Un anno dopo la sentenza sull’incendio alla ThyssenKrupp, la nuova sentenza emessa ieri dal tribunale di Torino sull’Eternit ha un significato storico straordinario: riconosce e punisce il disastro doloso e l’omissione dolosa di misure antinfortunistiche. Lo fa in modo netto e argomentato che non lascia spazio alcuno ad una diversa interpretazione dei fatti, per il passato e per il futuro. La sua stessa nettezza restituisce fiducia nel successo delle battaglie giuste e potrebbe aiutare , se solo se se ne tirassero le conseguenze, a riportare nei binari una discussione su sicurezza del lavoro, precarietà ,vita, modelli di crescita che oggi incredibilmente ruota intorno all’articolo 18.
Il lavoro non è merce, questo è il punto.
In realtà questa affermazione così scontata, non è scontata per niente. Se il lavoro non è merce,la sua sicurezza, il suo valore la sua dignità sono limiti invalicabili, non disponibili per il profitto e per la competizione.Limiti rispetto ai quali deve valere il principio di responsabilità delle imprese e della società tutta intera.
Ma la sentenza è il punto di arrivo di una lunghissima battaglia civile di comunità iniziata tanti anni fa.
Il merito di averla sostenuta, promossa , alimentata e fatta crescere va riconosciuto alla Camera del lavoro di Casale Monferrato che non ha mai smesso di crederci quando sembrava una lotta contro i giganti.
Quando sembrava inverosimile che morissero anche le mogli e le madri degli operai della Eternit che lavavano le loro tute o la comunità intera che respirava le poveri.
Sarà che ho fatto un pezzo di strada con loro,sarà che ricordo le riunioni faticose con cui testardamente Bruno Pesce, Nicola Pondrano e tante altre e ad altri convincevano tutti, a Torino e a Roma, che non ci si doveva arrendere,sarà che loro non si sono mai arresi, sarà che in questi mesi si consuma un attacco furibondo al ruolo confederale di tutto il sindacato e alla Cgil, sarà per tutto ciò che mi sembra importante, il giorno dopo la sentenza Eternit, dire anche: “In lode della Camera del lavoro di Casale Monferrato”.
Titti Di Salvo
Condivido pieno quanto scritto . Eppure leggendo qua e la i vari blog c’e’ gente che da’ la colpa agli operai che per ignoranza e per un posto fisso sono “stati disposti” a pagare con la vita , come se lavorare onestamente per dare un futuro ai figli con i gestori del male che volutamente han tenuta nascosta la verita’ fosse stata colpa loro.E poi, avete visto il video di quell’operaio anziano che alla lettura della sentenza se ne stava li’ seduto a piangere in silenzio ? In pochi minuti avra’ rivissuto la sua vita e i suoi ricordi piu’ cari che gli sono stati portati via da questo falso mondo ipocrita e schifoso. Questa e’ l’immagine per mi porto dentro di questa vicenda , che riassume i valori che la mia famiglia mi ha sempre inculcato e che mi fa sentire oggi, in modo inequivocabile e piu’ ancora piu’ forte, sempre piu’ orgoglioso di essere casalese.