a rappresentanti istituzionali non eletti. Ma il disegno di legge costituzionale, con suoi punti e i suoi sottintesi, non può essere considerato fuori dal quadro complessivo, che prevede anche quel “premierato forte”, di cui in questi giorni si è ampiamente parlato per evidente impulso da Palazzo Chigi, ma che non è stato introdotto nel pacchetto per ovvie ragioni di tattica politica. Se poi il Parlamento vorrà cambiare le cose, afferma candidamente la ministra Boschi, le valuteremo. Sembra ignara del fatto che tutta la materia è ormai strettamente nelle mani del cerchio magico di Palazzo Chigi, di cui lei fa parte, e il Parlamento ha ben poco spazio di manovra, soprattutto in tale materia.
La riforma del Senato e tutto il resto, compreso l’obiettivo già in agenda di rendere funzionale il dibattito parlamentare alla tempistica dei provvedimenti del governo, con una calendarizzazione dei lavori della Camera e meccanismi del regolamento ad hoc (la famosa ghigliottina), tutto ciò deve essere messo insieme alla legge elettorale che la Camera ha licenziato ed è in attesa di ricevere il beneplacito dl Senato. l’Italicum, con i suoi eccessi maggioritari e i deficit democratici di ogni tipo che lo caratterizzano, nonché le indecorose incongruenze funzionali, che sono uno vero e proprio schiaffo al diritto alla rappresentanza di quello che la Costituzione chiama “popolo sovrano”, fa da pendant alla “grande riforma”. Le due cose stanno infatti insieme, non solo perché costituiscono la base dell’accordo tra Renzi e Berlusconi ma soprattutto perché insieme disegnano quella pericolosa revisione dell’ordinamento della Repubblica che Zagrebelsy paventa.
Il carattere autoritario del progetto è reso ancora più pericoloso dal modo convulso di procedere del premier, che si cimenta in una sorta di lotta contro il tempo, dove il calendario dei passaggi diventa più importante degli stessi contenuti. La velocità del fare è il profilo politico di Renzi, ed è una cultura che alimenta il pressapochismo istituzionale, la tendenza al “fai da te”, debilitando l’obbligo democratico alla certezza delle regole e alla chiarezza di procedure e regolamenti. Siamo di fronte al rischio di un riformismo “episodico e sussultorio”, segnala Ilvo Diamanti, rischio che dura da tempo e che ci ha condotti “dentro questa singolare Repubblica preterintenzionale.” Ha ragione. Ci sono anche rischi di questo genere. Basti pensare alla disastrosa riforma del Titolo V, di cui responsabile fu soprattutto il Pd per la fretta di contendere alla Lega il primato del “federalismo”, e la cui revisione fa oggi parte del pacchetto che Renzi mette in campo, insieme all’abolizione, per via costituzionale come d’obbligo, delle province e del Cnel. Un bell’esempio di disastri preterintenzionali, il Titolo V, ancorché disastri almeno in parte già allora prevedibili. Ma il nucleo forte della “grande riforma” è oggi tutt’altro che preterintenzionale.
Commenti
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Vinicio Dolfi
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giagio47
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francesco scaratti
Sinistra Ecologia Libertà






